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Beckett

By Samuel Beckett

(8)

| Hardcover

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    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/02/12/beckett-d… “Beckett ha intuito profondamente il disagio tragico dell’uomo odierno, del quale i suoi romanzi rappresentano come uno studio genetico, come una sottile penetrazione fisiologica. ...(continue)

    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/02/12/beckett-d…

    “Beckett ha intuito profondamente il disagio tragico dell’uomo odierno, del quale i suoi romanzi rappresentano come uno studio genetico, come una sottile penetrazione fisiologica. Le persone delle sue opere sono tutte curve, raramente, forse mai, ne trovereste una “regolarmente” diritta, eretta. Sono accovacciate, ricurve, cariche, striscianti, immobili: stanno, non vivono. Tentano, non raggiungono. Sono inani e inermi, sono ingenui e folli, il loro battito è lento e tenue come quello di una creatura nel ventre materno. La loro forma informe è come quella di un feto più vicino alla morte che alla vita. Il loro cammino è spesso un balletto in punta di piedi, inutile, ozioso, la loro smania più violenta si esprime in un giuoco assurdo, pagliaccesco. L’irrisione che ne esce è corrosiva. Anch’essa colpisce, annulla.”

    (Giovanni Cattanei, “Beckett”, ed. La Nuova Italia – Il Castoro)

    Mi aggiravo con fare furtivo tra gli scaffali della biblioteca del mio paese, alla ricerca di qualcosa da leggere che potesse coprire il vuoto tra la lettura precedente, cioè il saggio di Brod su Kafka, e l’arrivo di alcuni libri che ho ordinato on line, quando ecco che mi sono imbattuto in un “Castoro”. Qualcuno saprà che non mi sto riferendo a un simpatico animaletto, bensì a un’iniziativa editoriale sorta decenni fa, da parte di “La Nuova Italia”. Si trattava di una serie di monografie, a cadenza mensile, dedicate a singoli autori come Svevo, Joyce, Musil e nello specifico a Beckett. L’edizione è del 1967, l’autore è Giovanni Cattanei. La particolarità è che il volume che ho preso tra le mani è stato regalato alla biblioteca dalla sig. ra Fabrizia Ramondino, scrittrice che ha vissuto per anni nel mio paese.
    Gli ammiratori di Beckett si saranno subito accorti che l’opera fu scritta mentre Beckett era ancora vivente (morì nel 1989). Questo, però, non mi ha impedito di apprezzare il saggio e in particolar modo l’approccio dell’autore, consapevole che dell’opera di Beckett non è possibile dare un’interpretazione univoca. Di nessun autore è possibile farlo, ma in Beckett tale impossibilità è amplificata proprio dalla struttura delle sue opere. Nel saggio sono riportati, in maniera breve, dati biografici che ci permettono di inquadrare meglio anche le scelte stilistiche di Beckett, per esempio la preferenza per la lingua francese, a partire da un certo punto della sua produzione, oppure la conoscenza che ebbe con Joyce, il saggio che scrisse su Proust e gli anni da partigiano a Parigi, nel corso dell’occupazione nazista, che certo lasceranno traccia sull’uomo e sulla sua produzione artistica.
    L’autore del saggio inquadra Beckett nel contesto culturale dell’epoca, evidenziando quelle che, a suo dire, sono le affinità e le divergenze con il movimento esistenzialista o, andando più a ritroso, con autori quali, appunto, Joyce, Proust e Kafka. Beckett non si presta a una lettura puramente dilettevole, sarebbe sminuente asserire ciò. Per Cattanei egli è il poeta dell’uomo zero, dell’era post-atomica la sua impenetrabilità e ritrosia si condensano in opere caratterizzate da personaggi anch’essi ridotti ad atomi, uomini che non sentono neanche più un anelito verso qualcosa che vada oltre le loro miserie quotidiane. L’incomunicabilità reciproca, l’alienazione, l’assurdo, l’impassibilità sono tratti che accomunano molte delle opere di Beckett, peraltro, e va sottolineato, cariche di umorismo.
    Non è il caso qui, ora, di riferire o provare interpretazioni delle opere di Beckett, appurato che, ad esempio, “Aspettando Godot” si presta di per sé a esegesi spesso opposte tra loro, delle quali Cattanei dà conto nel saggio. Nella monografia ci sono interessanti spunti di riflessione su romanzi quali “Murphy”, “Molloy”, “Malone muore”, “L’innominabile” e sulle opere teatrali, come “Finale di partita”, con riferimenti frequenti anche al saggio di Adorno del quale ho scritto qualche tempo fa in un articolo. La riflessione di carattere generale, calibrata poi rispetto alle singole opere, è che i personaggi di Beckett sono curvi su sé stessi, atrofizzati nei gesti e nelle parole, impossibilitati a trovare un senso alla loro esistenza. Beckett non indaga, almeno non si propone di farlo. Rappresenta. Il suo rappresentare, però, ci costringe a fare i conti con noi stessi, a capire qual è, se c’è, il nostro Godot da aspettare.
    Non so se ancora sono reperibili tali monografie e nello specifico, considerata la data di edizione e la sterminata bibliografia su Beckett a oggi esistente, il mio potrebbe essere un suggerimento di lettura piuttosto vano, ma devo dire che ho trovato questo testo molto interessante e lo consiglio a chi riuscisse a procurarselo.

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    Sisifo77 said on Feb 12, 2013 | 2 feedbacks

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