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Buddenbrooks

Verfall einer Familie

By Thomas Mann

(1)

| Hardcover

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Book Description

In Fraktur

368 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    I Buddenbrook, decadenza di una famiglia, scritto nel 1901, è il primo romanzo dell’allora ventiseienne Thomas Mann.
    Opera dall’impronta enormemente autobiografica, I Buddenbrook racconta delle vicende e dell’irrevocabile declino della suddetta famig ...(continue)

    I Buddenbrook, decadenza di una famiglia, scritto nel 1901, è il primo romanzo dell’allora ventiseienne Thomas Mann.
    Opera dall’impronta enormemente autobiografica, I Buddenbrook racconta delle vicende e dell’irrevocabile declino della suddetta famiglia, attraverso le quattro generazioni di Johann, Jean, Thomas ed Hanno.

    Qui la mia analisi completa:
    http://ildilemmadelporcospino.wordpress.com/2014/07/20/…

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    Miss P. said on Jul 20, 2014 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    Ho letto "Sulla strada", scritto circa 50 anni dopo di questo. Questo l'ho trovato più facile da leggere e più interessante, benchè verso la fine abbia iniziato a stancare.

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    Stef said on Jun 10, 2014 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    ”Che cos’è il successo? Una forza segreta e indescrivibile, avvedutezza, prontezza... la consapevolezza di esercitare con la mia sola presenza una pressione sull’andamento della vita intorno a me... La fede dell’arrendevolezza della vita in mio fa ...(continue)

    ”Che cos’è il successo? Una forza segreta e indescrivibile, avvedutezza, prontezza... la consapevolezza di esercitare con la mia sola presenza una pressione sull’andamento della vita intorno a me... La fede dell’arrendevolezza della vita in mio favore...”

    Dialogo ascoltato per caso, anni fa.
    ELLA: “I Buddenbrook: un libro di seicento pagine in cui non succede niente.”
    EGLI: “Quei libri lì sono tutti così.”

    Premesso che le pagine sono più di seicento, e non è così chiaro il concetto di “quei libri lì”, se tutti i libri in cui non succede “niente” sono come i Buddenbrook, allora W i libri in cui non succede niente.
    Certo ci vuole un po’ di pazienza in più, non si leggono d’un fiato e alcuni passaggi vanno seguiti con attenzione. Però, arrivati alla fine, si chiude il volume e ci si sente soddisfatti. Dev’essere la definizione di “classico”, sarà intuitiva e non rigorosa, ma a me va bene così e, in fin dei conti, sono io che mi sono letto quelle “seicento pagine” che poi sono di più.

    Come si fa a non amare quell’illuminazione con cui Mann riesce a chiudere la carriera (e la vita) del vecchio Johann in sole tre parole che non hanno bisogno di essere quattro o più?
    ”Jean, assez, vero?”

    Si potrebbero passare ore a sviscerare ogni singolo personaggio, episodio, ogni riflessione.
    Oppure cercare di trovare a tutti i costi degli archetipi per semplificare, incasellare. Come quello di un’antica come l’uomo rivalità tra fratelli, Tom e Christian:
    Anche i fratelli possono odiarsi o disprezzarsi; capita, per quanto orribile sembri. Ma non se ne parla. Si mette a tacere. Non c’è bisogno di saperne nulla.

    Tom, l’uomo a cui si deve la rovina del sottotitolo. Perché anche se non lo dà a vedere subito non vive secondo quella missione, vocazione, continuazione della storia familiare che ha dovuto accollarsi. Perché il suo intimo non vi aderisce, costringendolo a una vita artificiale che gli fa sì dichiarare, davanti a una bara:
    ”Ma tutto sulla terra non è che simbolo, zio Gotthold.”
    ma a un certo punto travolge. Nessuna missione, vocazione, può vivere in modo solido senza l’adesione libera della persona:
    Infatti l’esistenza di Thomas Buddenbrook non era molto diversa da quella di un attore, ma un attore la cui vita, fin nei più piccoli dettagli quotidiani, sia diventata una rappresentazione, una rappresentazione che, con l’eccezione di pochi e brevi movimenti di solitudine e di distensione, assorbe e logora continuamente tutte le forze...

    Christian, invece, è l’artista fallito, colui che vorrebbe seguire una vocazione, liberamente, ma ne è impedito dalla mancanza di talento, che riesce a riversare soltanto nella sua indolenza e ipocondria, dovute a un carattere troppo analitico che impedisce l’azione:
    Questa è la tua natura! A te basta renderti conto di una cosa, capire com’è fatta, descriverla...”
    Non ho trovato un giudizio definitivo di Mann su Christian, simbolo di tutti coloro che vorrebbero essere artisti ma non possono, e vivono in qualche modo da artisti. In pratica da inconcludenti verso gli altri e autodistruttivi verso se stessi.

