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Bartleby e compagnia

Di

Editore: Feltrinelli

3.9
(352)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 180 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Finlandese , Chi tradizionale , Francese

Isbn-10: 8807721066 | Isbn-13: 9788807721069 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: D. Manera

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico

Genere: Biography , Fiction & Literature , Philosophy

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Descrizione del libro
Un impiegato metà Pessoa e metà Kafka scrive un diario fatto di note a piè di pagina a commento di un testo fantasma. Con piglio pacato e una raffinata stringatezza stilistica va a caccia di "bartleby", esseri che ospitano dentro di sé una profonda negazione del mondo e prendono il nome del famoso scrivano di Melville che preferiva non fare e non parlare. I bartleby finiscono per non scrivere nulla pur avendo tutto il talento necessario, oppure, se esordiscono, rinunciano presto alla scrittura. Un libro ironico ma anche incantato dal sortilegio della parola.
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    0

    以下就一些句子ryyyyy


    這本書最引起我共鳴的有aeschylus、蘇格拉底的注解了。還有托爾斯泰!!!!!雖然作者只提及一些,但是已夠幫我把the last station的故事補完。


    普羅米修斯之縛


    p.59 「寫作,」如同法國當代小說家瑪格莉特‧莒哈絲所言,「其實就是『不說話』。是保持沉默。是無聲的怒吼。」


    我誰都不是


    p.84 「網路」是新的流行,但是那一張交織你我關係的人際「網」,其實亙古以來便已存在了。那張漁獵時代人們用來捕魚的「網」,如今已不用來捕捉獵物,卻為我們打開了全新的世界。


    p.2 ...continua

    以下就一些句子ryyyyy

    這本書最引起我共鳴的有aeschylus、蘇格拉底的注解了。還有托爾斯泰!!!!!雖然作者只提及一些,但是已夠幫我把the last station的故事補完。

    普羅米修斯之縛

    p.59 「寫作,」如同法國當代小說家瑪格莉特‧莒哈絲所言,「其實就是『不說話』。是保持沉默。是無聲的怒吼。」

    我誰都不是

    p.84 「網路」是新的流行,但是那一張交織你我關係的人際「網」,其實亙古以來便已存在了。那張漁獵時代人們用來捕魚的「網」,如今已不用來捕捉獵物,卻為我們打開了全新的世界。

    p.246 「拒絕」、「放棄」與「沉默」,加總起來成為「極端」,告訴我們文化生病了。

    p.249 緊接著,我所提供的參考資料是英國浪漫時期詩人濟慈曾經寫過的一封信。信中濟慈自問:「永遠放棄寫作,究竟有什麼大不了的?」

    p.393 企圖定義文學的人,什麼也定義不了;嘗試尋找,只找得到已經脫逃的;希望看見,只看得到本就存在的;或是更糟糕的是,只看得見卻怎麼也摸不著。因此,每本書最後追尋的都「不是」文學,都不是他們心中所想的,也不是他們傾注熱情試圖發現的。

    p.415 套句佩索亞的話,這種平靜意味懂得「唯一無解的秘密便是:總有人試圖解密。」

    P. 443 註52 文學,在托爾斯泰生前最後的日子了詛咒,成了他此生最痛恨的東西,於是,他也放棄了寫作。他認為寫作是造成他精神崩潰的罪魁禍首。

    某天晚上,托爾斯泰在日記裡寫下此生最後一句話,但只寫了一半,沒能完成: "Fais ce que dois, advienne que pourra." (他想說的是:「做你最當做的,無論發生什麼事。」)這句話來自托爾斯泰生前最喜歡的一句法語箴言,原文是:"Fais ce que dois, adv..."

    一九一零年十月二十八日,年屆八十二歲高齡的泰斯托爾已是舉世聞名的俄國作家,這天清晨在冰寒籠罩下天色依舊昏暗,他悄悄地拋下雅斯納亞波良納的古老莊園離家出走,踏上人生最後的旅程。此前,托爾斯泰已宣布永遠停筆,而這次秘密離家,象徵他終於領悟,當代文學最重要的意涵便在於否認自我存在的價值。

    托爾斯泰失蹤後十天,客死於阿塔波沃(Astа́povo)車站的站長室內;這個小村莊連俄國本地人都不太知道。他出走後搭上南向列車,沒想到最後卻被迫在這樣一個遙遠而悲傷的小鎮下車。一路上,三等車廂惡劣的環境讓托爾斯泰本已衰老的身體急速惡化,沒有暖氣,煙霧與灰塵瀰漫,最後導致托爾斯泰染上肺炎。

    雅斯納亞波良納莊園的家已被遺棄,托爾斯泰長達六十二年對於寫作的忠實信仰,也在日記裡終結。那句法語箴言斷然地為他此生劃上句點,為他在彌留之際向世人做了一個「巴托比式」的道別:"Fais ce que dois, avd..."

