Blade Runner

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Editeur: European Schoolbooks

4.1
(5553)

Language: Français | Number of pages: | Format: Paperback | En langues différentes: (langues différentes) English , Spanish , Chi traditional , German , Italian , Catalan , Portuguese , Slovenian , Czech , Norwegian , Polish , Greek , Chi simplified

Isbn-10: 2290314943 | Isbn-13: 9782290314944 | Publish date: 

Category: Fiction & Literature , Philosophy , Science Fiction & Fantasy

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Description du livre
It was January 2021, and Rick Deckard had a license to kill.Somewhere among the hordes of humans out there, lurked several rogue androids. Deckard's assignmet--find them and then..."retire" them. Trouble was, the androids all looked exactly like humans, and they didn't want to be found!
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  • 3

    Per essere inquietante è inquietante, senza dubbio. Che sia anche un capolavoro, non so. Dick scrive nel 1968, e rispetta le tre unità aristoteliche, di tempo (un 1992 postnucleare), luogo (San Franci ...continuer

    Per essere inquietante è inquietante, senza dubbio. Che sia anche un capolavoro, non so. Dick scrive nel 1968, e rispetta le tre unità aristoteliche, di tempo (un 1992 postnucleare), luogo (San Francisco, tranne una breve trasferta a Seattle che però, con i nuovi mezzi di trasporto, è praticamente dietro l’angolo) e azione (le 24 ore durante le quali il cacciatore di androidi Rick Deckard ritira, cioè elimina, 6 androidi di nuova concezione che hanno violato il divieto di visitare la Terra). Curiosa questa Terra, devastata, priva di luce e quasi di ogni forma di vita animale e vegetale, eppure oggetto di desiderio per quanti sono confinati lontano, in posti ancora più inospitali. E curiosi questi androidi, che nella bella postfazione Gabriele Frasca definisce elettrodomestici, ma che lo sono, se lo sono, in maniera molto singolare.

    Deckard è affascinato da un modello femminile di androide, e comincia (e noi con lui) a porsi domande che non si porrebbe se dovesse semplicemente eliminare un frigorifero. Gli androidi, si dice, non provano empatia, e su questa loro incapacità di basa il test di Voigt-Kampff, che permette di individuarli. Ma ci sono livelli diversi di empatia, esseri umani che ne sono privi quasi quanto gli androidi, e forme di empatia deviate (specie, in questo libro, verso gli animali) che forse andrebbero chiamate con un altro nome. Uno degli aspetti più interessanti di questo romanzo è come si smussino, un po’ alla volta, le distinzioni fra uomini e no. Un po’ alla volta, ma mai fino in fondo, e alla fine viene da pensare che questo argomento avrebbe potuto essere sviluppato meglio.

    Non è l’unico. Dick ha dichiarato in un’intervista che ha voluto intrecciare 16 temi; solo 2 sono stati ripresi dagli sceneggiatori del film, e hanno fatto bene. La struttura del testo, perfetta quando si tratta di coordinare le scene d’azione e i dialoghi, è molto carente invece nel decidere di che cosa si stia, in realtà, parlando. Così, insieme a una messinscena sontuosa, che Frasca giustamente avvicina al teatro barocco, ci sono oscure parentesi misticheggianti, svolte incomprensibili (chi è Mercier, e come fa a comparire in carne ed ossa ad aiutare Deckard, se è un pensionato dell’Indiana?); allegorie che potrebbero essere illuminanti se Dick avesse avuto la pazienza di dar loro un minimo di sviluppo invece di buttarle là e passare ad altro; pagine avvincenti e qualche pagina noiosa; brillanti intuizioni sul futuro, insieme a passaggi tirati via; e poi c’è un curioso trovarobato di oggetti che, nel 1968, si pensava evidentemente fossero più insostituibili di quanto non si siano rivelati, come la carta-carbone. Nel complesso, un libro spesso avvincente ma non sempre, che, a differenza del film, alla fine non si capisce bene dove vada a parare.

    Meglio il film.

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  • *** Ce commentaire dévoile des détails importants de l\'intrigue ! ***

    2

    Non il migliore romanzo di P.K.

