Blade Runner

Unabridged Reading by Scott Brick

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Publisher: Random House Audio

4.1
(5531)

Language: English | Number of Pages: | Format: Audio CD | In other languages: (other languages) Spanish , French , Chi traditional , German , Italian , Catalan , Portuguese , Slovenian , Czech , Norwegian , Polish , Greek , Chi simplified

Isbn-10: 1415936390 | Isbn-13: 9781415936399 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Hardcover , School & Library Binding , Audio Cassette , Mass Market Paperback , Others , Leather Bound , eBook

Category: Fiction & Literature , Philosophy , Science Fiction & Fantasy

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Book Description
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  • 5

    Aspettative non deluse

    Ho iniziato la lettura di questo libro con molte aspettative, dato che il film che ne è stato (liberamente) tratto mi è piaciuto e non poco.

    Sono rimasto incuriosito e fortemente preso dalla trama, ch ...continue

    Ho iniziato la lettura di questo libro con molte aspettative, dato che il film che ne è stato (liberamente) tratto mi è piaciuto e non poco.

    Sono rimasto incuriosito e fortemente preso dalla trama, che presenta alcuni aspetti tralasciati nel film, il quale invece preferisce giustamente approfondire altre tematiche, più gradite al grande schermo.

    Il finale è stata forse l'unica nota negativa, dato che l'ho trovato un po' troppo tirato via. Questo non danneggia però la qualità del libro, che resta altissima.

    said on 

  • 5

    Per una appassionata di romanzi distopici, questo romanzo non può mancare tra le letture... Avvincente e con molti spunti di riflessione sul nostro attuale mondo sempre più vittima della "palta" e in ...continue

    Per una appassionata di romanzi distopici, questo romanzo non può mancare tra le letture... Avvincente e con molti spunti di riflessione sul nostro attuale mondo sempre più vittima della "palta" e in cui l'empatia è sempre più rara...

    said on 

  • 5

    Il mio rapporto di lettore nei confronti di P.K. Dick con questo libro cambia radicalmente, dopo i primi disastrosi tentativi ("Il disco di fiamma", "Abramo Lincoln androide", e la "Trilogia di Valis" ...continue

    Il mio rapporto di lettore nei confronti di P.K. Dick con questo libro cambia radicalmente, dopo i primi disastrosi tentativi ("Il disco di fiamma", "Abramo Lincoln androide", e la "Trilogia di Valis") con "La svastica sul sole" avevo trovato finalmente un buon libro.
    Ma è con questo che finalmente ho trovato un libro veramente eccellente, che conferma appieno la fama che in queste ultimi anni ha acquisito l'autore

    I temi classici di Dick, la dicotomia realtà-finzione, la decadenza constante e inarrestabile dell'umanità con un certo fatalismo di fondo non sono preponderanti alla trama della vicenda ma in questo caso incastonati in una sceneggiatura veloce (l'intera storia dura un solo giorno) e precisa.
    La facilità nel seguire la vicenda non influisce sulla profondità dei temi trattati anzi forse aiuta il lettore a calarsi nei dubbi esistenziali del protagonista.
    L'atmosfera del libro è un altro punto di forza, resa abbastanza bene dalla trasposizione cinematografica, è ricca di poesia e suggestione.

    said on 

  • 3

    Nel segno della simil-pecora

    Il modulatore d'umore Panfield al posto dei fiori di Bach con tanto di codici e programmazione: "La mia agenda per oggi prevede sei ore di depressione autoaccusatoria" - questo è il mondo allegorico d ...continue

    Il modulatore d'umore Panfield al posto dei fiori di Bach con tanto di codici e programmazione: "La mia agenda per oggi prevede sei ore di depressione autoaccusatoria" - questo è il mondo allegorico di Philip Dick, scritto nel '68 e ambientato nel '92, (noi avevamo Tangentopoli, le Stragi, i Nirvana, il Karaoke e il primo SMS della storia), ipnotico visionario dalla forma mentis distopica talmente affascinante da desiderare, grazie a Carrère che ne ha scritto la biografia come opera prima (Io sono vivo, voi siete morti), di conoscerlo meglio.
    Anche se non è il mio genere preferito, in Dick Philp non si può non intravedere qualcosa di veramente geniale.

