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Breve trattato sulla decrescita serena

Di

Editore: Bollati Boringhieri

3.9
(394)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 135 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8833970027 | Isbn-13: 9788833970028 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri

Genere: Business & Economics , Political , Social Science

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Descrizione del libro
«La decrescita non è la crescita negativa. Sarebbe meglio parlare di “acrescita”, così come si parla di ateismo. D’altra parte, si tratta proprio dell’abbandono di una fede o di una religione (quella dell’economia, del progresso e dello sviluppo). Se è ormai riconosciuto che il perseguimento indefinito della crescita è incompatibile con un pianeta finito, le conseguenze (produrre meno e consumare meno) sono invece ben lungi dall’essere accettate. Ma se non vi sarà un’inversione di rotta, ci attende una catastrofe ecologica e umana. Siamo ancora in tempo per immaginare, serenamente, un sistema basato su un’altra logica: quella di una “società di decrescita”». Serge Latouche
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  • 2

    Schtroumpfnomics

    La terra è troppo puffata. E la colpa è dei puffi.
    Ma il Grande Puffo sa come si può puffare una soluzione!
    Basta creare un'economia puffa, un'ecologia puffa, una società puffa, quindi un uomo puffo [questa dell'uomo puffo l'abbiamo già sentita e s'è visto com'è andata a finire ...continua

    La terra è troppo puffata. E la colpa è dei puffi.
    Ma il Grande Puffo sa come si può puffare una soluzione!
    Basta creare un'economia puffa, un'ecologia puffa, una società puffa, quindi un uomo puffo [questa dell'uomo puffo l'abbiamo già sentita e s'è visto com'è andata a finire] e una puffa consapevolezza che questo è un puffo serio.

    Dite di no? Bèh, la serietà accademica è questa.

    Elenca dati noti e contemporaneamente di provenienza oscura, poi li correla come pare a lui, quando un report gli fa comodo lo prende dentro, se contiene parti difformi, le scorda.

    Un esempio? Il tristemente noto "Club di Roma" che dal '72 dice che il petrolio finirà domani, (invocando misure draconiane, d'immediata applicazione ovviamente consigliate dal Club medesimo che avrebbe la plurimillenaria funzione del "filosofo che consiglia il Potere" furbata nota già nel 500 A.C. circa in Grecia e probabilmente - se a filosofo sostituiamo "Grande Sacerdote" - retrodatabile di qualche millennio) naturalmente ogni giorno ha un domani e a forza di gufare sono passati quarant'anni e non solo non è finito, ma - ad esempio gli USA - ci sono paesi che addirittura si stanno smarcando dal cappio medioriental-islamico.

    Tenete conto che in economia (come in meteorologia) una previsione che fallisce le date è già fallita, non basta dire "pioverà", ma sarebbe utile dire "quando".

    Poi è furbissimo. Quando una cifra rappresenta un risparmio la converte in unità di lavoro umano (una lampadina da poche decine di watt è equivalente) quindi pare che ci siano vere e proprie miniere di risorse in ogni risparmio, ma quando è una riduzione di reddito o detto risparmio si convertirebbe in lavoro aggiuntivo per gli umani, ci gira intorno. (eh sì sostituire la consumosissima lavatrice colle braccia, la pietra, la cenere ed il ruscello provoca intere giornate a fare il bucato, altro che studiare, lavorare, giocare col bimbo o prendersi l'aperitivo, eppoi finito il bucato, senza la Station Wagon, portare a braccia un carretto sulla salita della villetta collinare orgoglio della famiglia. Cavallo? Sticazzi il cavallo, anche un asinello ha bisogno di ettari di foraggio per autosostentarsi, ettari.

    E voi nel giardinetto della villetta a schiera (con tavernetta) potreste al massimo ottenere due conigli-vapore.

    Infatti quando parla di "lavorare meno per lavorare tutti" non solo tace che solo i lavori di basso livello sono largamente parcellizzabili ("basso" s'intende che gli operai di una moderna fabbrica di elettrodomestici o d'auto, sono già esclusi, ma pure una maestra di scuola intelligente non è sostituibile da due mezzi cretini e lo sappiamo perché ci hanno già provato) ma s'aggrappa a una formula assai oscura per il lettore medio: "la produttività oraria del lavoro è aumentata di 30 volte, la durata del lavoro individuale si è ridotta soltanto della metà e l'occupazione è aumentata soltanto di 1,75 volte, mentre la produzione è aumentata di 26 volte."