    E poi Tony che, malgrado il suo snobismo, dovuto più alla coscienza di quel che le spetta “naturalmente” per l’appartenenza a una data famiglia, mescolato curiosamente a idee democratiche (per il popolo, però, non per quelli che sono “quasi” come lei), mi pare che riscuota maggiori simpatie da parte dell’autore. Malgrado il suo bisogno di ciò che è distinto ha anche un forte anelito all’autenticità:
    ”Nella vita è vergogna e scandalo solo ciò che viene divulgato, ciò che la gente viene a sapere? Oh, no! Lo scandalo segrete che ti rode in silenzio e distrugge la stima che hai di te stesso, è molto peggio!”
    (E qui mi tocca anche ammettere che ho avuto una caduta romantica, nel senso debole del termine, pensando fino all’ultimo che Tony e il dottor Schwarzkopf, non più giovani, si sarebbero finalmente rincontrati per stare insieme).

    E quanto ancora? Gerda e Hanno, artisti, ipersensibili, dal fisico debole e quasi ascetico.
    Oppure gli arrivisti come Grünlich e Weinschenk che, più che truffatori, sembrano piuttosto quelli che non ce l’hanno fatta e, pertanto, non è stato loro perdonato nulla.
    O tutto quello che si potrebbe dire di una città cresciuta con gli scambi, priva di un’antica aristocrazia rimpiazzata, nei ruoli,dal patriziato commerciale.
    Niente male per un libro in cui “non succede niente”.

    Per arrivare al finale, dove l’ultima parola spetta a Sesemi Weichbrodt, con la sua religiosità profonda, umile e sincera. Come se fosse questa l’unica risposta definitiva possibile, anche per le vicende umane che sembrano più grandi.

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    F.Ramone said on May 21, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    L'annientamento di una famiglia come metafora della vita, beffarda e spietata verso chi non ne comprende l'essenza.

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    Paolo Soragna said on Apr 23, 2014 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    Condizione indispensabile per arrivare fino in fondo alla lettura è non avere in odio le lunghe, ma veramente lunghe, descrizioni fitte di dettagli e di sinonimi non sempre irrinunciabili. Non c'è figura, anche solo di passaggio, di cui non si conosc ...(continue)

    Condizione indispensabile per arrivare fino in fondo alla lettura è non avere in odio le lunghe, ma veramente lunghe, descrizioni fitte di dettagli e di sinonimi non sempre irrinunciabili. Non c'è figura, anche solo di passaggio, di cui non si conosca l'aspetto esteriore con dovizia di particolari, dalle ombre azzurrine intorno agli occhi (che ho cominciato a cercare nelle facce in carne ed ossa senza ottenere riscontri fino ad ora), all'aspetto delle mani. Lo stesso destino spetta alle portate di ogni pranzo, agli ambienti, all'arredamento ed alla disposizione delle stanze di ogni casa (e le case sono diverse) in cui si sposti la scena, con il risultato che quest'analisi quasi ossessivo-compulsiva lascia davvero poco spazio all'immaginazione, il che può essere un bene o un male a seconda dei punti di vista.
    Attingendo direttamente alla tradizione omerica, Mann sceglie per ogni personaggio un epiteto che lo definisca e lo accompagni invariabilmente nel corso del racconto, con la differenza che se nell'Iliade gli epiteti erano manna scesa dal cielo per accorciare i tempi della parafrasi, qui dopo un po' si fanno ridondanti. Così Tony si identifica nel gesto di gettare indietro la testa cercando di premere il mento sul petto, Thomas nelle sue sopracciglia bionde di cui una inarcata e Christian nel suo tormento al fianco sinistro, laddove i nervi sono troppo corti. Questi ultimi sono i rappresentanti della famiglia Buddenbrook, in parte responsabili ed in parte testimoni passivi del disfacimento di quel nome che tanto cercano di tenere alto. Testimoni perché il progressivo decadimento della fortuna e del prestigio familiare inizia già con la generazione precedente, quella del loro padre Johann, che agisce solo in funzione del motto: "salvare le apparenze".
    E' molto difficile lasciarsi coinvolgere emotivamente dalle vicende dei personaggi perché ogni loro scelta è condizionata all'interesse economico e non c'è matrimonio, divorzio o decesso che non sia considerato semplicemente in termini di acquisizione o trasferimento di denaro. Se per i diretti interessati il tempo per metabolizzare ogni disgrazia si riduce ad una manciata di secondi, pregni per giunta di finta ostentazione, anche il lettore si sente autorizzato a sorvolarvi con indifferenza.
    Questo distacco tende a ridursi verso la fine, con l'insofferenza di Thomas, che però non viene esplorata del tutto, ma soprattutto con la comparsa del piccolo Hanno, ultimo erede della stirpe, nonché distratto e sensibile sognatore. Incredibilmente diverso dai suoi familiari, Hanno sente fin da bambino il bisogno di un luogo in cui trovare rifugio dal senso opprimente di responsabilità di cui si sente automaticamente investito. In lui, gracile e spesso febbricitante, la lotta contro il disfacimento del nome di famiglia si fa addirittura fisica, mentre la musica ed il mare cullano i suoi sogni.
    Se fosse un quadro sarebbe uno di quelli dalle pennellate perfette, dai contorni definiti e dalla luce ben calibrata... un quadro di cui si riesce ad apprezzare lo stile senza sentirsi trasportare nel mondo rappresentato sulla tela.

