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Buio a mezzogiorno

Di

Editore: Mondadori

4.2
(556)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 318 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese , Tedesco , Ceco , Greco , Portoghese

Isbn-10: 8804360054 | Isbn-13: 9788804360056 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: G. Monicelli

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature , History , Political

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Descrizione del libro
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  • 5

    La storia ci ha insegnato che spesso la menzogna la serve meglio della verità

    Nella Russia negli anni '30, un funzionario del Partito, Rubasciov, è arrestato e sottoposto ad una tortura psicologica e ad estenuanti interrogatori per fargli ammettere colpe che in realtà non ha ma ...continua

    Nella Russia negli anni '30, un funzionario del Partito, Rubasciov, è arrestato e sottoposto ad una tortura psicologica e ad estenuanti interrogatori per fargli ammettere colpe che in realtà non ha mai commesso.

    Quale è l'accusa? Di essere un controrivoluzionario. Di tradire gli ideali del Partito.
    Tanti indizi, anche se assurdi, lo accusano e ogni suo comportamento, gesto o parola detta o non detta non fa che peggiorare la sua situazione e dimostrare la sua colpevolezza.

    "La storia ci ha insegnato che spesso la menzogna la serve meglio della verità..."

    Perché tutto questo? Il gruppo dirigente del Partito, stretto intorno a Stalin, sta sterminando le file dei rivoluzionari della prima ora, ritenuti negativi per l'ideologia stalinista. E ritiene di avere bisogno di una parvenza di legalità istituendo processi farsa in cui fa dire ai presunti traditori del popolo, con la coercizione, quello che vuole.

    La grandezza e l'interesse del libro non è tanto nella trama, che è semplice, lineare, brutale e anche, se vogliamo, prevedibile, quanto tutto l'insieme di considerazioni sul Partito, sul governo, sulle masse, sull'utopia di una ideologia.

    "L'io era sospetto. Il Partito non ne riconosceva l'esistenza. La definizione dell'individuo era: una moltitudine di un milione divisa per un milione. Il Partito negava la libera volontà dell'individuo e nello stesso tempo ne esigeva il volontario olocausto".

    Rubasciov nella solitudine della sua cella, camminando avanti e indietro per ore e ore, rivede la sua vita, ripensa alle sue esperienze, analizza le proprie scelte, i propri valori. E alla fine si convince che non può sfuggire ad un destino che è già scritto: dovrà dichiararsi colpevole per far sopravvivere il Partito, per dimostrare che la controrivoluzione è perdente.

    Colpevole di cosa? Di aver usato la sua testa, chiedendosi il senso degli ideali rivoluzionari, se sia giusto che solo pochi stabiliscano la linea del Partito, se sia corretta l'eliminazione di chi interferisce con tale linea.

    "I motivi individuali non contavano per il movimento. La coscienza di Rubasciov non aveva alcuna importanza per esso né si curava di ciò che aveva luogo nella sua mente e nel suo cuore. Il Partito conosceva un solo delitto: l'allontanarsi dal corso prestabilito; e un solo castigo: la morte. La morte non era un mistero nel movimento; non c'era nulla di esaltato in essa: era la logica soluzione a divergenze politiche."

    Arthur Koestler, che abbandonò il partito comunista proprio in seguito alle grandi purghe e deportazioni staliniane, racconta con estrema precisione il conflitto interiore di chi si dibatteva tragicamente tra il fine, l'ottenimento di una società più giusta, e il metodo, tra le ragioni della singola vita umana e quelle "superiori"della storia.

    "La Storia non conosce né scrupoli né esitazioni, scorre, inerte e infallibile, verso la sua meta. Ad ogni curva del suo corso lascia il fango che porta con sé i cadaveri degli affogati. La Storia sa dove va. Non commette errori. Colui che non ha una fede assoluta nella Storia non è nelle file del partito".

    Le masse hanno bisogno di essere guidate, in virtù del fatto che non sono in grado di capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Hanno bisogno di favole, falsità, invenzioni, miracoli, perché stupide? Necessitano della guida di pochi colti eletti? Ci sono disegni superiori che per essere perseguiti richiedono la costruzione di menzogne collettive?

    Tante domande. Ovviamente le risposte stanno a noi...

    ha scritto il 

  • 4

    "Buio a mezzogiorno": "com'è che non riesci più a volare..."

