Create your own shelf sign up

Together we find better books

[−]
  • Rechercher Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

Bartleby

By

Editeur: phonereader

4.2
(2434)

Language:Français | Number of pages: | Format: Others | En langues différentes: (langues différentes) English , Italian , German , Spanish , Portuguese , Catalan , Danish , Galego

Isbn-10: 2848542098 | Isbn-13: 9782848542096 | Publish date: 

Aussi disponible comme: Paperback

Category: Fiction & Literature , Foreign Language Study , Philosophy

Aimez-vous Bartleby ?
Devenez membre de aNobii, voyez si vos amis l'ont lu et découvrez des livres du mème genre!

Inscrivez-vous gratuitement
Description du livre
Sorting by
  • 4

    Ho comprato la mia edizione per due euro, nel negozietto di libri e fumetti usati sotto casa, e l'ho lasciata a prendere polvere sullo scaffale per anni, cercando di trovare il coraggio di affrontare ...continuer

    Ho comprato la mia edizione per due euro, nel negozietto di libri e fumetti usati sotto casa, e l'ho lasciata a prendere polvere sullo scaffale per anni, cercando di trovare il coraggio di affrontare Bartleby dopo la dura sconfitta inflittami da Moby Dick. Quando l'ho finalmente preso in mano, mi sono goduta a fondo il piacere dell'edizione col testo a fronte, leggendo prima la pagina in italiano, poi il testo inglese, poi le note che sottolineano i diversi registri di linguaggio, i problemi di traduzione e le scelte del traduttore. Magnifico!
    Per quanto riguarda invece il testo, non sono abbastanza intelligente per azzardare interpretazioni. Annoto soltanto che alcuni particolari che si ripetono (il pallore più volte sottolineato, il numero tre che ritorna più volte) fanno pensare a un valore simbolico, mitico, ma non saprei dire di che cosa siano figura o simbolo. Forte è per altro l'accento religioso, frequente la citazione del linguaggio biblico, tanto che ho finito per vedere in Bartleby una vittima sacrificale, un agnus Dei senza rivelazione.
    E adesso, ce la farò a riprendere in mano Moby Dick e a finirlo?

    dit le 

  • 4

    "Era un uomo di preferenze, non di presupposti."

    Rivedo ancora quella figura squallida e linda, penosamente rispettabile, inguaribilmente sconsolata. Era Bartleby.

    In tre semplici parole, preferirei di no, Bartleby esprime un'incrollabile coerenza e ...continuer

    Rivedo ancora quella figura squallida e linda, penosamente rispettabile, inguaribilmente sconsolata. Era Bartleby.

    In tre semplici parole, preferirei di no, Bartleby esprime un'incrollabile coerenza e fermezza, che sicuramente all'inizio non fa altro che incuriosire e poi irritare sia il narratore che il lettore stesso; ma in quella pacatezza d'animo, in quella coerenza di Bartleby che tanto disorienta e smarrisce si cela un bisogno assoluto dell'essenziale, che per lui diventa esigenza indispensabile senza la quale diventa superfluo anche il semplice atto di vivere. Il libro stesso lo è, essenziale: questo racconto è stilisticamente perfetto, senza una parola di troppo o fuori posto, ed è meraviglioso come Melville sveli poco a poco la natura di un personaggio apparentemente così innocuo e allo stesso tempo oscuro, che credo pochi dimenticheranno dopo aver fatto la sua enigmatica conoscenza.

    Rimuginando su tutte queste cose, e aggiungendovi quanto mi era appena capitato di scoprire – ovvero che aveva preso come casa e permanente domicilio il mio ufficio, senza peraltro scordare la sua morbosa tetraggine – rimuginando su tutte queste cose, dunque, un sentimento di guardinga prudenza prese a insinuarsi in me. In un primo momento avevo provato soltanto una pura malinconia e una sincera compassione, ma via via che le dimensioni della disperata solitudine di Bartleby andavano ingigantendosi nella mia immaginazione, la malinconia stessa si mutava in paura, la compassione in senso di ripulsa. Come è vero – e tremendo – che fino a un certo punto il pensiero e lo spettacolo della miseria suscitano i nostri sentimenti migliori, ma che, in certi casi, esiste un limite oltre il quale non è più così. E sbaglia chi sostiene che tutto ciò deriva dall’innato egoismo del cuore umano: no, scaturisce semmai dal senso di impotenza che si può provare di fronte a mali troppo gravi e incurabili. Per un essere sensibile, non di rado la compassione coincide con la sofferenza. E quando si giunge finalmente a comprendere che non è sufficiente la pietà per offrire un valido soccorso, il buonsenso invita l’anima a sbarazzarsene.