    said on 

  • 5

    Il mondo non è altro che palta; è un mondo distrutto, lo scarto di una guerra nucleare devastante che ha spopolato l’umanità e l’ha costretta a emigrare nello spazio; un mondo nuovo fondato su macerie ...continue

    Il mondo non è altro che palta; è un mondo distrutto, lo scarto di una guerra nucleare devastante che ha spopolato l’umanità e l’ha costretta a emigrare nello spazio; un mondo nuovo fondato su macerie mai scomparse e cosparse di polveri sottili letali che volano nell’aria alterando la meteorologia e nascondendo per sempre le stelle. È un mondo dove più che l’innalzamento dei mari è il deserto a estendersi portando con sé solitudini e visioni. Il reale e il virtuale sono la stessa cosa. La palta invade ogni cosa, sottomette, cresce, si autoalimenta.

    «Nessuno può battere la palta» disse «(…) È un principio universale valido in tutto l’universo; l’intero universo è diretto verso uno stato finale di paltizzazione totale e assoluta.»

    Gli animali sono quasi tutti estinti, ma nuove imprese tecnologiche ne riproducono copie artificiali perfette: clonano gatti, pecore, cavalli, tutto ciò che agli umani rimasti può dare parvenza di una fauna ormai scomparsa e può colmare le nostalgie di un passato disintegrato. I rimasti vivono concentrati in grandi città cadenti, in palazzi bui e vuoti, il silenzio supera i rumori; sognano di possedere animali viventi, ma si accontentano di quelli elettrici; prima della pecora Dolly la pecora elettrica di Rick Deckard. Sognano di provare emozioni vere, ma si accontentano di modulatori d’umore Penfield, di stimolazioni artificiali comandate: se hanno bisogno di coraggio, digitano un codice, et voilà. Sognano di vivere in comunità, ma l’unica comunità reale è una comunità digitale, un’estensione mediale: la scatola empatica nera che fonde tutte le menti in un'unica entità gestita dal mistico maestro Wilbur Mercer. I rimasti sono uomini normali e uomini “speciali”; gli speciali hanno inalato così tanta polvere radioattiva che le loro facoltà cognitive sono seriamente compromesse e cui non è permesso di procreare.

    Lo slogan che a quel tempo i manifesti, gli annunci TV, e i dépliant postali del governo sbandieravano recitava: «Emigrate o degenerate! A voi la scelta!»

    Anche l’uomo è stato duplicato, per sopperire alla mancanza di manodopera nelle colonie extraterrestri, da droidi organici sempre più reali e nella loro ultima versione Nexus-6, con impiantate identità sintetiche emozionali. Ma un gruppo di androidi ridotti in schiavitù hanno deciso di fuggire sulla Terra e qui si agirano illegalmente confondendosi con i loro simili umani. Rick Deckard ha l’infausto compito di stanarli e ritirarli affidandosi a speciali test dell’empatia e a torce laser fatali, volando in macchina da un palazzo all’altro in una sporca San Francisco.

    Rick è roso dai dubbi, dalla sua esperienza, si chiede in continuazione quanto di umano c’è in un androide, se essi possano sognare, quanto essi possano davvero amare, cosa provino nel fare l’amore, nel cantare, nell’uccidere un animale, se riescano a gestire l’emozioni, quanto sia giusto ritirarli, assassinarli; per lui il suo lavoro è diventato impossibile.

    «Dovunque andrai, ti si richiederà di fare qualcosa di sbagliato. È la condizione fondamentale della vita essere costretti a far violenza alla propria personalità. Prima o poi, tutte le creature viventi devono farlo. È l’ombra estrema, il difetto della creazione; è la maledizione che si compie, la maledizione che si nutre della vita. In tutto l’universo.»

    Ma gli androidi sognano pecore elettriche? è un lungo racconto esistenziale, di solitudine e angoscia, di ricerca filosofica su quanto la tecnologia possa spingersi al di là dei confini morali, la tecnologia che si evolve sempre troppo rapidamente, e l’umanità che al contrario pare regredire. È una distopia possibile e per questo visionaria; una riflessione sull’appiattimento dei sentimenti, sull’isolamento forzato, sull’affezione per il digitale. È quasi un inno al vuoto, all’impotenza di vivere, alla finzione del reale.