    Come in una rappresentazione teatrale,“buio a mezzogiorno” è un romanzo ricco di personaggi in cui, i loro dialoghi, sono la struttura portante di tutta l'opera. La trama si muove al ritmo dell'esprim ...continua

    Come in una rappresentazione teatrale,“buio a mezzogiorno” è un romanzo ricco di personaggi in cui, i loro dialoghi, sono la struttura portante di tutta l'opera. La trama si muove al ritmo dell'esprimersi di ognuno, a scapito dei periodi descrittivi a largo raggio, dei colpi di scena o di quelle panoramiche del mondo esterno, magari usate per spezzare il clima opprimente, del romanzo stesso. No, il buio a mezzogiorno qui narrato, non è quel fenomeno opposto alle Notti bianche, ma è l'intera vicenda di un bolscevico della prima ora, accusato e finito nei sotterranei del NKVD, la polizia politica sovietica. L'ungherese Arthur Koestler, che lo scrisse tra il 1939 e il '40, fu lui stesso membro dell'Internazionale comunista, e approfondì il dialogo con l'Armata Rossa ai tempi del “Baffone”durante la guerra di Spagna. Fu proprio in quell'esperienza, che la conoscenza diretta dell'autoritarismo e della violenza ideologica del socialismo reale, provocò la sua serrata critica allo stalinismo e all'obbedienza cieca richiesta ai suoi militanti. L'opera, che è stata certamente ispirata dai processi alla vecchia guardia del 1917, sembra ripercorrere le tappe della vicenda di Nikolaj Bukarin, brillante e dogmatico teorico già da tempo inviso a Stalin e antagonista alla sua politica. Il romanzo, appunto, così povero di avvenimenti, tenta di descrivere e capire cosa accadde ai tempi delle “purghe” staliniane, in cui il conflitto tra la vecchia generazione e la nuova, tra accusato e accusatore, tra gatto e topo, viene collocato, non tanto nei contesti storici, quanto nelle profondità psichiche di ognuno. Solo così, forse, si riuscirà a capire l'autoaccusarsi della maggior parte degli imputati, inchiodati da accuse false e sempre uguali: deviazionismo, agente del nemico, spionaggio, alto tradimento. Nelle prime pagine dopo l'arresto di Rubasciov, il protagonista, ci sono una serie di brevi flashback che servono ad evidenziare, come anch'egli in passato avesse usato gli stessi metodi e lo stesso metro di giudizio che verrà applicato a lui. C'è poi il simbolico incontro tra l'accusato e il suo primo accusatore, il magistrato inquirente Ivanov: amici e colleghi ai tempi dell'università, ed ora uno davanti all'altro, quasi a filosofare sui motivi di una scelta, sulla colpa, reale o fittizia, ma determinante per non smentire il credo socialista. I grandi processi sovietici degli anni '30 infatti, si svolsero tutti nel medesimo schema. Le udienze vennero fatte nella Casa dei sindacati, un posto piccolo, che conteneva un numero limitato di persone, soprattutto giornalisti e diplomatici stranieri. Alle domande incalzanti e “furibonde” del procuratore Vysinskij ci fu di rimando una procedura formalmente corretta, che sul pubblico e soprattutto sugli osservatori degli altri stati fece un buon effetto( tra mille ipocrisie, giochi di potere e quant'altro la macchina burocratica dell'Urss congegnò, contro questi “ex eroi” della rivoluzione d'ottobre, con il consenso, senza nulla eccepire, degli Stati osservatori). Ma ciò che salta agli occhi, nel romanzo di Koestler è appunto il comportamento degli imputati. Non si è mai chiaramente saputo quale sia stato il livello di tortura psicologica e fisica, nemmeno le ritorsioni contro i famigliari, o la minaccia di attuarle in caso di non collaborazione. Colpì quindi come tutti i processati, si dichiararono colpevoli, sia per le questioni appena citate ma anche per un meccanismo psicologico che forse non si ripeté più nella storia: “Buio a mezzogiorno” descrive il comportamento di chi, in uno stato di fragilità psicologica dovuto ai massacranti interrogatori, si convince della necessità di autoaccusarsi e di sacrificare la propria vita, per non nuocere alla causa per cui combatterono e credettero per tutta la vita. La bellezza del romanzo, il suo punto più alto, sta proprio in questi rapporti tra accusati e accusatori. Vi è infatti uno scenario più ampio, in cui viene interpretato, in maniera impeccabile, il profilo del militante comunista, colto negli anni '30. Anni fatali, per la disgregazione di un progetto-sogno cominciato concretamente nel 1917, in Russia. Koestler coglie il periodo dei grandi processi, della paura, del sospetto in ogni frase parola o atteggiamento. Se è vero che per anni molti militanti, si rifiutarono di leggere questo libro, e io anche sebbene militante di niente, è perché segna e descrive con maestria la fine dell'utopia. Lo fa servendosi di ruoli ben definiti, proprio come, dicevo prima, in una rappresentazione teatrale: l'arresto di Rubasciov, commissario del popolo e rivoluzionario della prima ora, il suo ripensare e rivedere il suo credo e la sua vita è, in gran parte, la stessa vicenda esistenziale di chi scrive, di chi ha creduto fino al sogno nei primi anni di rivoluzione per poi ritrovarsi, nell'amarezza della disillusione, verso tutto ciò che, da uomo cosciente, aveva creduto possibile, dando un