    dit le 

  • 5

    Questo racconto è di una bellezza fulminante, praticamente perfetto.
    Arriva come un diretto, nonostante sia fatto di sensazioni inafferrabili e comportamenti inspiegabili, di sfumature di assurdità, d ...continuer

    Questo racconto è di una bellezza fulminante, praticamente perfetto.
    Arriva come un diretto, nonostante sia fatto di sensazioni inafferrabili e comportamenti inspiegabili, di sfumature di assurdità, di realtà distorta, di angoscia sottile ma che ti tiene attaccato alle pagine, perché vuoi vedere fin dove si spingerà questo "preferirei di no", quali drammatiche conseguenze (che siano drammatiche si intuisce) finirà per scatenare questo assurdo comportamento.
    E anche se alla fine si chiude il libro con la sensazione di non aver ben capito cosa, come, perché - non importa: perché sappiamo che Bartleby è un personaggio che non dimenticheremo più, e che il suo "preferirei di no" continuerà a lavorare come un tarlo nella nostra testolina, e ritornerà fuori quando meno ce lo aspettiamo a sorprenderci, a commuoverci, a farci riflettere...

    dit le 

  • 3

    ...Bartleby è assente.
    Più che un personaggio vero e proprio, pare il destinatario delle reazioni altrui: la curiosità, la condiscendenza, la rabbia, lo sconcerto e la pietà che suscita negli altri no ...continuer

    ...Bartleby è assente.
    Più che un personaggio vero e proprio, pare il destinatario delle reazioni altrui: la curiosità, la condiscendenza, la rabbia, lo sconcerto e la pietà che suscita negli altri non lo toccano manco di striscio, come diciamo noi gente di Oxford. Mai, neanche una volta, ci viene concesso di dare uno sguardo alla realtà attraverso i suoi occhi, mai ci viene rivelato un suo pensiero o una sua volontà, eccezion fatta per le cose che preferirebbe non fare. È totalmente inerte, eppure la sua passività è talmente potente da frenare l'attività delle persone attorno a lui...

    Commento completo: http://estemporaneamente.iobloggo.com/6/bartleby-lo-scrivano---herman-melville

    dit le 

  • 4

    Prego, vuol ballare con me? Grazie, preferisco di no!

    Il titolare di uno studio legale di Wall Street ci racconta di un suo ex dipendente, Bartleby. L’avvocato, a seguito di un aumento delle pratiche da sbrigare, si trova ad aver bisogno di un altro scri ...continuer

    Il titolare di uno studio legale di Wall Street ci racconta di un suo ex dipendente, Bartleby. L’avvocato, a seguito di un aumento delle pratiche da sbrigare, si trova ad aver bisogno di un altro scrivano; mette un annuncio e gli si presenta questo strano tizio. Educato, fin troppo timido ma indefesso lavoratore, Bartleby si conquista la stima del proprio capo copiando documenti senza posa. I primi tempi le cose vanno benissimo, sebbene l’avvocato si accorga che il suo nuovo dipendente tenda a starsene sulle sue e non socializzare con gli altri impiegati. Le cose cambiano, e Bartleby diventa “immortale”, quando, in una mattina come tante, l’avvocato gli chiede di unirsi a lui e agli altri tre impiegati per controllare un documento (lui leggeva e gli altri controllavano che tutte le copie fossero conformi; altri tempi!). Bartleby, alla richiesta capo, risponde con un memorabile: “Preferirei di no”. Ora, mettiamoci nei panni dell’avvocato. Fai una richiesta del tutto lecita a un tuo dipendente e quello ti dice che preferirebbe di no, che fai? Pensi a uno scherzo (sebbene il tipo non lo definiresti proprio un burlone). Gli ripeti la richiesta presumendo che non abbia capito bene. Ti incazzi!!! Ecco, ti incazzi, un momento. Se un tuo sottoposto ti risponde in modo impertinente, ti viene facile l’incazzo, ma se quello ti risponde mogio mogio, con uno sguardo da cane bastonato se non addirittura da condannato che si avvia claudicante verso la forca, tu, in tutta onestà, riusciresti a incazzarti? E infatti l’avvocato non ci riesce. Più della rabbia poté la pena, si potrebbe dire parafrasando il tizio che fa la pubblicità alla carta igienica. Richiesta dopo richiesta, la risposta di Bartleby rimane, sostanzialmente, sempre quella: “Preferirei di no”. [Se siete oberati d’impegni potete tranquillamente evitarvi il seguito, se, al contrario, non avete un cavolo da fare e/o vi piacciono le pratiche sadomaso, legatevi alla sedia e continuate pure l’avvincente lettura]

