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Buddenbrooks

Verfall einer Familie

By

Verleger: Fischer

4.3
(3530)

Language:Deutsch | Number of Seiten: 729 | Format: Hardcover | In einer anderen Sprache: (Andere Sprachen) English , Italian , French , Dutch , Spanish , Swedish , Catalan , Romanian

Publish date: 

Auch verfügbar als: Paperback , Others , Audio CD , eBook

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Buchbeschreibung
In Fraktur
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  • 3

    Ecco uno di quei libri che devo assolutamente rileggere. Sono passati tanti anni dalla lettura di questo libro che ricordo mi annoiò molto. Sicuramente dovrei rileggerlo oggi con una testa diversa. ...weiter

    Ecco uno di quei libri che devo assolutamente rileggere. Sono passati tanti anni dalla lettura di questo libro che ricordo mi annoiò molto. Sicuramente dovrei rileggerlo oggi con una testa diversa.

    gesagt am 

  • 5

    Una lenzuolata assolutamente indispensabile!

    Hasta la Victoria, compagno Giangiacomo, tu che fosti trattato da rivoluzionario incompetente, saltato in aria mentre giocavi, dissero, con cose più grandi di te e soprattutto che non ci azzeccavano ...weiter

    Hasta la Victoria, compagno Giangiacomo, tu che fosti trattato da rivoluzionario incompetente, saltato in aria mentre giocavi, dissero, con cose più grandi di te e soprattutto che non ci azzeccavano niente con te ricchissimo rampollo padano! Hasta la Victoria, compagno, per sempre: offristi cultura a buon prezzo non lesinando sulla carta e sulla colla, perché la cultura è “per sempre e per tutti”. Grazie, compagno, perché ho potuto rileggere i Buddenbrook in quella vecchissima edizione Feltrinelli del novembre’67, sgraffignata a una mia amica che tenta ancora, con scarse speranze, di farsela ridare indietro. E l’ho letto senza il terrore che si sbrindellasse o addirittura si sfarinasse come mi succede con gli Oscar della protomoderna dell’usa e getta Mondadori.

