Between the Woods and the Water

On Foot to Constantinople: From the Middle Danube to the Iron Gates

By

Publisher: NYRB Classics

4.0
(67)

Language: English | Number of Pages: | Format: eBook | In other languages: (other languages) Spanish , French , Italian

Isbn-10: 1590175182 | Isbn-13: 9781590175187 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Hardcover , Softcover and Stapled

Category: Biography , Travel

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Book Description
For this tale of youthful adventure is at the same time an exploration of the dream and reality of Europe, a book of wanderings that wends its way in and out of ...
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  • 3

    In questa seconda tappa del suo viaggio a piedi dall'Olanda a Costantinopoli,Fermor attraversa Ungheria e Romania. E' sempre un piacere seguire le sue digressioni storiche, artistiche, letterarie per ...continue

    In questa seconda tappa del suo viaggio a piedi dall'Olanda a Costantinopoli,Fermor attraversa Ungheria e Romania. E' sempre un piacere seguire le sue digressioni storiche, artistiche, letterarie per i vari paesi che incontra, piacere reso ancora più intenso dal fatto che si tratta di posti non particolarmente noti ma più che meritevoli di una visita (soprattutto dopo queste letture che ti aprono l'orizzonte). Non ricordavo invece il suo parallelo peregrinare ospitato da una lunga sequenza di famiglie nobili, circostanza che me lo ha reso meno romantico e sotto sotto un privilegiato (il suo proposito era di viaggiare con poche sterline a settimana dormendo dove capita, ma come resistere agli agi del benessere?).

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  • 4

    A 19 anni Patrick Leigh Fermor parte dall'Inghilterra per raggiungere a piedi Costantinopoli. Il libro e' stato scritto molti anni dopo, sulla base dei ricordi e degli appunti presi, e prende forza da ...continue

    A 19 anni Patrick Leigh Fermor parte dall'Inghilterra per raggiungere a piedi Costantinopoli. Il libro e' stato scritto molti anni dopo, sulla base dei ricordi e degli appunti presi, e prende forza dalla cultura, l'esperienza e la maturita ormai raggiunta dall'autore. Questa parte del viaggio si svolge nel 1934 in Ungheria e in Transilvania, fino alle mitiche Porte di Ferro, in una Mitteleuropa idilliaca ma incalzata da vicino dalla scalata al potere di Hitler, dagli sconvolgimenti della seconda guerra mondiale e dalle persecuzioni contro ebrei e rom. Il giovane Patrik passa da magioni e castelli dove lo ospita una fitta rete di amici aristocratici a lunghi tragitti tra i boschi e lungo i fiumi, dove incontra pastori, zingari e contadini. Incredibilmente, in quella vecchia europa, il giovane Patrick trova una lingua con la quale comunicare con quasi tutte le persone che incontra, e si trova a suo agio nelle stanze dei palazzi cosi come sotto le stelle o sotto un albero, cenando con posate d'argento o condividendo un pezzo di pane e formaggio per strada. Il linguaggio e' ricchissimo di descrizioni naturali, snocciola nomi di uccelli e di alberi, descrive albe e tramonti, paesaggi e profumi. L'autore ci porta con se e ci fa vivere accanto a lui questo viaggio cosi affascinante in un mondo ormai perduto per sempre, lasciandoci il rimpianto di non poter piu vedere quei luoghi e quelle persone, in gran parte travolte dalla guerra solo pochi anni piu tardi.

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  • 3

    Non c'è due senza tre...

    Solo, ancora solo, ma usa il plurale quando, in sella al sauro Malek, attraversa le sconfinate pianure ungheresi e racconta il suo secondo capitolo di un'avventura unica.
    Forse più descrittivo e meno ...continue

    Solo, ancora solo, ma usa il plurale quando, in sella al sauro Malek, attraversa le sconfinate pianure ungheresi e racconta il suo secondo capitolo di un'avventura unica.
    Forse più descrittivo e meno avventuroso del primo (Tempo di regali), più mondano, per così dire, comunque sempre prezioso ed interessante per il fascino delle terre e delle genti che descrive solo un attimo prima dello sfacelo bellico, lasciandone una testimonianza imperdibile.
    Fermor riprende dall'Ungheria il suo diario di viaggio, a mille miglia da casa, oltrepassando i maestosi Carpazi fino a...
    Questa di Fermor è, senza se e senza ma, una trilogia da completare e da gustare fino in fondo a 'La strada interrotta'. 3 selle e 1/2.

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  • 5

    Vilja, o Vilja, was tust du mir an?...