    Senza aggiungere altro sulla trama per non togliere il piacere della lettura a chi vorrà affrontare le poche ma indimenticabili pagine di “Bartleby, lo scrivano”, vorrei fare una riflessione riguardo al comportamento apatico alla Bartleby (e, badate bene, lo faccio prima di aver letto “Bartleby e compagnia” di Enrique Vila-Matas, libro che pure ho intenzione di affrontare a breve). È un atteggiamento che alla lunga (ma anche alla corta, direbbe un possibile candidato alla Presidenza della Repubblica, per dire di come siamo messi! … ma questa è un’altra storia) può irritarti al punto da indurti a comportamenti che la tua indole, altrimenti civile, aveva sempre aborrito. Ma, mi chiedo e vi chiedo, dal punto di vista dell’apatico, quel modo di fare, (che, per carità, potrebbe anche essere del tutto naturale, oserei dire persino fisiologico) paga o non paga?

    Nel lontano 1998, durante il mio servizio alla patria, n’è vero, ebbi la ventura di conoscere la versione in divisa di Bartleby che, non essendo uno scrivano newyorkese ma un giovine virgulto (oddio virgulto?!) del viterbese, anziché “Preferirei di no”, diceva: “N’jea fò più”, ma sempre con il tono di chi stia esalando l’ultimo respiro, roba che tu gli andavi incontro con le braccia protese pronto a sorreggerlo. Durante le estenuanti ore di marcia sotto il sole cocente di Sulmona nel mese di luglio (non si facciano forviare coloro che non ci sono mai stati, sorgendo nel bel mezzo di una conca, la ridente cittadina abruzzese si distingue, n’è vero, per inverni rigidi e innevati, ma anche (e ci risiamo!) per estati afose, soffocanti, opprimenti), il comportamento Bartlebyesco dell’allievo caporale con incarico 31B Tal dei Tali a rapporto, signore, almeno per quanto mi è dato ricordare, tenendo conto che stiamo pur sempre parlando di eventi occorsi il secolo scorso, produsse ottimi risultati. I terribili caporali istruttori (roba che il sergente di Full Metal Jacket era una mammoletta) la presero sul ridere, il comportamento genuinamente (perché il tipo non ci marciava, era proprio così!) apatico del soldato, rappresentava per loro una sorta di piacevole evasione rispetto al rigoroso programma giornaliero. In sostanza, mentre a noi altri fieri servitori dello Stato continuavano, imperterriti, a farci marciare avanti e indietro per la piazza d’armi con il “Garand” in braccio e il sudore che, colandoci dalle tempie sulle guance, e andandosi poi a fermare agli angoli della bocca, ci faceva assaporare tutto l’amaro della vita militare, a mister “N’jea fò più” gli dicevano: “Va bene, mettiti qualche minuto sotto quell’albero”. E noi: “È? Ma che cazz…”. E loro a noi: “A posto. A, al tempo. Attenti!!!” Cioè, andava così … sono cose che ti segnano… Insomma, tanto per riprendere il titolo celentanesco che ho voluto assegnare a questa pararecensione che, credetemi, voleva essere breve e concisa e che, di certo, non voleva andare a perdersi in ricordi del tutto personali che a voi, più che legittimamente, possono apparire come un inutile spreco d’inchiostro da parte mia e uno sperpero di tempo da parte vostra; dicevo, tanto per riprendere il titolo, verrebbe da dire: “Soldato, vuol marciare con noi?” “Grazie, preferisco di no” … e noi a ballare il tango con fucil, però…