    Ho trovato il libro mediocre nelle parti con gli androidi (vedi SPOILER più avanti), mentre ho trovato il Mercerianesimo, Buster e il modulatore d'umore ottimi spunti che avrei voluto approfondire.
    ...continuer

    Ho trovato il libro mediocre nelle parti con gli androidi (vedi SPOILER più avanti), mentre ho trovato il Mercerianesimo, Buster e il modulatore d'umore ottimi spunti che avrei voluto approfondire.
    *
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    SPOILER
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    1) Lo scontro finale tanto atteso dura meno di una facciata.
    2) Che fine ha fatto la trappola nell'appartamento con il mod. d'umore?
    3) Ed il congegno per spegnere gli androidi datogli da Rachel?
    4) La "struggente" relazione con Rachel: ti amo, ti uccido, non riuscirò ad uccidere Pris perché è uguale a te, uccide Pris senza esitazioni.

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  • 5

    Aspettative non deluse

    Ho iniziato la lettura di questo libro con molte aspettative, dato che il film che ne è stato (liberamente) tratto mi è piaciuto e non poco.

    Sono rimasto incuriosito e fortemente preso dalla trama, ch ...continuer

    Ho iniziato la lettura di questo libro con molte aspettative, dato che il film che ne è stato (liberamente) tratto mi è piaciuto e non poco.

    Sono rimasto incuriosito e fortemente preso dalla trama, che presenta alcuni aspetti tralasciati nel film, il quale invece preferisce giustamente approfondire altre tematiche, più gradite al grande schermo.

    Il finale è stata forse l'unica nota negativa, dato che l'ho trovato un po' troppo tirato via. Questo non danneggia però la qualità del libro, che resta altissima.

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  • 5

    Per una appassionata di romanzi distopici, questo romanzo non può mancare tra le letture... Avvincente e con molti spunti di riflessione sul nostro attuale mondo sempre più vittima della "palta" e in ...continuer

    Per una appassionata di romanzi distopici, questo romanzo non può mancare tra le letture... Avvincente e con molti spunti di riflessione sul nostro attuale mondo sempre più vittima della "palta" e in cui l'empatia è sempre più rara...

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  • 5

    Il mio rapporto di lettore nei confronti di P.K. Dick con questo libro cambia radicalmente, dopo i primi disastrosi tentativi ("Il disco di fiamma", "Abramo Lincoln androide", e la "Trilogia di Valis" ...continuer

    Il mio rapporto di lettore nei confronti di P.K. Dick con questo libro cambia radicalmente, dopo i primi disastrosi tentativi ("Il disco di fiamma", "Abramo Lincoln androide", e la "Trilogia di Valis") con "La svastica sul sole" avevo trovato finalmente un buon libro.
    Ma è con questo che finalmente ho trovato un libro veramente eccellente, che conferma appieno la fama che in queste ultimi anni ha acquisito l'autore

    I temi classici di Dick, la dicotomia realtà-finzione, la decadenza constante e inarrestabile dell'umanità con un certo fatalismo di fondo non sono preponderanti alla trama della vicenda ma in questo caso incastonati in una sceneggiatura veloce (l'intera storia dura un solo giorno) e precisa.
    La facilità nel seguire la vicenda non influisce sulla profondità dei temi trattati anzi forse aiuta il lettore a calarsi nei dubbi esistenziali del protagonista.
    L'atmosfera del libro è un altro punto di forza, resa abbastanza bene dalla trasposizione cinematografica, è ricca di poesia e suggestione.

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  • 3

    Nel segno della simil-pecora

    Il modulatore d'umore Panfield al posto dei fiori di Bach con tanto di codici e programmazione: "La mia agenda per oggi prevede sei ore di depressione autoaccusatoria" - questo è il mondo allegorico d ...continuer

    Il modulatore d'umore Panfield al posto dei fiori di Bach con tanto di codici e programmazione: "La mia agenda per oggi prevede sei ore di depressione autoaccusatoria" - questo è il mondo allegorico di Philip Dick, scritto nel '68 e ambientato nel '92, (noi avevamo Tangentopoli, le Stragi, i Nirvana, il Karaoke e il primo SMS della storia), ipnotico visionario dalla forma mentis distopica talmente affascinante da desiderare, grazie a Carrère che ne ha scritto la biografia come opera prima (Io sono vivo, voi siete morti), di conoscerlo meglio.
    Anche se non è il mio genere preferito, in Dick Philp non si può non intravedere qualcosa di veramente geniale.