    Ohibò! A parte che la formula darebbe 34,286 non 26 (forse "metà" è approssimato, infatti se passiamo da 50% a 66% è corretta) ma non dice che quella formula è quella della quota di produzione complessiva totale del lavoro, ovvero del REDDITO da lavoro, produttività però inscindibile da quella del capitale, per cui ogni discorso sulla medesima dovrebbe includere anche l'altra, ma alla fine cambiare quella formula significa cambiare il reddito, il vostro naturalmente.

    Cambiamento che - se uno legge bene - secondo le sue implicazioni è drastico. In qualche anno la crisi ha ridotto il reddito di moltissimi italiani di circa un 10%, facendoli preoccupare quasi tutti, incazzare parecchi ed inferocire alcuni. Questo con solo il 10%. Lui propone riduzioni multiple... Ne deriverebbe una progressione emotiva tipo: inferociti/armati/armati in azione.

    A capire questo pericolo infatti ci arriva, che chi obbligasse ex abrupto una collettività alle sue misure, finirebbe fucilato entro la mattina, lasciando il plotone libero in tempo per l'aperitivo, ma dice più o meno che con coscienza (quando non sa più come cavarsela ci mette sempre un sendimendo) e azione politica si può fare.
    Eh, certo: come disse il poveta "Con pazienza ed arte sopraffina, anche un elefante s'incula la gallina".

    Notare che il suo mentore, un certo Castoriadis, ammette che "Di fronte a una catastrofe ecologica mondiale è ben concepibile l'instaurarsi di regimi autoritari che impongano restrizioni drastiche a una popolazione impaurita e apatica. [...] E, se non si produce un nuovo movimento, un risveglio del progetto democratico, l'"ecologia" può benissimo essere integrata in un ideologia neofascista".

    Che sia fascista necessariamente non so dire, ma di certo la massa totale delle riduzioni e riallocazioni della spesa necessarie alle misure latouchiane, è molto maggiore a quelle che Stalin riuscì ad ottenere durante la Grande Guerra Patriottica o Mao nell'industrializzazione forzata della Cina.

    A me va benissimo, purché Stalin lo faccia io, ma temo che per quella sedia ci sarebbe la fila, ad incominciare da Latouche stesso, il cui tono "riformista" è più o meno questo:

    "un cambiamento degli stili di vita e l'eliminazione di bisogni inutili ("dimagrimenti" sostanziosi della pubblicità, del turismo, dei trasporti, dell'industria automobilistica, dell'agrobusiness, delle biotecnologie ecc.)"

    Ho cercato se v'erano in nota le destinazioni degli esuberi nella pubblicità, nel turismo, nei trasporti eccetera, Tagikistan? Uzbekistan, Khazakistan? Turkmenistan? Kirghizistan? Siberia?
    Non c'erano, si vede che il Quarto Direttorato del Popolo non ha ancora terminato il lavoro.

    Il fatto che - altro esempio - con le accise, sì quelle che c'accidono, sui carburanti e trasporti in genere, il provvido Governo Taliano ci paga un esagerazione di pensioni, se tronchiamo i consumi petroliferi, dette risorse andranno reperite da un'altro settore, su cui l'enorme impatto fiscale (erano 120000 miliardi di lire prima dell'euro) creerebbe un crollo degli acquisti, distruggendolo e via coll'effetto domino.

    Ma questi per Latouche sono quisquilie: lui pensa al Pianeta, ai Poveri, alle Risorse Condivise, alle Specie Animali... alle Maiuscole.

    Insomma, se avete un minimo di cultura economico-finanziaria e se riuscite ad astrarre che questo Grande Puffo è considerato un guru da agitatori culturali, organizzatori della coesione territoriale, psicologi di plesso, pedagoghi sildenafilici, ablatori della pituitaria ed altri mangiapane a ufo, vi fate un paio d'ore di risate.

    Magari sospendete gli sghignazzi quando cita Carlo Petrini perché con lui ci azzeccherebbe pure ma dimentica che il cibo abbastanza più caro, naturale, "biologico" non si vende per coscienza ecologista, ma perché è dannatamente più buono.