    Si chiese, allora, se anche le altre persone rimaste sulla Terra percepissero il vuoto allo stesso modo. O la sua era una sensibilità particolare, propria della sua identità biologica deviata, una bizzarria generata dal suo inadeguato sistema sensoriale? (…) lì in piedi in quel salotto sfatto, solo con l’onnipervasiva assenza di respiro del possente silenzio del mondo.

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  • 0

    Bello, ma con riserve

    Era il 1983, quando al vecchio cinema all'aperto ""Il padiglione spiaggiato"" di Marina di Grosseto, vidi "Blade Runner". Un caleidoscopio noir di cupezza, distopia, colori, funghi prataioli, allucin ...continue

    Era il 1983, quando al vecchio cinema all'aperto ""Il padiglione spiaggiato"" di Marina di Grosseto, vidi "Blade Runner". Un caleidoscopio noir di cupezza, distopia, colori, funghi prataioli, allucinazioni e trote cyberpunk che non poté non far sobbalzare il tenero virgulto Tozzetti. La pellicola di Scott era veramente il capolavoro di cui mi parlò il mio amico Cafiero Scololapasta proprio l'inverno precedente.

    Ed è così che, a distanza di più di due decenni, mi ritrovo col suo equivalente letterario tra le mani; della serie: ecco come tutto ebbe inizio.
    Non starò qui a discorrere la felice penna del Filippo Dick: il romanzo è stato di mio gradimento, tanto che ne ho spedita una copia autografata da Gatto Panceri proprio al caro vecchio Cafiero.
    Ma mai arriverò a concepire l'idea di un titolo così: "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?".
    Ma che titolo è? Com'è possibile una tale idiozia? Avrebbe potuto intitolarsi "Ma i montoni sognano androidi a metano?" e non sarebbe cambiato nulla. Sarebbe rimasto un ottimo testo, comunque messo in ridicolo da un titolo francamente idiota; e non lo dico nel senso dostoieschiano del termine, eh.
    Rimane semplicemente una domanda inevasa: se gli androidi sognano pecore elettriche, il signor Dick non ha saputo dirmelo.

    Scriverò a breve una lettera di lamentele a una delle sue ex-mogli.

    said on 

  • 0

    Bello, ma con riserve

    Era il 1983, quando al vecchio cinema all'aperto "Il padiglione spiaggiato" di Marina di Grosseto, vidi "Blade Runner". Un caleidoscopio noir di cupezza, distopia, colori, funghi prataioli, allucinaz ...continue

    Era il 1983, quando al vecchio cinema all'aperto "Il padiglione spiaggiato" di Marina di Grosseto, vidi "Blade Runner". Un caleidoscopio noir di cupezza, distopia, colori, funghi prataioli, allucinazioni e trote cyberpunk che non poté non far sobbalzare il tenero virgulto Tozzetti. La pellicola di Scott era veramente il capolavoro di cui mi parlò il mio amico Cafiero Scololapasta proprio l'inverno precedente.

    Ed è così che, a distanza di più di due decenni, mi ritrovo col suo equivalente letterario tra le mani; della serie: ecco come tutto ebbe inizio.
    Non starò qui a discorrere la felice penna del Filippo Dick: il romanzo è stato di mio gradimento, tanto che ne ho spedita una copia autografata da Gatto Panceri proprio al caro vecchio Cafiero.
    Ma mai arriverò a concepire l'idea di un titolo così: "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?"
    Ma che titolo è? Com'è possibile una tale idiozia? Avrebbe potuto intitolarsi "Ma i montoni sognano androidi a metano?" e non sarebbe cambiato nulla. Sarebbe rimasto un ottimo testo, comunque messo in ridicolo da un titolo francamente idiota; e non lo dico nel senso dostoieschiano del termine, eh.
    Rimane semplicemente una domanda inevasa: se gli androidi sognano pecore elettriche, il signor Dick non ha saputo dirmelo.

    Scriverò a breve una lettera di lamentele a una delle sue ex-mogli.

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  • 4

    Gli uomini sognano donne elettroniche?

