"L'unica passione della mia vita è stata la paura". La straordinaria epigrafeche Barthes ha scelto per il suo "Piacere del testo", andandola a cercare inHobbes, attraversa e segna come un motto emblematico anche tutta la suaspeculazione. Paura di essere afferrato e frainteContinue
"L'unica passione della mia vita è stata la paura". La straordinaria epigrafeche Barthes ha scelto per il suo "Piacere del testo", andandola a cercare inHobbes, attraversa e segna come un motto emblematico anche tutta la suaspeculazione. Paura di essere afferrato e frainteso, da una facile e sommaria'cucina' ideologica. Paura della "bêtise", che invita continuamente aricercare e contraddirsi; paura d'esser fermato in un'immagine stereotipa esterile. Ecco cosi, paradossalmente, per evitare questo procedimento diimbalsamazione precoce, di monumentalizzazione pubblica, l'idea di scriversiaddosso una stravagante monografia, quasi per abolirsi, per cancellarsi, per"derealizzarsi", come avrebbe detto un pensatore a lui caro, Sartre. Non tantoun diario di fatti, di accadimenti, ma piuttosto un diario di riflessioni; nontanto aneddoti biografici, ma avventure d'idee. Un quaderno a "collage", incui l'immagine univoca di Barthes viene continuamente frammentata,contraddetta, cancellata: "io non mi assomiglio mai". Nella prima pagina, acaratteri autografi, quasi una confessione sommessa nell'orecchio di chis'accinge ad intraprendere questo viaggio, si legge: "Tutto ciò dovrà essereconsiderato come detto da un personaggio di romanzo". Un Barthes immaginario,dunque, personaggio fittizio, scritto, che si racconta in terza persona,dietro la maschera del frammento. Così è proprio in questo libro, scritto nel1974, che si ritrova la fisionomia più autentica del grande critico.