    Segua un po' la creazione del gusto, il mercato e l'innovazione, non i psicofilosofi, o Grande Puffo e vedrà che una strada per migliorie graduali e generatrici di reddito invece di distruzione del, la si trova.

    ha scritto il 

  • 3

    Innanzitutto si tratta di disintossicarsi dalla dipendenza da lavoro....ritrovare le dimensioni di vita che sono state rimosse: il tempo per fare il proprio dovere di cittadino, il piacere della produzione libera, artistica o artigianale, la sensazione del tempo ritrovato per il gioco, la contemp ...continua

    Innanzitutto si tratta di disintossicarsi dalla dipendenza da lavoro....ritrovare le dimensioni di vita che sono state rimosse: il tempo per fare il proprio dovere di cittadino, il piacere della produzione libera, artistica o artigianale, la sensazione del tempo ritrovato per il gioco, la contemplazione,la meditazione, la cnversazione, o semplicemente la gioia di vivere.

    La politica non è la morale, e il responsabile politico deve fare dei compromessi con l'esistenza del male. La ricerca del bene comune non è la ricerca del bene assoluto ma quella del male minore. Anche se il realismo politico non consiste nell'adeguarsi alla banalità del male ma nel contenerla all'interno dell'orizzonte del bene comune.

    ha scritto il 

  • 3

    Interessante. Soluzioni, però, onestamente avverte di non averne alcuna. Riflessioni da conoscere tuttavia, anche perché ci avviciniamo sempre più al punto di non ritorno

    ha scritto il 

  • 3

    Questo Breve Trattato sulla Decrescita Serena è una leggera e fruibile esposizione delle teorie elaborate da Latouche nel più corposo La Scommessa della Decrescita (Feltrinelli, 2007).


    Cominciamo col dire che Latouche si lascia un po’ troppo andare nelle iperboli retoriche. M ...continua

    Questo Breve Trattato sulla Decrescita Serena è una leggera e fruibile esposizione delle teorie elaborate da Latouche nel più corposo La Scommessa della Decrescita (Feltrinelli, 2007).

    Cominciamo col dire che Latouche si lascia un po’ troppo andare nelle iperboli retoriche. Ma si sa, è una prerogativa culturale: quale francese non subisce il fascino del vocativo?

    Ciò detto, la decrescita viene presentata come l’unica soluzione a quel problema ineludibile che è il drammatico esaurimento delle risorse naturali del pianeta Terra. La seconda legge della termodinamica non lascia molto scampo, non è realistico pensare ad una crescita infinita in un sistema finito. Chi pensa che sia possibile – afferma Kenneth Boulding – «è un pazzo, o un economista». Latouche propone così un cambio di paradigma, che è culturale più che economico.

    Ma per descrivere compiutamente la teoria della decrescita è sufficiente, a mio avviso, andarsi a rileggere un passo della Repubblica di Platone (IV secolo a.C.) in cui Socrate spiega a Glaucone, suo interlocutore, che l’opulenza di una società costringe a introdurre funzioni economiche nuove e problematiche nella misura in cui ciò che è richiesto non è più solo uno stato sano, ma la ricerca di una struttura statale che assecondi gli aspetti peggiori del carattere del carattere dell’uomo, il lato infimo della sua personalità: avidità e cupidigia.

    «A quanto sembra, non vogliamo soltanto sapere come nasce uno stato, ma uno stato gonfio di lusso. Forse però non è male, perché così vedremo probabilmente come nascono negli stati giustizia e ingiustizia. Lo stato vero è, a mio giudizio, quello di cui abbiamo parlato ora, uno stato sano. Ma se voi volete che consideriamo anche uno stato rigonfio, nulla ce lo impedisce. [...] Bisogna dunque ingrandire ancora di più lo stato, perché quello sano non basta più: si deve accrescerlo di mole e riempirlo di una massa di gente la cui presenza negli stati non è più imposta dalla necessità

    Ora, identificare un sistema culturale o economico con le sue perversioni è un’operazione non solo moralmente dubbia, ma anche concettualmente errata. Connotare negativamente i termini crescita, progresso, sviluppo – cosa che Latouche fa regolarmente benché si affanni nell’affermare il contrario – è un controsenso evidente che, per quanto in buona fede, non potrà mai essere accolto dalla cultura occidentale. La progenie di Ulisse si tufferà sempre e comunque per l’alto mare aperto, sia esso lo spazio fisico, la tecnica, o l’intelletto. Violare un tale impulso è violare la natura stessa dell’essere umano.

    Certo, capitalismo, neoliberismo e affini sono sistemi perversi che abbisognano di limiti e correzioni profonde, ma da qui a indicare il regresso a forme di vita premoderne come unica soluzione, c’è un abisso.

