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Bhagavadgita

(472)

| Mass Market Paperback | 9788845908514

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Book Description

La Bhagavadgita sta all’India come il Vangelo alla nostra civiltà.
«Per molti anni, non sono uscito di casa senza aver prima verificato se c’era, nelle mie tasche interne, come una chiave o una medicina d’urgenza, una mia minima ed Continue

La Bhagavadgita sta all’India come il Vangelo alla nostra civiltà.
«Per molti anni, non sono uscito di casa senza aver prima verificato se c’era, nelle mie tasche interne, come una chiave o una medicina d’urgenza, una mia minima edizione dell’adorabile Gita» (Guido Ceronetti).

45 Reviews

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    Non si può giudicare un'opera di tale importanza. Punto.
    Si può però giudicare la versione Adelphi. Mai come in questo caso è sembrata necessaria una minuziosa annotazione, una ricca introduzione ed una corposa post-frazione. Non si può dare in pasto ...(continue)

    Non si può giudicare un'opera di tale importanza. Punto.
    Si può però giudicare la versione Adelphi. Mai come in questo caso è sembrata necessaria una minuziosa annotazione, una ricca introduzione ed una corposa post-frazione. Non si può dare in pasto un testo del genere al povero lettore ed aspettarsi che legga con cognizione di causa.
    Vista la pubblicazionbe delle cose più improbabili da parte della casa editrice, perché non considerare la possibilità di presentare al pubblico italiano, finalmente, l'intero Brahamarata?

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    Sorel1968 said on Oct 12, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    "Così ti ho rivelato questa scienza più misteriosa del mistero [stesso] meditala senza nulla omettere, poi fa' quello che vuoi"

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    Antos73 said on Aug 23, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    «non è soltanto astenendosi dall'agire che l'uomo accede alla libertà del non-agire; non è unicamente rinunziando che egli si innalza alla perfezione.»

    le seguenti sconnesse righe non sono il frutto di una lettura recente della Bhagavad Gita. L’ultima volta che le ho fatto visita sarà stato un paio d’anni fa. Piuttosto mi solleticavano certe suggestioni ricavate da letture collaterali, prevalenteme ...(continue)