    多年後,貝克特感嘆,連文字都遺棄了我們,而托爾斯泰的遺言,已一語道盡人世滄桑。

    ha scritto il 

  • 4

    Leggete saggi - 09 feb 14

    Una bellissima prova sulla difficoltà (impossibilità a volte) di scrivere. Un libro che l’autore definisce una serie di note a piè di pagina per un testo inesistente. Favoleggiando, anzi, un libro che sia fatto solo di note (mi sembra di ricordare Nabokov in tutto ciò?). Un libro forse senza tram ...continua

    Una bellissima prova sulla difficoltà (impossibilità a volte) di scrivere. Un libro che l’autore definisce una serie di note a piè di pagina per un testo inesistente. Favoleggiando, anzi, un libro che sia fatto solo di note (mi sembra di ricordare Nabokov in tutto ciò?). Un libro forse senza trama, senza scenari, ma importa? La mirabolante scrittura di Vila-Matas si cala nel narratore (ma non se ne identifica), un sedicente scrittore, autore 25 anni prima di un libro. E poi scomparso nell’impossibilità di scrivere. Intrappolato, in un certo senso, in quella malattia “alla Bartleby”, in cui non si riesce ad attuare nulla, in cui tutto si riduce in quel “Preferirei di no”. E dopo 25 anni passati nell’ombra, a leggere, accumulare notizie, prova ad esternare questa sofferenza andando ad analizzare, descrivere, riportare, esempi, brani di vita, relative a molti personaggi affetti dalla stessa malattia. Narrando di se stesso narrante, il narratore percorre le pagine (anche) con brandelli della sua vita. Per cui ne conosciamo il rapporto con il padre. Ne conosciamo le pulsioni amorose, l’innamoramento verso una donna con cui non riuscirà ad andare oltre il pensiero. Per terminare il suo cerchio aggrappandosi alla fine della scrittura, con un’ultima nota dedicata alla morte di Tolstoj che, rinunciando alla scrittura, rinuncerà anche alla vita. Ma allora di cos’è fatto questo libro? Essendo, come detto, fatto di note, sono un centinaio di notarelle (86 per l’esattezza) in cui il narratore esemplifica il suo assunto. Ne esce quindi una massa di citazioni, di descrizioni, di situazioni. Da Rimbaud che per non scrivere fugge ad Aden, a Salinger che si rifugia nelle montagne americane, al messicano Rulfo (bellissima l’immagine stravolgente di Rulfo che alla domanda perché non scriva più, risponde “perché è morto zio Celerino”). Il bello è la serietà con cui il narratore attraversa gli scrittori, per poi inzepparne alcuni (lui dice cinque in un’intervista) completamente inventati. Lo stimolo (mio) intellettuale è anche trovarli. Ad esempio Roberto Moretti autore di un improbabile “Istituto Pierre Menard” descrizione di una scuola in cui si insegna a dire No (con tutte le citazioni parallele del caso, essendo Menard l’autore del Quijote inventato da Borges). O Antonio de la Mota Ruiz, che inventa il personaggio di Paranoico Perez che non scrive più dopo che appena finisce un libro, Saramago ne pubblica uno con lo stesso titolo e soggetto. O Clément Cadou che non trovando sbocco nella scrittura, decide di riparare e dipingere mobili (con l’altra citazione obliqua, inventando una descrizione di Cadou fatta da Georges Perec nel fantomatico “Ritratto dell’autore visto come un mobile, sempre”). Ma come non intrigarsi nella descrizione di un ciclista, tale Piquemal ciclotimico sprinter che a volte decideva di non finire le corse (inventatissimo) paragonato a Marcel Benabou, autore del libro “Perché non ho scritto nessuno dei miei libri” (realissimo). La bellezza è ovvia nelle parti auliche, dove a sostegno della difficoltà, impossibilità di portare avanti la scrittura, Vila-Matas cita Leopardi, Gadda, Walser, Hofmannsthal, Traven, Henry Roth, Magris, Keats, Hawthorne, ancora e sempre i miei miti Borges e Perec. Sono tutti elementi che vanno a ricostruire il rompicapo di chi ha scritto cose bellissime (tutti i citati) o anche cose minimali (decine di mini altre citazioni che vi risparmio) e poi decide o pensa che lo scrivere non possa più essere, non possa più rappresentare il se. Per cui c’è chi coscientemente si bartlebyzza dicendo “Preferirei di No” e chi lo fa involontariamente. L’amore che ho avuto verso queste brevi pagine (oltre l’indubbio piacere intellettuale) deriva da uno stimolo ed un punto di arrivo. Lo stimolo sarebbe di ripercorrere il libro, enuncleandone persone vere e false, e farne un florilegio, un’esegesi, un saggio. Il punto di arrivo è forse l’auto giustificazione, che se tanto è complicato scrivere, è giusto che io continui a leggere ed a scrivere (solo) queste note-trame. Per concludere come nella citazione sotto che ho scritto il mio libro, pensando di scriverlo (come ha ben sottolineato il mio amico Carlo). “Il romanzo … illustra l’impossibilità della scrittura, ma ci suggerisce anche che possono esistere sguardi nuovi su nuovi oggetti e perciò è meglio scrivere piuttosto che non farlo.” (33) “Passò la vita a cercare un libro che non scrisse mai, anche se, a ben vedere, lo scrisse in modo quasi incosciente, pensando di scriverlo.” (58) “Non era un filosofo né qualcos’altro di simile. Non era nemmeno un letterato. E, grazie a ciò, pensava molto. Quanto più si scrive, meno si pensa.” (99)