contributo di partecipazione totale alla causa comunista. Di fatto Koestler, dalla natia Ungheria, si trasferì nel 1932 in Urss, per poi aderire alla guerra civile spagnola, per la repubblica, conoscendo la prigionia nei campi dei nazionalisti di Franco, ma nello stesso tempo iniziò in lui un'amara critica e un distacco dal modello sovietico di quegli anni. In “Buio a mezzogiorno” vi è quindi una grande parte dedicata ai pensieri di Rubasciov, accusato di aver tramato contro la rivoluzione e di aver svolto attività di spionaggio per le potenze occidentali. Inizialmente egli respinge tutti i capi a lui imputati ma, lentamente, sotto i colpi di incessanti interrogatori, tendenti a dimostrare la debolezza ideologica dell'imputato piuttosto che dimostrare la sua invera colpevolezza, l'imputato comincia a cedere. Ed è proprio qui, che il romanzo acquista la bellezza e la profondità di dialoghi e pensieri infiniti. E' qui che l'autore, con una capacità notevole, riesce a mantenere alta la tensione emotiva, che gira attorno al perché un uomo dia totalmente la sua vita alla militanza. Non un credo razionale e distaccato, ma una fede che comporta una rinuncia totale al proprio esistere, a favore della causa e del suo ruolo nella storia. All'inizio del romanzo è lo stesso Rubasciov, parlando con un giovane militante, accusato di “frazionismo” a dire: “LA STORIA SA DOVE VA. NON COMMETTE ERRORI. COLUI CHE NON HA UNA FEDE ASSOLUTA NELLA STORIA NON E' NELLE FILE DEL PARTITO”...Ecco che l'opera di koestler rivela due aspetti importanti nel lungo processo all'imputato: uno è lo scontro generazionale che si traduce in un conflitto di mentalità, di un progetto studiato a tavolino negli anni della grande epurazione staliniana. Da una parte vi sono Rubasciov e Ivanov( Sostituto procuratore che lo interroga per primo), costoro, colleghi e compagni all'università, simboli della prima guardia bolscevica, quella delle barricate del '17, della guerra civile contro i Menscevichi, della presa del Palazzo d'Inverno.... In loro, nonostante i ruoli così diversi, non muore la memoria e un rispetto reciproco, non rimuovono nemmeno che è solamente una pura fatalità la posizione di ognuno di loro, sintomo abominevole, che c'è qualcosa che non va, in quel sistema a cui avevano tanto creduto e a cui, paradossalmente, ci credono ancora. Poi c'è Gletkin, che conduce tutti gli altri interrogatori; egli è giovane, non ha vissuto i fatti dal '17 al '22 con Lenin al potere. E' stato chiamato,come quasi tutta la nuova generazione del partito, da posti periferici, lontanissimi dalle città. Essi rappresentano la “macchina burocratica”, quel processo di “meccanizzazione” in cui l'abnegazione individuale, la fedeltà senza limiti alla causa e al partito, andavano a collimare con la voglia di rivalsa e potere di questi ventenni cresciuti tra freddo, povertà e situazioni di sopravvivenza dei loro piccolissimi centri dispersi nella Taiga. Infine, gli eventi epocali e dirompenti di quei 40 anni di XX secolo fecero il resto: la guerra mondiale, l'avvento del nazifascismo, la nascita del primo Stato socialista della storia...fatti che improntarono nella vita della nuova generazione, la violenza come pratica di tutti i giorni, la coercizione e il controllo, come mezzo naturale e normale. Ecco allora che ogni pagina di “Buio a mezzogiorno” è una realistica e allo stesso tempo visionaria vicenda di un esistenza che si rivolta contro a ciò che, con tutta la buonafede, cercò inutilmente di creare: un paese libero da ogni schiavitù, prima di tutte quella dell'uomo sull'uomo. Nei finissimi ragionamenti di queste pagine, vi è sia la trasformazione storica di un paese, vista attraverso la “lente di rimpicciolimento” dei pensieri degli uomini, sia la dinamica che riporta alle sagge parole di Fabrizio De Andrè: “CERTO BISOGNA FARNE DI STRADA DA UNA GINNASTICA D'OBBEDIENZA, FINO AD UN GESTO MOLTO PIU' UMANO CHE TI DIA IL SENSO DELLA VIOLENZA, PERO' BISOGNA FARNE ALTRETTANTA , PER DIVENTARE COSI' COGLIONI, DA NON RIUSCIRE PIU' A CAPIRE CHE NON CI SONO POTERI BUONI...” Mi rimane anche un'altra frase, del bel romanzo autobiografico, “Memorie di un rivoluzionario”, che diceva pressapoco così: “I comunisti non è vero che mangiano i bambini, è vero invece che i comunisti mangiano altri comunisti”. Lui era Victor Serge, una vita vissuta per sentirsi, più che per essere, libero. Il romanzo infine, evidenzia il legame che si crea tra i personaggi, un'acuta analisi psicologica in cui, alla fine, per il bene della causa, il topo accetta il gioco del gatto, e si sottomette al ruolo che ancora una volta, il sistema gli assegna. Così, firmando la sua confessione, Rubasciov conferma cose mai avvenute, ma che aveva pensato, escogitato, programmato. Già questo lo condannerà, come in un atmosfera dalle "stranezze possibili" di cui Kafka ne è il padre, per la buona pace di tutti, forse anche quella del condannato stesso. “Buio a mezzogiorno” infatti, ha anche la capacità di lasciare aperte delle domande, soprattutto sulla libera volontà dell'individuo e quanto sia la società, quanto l'individuo stesso, sia l'artefice del mancato volo verso la libertà.