    Il giovane Mann, è superbo. Vent’anni o poco più e ti sciorina la decadenza, durata quarant’anni, di una famiglia tedesca importante e ricca, ma non importantissima e ricchissima, di Lubecca e non di Berlino, con il rumore di fondo della Storia flebile ma continuo. Una decadenza tanto diversa da quella degli Uzeda, di don Fabrizio Salina e di Mastro don Gesualdo, roba mediterranea. Roba che non te ne potrebbe fregar di meno. Rimandando a un periodo cruciale per il pensiero occidentale (quello della nascita della propaganda, della borghesia dei pescecane, della depredazione del continente africano) tanto negletto dai libri di testo scolastici, dimentichi di spiegare che fascismo e nazismo non furono generazione spontanea. Dicevo che la storia sarebbe stata una piccola storia di tedeschi arricchiti con il commercio delle granaglie se l’arricchimento non fosse stato, per quel mondo protestante, una religione. Sarebbe una piccola storia se si fosse trattato di raccontare l’ascesa personale di un yuppie cocainato a Wall Street (tanto scialbo da meritare una dose abbondante di splatter da parte di B.E.E.). Siamo dalle parti della Storia, ragazzi! Non è per la ricchezza personale che i protagonisti si danno da fare fino al sacrificio, ma per il buon nome e l’onore della famiglia. Anche la costruzione di dimore sontuose non è finalizzato al piacere edonistico, ma sempre allo stesso scopo. Salta all’occhio la differenza dai nostri giorni tanto che, a una comunistazza del mio tipo, non viene la mosca al naso di fronte all’ostentazione di tale ricchezza come fa quando compaiono in tv le varie pacchiane dimore dell’ex. Chapeau a un avversario degno vien da dire, oggi che ti tocca controbattere una come la Picierno! Direte che c’entra tutto questo con Mann. C’entra, c’entra! Ancora il ragazzo non si era lasciato avvolgere dalla spirale decadente del tutto non vale, del lasciarsi andare, così tanto è invalicabile lo jato tra la mente e i suoi ingovernabili prodotti, la materia vile del trantran che si fa storia. Il piccolo Mann, non ancora Hans Castorp, annota la realtà, ne soffre (è anche la storia della propria famiglia), la racconta alla vecchia maniera attraverso un narratore il più neutrale possibile, che si prende delle libertà solo nelle grottesche descrizioni degli innumerevoli personaggi. Pare di essere dentro un quadro di Ensor. E, il giovane Mann, prende a man bassa da Tolstoj. La protagonista Tony – perché è lei la vera protagonista, quasi voce narrante- non è Anna Katerina, come egli stesso ebbe a dire. Tony, al secolo Antonietta Buddenbrook, è sputata Nataša Rostova! Lo stesso carattere. Non è un demerito, anzi. Una ragazzina che sacrifica il suo amore piccolo borghese non consono al suo status; una donna che subisce la vergogna di due divorzi, che cammina a testa alta per non salutare quelli che pensa la disprezzano, che rinuncia a parti della sua eredità affinché il capitale familiare non ne venga scalfito, che si acconcia a organizzare almeno tre funerali (i funerali descritti nei minimi particolari sono ben cinque) in pompa magna in cui il numero e il lusso delle corone sono il tributo alla grandezza della stirpe. Una donna il cui motto è “ domani è un altro giorno”(sì, Rossella O’ Hoara, di cui costituì a sua volta modello anche se la storia si ripete in farsa). Una donna così merita tutto il nostro rispetto e simpatia, al di là della condizione femminile dell’ottocento. Del resto mala tempora cucurrerunt, currunt e current per il genere mai assurto a specie. Ciò che risalta è quello spirito (è il caso di citare Hegel!) tedesco, culturalmente (non geneticamente) determinato che ci fa capire la distanza incolmabile tra la Merkel e il popolo che rappresenta da Renzie e quel popolo che, non indegnamente, rappresenta: quell’imperativo categorico di kantiana memoria che non ci è mai appartenuto e che il piccolo Hanno, l’ultimo sfortunato rampollo della decaduta famiglia, e il suo amico contino spregiano come inutile orpello di una società per loro marcia (e non potevano immaginare quella italiota!). Oltre alla immensa partecipazione della citata Tony, si ringraziano, in ordine di apparizione: il nonno Jean Buddenbrook e consorte; le nipoti; la cugina povera, famelica ma allampanata (ipertiroidea?); il figlio Jean e consorte; i nipoti Tomhas (con i tarli rimossi ma non troppo della decadenza)e Cristhian (il fratello viveur che gli sopravvive in manicomio); Gherda, l’algida moglie violinista, che si ritira ad Amburgo da dove uscirà per recarsi a Davos sotto le mentite spoglie di Madame Chauchat accanto al figlioletto Hanno resuscitato come Hans. Dimenticavo la governante: dopo quarant’anni, viene fatta fuori per essersi illusa di avere voce in capitolo in quella che considerava la sua famiglia e non la famiglia dove era a servizio. Immenso.

    gesagt am 

  • 4

    E' il primo libro di Mann che leggo e devo dire che mi ha colpito: mi aspettavo una prosa pomposa e ridondante. Niente di più sbagliato. Mann è un narratore freddo e imparziale, si muove ...weiter

    E' il primo libro di Mann che leggo e devo dire che mi ha colpito: mi aspettavo una prosa pomposa e ridondante. Niente di più sbagliato. Mann è un narratore freddo e imparziale, si muove attraverso tre generazioni di ricchi borghesi dell'Ottocento in modo interessante, mettendo a nudo i difetti, i sogni, le speranze, i successi e le disfatte degli uomini del suo tempo.

    gesagt am 

  • 4

    Meravigliosa saga familiare, ambientata nella Lubecca dell'Ottocento. I Buddenbrook sono una famiglia dell'alta borghesia, e la loro vita privata si mescola con quella lavorativa: infatti l'obiettivo ...weiter

    Meravigliosa saga familiare, ambientata nella Lubecca dell'Ottocento. I Buddenbrook sono una famiglia dell'alta borghesia, e la loro vita privata si mescola con quella lavorativa: infatti l'obiettivo di ogni generazione è quello di aumentare il capitale della ditta grazie agli affari ma anche ad oculati matrimoni.

    L'atmosfera del romanzo mi ha ricordato moltissimo la Amsterdam dei grandi palazzi signorili (sto pensando soprattutto a questa bellissima casa-museo http://www.willetholthuysen.nl/en/node/43) e mi ha permesso di entrare davvero nella storia, anche se ovviamente qui siamo in un'altra città.