    ha scritto il 

  • 3

    Un bel libro nonostante i ripetuti tentativi dell' autore di parlare di sè e di suggerirsi continuamente all' attenzione. Vale però la pena di arrivare fino in fondo, in particolare alla seconda lettera che riceve da Derain.

    ha scritto il 

  • 2

    Preferisco di sì.

    Chi scrive di chi non scrive più o di chi non ha mai iniziato a scrivere mi nausea, come chi inizia un discorso dicendo “Non perché mi piaccia parlare di me, ma…” e ti attacca quattro ore di monologo intervallato da continue auto-rassicurazioni su quanto poco gli piaccia parlare di sé e su come c ...continua

    Chi scrive di chi non scrive più o di chi non ha mai iniziato a scrivere mi nausea, come chi inizia un discorso dicendo “Non perché mi piaccia parlare di me, ma…” e ti attacca quattro ore di monologo intervallato da continue auto-rassicurazioni su quanto poco gli piaccia parlare di sé e su come ci ricorra esclusivamente perché messo alle strette: messo alle strette da chi? Neanche ci fosse lui e non tu nell’angolo del ring della conversazione impostata, a implorare per un colpo fatale che ti stramazzi, perché al ventesimo round di chiacchiericcio non sogni altro che il tuo secondo imbeva la spugna nel secchio di topicida e te lo ficchi in gola.

    Chi scrive un libro in cui la cosa più interessante sono i libri degli altri che vi sono citati dentro è poco meno che un dilettante che cerca rifugio dietro l’ammirazione-per-gli altri.

    Questo libro si sarebbe risolto onestamente con una stringata lista in esergo di scrittori e titoli consigliati, con sul fondo il briciolo di buona creanza condensato nella frase: “La pappardella metaletteraria che impila la foliazione minima per andare a stampa ve la risparmio, però voi il prezzo di copertina versatemelo lo stesso, por favor!, altrimenti come me lo pago il vizietto di leggere?”.

    Un libretto feticcio per chi della letteratura se ne fa un feticcio quindi una robetta di cattivo odore spruzzata col deodorante della narrazione di contorno.

    Se in un libro citi Bartleby di Melville fin dal titolo e se al suo interno chiami dentro i Pessoa e i Kafka, o hai scritto un capolavoro o sei un miserabile che chiama a raccolta quelli che i Melville, i Pessoa e i Kafka non li leggono e che leggendo chi ne scrive qualche banalità credono di aver letto anche loro, evitandosi il giro nel Melville-Pessoa-Kafka’s Horror Show.