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  • 5

    Il mondo non è altro che palta; è un mondo distrutto, lo scarto di una guerra nucleare devastante che ha spopolato l’umanità e l’ha costretta a emigrare nello spazio; un mondo nuovo fondato su macerie ...continuer

    Il mondo non è altro che palta; è un mondo distrutto, lo scarto di una guerra nucleare devastante che ha spopolato l’umanità e l’ha costretta a emigrare nello spazio; un mondo nuovo fondato su macerie mai scomparse e cosparse di polveri sottili letali che volano nell’aria alterando la meteorologia e nascondendo per sempre le stelle. È un mondo dove più che l’innalzamento dei mari è il deserto a estendersi portando con sé solitudini e visioni. Il reale e il virtuale sono la stessa cosa. La palta invade ogni cosa, sottomette, cresce, si autoalimenta.

    «Nessuno può battere la palta» disse «(…) È un principio universale valido in tutto l’universo; l’intero universo è diretto verso uno stato finale di paltizzazione totale e assoluta.»

    Gli animali sono quasi tutti estinti, ma nuove imprese tecnologiche ne riproducono copie artificiali perfette: clonano gatti, pecore, cavalli, tutto ciò che agli umani rimasti può dare parvenza di una fauna ormai scomparsa e può colmare le nostalgie di un passato disintegrato. I rimasti vivono concentrati in grandi città cadenti, in palazzi bui e vuoti, il silenzio supera i rumori; sognano di possedere animali viventi, ma si accontentano di quelli elettrici; prima della pecora Dolly la pecora elettrica di Rick Deckard. Sognano di provare emozioni vere, ma si accontentano di modulatori d’umore Penfield, di stimolazioni artificiali comandate: se hanno bisogno di coraggio, digitano un codice, et voilà. Sognano di vivere in comunità, ma l’unica comunità reale è una comunità digitale, un’estensione mediale: la scatola empatica nera che fonde tutte le menti in un'unica entità gestita dal mistico maestro Wilbur Mercer. I rimasti sono uomini normali e uomini “speciali”; gli speciali hanno inalato così tanta polvere radioattiva che le loro facoltà cognitive sono seriamente compromesse e cui non è permesso di procreare.

    Lo slogan che a quel tempo i manifesti, gli annunci TV, e i dépliant postali del governo sbandieravano recitava: «Emigrate o degenerate! A voi la scelta!»

    Anche l’uomo è stato duplicato, per sopperire alla mancanza di manodopera nelle colonie extraterrestri, da droidi organici sempre più reali e nella loro ultima versione Nexus-6, con impiantate identità sintetiche emozionali. Ma un gruppo di androidi ridotti in schiavitù hanno deciso di fuggire sulla Terra e qui si agirano illegalmente confondendosi con i loro simili umani. Rick Deckard ha l’infausto compito di stanarli e ritirarli affidandosi a speciali test dell’empatia e a torce laser fatali, volando in macchina da un palazzo all’altro in una sporca San Francisco.

    Rick è roso dai dubbi, dalla sua esperienza, si chiede in continuazione quanto di umano c’è in un androide, se essi possano sognare, quanto essi possano davvero amare, cosa provino nel fare l’amore, nel cantare, nell’uccidere un animale, se riescano a gestire l’emozioni, quanto sia giusto ritirarli, assassinarli; per lui il suo lavoro è diventato impossibile.

    «Dovunque andrai, ti si richiederà di fare qualcosa di sbagliato. È la condizione fondamentale della vita essere costretti a far violenza alla propria personalità. Prima o poi, tutte le creature viventi devono farlo. È l’ombra estrema, il difetto della creazione; è la maledizione che si compie, la maledizione che si nutre della vita. In tutto l’universo.»

    Ma gli androidi sognano pecore elettriche? è un lungo racconto esistenziale, di solitudine e angoscia, di ricerca filosofica su quanto la tecnologia possa spingersi al di là dei confini morali, la tecnologia che si evolve sempre troppo rapidamente, e l’umanità che al contrario pare regredire. È una distopia possibile e per questo visionaria; una riflessione sull’appiattimento dei sentimenti, sull’isolamento forzato, sull’affezione per il digitale. È quasi un inno al vuoto, all’impotenza di vivere, alla finzione del reale.