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    Elin said on Mar 27, 2014 | 4 feedbacks

  • 2 people find this helpful

    Sono sicura che una fetta ingente di lettori davanti a un mattone come I Buddenbrook scritto da un tedesco (Thomas Mann appunto, mi sembra idiota specificare ma..) di cui si sa la pesantezza della sua patria, eh, prova una certa riluttanza, ti ...(continue)

    Sono sicura che una fetta ingente di lettori davanti a un mattone come I Buddenbrook scritto da un tedesco (Thomas Mann appunto, mi sembra idiota specificare ma..) di cui si sa la pesantezza della sua patria, eh, prova una certa riluttanza, timore e senso di imponenza che fanno in modo di inserire il titolo in quei libri che prima o poi avremo il coraggio di affrontare.
    Io spero proprio che sia così, non mi piacerebbe venire a sapere che solo io nel passato ho provato questi sentimenti verso Mann, che - tra l'altro - per La montagna incantata mi sono anche rimasti nonostante queste 600 meravigliose pagine.
    Sì, alla fine "il cor che si spaura" esamina con cautela i primi capitoli e si accorge che non c'era niente di cui timorarsi: fila liscio come l'olio e in maniera sinceramente indimenticabile. <- fra 10 anni tornerò per sapere se devo confutare questo aggettivo o meno, per adesso lasciamo che il pathos prenda il sopravvento. Stiamo dando per scontato che io mi ricordi di questa dichiarazione, ma qua è tutta fiction.

    Perché uno si può dimenticare di certi personaggi dai contorni sfumati, vaghi, che sono tutte parole e dichiarazioni a fiocco dove ci manca solo uno slancio di retorica kitch a gettoni per la ciliegina sulla torta, ma non quei personaggi fatti come si deve. Quelli proprio cesellati ad arte, che possono piacere o non piacere, ma s'impongono con la loro vividezza e i mille tratti particolari. E tornano e ritornano con le frasi tipiche (Tony che non è "più un'oca e ha conosciuto la vita" è il leitmotiv per eccellenza, a tutti resta il dubbio sulla veridicità di questa affermazione), piccoli gesti ripetuti, fissazioni, idisioncrase, e chi più ne ha più ne metta.
    In questo campo i Buddenbrook sono una torta enorme con tutto dentro: la camminata fiera di Tony, i mille acciacchi immaginari di Christian, l'ostinato bel vestire di Thomas, gli occhi infossati di Jean e così via.
    C'è proprio abbondanza: specialmente nello stile che non manca di descrivere anche la macchiolina sulla sventurata giacca, se questa fosse scovata in tempo.
    Tutta questa bella gente partecipa in prima linea ad episodi che s'incidono nella memoria, uno è talmente teso a sapere che cosa succederà che le immagini che scalano questo climax di attese s'imprimono e rimangono come patrimonio del lettore. Hanno Buddenbrook a scuola che suda freddo per i compiti non fatti perché nel weekend ha preferito dedicarsi completamente all'opera lirica che attendeva da secoli, la strana visita dal dentista di Thomas Buddenbrook (eletto a personaggio preferito), quel giorno in cui Jean Buddenbrook fece visita a casa Grunlich e quel giorno in cui, al contrario, sembrava proprio non voler scendere di casa e far attendere tutti, e meglio se non vado avanti, ché non voglio profanare tutte le sorprese che il lettore ancora digiuno vivrà prima o poi.
    Personalmente il preferito resterà sempre le camminate sui sassi di Morten Schwarzkopf e quel periodo tanto fresco e giovanile di Tony a Travemünde.
    Quasi quasi, se ripenso a tutti gli episodi vissuti tra le quattro generazioni, un po' di trasporto nostalgico subentra.

    Sapete che vi dico? Che sono proprio felice di essermi imbarcata contro me stessa in questa lettura, perché ne ho ricavato tanti piccoli distinti momenti brillanti come regalucci sotto l'albero di Natale che non ho intenzione di rispedire indietro. Anzi, me li metto su uno scaffaletto a parte come fanno certi nerd con i loro action figures e li contemplerò di tanto in tanto, quando la memoria casualmente ricadrà su questa "decadente" famiglia.

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    universe. said on Mar 1, 2014 | 1 feedback

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