    le seguenti sconnesse righe non sono il frutto di una lettura recente della Bhagavad Gita. L’ultima volta che le ho fatto visita sarà stato un paio d’anni fa. Piuttosto mi solleticavano certe suggestioni ricavate da letture collaterali, prevalentemente eliadiane, sullo sviluppo e la dialettica storica tra le vie di salvezza e i sistemi speculativi a queste solidali nell’India classica. Ma venendo alla Gita:
    Composta intorno al III sec. a.C., la Bhagavad Gita è forse la più alta espressione letteraria di quella strabiliante sintesi metafisica cui verrà dato il nome convenzionale di Induismo. La sua tensione totalizzante emerge alla coscienza religiosa indiana con lo stesso svettante nitore del nuovo ordine emergente dal Caos indifferenziato in cui precipitano i mondi dopo la conflagrazione(mahapralaya) prodotta dalla grande guerra escatologica tra Deva e Asura.
    La Gita è – o rappresenta, se preferite - un felice tentativo di ricomposizione in un quadro unitario delle molte anime dell’India religiosa. Dalla notte dei tempi queste anime inquiete sogliono dividersi fondamentalmente in due grandi cenacoli: da un lato l’universo devozionale popolare e il teismo dualista variamente inquadrati nell’ortodossia bramanica; dall’altro il variopinto mondo dell’eversione ‘eterodossa’: le numerose filosofie moniste post-upanisadiche (ma sarebbe meglio definire queste scuole come ‘non-dualiste’ onde evitare confusioni col termine ‘monismo’ che, specie in questa sede, rischia di lambire frequentemente i confini semantici del vicino ‘monoteismo’) e le altrettanto numerose vie di liberazione basate sull’ascesi e le pratiche yogiche col loro coté di yogin, samana, rsi e santi svolazzanti dai picchi himalayani alle foci del Bhramaputra. Tutte queste esperienze nascono dal comune rifiuto dell’ortodossia/ortoprassia brahmanico-sacrificale, intesa quale vertice e principio informatore della piramide sociale indiana. Un rifiuto ribadito esemplarmente da uno dei più noti dissidenti dell’India del VI secolo, quell’eccentrico principe nato a Kapilavastu e finito a Benares a girar ruote tra le gazzelle.
    Fuor di boutade, è bene sottolineare che gli stessi monisti di matrice Upanisadica, Vedantina e Yogica, se in sede teoretica e critica muovevano da posizioni metafisiche non-dualiste, nella pratica prescrivevano l’abbandono totale dell’esistenza profana al fine di reintegrare il relativo (esiziale se frequentato “direttamente”, ossia senza il “contro-filtro” di una dottrina capace di smascherarne l’inganno primordiale, il velo illusorio della natura) nell’Assoluto. Praticavano l’antinomia al livello della coscienza convenzionale e condizionata per transustanziarla nella sovracoscienza del non-condizionato. In sostanza riproducevano al livello della vita profana l’opposizione aborrita in sede teoretica. In tutti questi casi il praticante, metafisico o yogico, non poteva appellarsi ad un dio correo delle sciagure e delle miserie della condizione cosmica, artefice di quelle mura di cui con tanto ardore ci si sforzava di liberarsi. In questa prospettiva il dualismo “artefatto” della creazione è negativo e tende ad auto preservarsi e perpetuarsi indefinitamente, mentre il “dualismo” strumentale e “apparente” praticato dallo yogin, è sano, beatifico e conduce infine alla agognata moksha.
    La metafisica alla base della soteriologia della Gita (e del Mahabarata in generale, definito da Dumezil come «la trasposizione epica di una crisi escatologica») si propone al contrario di ripristinare il monismo ad un livello metafisico inferiore, insufflando nuova vita nel corpo fossile del bramanesimo. Dicevamo un monismo particolare, un monismo light. Light perchè caratterizzato da una minore rigidità circa l’adesione alle trancianti proposizioni metafisiche che saettavano impietose e cogenti dalle “cattedre” dei dottori vedantini; light perché addolcito alle sorgenti dell’esperienza devozionale e teistica, nella fattispecie visnuita; light perchè orientato didatticamente a formare nuovi uomini spirituali destinati ad occupare posti precisi nella società castale in crisi(è noto che la Gita, il Mahabarata e la tradizione che sottendono fossero espressione del sistema di valori spirituali dell’aristocrazia militare, della casta degli ksatrya). Un monismo “letterario”, realizzato come un abito su misura per l'uomo del kali-yuga, inevitabilmente compromesso con la pratica quotidiana del mondo profano; nel caso di specie un monismo mediato dal mono-teismo.