    Si chiese, allora, se anche le altre persone rimaste sulla Terra percepissero il vuoto allo stesso modo. O la sua era una sensibilità particolare, propria della sua identità biologica deviata, una bizzarria generata dal suo inadeguato sistema sensoriale? (…) lì in piedi in quel salotto sfatto, solo con l’onnipervasiva assenza di respiro del possente silenzio del mondo.

    dit le 

  • 0

    Bello, ma con riserve

    Era il 1983, quando al vecchio cinema all'aperto ""Il padiglione spiaggiato"" di Marina di Grosseto, vidi "Blade Runner". Un caleidoscopio noir di cupezza, distopia, colori, funghi prataioli, allucin ...continuer

    Era il 1983, quando al vecchio cinema all'aperto ""Il padiglione spiaggiato"" di Marina di Grosseto, vidi "Blade Runner". Un caleidoscopio noir di cupezza, distopia, colori, funghi prataioli, allucinazioni e trote cyberpunk che non poté non far sobbalzare il tenero virgulto Tozzetti. La pellicola di Scott era veramente il capolavoro di cui mi parlò il mio amico Cafiero Scololapasta proprio l'inverno precedente.

    Ed è così che, a distanza di più di due decenni, mi ritrovo col suo equivalente letterario tra le mani; della serie: ecco come tutto ebbe inizio.
    Non starò qui a discorrere la felice penna del Filippo Dick: il romanzo è stato di mio gradimento, tanto che ne ho spedita una copia autografata da Gatto Panceri proprio al caro vecchio Cafiero.
    Ma mai arriverò a concepire l'idea di un titolo così: "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?".
    Ma che titolo è? Com'è possibile una tale idiozia? Avrebbe potuto intitolarsi "Ma i montoni sognano androidi a metano?" e non sarebbe cambiato nulla. Sarebbe rimasto un ottimo testo, comunque messo in ridicolo da un titolo francamente idiota; e non lo dico nel senso dostoieschiano del termine, eh.
    Rimane semplicemente una domanda inevasa: se gli androidi sognano pecore elettriche, il signor Dick non ha saputo dirmelo.

    Scriverò a breve una lettera di lamentele a una delle sue ex-mogli.

    dit le 

  • 0

    Bello, ma con riserve

    Era il 1983, quando al vecchio cinema all'aperto "Il padiglione spiaggiato" di Marina di Grosseto, vidi "Blade Runner". Un caleidoscopio noir di cupezza, distopia, colori, funghi prataioli, allucinaz ...continuer

    Era il 1983, quando al vecchio cinema all'aperto "Il padiglione spiaggiato" di Marina di Grosseto, vidi "Blade Runner". Un caleidoscopio noir di cupezza, distopia, colori, funghi prataioli, allucinazioni e trote cyberpunk che non poté non far sobbalzare il tenero virgulto Tozzetti. La pellicola di Scott era veramente il capolavoro di cui mi parlò il mio amico Cafiero Scololapasta proprio l'inverno precedente.

    Ed è così che, a distanza di più di due decenni, mi ritrovo col suo equivalente letterario tra le mani; della serie: ecco come tutto ebbe inizio.
    Non starò qui a discorrere la felice penna del Filippo Dick: il romanzo è stato di mio gradimento, tanto che ne ho spedita una copia autografata da Gatto Panceri proprio al caro vecchio Cafiero.
    Ma mai arriverò a concepire l'idea di un titolo così: "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?"
    Ma che titolo è? Com'è possibile una tale idiozia? Avrebbe potuto intitolarsi "Ma i montoni sognano androidi a metano?" e non sarebbe cambiato nulla. Sarebbe rimasto un ottimo testo, comunque messo in ridicolo da un titolo francamente idiota; e non lo dico nel senso dostoieschiano del termine, eh.
    Rimane semplicemente una domanda inevasa: se gli androidi sognano pecore elettriche, il signor Dick non ha saputo dirmelo.

    Scriverò a breve una lettera di lamentele a una delle sue ex-mogli.

    dit le 

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