    Patrick Leigh Fermor aveva una bella tempra britannica: partito per una viaggio a piedi da Londra a Costantinopoli attraverso l’Europa orientale, dormiva volentieri all’addiaccio, oppure nei conventi, ...continue

    Patrick Leigh Fermor aveva una bella tempra britannica: partito per una viaggio a piedi da Londra a Costantinopoli attraverso l’Europa orientale, dormiva volentieri all’addiaccio, oppure nei conventi, negli ospizî dei poveri, nelle capanne dei pastori, ma altresì, appena gli era possibile, ospite in appartamenti borghesi e castelli nobiliari. Grazie a una rete di conoscenze, anzi, riuscì a pernottare e pranzare comodamente in dimore illustri per notevoli tratti del viaggio, perché molti gentiluomini che l’ospitavano lo raccomandavano poi ad amici e parenti che abitavano più avanti sulla strada. In particolare, il giovane avventuriero albionico trovò abbondanza d’ospiti aristocratici nel vecchio regno d’Ungheria.
    L’inizio di questo libro si pone proprio dov’era finito il precedente Tempo di regali: l’autore, varcato il confine magiaro, s’era trovato ad Esztergom, sede primaziale del regno, mentre stava cominciando la funzione del Sabato Santo celebrata dal cardinale Jusztinián Serédi; e qui riprende la descrizione da quel punto, con particolare affetto indugiante, più che su ermellini, cappe e paramenti ecclesiastici, sugli abiti di gala di magnati e autorità, coi risvolti di pelliccia, gli alamari, i broccati, i berretti di velluto, le piume di struzzo e d’airone, le famose sciabole dal fodero cesellato, che sono uno dei capolavori dell’armeria d’ogni tempo: difficile resistere alla bellezza d’un costume tradizionale ungherese. Da lì si dipana un resoconto placido e assaporato, dove alla solitudine piatta della puszta si alternano settimane di svaghi, ozio e letture nei kastely dei molti signori che gli danno accoglienza generosa: dell’aristocrazia magiara erano famose la cavalleria e la magnificenza nel ricevere. Leigh Fermor riesce a conoscere anche il conte Pál Teleki, celebre geografo e capo degli scouts, oggi ricordato soprattutto per lo sfortunato sforzo nel tener il regno fuori dalla Seconda Guerra Mondiale: l’autore lo rievoca con ammirazione, ma più ancora ne rammenta in modo affettuoso il cugino Jenő, presso il quale passò qualche settimana in un castello della Transilvania oltre la frontiera romena.
    Nel 1934 le ferite e le ingiustizie del trattato del Trianon bruciavano, e il regno, dopo secoli di sconquassi, era stato di nuovo affettato e sminuzzato per la gioia dei vicini (si sa che gli ungheresi ancor oggi sono più o meno detestati da tutti i popoli finitimi, o per questioni di confine o per annosi rancori di vassalli o valvassini), sicché per esempio la Transilvania si era trovata romena: l’ennesima riprova, se ve ne fosse ancora bisogno, che la prima guerra mondiale ha rovinato forse per sempre l’Europa, portando a Hitler e in seguito a mezzo secolo di Patto di Varsavia (ma l’Ungheria un antipasto à la bolchevique se l’era già gustato con la rivoluzione leninista di Béla Kun nel 1919: un fuoco di paglia, al pari della bestiale dittatura nazista delle Croci Frecciate fra il 1944 e il ‘45, mentre altrettanto effimera non fu la tirannide d’opposto segno che le piovve addosso dal 1945), e in seguito ancora alle delizie del postcomunismo; l’ombra lunga del trattato di Sèvres, dal canto suo, sta aduggiando il Vicino Oriente soprattutto da qualche lustro. E poi uno non dovrebbe rimpiangere i vecchi Imperi, o meglio due di essi: la sparizione di quello prussiano a conti fatti è stata meno grave.
    Le reminiscenze dell’autore sono particolarmente abbondanti proprio per i mesi passati fra gli ungheresi, in Ungheria e in Romania; l’attraversamento a piedi dei Carpazi, fra boschi e con incontri parchi di zingari e di pastori, si prestava meno al resoconto particolareggiato: qui, piuttosto, prevale la rievocazione d’una natura selvaggia, in mezzo alla quale appena riescono ad emergere sparute presenze umane: qualche contadino, qualche pecoraio che vive ancora in un universo fisico e mentale arcaico, dal quale appaiono lontanissimi gli sconquassi della politica contemporanea, di cui d’altronde giunge appena qualche eco fievole. Curiosissimo sulle vicende storiche delle regioni che percorre, contrassegnate da invasioni di popoli barbari e dominazioni alterne, spesso feroci, Leigh Fermor ama fantasticare su migrazioni, battaglie, costumi e idiomi di genti scomparse nel gran mare del tempo, di cui riconosce reliquie nella lingua, nelle costumanze o nelle credenze religiose di nobili e popolani nei quali s’imbatte, compresi gli zingari, con cui a un certo punto intavola perfino una precaria e incredibile discussione linguistica. Il libro si conclude (ma ne arriva poi un terzo, cui purtroppo il Nostro non fece tempo a dare veste definitiva) col passaggio delle Porte di Ferro, il cui nome su di me, come su di lui, aveva esercitato sempre un arcano fascino. Se fino ad allora egli era consapevole di far tornare a galla frammenti d’un mondo perduto di civiltà e tradizioni, qui lo sgomento è vie maggiore, poiché quella parte del Danubio nel dopoguerra fu imbrigliata e sommersa per creare un immenso bacino artificiale. Sono sicuro che non lo andrò mai a vedere. Preferisco immaginare ancora la gola pericolosa, fitta di scogli e stretta fra montagne scoscese lungo le quali, fino all’Ottocento, incredibilmente soltanto i Romani erano stati capaci di far passare una strada.
    P.S./1: apprendo da questo libro che fino al 1839 il latino era stata la lingua ufficiale dell’Ungheria: in latino erano tenuti anche i dibattiti all’interno della Dieta. Ecco perché, come ho letto non so dove, i magnati magiari nel Settecento avevano proclamato nella lingua di Cesare “Moriemur pro rege nostro Maria Theresia!” – e rege, non regina: per lei si era concessa, unica volta nella storia, un’eccezione di fatto ma non di nome alla norma che riservava la corona di Santo Stefano alle sole teste maschili.
    P.S./2: la foto di copertina dell'edizione Adelphi, scattata in Romania, non si riferisce al viaggio descritto in questo libro, che non avvenne con la neve, bensì in piena estate: immagino però che sia di poco successiva, perché l'autore vi appare ancora molto giovane.