    Ora, predisposto il progetto di maquillage letterario da applicare al repertorio teologico, cosmologico e metafisico tradizionale, sul piano operativo viene posta enfasi su ciò che viene definito “yoga dell’azione” o karma yoga, una sorta di rimodulazione dello yoga arricchito con principi del samkhya pre-sistematico. Questa via permette all’individuo di spezzare le catene karmiche pur continuando ad adempiere ai suoi doveri sociali, perché «non basta astenersi dall’azione per liberarsi dell’atto: l’inazione da sola non conduce alla perfezione» e ancora: «ognuno è condannato all’azione». Per cui si dà possibilità di trascendenza dell'esistenza praticando quella stessa esistenza senza valorizzarla, senza desiderare i frutti delle proprie azioni, che si transustanzieranno in sacrifici.
    Ma è qui che ha luogo la grande operazione dottrinale. Sotto il profilo teologico infatti nella Gita si “gioca” con la percezione dei ruoli assegnati agli dèi nelle tradizionali narrazioni mitologiche e la si altera deliberatamente, manipolando i suoi correlati, le maschere degli dèi, rimodellandole e caricandole di valenze inedite, si reinventano i personaggi. In tal senso, Dio non è più semplicemente artefice, corresponsabile o semplice frammento passivo della natura matrigna - cosa che rendeva agli occhi di un Advaita puro la prospettiva dell’ atteggiamento devozionale quantomeno ingenua. Egli è sì, Visnu, il dio creatore, reo, in un certo senso, dell’esistenza del dolore del mondo, ma è nondimeno le proprie emanazioni, i propri avatara(in questo l’aspetto messianico della grande sintesi induista). Egli è Krsna, l’archetipo cosmoteandrico dell’eroe yogico - esemplato in parte sull’Isvara di certo yoga teista - che nel rivelarsi all’uomo, lo chiama ad accettare e vivere la propria condizione karmicamente vincolata animato della fede in Lui («comprendimi») e ad un tempo lo esorta ad imitarlo(«imitami»), dominando quella stessa realtà in divenire come un dio-asceta-guerriero, redento dalla gnosi e dall’ardore mistico. Arjuna/l’Uomo, è figlio vivente di Visnu, figlio della natura, ma anche discepolo di Krsna, il maestro divino, l’archetipo del jivanmukta, il liberato in vita.
    Il dio personale, in questo caso Visnu, da immagine del mondo e specchio delle sue miserie, diviene personalizzazione del Purusa vedico e neoupanisadico, dell'Assoluto anelato dai monisti; ed è ad un tempo Krnsa, l'igneo furore che riconduce alla pienezza dello Stesso. Dunque la Bhakti diviene il motore, il fondamento e la condizione di possibilità della riuscita di un classico percorso di autotrasformazione yogico. Lo yoga declinato come esercizio dell’astensione dai frutti delle proprie azioni equivale a fare del mondo profano un officina sacrificale permanente, e di ogni azione un sacrificio; mentre la simultanea devozione nei confronti del Beato Signore conferma misticamente lo yoga-dell’-azione, garantendo la comunione col dio e la fine della cattività karmica, qualunque sia il modo di vita del devoto. Sotto questo rispetto la Gita rappresenta un novum e una pietra angolare nel panorama dello spirito indiano.
    E’ qui ricomposta la frattura tra il pensiero upanisadico rigidamente monista(metafisicamente pessimista e dunque antisociale e antinomista nella prassi) e il teismo dualista tradizionale secondo una nuova formula sintetica di “monismo-(mono)-teistico”, in ordine alla quale la realtà relativa recisamente negata nelle Upanisad viene reintegrata in una cornice monista attraverso la dottrina enunciata da Krsna, nella cui economia di salvezza i diversi darsana si identificano: La Bhakti, Lo Yoga, il Samhkya. Vi si legittima così la creazione e vengono risacralizzati il cosmo, la vita, il tempo e la stessa sofferenza. Tutto è una teofania. Si tratta di un tentativo di riarticolare – se possibile potenziandola - la dialettica paleo-indiana tra l’uomo religioso e l’Assoluto includendovi questa volta un terzo termine funzionale, per lunghi secoli negletto: il Mondo. Il mondo è adesso inteso come il Dharma di Krsna, come il perimetro sacrificale in cui si stringe una rinnovata alleanza soterica tra l’uomo e l’Assoluto, ora manifesto nel mistico sembiante di (Purusa)-Visnu-Krsna,
    Ma in conclusione cosa è mai allora la Gita ? L’espressione di una sorta di renaissance vedica altamente sofisticata ? l’evangelo di una ritrovata unità tra il sacrificio vedico e gli sviluppi del sacrificio “interiorizzato” degli yogin ? Il prodotto di un titanico sforzo di riforma politico-religiosa ?
    Non saprei dire cosa sia la Gita ma posso dire cosa ho visto: ho visto un geroglifico scintillante, era il geroglifico dell’anima indiana.