    Quello che non sapevo è che il romanzo ha un'ispirazione autobiografica, e che Hanno Buddenbrook (l'ultimo erede della famiglia) corrisponderebbe proprio alla figura dell'autore. Il romanzo doveva essere inizialmente scritto da Thomas Mann a quattro mani insieme al fratello Heinrich, che alla fine però collaborò solamente nella fase di ricerca.

    Nell'arco di quattro generazioni vediamo la famiglia dei Buddenbrook assurgere alla massima gloria per poi velocemente decadere (non è un spoiler, il sottotitolo stesso del romanzo recita 'Decadenza di una famiglia'). Nonostante il crollo economico, il fallimento, per la ditta Buddenbrook non si verifichi mai, nonostante le difficoltà dopo il periodo d'oro, è nella psicologia dei personaggi, nella loro crisi percepita, che si definisce il vero declino della famiglia (soprattutto nella figura di Thomas Buddenbrook).

    Nonostante la lunghezza, il romanzo si legge davvero velocemente e piacevolmente, è molto più scorrevole de La montagna incantata, che, per quanto bello, richiede molta più pazienza.

    gesagt am 

  • 5

    Un bellissimo e avvincente romanzo. Il pranzo iniziale, pieno di dettagli e di personaggi può scoraggiare la lettura (a me è successo di averlo iniziato e poi abbandonato un paio di volte) ma, ...weiter

    Un bellissimo e avvincente romanzo. Il pranzo iniziale, pieno di dettagli e di personaggi può scoraggiare la lettura (a me è successo di averlo iniziato e poi abbandonato un paio di volte) ma, appunto, superato lo scoglio dello sfarzoso pranzo con cui si apre il romanzo, la lettura si fa avvincente. Appasionanti le vicende familiari di questa ricca famiglia alto borghese della quale si racconta il lento e drammatico declino.

    gesagt am 

  • 5

    Pur con alcuni difetti, dalla mole all'eccesso di dettagli a mio avviso inutili, il libro si divora. Come in una maratona, si arriva sicuramente stanchi verso la fine, ma una volta oltrepassato il ...weiter

    Pur con alcuni difetti, dalla mole all'eccesso di dettagli a mio avviso inutili, il libro si divora. Come in una maratona, si arriva sicuramente stanchi verso la fine, ma una volta oltrepassato il traguardo la gioia sarà immensa. Ho finito i Buddenbrook ieri sera e già stamane mi mancano: un indizio sicuro per individuare un libro meritevole di essere letto senza indugi.

    gesagt am 

  • 4

    I Buddenbrook, decadenza di una famiglia, scritto nel 1901, è il primo romanzo dell’allora ventiseienne Thomas Mann. Opera dall’impronta enormemente autobiografica, I Buddenbrook racconta delle ...weiter

    I Buddenbrook, decadenza di una famiglia, scritto nel 1901, è il primo romanzo dell’allora ventiseienne Thomas Mann. Opera dall’impronta enormemente autobiografica, I Buddenbrook racconta delle vicende e dell’irrevocabile declino della suddetta famiglia, attraverso le quattro generazioni di Johann, Jean, Thomas ed Hanno.

    Qui la mia analisi completa: http://ildilemmadelporcospino.wordpress.com/2014/07/20/i-classici-della-domenica-i-buddenbrook/

    gesagt am 

  • 5

    Ho letto "Sulla strada", scritto circa 50 anni dopo di questo. Questo l'ho trovato più facile da leggere e più interessante, benchè verso la fine abbia iniziato a stancare.

    gesagt am 

  • 0

    ”Che cos’è il successo? Una forza segreta e indescrivibile, avvedutezza, prontezza... la consapevolezza di esercitare con la mia sola presenza una pressione sull’andamento della vita intorno a ...weiter

    ”Che cos’è il successo? Una forza segreta e indescrivibile, avvedutezza, prontezza... la consapevolezza di esercitare con la mia sola presenza una pressione sull’andamento della vita intorno a me... La fede dell’arrendevolezza della vita in mio favore...”

    Dialogo ascoltato per caso, anni fa. ELLA: “I Buddenbrook: un libro di seicento pagine in cui non succede niente.” EGLI: “Quei libri lì sono tutti così.”