    È chiaro che alla lunga i Bartleby siano destinati a una vita “de merde” (permettetemi il francesismo), però è anche vero che qualche piccolissima dose di Bartlebysmo potrebbe apportarci dei vantaggi. Voi cosa ne pensate, le prescrivereste o no le PPB (Pillole di Paraculismo Bartlebyano)? [Pentiti di aver proseguito la lettura, eh? Vi capisco, ma non dite non vi avevo avvertiti]

    dit le 

  • 4

    La fragile arte di esistere

    Più che un romanzo è un racconto. Lo stile letterario mi ricorda Dickens, soprattutto nella descrizione dei personaggi, che è al tempo stesso ironica e rassicurante, ma dietro c'è anche un'esistenzial ...continuer

    Più che un romanzo è un racconto. Lo stile letterario mi ricorda Dickens, soprattutto nella descrizione dei personaggi, che è al tempo stesso ironica e rassicurante, ma dietro c'è anche un'esistenzialismo più moderno, alla Kafka.
    Povero Bartleby, con quei suoi grotteschi "preferirei di no" ci sottolinea la fragilità dell'individuo che, per non perdersi e smarrirsi in se stesso, si aggrappa alle consuetudini sociali. Bartleby però si rifiuta , va oltre, ma finirà per distruggersi. Dietro a questa metafora c'è il dramma dell'autore a cui da vivo non fu mai riconosciuta la modernità e la genialità di cui era capace.

    dit le 

  • 4

    Storia molto triste narrata con un linguaggio assai divertente, e comunque in modo perfetto, direi; grandioso come sia riuscito a tratteggiare i personaggi e soprattutto Bartleby senza raccontarne nu ...continuer

    Storia molto triste narrata con un linguaggio assai divertente, e comunque in modo perfetto, direi; grandioso come sia riuscito a tratteggiare i personaggi e soprattutto Bartleby senza raccontarne nulla. Unica nota sulla traduzione, che certo non è il mio campo, ma, anche se il traduttore spiega ampiamente i motivi e le sfumature di senso della sua traduzione, direi che funziona unicamente nella frase "Il grosso problema era questo: non tanto s'io avessi assunto ch'egli mi lasciasse, quanto s'egli avesse preferenza a farlo o meno. Ed egli era uomo di preferenze, più che di assunti."Per il resto linguisticamente in italiano è brutto e cacofonico, preferirei di no.

    dit le 

  • 4

    I would prefer not to.

    Questo racconto mi ha incuriosita da quando ho scritto la tesi della triennale su Perec e il suo Un homme qui dort. I temi, qui, sono pressappoco gli stessi: l'uomo che si rifugia dal quotidiano nasco ...continuer

    Questo racconto mi ha incuriosita da quando ho scritto la tesi della triennale su Perec e il suo Un homme qui dort. I temi, qui, sono pressappoco gli stessi: l'uomo che si rifugia dal quotidiano nascondendosi dietro una cortina di indifferenza, che non si rifiuta con un "no" secco, ma con un lieve condizionale - I would prefer not to - che è comunque la più decisa delle negazioni. Al narratore della storia resterebbe solo la rassegnazione, ma non riuscendosi, si indigna per il comportamento del suo sottoposto, per poi rilassarsi, mosso da pietà, per poi indignarsi di nuovo, senza capire che la sua ostinazione nulla può contro la filosofia di vita dello scrivano. Ma non siamo poi tutti uguali, noi che ci rapportiamo a Bartleby? D'altronde sono state spese tantissime parole per spiegarci il perché di quel "preferirei di no"!

    dit le 

  • 4

    il rasoio

    L'irriducibile individualità dell'essere è fonte di varietà, sorpresa e in ultima istanza di bellezza del vivere. Questo il main stream ed è impossibile non concordare (almeno per chi scrive). Ma è al ...continuer

    L'irriducibile individualità dell'essere è fonte di varietà, sorpresa e in ultima istanza di bellezza del vivere. Questo il main stream ed è impossibile non concordare (almeno per chi scrive). Ma è al contempo la nostra dannazione e rende impossibile la nostra salvezza; il richiamo inevitabile alle nostre urgenze ultime e più profonde -"preferenze" direbbe Burtleby se solo avesse voglia per un attimo di rivolgerci la parola- ci perde per sempre. Esser sé stessi e per questo morire, o tradire sé stessi e così vivere. Un rasoio micidiale. Strepitoso Melville.

    dit le 

Sorting by