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    Eleutherios said on Aug 1, 2013 | 1 feedback

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    Un testo di fondamentale importanza nel pensiero religioso e filosofico dell'India antica e moderna (la Gita è uno dei testi più amati da Gandhi), che contiene i principali insegnamenti etici e morali della cultura indiana. Krsna illustra all'eroe Ar ...(continue)

    Un testo di fondamentale importanza nel pensiero religioso e filosofico dell'India antica e moderna (la Gita è uno dei testi più amati da Gandhi), che contiene i principali insegnamenti etici e morali della cultura indiana. Krsna illustra all'eroe Arjuna i cardini principali sui quali si fonda l'intero creato: la speculazione sull'essere e il divino e la fede nel Dio Supremo Krsna viene trattata in molti canti del testo. Le pratiche dello yoga per il controllo del corpo, del respiro e dei sensi aiutano il fedele nel raggiungimento della perfezione. Il punto che io ritengo di fondamentale importanza però è la presa di coscienza che ogni essere deve compiere il proprio dovere, in base all'appartenenza a una determinata casta, tenendo ben presente che il corpo materiale è solo il contenitore dell'atman, il sè individuale che trasmigra di "contenitore" in "contenitore" nella ciclica ruota delle rinascite. Per raggiungere la pace e fermare questo ciclo, l'unica soluzione è seguire gli insegnamenti di Krsna: compiere il proprio dovere morale e abbandonare il desiderio e l'attaccamento ai beni materiali, in particolare immergersi nell'azione (non nell'ascetico non agire) e concentrarsi su di essa, senza pensare ai fini dell'azione stessa, dunque ai profitti o ai danni.

    "Tu sei competente ad agire, ma non a godere il frutto dei tuoi atti. Non prendere mai come movente il frutto della tua azione; non provare nemmeno attaccamento per il non agire."

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    Enrico Cantarelli said on Feb 9, 2013 | 1 feedback

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    "Inchiodati a una inquietudine incommensurabile che ha termine soltanto con la loro morte, avendo per fine ultimo il godimento degli oggetti della loro passione, convinti che in questo stia la misura di tutte le cose, incatenati da centinaia di spera ...(continue)

    "Inchiodati a una inquietudine incommensurabile che ha termine soltanto con la loro morte, avendo per fine ultimo il godimento degli oggetti della loro passione, convinti che in questo stia la misura di tutte le cose, incatenati da centinaia di speranze intralcianti, avendo per vie d'elezione la cupidigia e la collera..."
    Eccetera eccetera.
    E questo lo dice mica pinco pallino. lo dice un dio a quattro braccia, con diadema, mazza e disco. Che se s'incazza mi diventa il dio multiforme, con energia infinita, fiammeggiante, zanne spaventose, stelle negli occhi, divoratore di mondi... quindi un po' di attenzione gliela presterei.

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    Giax said on Dec 8, 2012 | Add your feedback

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    Testo complementare a Veda e Upanishad, insieme ai quali è stato integrato nella Rivelazione (sruti), le Bhagavadgita sono un poema dialogato di diciotto canti, corrispondenti ai capitoli da XXV a XLII del libro VI del Mahabharata, dett ...(continue)