    Esilarante il passo in cui lo studioso descrive, citando Bernard Revel, il progetto di rilocalizzazione economica e sociale, nel quale elogia la frugalità d’una vita legata «al campanile del villaggio».

    «”Per la maggior parte del tempo si restava nel luogo natale, con i piedi ben piantati per terra. Un campanile al centro e l’orizzonte tutto intorno delimitano un territorio sufficiente per la vita di un uomo. Tra i mille possibili, scegliere il luogo stesso dove il caso ci ha fatto nascere non è necessariamente mancanza di immaginazione. Può addirittura essere il contrario. Non è necessario muoversi perché l’immaginazione spieghi le ali.”
    [...] Noi abbiamo la fortuna inaudita, grazie alle meraviglie della tecnologia, di poter viaggiare virtualmente senza muoverci da casa

    Intendiamoci, in termini sociali il progetto della rilocalizzazione è parecchio interessante: esso punta a riacquisire quella dimensione comunitaria che per millenni ha rappresentato l’unica dimensione possibile della convivialità, e che ha prodotto una sedimentazione culturale ben definita dalla quale risulta arduo emanciparsi nello spazio di pochi decenni. Il processo di adattamento culturale alla dimensione globale stenta a decollare, la reazione a siffatta tensione è proprio la nostalgia per una ‘località‘ ormai tanto diluita da risultare irriconoscibile. Il punto però è un altro: se anche la comunità locale fosse l’unica soluzione (e ho forti dubbi in merito) come può il localismo reagire in termini realistici – cioè di potere – alla globalizzazione imperante dei sistemi economici, politici, solidali? Come può, in altri termini, un comune slow competere, e non farsi schiacciare, da una superpotenza, sia essa la Nestlé, o la Cina? Latouche, su questo punto, è piuttosto vago.

    In conclusione, il “progetto decrescita” è affascinante, ed è opportuno che lo sia nel momento in cui si pone non tanto come ideale da perseguire in modo radicale e rivoluzionario, ma come orizzonte in una prospettiva gradualistica e riformistica che miri a inoculare nella cultura dominante valori e prassi di vita più lungimiranti. Inoltre, come ogni utopia, è utile per mettere in luce il divario tra le aspirazioni sociali dell’uomo e la realtà fattuale del dato. Dopodiché, affezionato come sono al brulicante fermento della metropoli – e come me molti altri – stento a credere alla possibilità di un ritorno ad un’armonia premoderna con la natura.

    Punterei piuttosto su ciò che a più riprese Latouche depreca come etichetta moralizzante apposta a prassi economiche tutt’altro che genuine, cioè lo sviluppo sostenibile, che in verità, se inteso rettamente e applicato di conseguenza, risulta molto più adeguato all’indole occidentale di cui noi – anche Latouche – siamo comunque figli.

    ha scritto il 

  • 4

    Motivante.

    Il libro, pensato come "bignami" dei concetti cardine di cui l'autore è l'alfiere riconosciuto, scorre abbastanza rapidamente sommando riferimenti fin troppo aulici, decine di note a piè pagina più o meno pertinenti, e questioni fondamentali trattate volutamente in modo succinto. Il risultato com ...continua

    Il libro, pensato come "bignami" dei concetti cardine di cui l'autore è l'alfiere riconosciuto, scorre abbastanza rapidamente sommando riferimenti fin troppo aulici, decine di note a piè pagina più o meno pertinenti, e questioni fondamentali trattate volutamente in modo succinto. Il risultato comunque è sufficientemente comprensibile e incisivo nella sua quasi matematica urgenza.
    La decrescita serena è una "utopia feconda", per ammissione dello stesso autore. Come tale, si propone in fondo come un fine a cui tendere, nella speranza di avvicinarvisi almeno un poco. Speranza forse vana, ma oggi più che mai necessaria.
    Per quanto "decrescere" sia una difficile sfida, sembra davvero infinitamente più allettante di un futuro di crescita cieca arido e senza scelte.

    ha scritto il 

  • 4

    Chi crede che sia possibile una crescita infinita in un mondo finito, o è un pazzo o è un economista (Boulding)

    Abbiamo costruito un sistema che
    ci convince a spendere denaro che non abbiamo,
    per comprare cose di cui non abbiamo bisogno,
    per creare impressioni che non dureranno
    in persone di cui non ci importa.
    (Emile Gauvreay)

    E per fare questo, aggiungo io, ci facci ...continua

    Abbiamo costruito un sistema che
    ci convince a spendere denaro che non abbiamo,
    per comprare cose di cui non abbiamo bisogno,
    per creare impressioni che non dureranno
    in persone di cui non ci importa.
    (Emile Gauvreay)

    E per fare questo, aggiungo io, ci facciamo mangiare le giornate da un lavoro che non ci piace, deleghiamo altre persone alla cura delle persone a noi più care (i nostri figli e i nostri genitori). Persone venute da lontano, che per seguire i nostri cari a loro volta non si occupano dei propri figli o genitori dall’altra parte del Mondo.