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  • 5

    Forse l'ambientazione, più "esotica" che nel primo volume, forse il riconoscere i luoghi di un recente viaggio e delle memorie familiari, forse il maggior coinvolgimento sentimentale con quei luoghi d ...continue

    Forse l'ambientazione, più "esotica" che nel primo volume, forse il riconoscere i luoghi di un recente viaggio e delle memorie familiari, forse il maggior coinvolgimento sentimentale con quei luoghi di PLF, forse per tutto questo, il secondo volume del viaggio da Londra a Costantinopoli mi è piaciuto ancor più del primo.

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  • 5

    leggere questo libro. come il precedente Tempo di regali, è stato un piacere completo: io che leggo velocemente, mi sono soffermata spesso su ogni parola, una ricchezza di vocabolario difficile da tro ...continue

    leggere questo libro. come il precedente Tempo di regali, è stato un piacere completo: io che leggo velocemente, mi sono soffermata spesso su ogni parola, una ricchezza di vocabolario difficile da trovare nei romanzi di oggi, un arricchimento per la mente e per lo spirito.

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  • 2

    Solo per aristocratici attempati

    Grazia formale e nostalgia paesaggistica non bastano a rendere un idillio aristocratico storia apprezzabile.
    Meglio una raccolta di cartoline o vecchie foto

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  • 3

    bel tipo questo patrick leigh fermor, che abbandona l'inghilterra e la scuola e parte a piedi "come un pellegrino, un palmiere o un chierico vagante" alla volta di costantinopoli! questo secondo volum ...continue

    bel tipo questo patrick leigh fermor, che abbandona l'inghilterra e la scuola e parte a piedi "come un pellegrino, un palmiere o un chierico vagante" alla volta di costantinopoli! questo secondo volume si svolge tra ungheria e romania e racconta un mondo che sarà inesorabilmente cancellato di lì a pochi anni, spazzato via dalla guerra e dagli stravolgimenti successivi. tra natura, città, incontri con persone davvero poco ordinarie, lunghe digressioni storiche, citazioni colte- si cammina e si scoprono le mille facce di luoghi ancora poco noti. più che un libro di viaggio vero e proprio- è un raffinato vagabondaggio in cui ogni particolare è degno di attenzione e di approfondimento e in cui si raccontano microcosmi che non esistono più. molto interessante, anche se non sempre immediato.

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  • 4

    Alcune pagine da non leggere assonnati

    alterna pagine di vera poesia a descrizioni brillanti e appassionanti di un mondo aristocratico e colto che pochi anni dopo sarebbe stato spazzato via dalla guerra; ma ogni tanto si dilunga in pagine ...continue

    alterna pagine di vera poesia a descrizioni brillanti e appassionanti di un mondo aristocratico e colto che pochi anni dopo sarebbe stato spazzato via dalla guerra; ma ogni tanto si dilunga in pagine di ipotesi storico-linguistiche un po' meno appassionanti e in resoconti di invasioni, contro invasioni, eserciti, orde, etnie, principi e blasoni che, sebbene diano un'idea abbastanza precisa di quanti popoli, idiomi, religioni e guerre si siano succeduti su quelle terre, sono a tatti un tantino soporiferi.

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