    Testo complementare a Veda e Upanishad, insieme ai quali è stato integrato nella Rivelazione (sruti), le Bhagavadgita sono un poema dialogato di diciotto canti, corrispondenti ai capitoli da XXV a XLII del libro VI del Mahabharata, detto Libro di Bhisma, che invece fa parte soltanto della Tradizione (smrti). La somiglianza con le forme upanisadiche è tale che spesso gli si attribuisce il titolo Bhagavadgitopanisad, ma non vi è nulla di certo al riguardo.
    Il racconto che fa da cornice presenta Sanjaya, auriga del re Dhartarastra, che fa a quest’ultimo un resoconto della preparazione del combattimento e a cui riferisce il dialogo tra Arjuna e Krsna (chiamato anche Vasudeva), suo auriga e parente.
    Il libro, composto come altri in diversi periodi, è riassumibile nei seguenti concetti:
    Atman e Brahman
    Concetti tipici delle Upanisad, vengono qui ripresi da Krsna, che si pone immediatamente come l’Assoluto, poiché sfugge al potere del tempo, ma il suo interlocutore (Arjuna) si identifica egualmente a tale Assoluto, in quanto, come noi, dehin (“portatore di corpo”) con un atman (l’anima individuale, indistruttibile e immutabile) che è parte del Brahman (identità che è l’estinzione dell’”Io” fittizio, cioè l’Atman).
    “Troncare la dualità.”
    Lo scopo è estinguersi nel Brahman, idea conseguente all’identità con il Brahman stesso. L’espressione di cui sopra riflette le teorie del monismo integrale e annuncia l’advaita (non dualità).
    All’insaputa perfino di coloro che si affidano ad altre divinità, tutte le adorazioni vanno al Bhagavant, il che è normale poiché egli è il Tutto e, perciò, le altre divinità non possono che essere sue manifestazioni. Tuttavia poiché, psicologicamente, l’atteggiamento dei fedeli è vario e ci si identifica con ciò che si conosce ancor più che con ciò che si adora, ognuno va verso ciò che ha riverito in questo mondo. Soltanto coloro che hanno adorato il Signore si perdono in lui.
    Buddhi e vyavasaya
    “Coloro che mancano di decisione (vyavasaya) hanno una intelligenza (buddhi) dispersa e non hanno uno scopo determinato.”
    Dharma
    Arjuna non vorrebbe affrontare i suoi maestri, per i quali nutre un profondo rispetto, e chiede a Krsna quale sia il suo dovere (dharma), inteso però nel senso di “dovere religioso” (svadharma), cioè il dovere di casta, non quello individuale.
    Disciplina del conoscibile
    Si parla di Manifestato, Non Manifestato e di colui che conosce l’uno e l’altro. Lo studio del “campo” corrisponde parzialmente a quello del Manifestato, cioè un corpo che si evolve a partire dal Non Manifestato indistinto e comune a tutti.
    “I grandi elementi, la funzione dell’”Io”, l’intelligenza determinatrice e il non manifestato, gli undici sensi e i cinque domini sensibili, desiderio, avversione, piacere e dolore, l’insieme corporeo, la sensibilità, la resistenza, tale è il “campo” enunciato in compendio, con le sue trasformazioni.”
    Ai costituenti materiali si affiancano una serie di manifestazioni di ordine psicologico, che si ammette facciano parte del “campo”, cioè del mondo materiale considerato unicamente sotto l’angolazione dell’essere incarnato, ma la vera conoscenza si applica a tutt’altro oggetto: il Brahman.
    Guna
    Sono la magia (maya) operante e reale del Bhagavant, le tre qualità costitutive della natura inferiore: sattva (luce calma), rajas (attività e passione), tamas (inerzia e stupore).
    Le virtù sattviche sono di seguito espresse:
    “[Praticare] modestia, franchezza, non violenza, pazienza, rettitudine, servizio pio del maestro, purezza, costanza, padronanza di sé, distacco dagli oggetti sensibili e distacco dall’io, constatare le deficienze e i mali inerenti alla nascita, alla morte, alla vecchiaia e alla malattia, astenersi dall’attaccamento che rende appassionatamente legati a figli, sposa, casa o qualsivoglia altro possesso, [mantenere] una costante equanimità di fronte agli avvenimenti, siano essi in accordo o in disaccordo con i nostri desideri, [dedicarsi] senza infrazioni alla devozione verso la mia persona, a esclusione di ogni altro legame, ricercare i luoghi ritirati, con disgusto per la società degli uomini, applicarsi in modo permanente alla conoscenza di sé, [avere] l’intuizione di ciò che significa la conoscenza del reale, ecco ciò che si proclama conoscenza e quanto se ne discosta è la non conoscenza.”
    La fede, come gli altri sentimenti umani, ha una colorazione diversa a seconda che sia più influenzata dall’uno o dall’altro guna: “quello che si crede, si è”; colui che conosce il Brahman, e dunque crede in lui, si identifica con il Brahman.
    I promotori di ogni male sono il desiderio e la collera, ma il grande responsabile è il fattore passionale (rajas), che intorbida la pura luce del sattva.
    Non-agire