    Premesso che le pagine sono più di seicento, e non è così chiaro il concetto di “quei libri lì”, se tutti i libri in cui non succede “niente” sono come i Buddenbrook, allora W i libri in cui non succede niente. Certo ci vuole un po’ di pazienza in più, non si leggono d’un fiato e alcuni passaggi vanno seguiti con attenzione. Però, arrivati alla fine, si chiude il volume e ci si sente soddisfatti. Dev’essere la definizione di “classico”, sarà intuitiva e non rigorosa, ma a me va bene così e, in fin dei conti, sono io che mi sono letto quelle “seicento pagine” che poi sono di più.

    Come si fa a non amare quell’illuminazione con cui Mann riesce a chiudere la carriera (e la vita) del vecchio Johann in sole tre parole che non hanno bisogno di essere quattro o più? ”Jean, assez, vero?”

    Si potrebbero passare ore a sviscerare ogni singolo personaggio, episodio, ogni riflessione. Oppure cercare di trovare a tutti i costi degli archetipi per semplificare, incasellare. Come quello di un’antica come l’uomo rivalità tra fratelli, Tom e Christian: Anche i fratelli possono odiarsi o disprezzarsi; capita, per quanto orribile sembri. Ma non se ne parla. Si mette a tacere. Non c’è bisogno di saperne nulla.

    Tom, l’uomo a cui si deve la rovina del sottotitolo. Perché anche se non lo dà a vedere subito non vive secondo quella missione, vocazione, continuazione della storia familiare che ha dovuto accollarsi. Perché il suo intimo non vi aderisce, costringendolo a una vita artificiale che gli fa sì dichiarare, davanti a una bara: ”Ma tutto sulla terra non è che simbolo, zio Gotthold.” ma a un certo punto travolge. Nessuna missione, vocazione, può vivere in modo solido senza l’adesione libera della persona: Infatti l’esistenza di Thomas Buddenbrook non era molto diversa da quella di un attore, ma un attore la cui vita, fin nei più piccoli dettagli quotidiani, sia diventata una rappresentazione, una rappresentazione che, con l’eccezione di pochi e brevi movimenti di solitudine e di distensione, assorbe e logora continuamente tutte le forze...

    Christian, invece, è l’artista fallito, colui che vorrebbe seguire una vocazione, liberamente, ma ne è impedito dalla mancanza di talento, che riesce a riversare soltanto nella sua indolenza e ipocondria, dovute a un carattere troppo analitico che impedisce l’azione: Questa è la tua natura! A te basta renderti conto di una cosa, capire com’è fatta, descriverla...” Non ho trovato un giudizio definitivo di Mann su Christian, simbolo di tutti coloro che vorrebbero essere artisti ma non possono, e vivono in qualche modo da artisti. In pratica da inconcludenti verso gli altri e autodistruttivi verso se stessi.

    E poi Tony che, malgrado il suo snobismo, dovuto più alla coscienza di quel che le spetta “naturalmente” per l’appartenenza a una data famiglia, mescolato curiosamente a idee democratiche (per il popolo, però, non per quelli che sono “quasi” come lei), mi pare che riscuota maggiori simpatie da parte dell’autore. Malgrado il suo bisogno di ciò che è distinto ha anche un forte anelito all’autenticità: ”Nella vita è vergogna e scandalo solo ciò che viene divulgato, ciò che la gente viene a sapere? Oh, no! Lo scandalo segrete che ti rode in silenzio e distrugge la stima che hai di te stesso, è molto peggio!” (E qui mi tocca anche ammettere che ho avuto una caduta romantica, nel senso debole del termine, pensando fino all’ultimo che Tony e il dottor Schwarzkopf, non più giovani, si sarebbero finalmente rincontrati per stare insieme).

    E quanto ancora? Gerda e Hanno, artisti, ipersensibili, dal fisico debole e quasi ascetico. Oppure gli arrivisti come Grünlich e Weinschenk che, più che truffatori, sembrano piuttosto quelli che non ce l’hanno fatta e, pertanto, non è stato loro perdonato nulla. O tutto quello che si potrebbe dire di una città cresciuta con gli scambi, priva di un’antica aristocrazia rimpiazzata, nei ruoli,dal patriziato commerciale. Niente male per un libro in cui “non succede niente”.

    Per arrivare al finale, dove l’ultima parola spetta a Sesemi Weichbrodt, con la sua religiosità profonda, umile e sincera. Come se fosse questa l’unica risposta definitiva possibile, anche per le vicende umane che sembrano più grandi.

    gesagt am 

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