    L'uomo del futuro, in questo classico dei romanzi distopici, costruisce androidi. Questa era una delle ossessioni della fantascienza di una cinquantina di anni fa, probabilmente non giustificata, vist ...continue

    L'uomo del futuro, in questo classico dei romanzi distopici, costruisce androidi. Questa era una delle ossessioni della fantascienza di una cinquantina di anni fa, probabilmente non giustificata, visto che quasi nessuno oggi pensa più di realizzare esseri sostituenti gli umani; troppo costoso, troppo complicato, troppo inutile. Ma sto divagando.

    Nel libro gli androidi sono quasi uguali agli umani. L'unica differenza è la durata ridotta della vita (per modo di dire...) e la mancanza di... qualcosa.

    Ma cosa? Ecco, qui sta il senso del romanzo, la domanda angosciante: cos’è che rende unici noi umani?

    Per Dick la risposta è l'empatia e, in fondo, la "consapevolezza" di essere vivi. Ma trasmettendo ad una macchina la capacità di pensare, intrinsecamente si trasmette anche la consapevolezza di esistere. E forse l'empatia (e la capacità di avere emozioni) segue di conseguenza...

    Quindi? Cosa faremo quando saremo in grado di generare androidi perfettamente simili agli umani? L'umanità sarà annientata? Il nostro sarà un futuro di solitudine, di polvere e rapporti promiscui con androidi? Dobbiamo pensarci ora e mettere un freno al progresso tecnologico? Ci sono scelte etiche che dobbiamo fare oggi?

    Il tema è affascinante, anche se personalmente non credo arriveremo mai a questo punto e non sono affatto d'accordo nel mettere limiti al progresso tecnologico (sempre che ci riuscissimo, cosa che vedo alquanto difficile).

    Molto interessante il libro, non tanto per lo svolgimento (un pochino datato, onestamente) quanto per gli interrogativi che pone.
    Come al solito, i grandi libri fanno buone domande e danno poche risposte...

    PS: Mai una volta che questi libri di fantascienza ipotizzino un futuro migliore... pure l'amplesso uomo/androide ci voleva!

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  • 4

    Distopia fantascientifica allucinoggena!

    Credo che definire Dick un autore di fantascienza sia riduttivo e ingiusto: certamente lo si può leggere come tale riconoscendogli una fervida immaginazione riguardo le soluzioni tecniche future, oppu ...continue

    Credo che definire Dick un autore di fantascienza sia riduttivo e ingiusto: certamente lo si può leggere come tale riconoscendogli una fervida immaginazione riguardo le soluzioni tecniche future, oppure possiamo leggerlo, se proprio si deve dare una catalogazione più corretta, come uno scrittore distopico estremamente pessimista nel prevedere il futuro non tanto tecnico quanto sociale,  che forse pessimista non lo é neppure tanto. Prendendo questo "ma gli androidi..." O se vi garba di più"il cacciatore di androidi" o se volete capire meglio"blade runner" si potrebbe anche pensare ad un romanzo allegorico ambientato nel futuro. Ci si trova l'ambizione di possedere rarissimi animali vivi dove oggi ci potrebbe essere quella di comprare grosse auto, grosse case, o la borsa di Luigi Vittone, un'ambizione non fine all'oggetto  ma solo strumentale a dimostrare tramite esso un nostro presunto successo; non importa che non si riesca a raggiungere l'obbiettivo, il sistema ha creato il surrogato, l'animale meccanico, l'importante é possedere, o almeno farlo credere, ostentare. Poi mi viene da pensare ad una civiltà che crea automi raggiungendo una tale perfezione nel costruirli da arrivare a temerli; un'altra peculiarità dell'uomo moderno: pensare di sostituirsi a Dio, creare, farsi scappare di mano le cose per poi combatterle cercando di distruggerle autodistruggendosi; che siano oggetti animati(come gli androidi) o che siano cose(come la terra annientata dalla guerra nucleare). Credo che le chiavi di lettura per interpretare questo Dick siano molteplici, tutte per quanto disincantate e pessimiste, come la mancanza di luce, il pessimismo, il sudiciume imperante(resa fedelmente anche nel film) sono espresse con stoica ironia che rende piacevole la lettura. Si può riflettere contemplando la caducità della specie umana, oppure leggere con leggerezza considerando che forse lo scrittore americano, mentre scriveva questi deliri visionari era strafatto di anfetamina, e comunque é un bel viaggio. Scegliete voi.

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