    Esiste solo la letteratura scritta. Quello che non è stato scritto equivale all’amato mai amato, al viaggio mai viaggiato e quindi al desiderio mai realmente desiderato: è una illusione fuori tempo, una menzogna coccolata, vale a dire: è un peccato che contempla in sé la sua redenzione, è una azione doppiamente colposa perché calcola anticipatamente il pentimento e il perdono che la scagionerà agli occhi di qualsiasi giuria, letteraria e non.

    Il fallimento, lui sì può avere una sua dignità, ma la rinuncia no: la rinuncia è una sconfitta a tavolino che solo una faccia tosta da pappamolle potrebbe giustificare con le campali Ragioni Misteriose della Letteratura Sbalordita dai Suoi Limiti. I limiti ce li ha chi scrive, mica la letteratura, perché la letteratura non esiste, esistono le opere e tutto ciò che non è opera è omissione. Chi non scrive produce lagne e indagini metafisiche, cioè delle fisime per intero, su quanto portano di scarpe gli angeli in bilico su una capocchia di spillo. Ah, i poemi che ti scriverebbero gli angeli in bilico su una capocchia di spillo! Perfetti, quindi perfettamente inutili, noiosi come sarebbero.

    Però ci sono i personaggi inventati in questa sfarfalleria collazionata da Vila-Matas, ci sono le opere immaginarie… Di Borges ne basta uno. A tutti gli altri non si concede ciò per cui a lui si è grati, perché a Borges almeno è riuscito alla grande la piccineria di chi in letteratura vede nove volte su dieci il dito e non la luna e novantanove volte su cento non vede cosa sta indicando la luna. La sterilità che non sa dire il suo nome non vuole sentirsi dire che scrivere pensierini arguti (ironici, argh) sulla letteratura degli altri non è “scrivere letteratura” perché “scrivere letteratura” significa narrare e quindi inventare, non blaterare su quello che hanno scritto o - ?? - non scritto gli altri.

    La scrittura che si parla addosso è lo scialle invisibile nel quale vorrebbe solennizzarsi una imperatrice nuda che non vuole le si faccia notare che le si vedono le smagliature sul sedere rinsecchitissimo, i seni flaccidi e che tra le cosce a penzolarle non è l’ispirazione ma una pelle vecchia, rughettata, inequivocabilmente arida: un piccolo e raggrinzito pene a piombo, vedi! Una imperatrice vizza, in pratica, che non vuole le si dica che è l’imperatore di sempre, che non è mai riuscito a cambiare genere: è sempre quello, un genere generale, un niente di ché.

    Questo non-libro è una truffa per non-lettori, una consolazione per gente che non si merita una consolazione perché si è sempre sottratta alla fatica e alla sua delusione; fa l’occhiolino agli orbi e perde di vista la vera forza del dire “Sì” senza il bieco stratagemma di procurarsi le ragioni per un Sì. Bartebly, con la sua determinazione, il suo scegliere come vivere fino al suo morirne, è un Uomo del Sì, che poi dica “No” è la conseguente declinazione di una scelta autonoma e intransigente. Quello di Bartebly è un metodo affermativo e il suo “Preferisco di no” è un sì a se stesso e al suo volersi situare nel mondo, è un Sì titanico.

    Roba da deboli è ricercare per il proprio “No” delle pezze di retorica per dissimulare il buchetto nero della propria inanità felicemente arrendevole e arresa, corteggiata ficcandoci un ditino dentro e portandolo poi al naso e alla bocca, e magari pure in un orecchio o in un occhio, per analizzarlo meglio, provando a mortificare la potenza delle parole nella speranza che non svelino più la loro di impotenza.