    Veniamo al libro: l'ho trovato un po' troppo teorico, filosofico, e sul pratico insegna poco. Non iniziate da questo se non avete mai letto niente di Serge Latouche.

    Su molte cose comunque sono d'accordo con lui, ad esempio quando analizza le interconnessioni tra:
    1) la pubblicità, che crea il desiderio di consumare,
    2) il credito, che ne fornisce i mezzi, e
    3) l'obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità.

    Cominciate a spegnere la tv e se non lo avete ancora fatto, guardatevi questi due video:

    http://www.youtube.com/watch?v=fZdGPRThjrA
    http://www.youtube.com/watch?v=v3LMnJtrSvw

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    La decrescita serena è possibile?

    Si può sintetizzare il circolo virtuoso della decrescita serena attraverso le otto “R”: (notare il "ri" scelto dall'autore per nostalgia e voglia di tornare al passato)
    1. Rivalutare: “Amore della verità, senso di giustizia, responsabilità, rispetto della democrazia, elogio della differenza ...continua

    Si può sintetizzare il circolo virtuoso della decrescita serena attraverso le otto “R”: (notare il "ri" scelto dall'autore per nostalgia e voglia di tornare al passato)
    1. Rivalutare: “Amore della verità, senso di giustizia, responsabilità, rispetto della democrazia, elogio della differenza, dovere di solidarietà, uso dell’intelligenza sono i valori che vanno recuperati per la realizzazione e la salvaguardia del nostro futuro”.
    2. Riconcettualizzare: ridefinizione del binomio rarità/abbondanza con la massima urgenza. L’economia trasforma l’abbondanza naturale in rarità con la creazione artificiale della mancanza e del bisogno attraverso l’appropriazione della natura e della sua mercificazione.
    3. Ristrutturare: adeguare l’apparato produttivo e i rapporti sociali al cambiamento dei valori. Si pone la questione concreta della fuoriuscita del capitalismo.
    4. Ridistribuire: duplice effetto positivo sulla riduzione del consumo. Direttamente ridimensionando il potere e i mezzi di consumo della classe consumatrice mondiale e in particolare dell'oligarchia dei grandi predatori. Indirettamente diminuendo lo stimolo al consumo vistoso. Il bisogno del consumo spesso deriva dal desiderio di affermare uno status che dalla reale necessità.
    5. Rilocalizzare: produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione, in imprese locali finanziate dal risparmio collettivo raccolto localmente. Rilocalizzazione non solo a beneficio economico ma politica e culturale.
    6. Ridurre: diminuire in primo luogo l'impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare. Limitare il sovra consumo e lo spreco (l'80% dei prodotti messi sul mercato vengono utilizzati una sola volta e poi finiscono nella spazzatura). Altra riduzione è il turismo di massa, giusto viaggiare per arricchimento personale ma i mezzi che permettono all'uomo di arrivare il più lontano possibile in pochissimo tempo creano danni sempre più forti nell'ambiente, causa anche l'eccessiva mercificazione. Bisogna imparare a gustare la lentezza e apprezzare il nostro territorio. Ridurre il tempo di lavoro o meglio ripartire il lavoro in modo che sia accessibile a tutti (in questo modo combattiamo anche la disoccupazione), talvolta diversificarlo. Disintossicarsi dalla dipendenza dal lavoro ritrovando il tempo per il proprio dovere cittadino, il piacere della produzione libera, artistica e artigianale, il tempo per la meditazione e la gioia di vivere.
    7. Riutilizzare.
    8. Riciclare.
    Sono tutte estremamente importanti ma tre hanno un ruolo strategico, la rivalutazione in quanto presiede ogni cambiamento, la riduzione in quanto sintetizza la parte pratica per attuare il piano decrescita e rilocalizzazione che riguarda la quotidianità delle persone.

    ha scritto il 

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