    Analogo del wei wu daoista, significa agire secondo l’ordine naturale delle cose (cioè secondo il Brahman), ma senza legame all’atto in sé. Bisogna agire nel quadro dei propri doveri di casta senza preoccuparsi del merito e/o del profitto.
    Non agire, per semplice rifiuto dell’azione, è mostrare attaccamento per il non agire, dunque commettere un errore. L’azione, inoltre, è inseparabile dalla vita, trovandoci in un mondo materiale. Krsna sottolinea per altro che lasciar errare il pensiero sugli oggetti sensibili, anche astenendosi dall’agire, non è la vera rinunzia, la quale è essenzialmente interiore.
    Om, sat e tat
    Om è la sillaba mistica che riassume tutto il Veda e simboleggia il Brahman.
    Il termine tat viene associato al Brahman nella celebre formula tat tvam asi, “tu sei quello”. Sat significa letteralmente “l’esistente”, ma viene tradotto comunemente con “Essere”, opposto al Non Essere (asat). Sat rappresenta ciò che è per eccellenza: da cui il significato di “buono” e “santo”.
    “Ogni opera [compiuta] senza fede: libagione, dono, ascesi o pratica, è detta “asat”, o figlio di Prtha; essa non esiste né dopo la morte né quaggiù.”
    L’opera compiuta senza le condizioni richieste non solo non è buona, ma, sotto ogni rispetto, non esiste, è “Non Essere”.
    Prakrti e Purusa
    Dal Signore procedono due ordini: quello naturale (della prakrti) e quello spirituale (del Purusa). Il Beato non ha alcun legame con l’atto; l’attività appartiene in realtà alla sua prakrti.
    Sacrificio
    Il sacrificio serve agli dei, ed è loro dovuto poiché l’esistenza procura all’essere umano alcuni vantaggi.
    Non bisogna turbare gli ignoranti che mostrano attaccamento per il sacrificio: l’importante è che lo eseguano. Il sacrificio conserva un valore preparatorio che permetterà loro, in un’esistenza futura, di rinascere in condizione di capire e andare oltre. Il dubbio che il saggio potrebbe seminare in loro rischierebbe di allontanarli da opere di per sé buone.
    L’entità dell’offerta conta poco, la cosa più importante è l’intenzione.
    Samkhya
    E’ un sistema, o meglio, una disciplina, a base di pratiche psicosomatiche volte alla liberazione per mezzo della conoscenza dei principi costitutivi del reale. Esso mira anche alla “congiunzione” di tutte le attività –sensoriali e mentali- in modo da stabilizzare la mente, evitando ogni dispersione. Krsna afferma che la via della speculazione (samkhya) e la via dell’atto (yoga) sono in realtà uguali, anche se accorda il primato alla disciplina dell’azione, cioè allo yoga.
    “Sono le persone puerili, non i sapienti, a professare la separazione [assoluta] della disciplina speculativa e della disciplina pratica. Anche dedicandosi a una sola, si ottiene con pienezza il frutto di entrambe.”
    Gli ignoranti non vedono che le differenze senza discernerne le profonde analogie.
    Veda
    Hanno solo un valore preparatorio, poiché una volta ottenuta la saggezza non si sa più che farne.
    Vijnana
    E’ la conoscenza intuitiva opposta alla jnana, la conoscenza mediana che è soltanto preparatoria. Solo un uomo su mille la raggiunge.
    Yoga
    Il termine yoga deriva da YUJ, cioè “aggiogare”, che significa anche “giunzione” e “unione”. Associato a questo termine vi è il karma yoga, la “disciplina dell’azione”. Krsna afferma che la via della speculazione (samkhya) e la via dell’atto (yoga) sono in realtà uguali, anche se accorda il primato alla disciplina dell’azione, cioè allo yoga.
    I gradi dello yoga sono otto: restrizioni, osservanze, posizioni, regolazione del soffio, astrazione, concentrazione, raccoglimento e contemplazione.
    Il dhyanayoga, disciplina del raccoglimento, tratta lo studio delle ultime tre tappe: concentrazione, raccoglimento e assorbimento contemplativo.
    “Lo yoga, o Arjuna, non è per chi mangia troppo né per chi non mangia affatto, né per chi ha l’abitudine di dormire troppo o per chi [al contrario] rimane [sempre] sveglio.”
    Lo yoga deve essere un metodo moderato che facilita l’equilibrio dell’essere umano, non una costrizione innaturale. Esso tende a svuotare il pensiero del suo contenuto fluttuante per lasciare che sia invaso, in qualche modo, dall’Assoluto (Brahman) al quale il Sé (Atman) è essenzialmente identico.
    Yogin
    E’ il migliore fra i devoti. E’ superiore a chi si dedica alle austerità (tapavsin), poiché padroneggia la propria energia vitale; la vince anche sugli jnanin, quelli che posseggono una conoscenza acquisita (non la conoscenza samkhya, ma quella della scienza tradizionale). Il vero yogin adora il Signore; è questo il fondamento delle teorie delle bhakti (adorare: BHAJ) caratteristiche della Bhagavadgita, che ne è il primo grande testo, pressappoco contemporaneo senza dubbio alla Svetasvatara, dove l’adorazione si rivolge, in modo simmetrico, a Siva.

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    Leandro said on Sep 9, 2012 | 1 feedback

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