    Chi dice “No” dica no e poi taccia. Altrimenti è un nulla che vuole travasare nella tua l’acqua che tiene in bocca, limitandosi a rimescolarla dalla sacca della guancia destra alla sacca della guancia sinistra e dietrofront.

    ha scritto il 

  • 4

    Libro strutturato in piacevoli, leggiadri capitoletti, attraverso la voce di un personaggio ai margini, come lo stesso Bartleby del titolo (colui che preferisce sempre di no), s’incontrano scrittori e personaggi che hanno smesso di scrivere, così, un giorno. Compresi coloro che non hanno smesso m ...continua

    Libro strutturato in piacevoli, leggiadri capitoletti, attraverso la voce di un personaggio ai margini, come lo stesso Bartleby del titolo (colui che preferisce sempre di no), s’incontrano scrittori e personaggi che hanno smesso di scrivere, così, un giorno. Compresi coloro che non hanno smesso ma non si sono mai esposti in pubblico, come Pynchon o Salinger. In alcuni casi il motivo è chiaro, Jiménez il poeta spagnolo che aveva scritto le sue migliori poesie ispirate alla sua amata moglie subirà lo scherzo del destino di ricevere il Nobel nel 1958 nei giorni in cui lei sta morendo. Getterà a terra tutti i suoi volumi, calpestandoli, e non scriverà più. Comporrà una sola frase, infine: “la mia migliore opera è l’essermi pentito della mia opera”. Ma Vila-Matas associa in questa galleria di Scrittori del No anche gli antibartleby, quelli che hanno esagerato col Sì tanto da non riuscire a smettere un solo giorno. Paul Valéry ha lasciato un diario di 29000 pagine che tutte le mattine doveva alimentare. Simenon nel 1929 scrisse 41 romanzi. Gareggiò con se stesso nei tempi di stesura, con la punta di 80 pagine scritte in un giorno, dalle 6 del mattino fino a tarda serata. Arrivando a completare un romanzo in sette giorni. Il messicano Juan Rulfo, dopo aver pubblicato Pedro Pàramo, il suo capolavoro, per trent’anni non scrisse più nulla. Fornì due spiegazioni, dapprima disse che era morto suo zio Celerino, “quello che mi raccontava le storie”, ed era verosimile che fosse così. Dopo qualche anno si accorse che la giustificazione non era più presa sul serio e aggiunse: “Adesso persino i fumatori di marijuana pubblicano libri. Così ci sono in giro libri piuttosto strani. Io ho preferito mantenere il silenzio”.

    Ci sono tutti. Manca solo Jep Gambardella

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Non per tutti

    Per comprendere questo libro si deve amare molto la letteratura, forse troppo. E' un gioco letterario complesso, un rimando costante e continuo a autori che possiamo definire " bartleby": agrafi che non hanno mai scritto nulla, autori che dopo un inizio folgorante si sono ritirati in un ostinato ...continua

    Per comprendere questo libro si deve amare molto la letteratura, forse troppo. E' un gioco letterario complesso, un rimando costante e continuo a autori che possiamo definire " bartleby": agrafi che non hanno mai scritto nulla, autori che dopo un inizio folgorante si sono ritirati in un ostinato silenzio. Viene tracciata una sorta di letteratura del no; in mezzo ai moltissimi esempi citati Vila-Matas ne inserisce altrettanti del tutto inventati. La complicità richiesta al lettore è forte, per questo non è un libro per tutti. Il finale è esemplare; si conclude il libro citando un anti-bartleby per eccellenza, Tolstoj. Credo che dietro a questa scelta si possa leggere un invito alla letteratura

    ha scritto il 

  • 4

    "Abbiamo tutti dentro un libro, forse un grande libro, che però nel tumulto della nostra vita interiore raramente emerge oppure lo fa così in fretta che non ci dà il tempo di arpionarlo." – Julio Ramón Ribeyro, La tentazione del fallimento (cit. a p. 119)

    ha scritto il 

  • 3

    Purtroppo Vila-Matas ha un solo problema: è schiavo della lettura e resta imprigionato dalle pagine consumate. Peccato perché è un abile carpentiere e architetta da dio, poggia mattoni e fissa assi in modo divertente, a volte. Però non riesce a scrollarsi di dosso le letture. Per paradosso il suo ...continua

    Purtroppo Vila-Matas ha un solo problema: è schiavo della lettura e resta imprigionato dalle pagine consumate. Peccato perché è un abile carpentiere e architetta da dio, poggia mattoni e fissa assi in modo divertente, a volte. Però non riesce a scrollarsi di dosso le letture. Per paradosso il suo libro del "no" è una parodia di autoritratto: è il suo personalissimo no per i troppi si ingurgitati.

    ha scritto il 

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