    ha scritto il 

  • 4

    Un sempre valido e attuale memorandum della banalità del male, dell'orrore e dell'assurdità della burocrazia e dell'amministrazione impersonale e irresponsabile, del cinismo dei mezzi giustificato dal ...continua

    Un sempre valido e attuale memorandum della banalità del male, dell'orrore e dell'assurdità della burocrazia e dell'amministrazione impersonale e irresponsabile, del cinismo dei mezzi giustificato dall'assolutezza dei fini, della politica ridotta a partitismo.

    ha scritto il 

  • 4

    Autore e libro scoperti quasi per caso perché citati in riferimento alla burocrazia e a Kafka. Il libro scritto negli anni Quaranta racconta l'arresto di uno dei capi della Rivoluzione Russa con l'acc ...continua

    Autore e libro scoperti quasi per caso perché citati in riferimento alla burocrazia e a Kafka. Il libro scritto negli anni Quaranta racconta l'arresto di uno dei capi della Rivoluzione Russa con l'accusa di essere un controrivoluzionario. Il romanzo racconta "l'assurdità" kafkkiana degli interrogatori e le riflessioni del protagonista scisso tra il bene dell'uomo e il bene dell'umanità. La fede nella Storia e la realtà che i suoi occhi vedono. Ragione e sentimento si scontrano, ma un sentimento terribilmente umano e una ragione disumana. In controluce vi si possono leggere tutte le altre rivoluzioni che hanno promesso un mondo migliore, quella Industriale, quella Francese; e forse anche quelle minuscole che ancora oggi si ripetono. Gli interrogativi che il testo pone restano senza soluzione, forse una lacrima è l'unica risposta.

    ha scritto il 

  • 5

    Ideale, realtà e sacrificio

    Fino a che punto si può essere coerenti con sè stessi, prestare fede alla propria idea, dedicare e infine immolare la propria vita ad essa? Koestler porta sulla pagina la tragedia delle purghe stalini ...continua

    Fino a che punto si può essere coerenti con sè stessi, prestare fede alla propria idea, dedicare e infine immolare la propria vita ad essa? Koestler porta sulla pagina la tragedia delle purghe staliniane, e lo fa con una prosa scorrevole e penetrante, facendo rivivere l'orrore della prigionia e della tortura attraverso gli occhi di un funzionario del Partito, accusato di cospirazione sovversiva. La storia di Rubascёv è identica a quella di migliaia di altri come lui: egli appartiene alla generazione rivoluzionaria del '17, che posò sulle ceneri dell'impero zarista il basamento dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (CCCP). Rubasёv rappresenta la stessa generazione che negli anni Trenta pagò con la vita il rifiuto verso un'ortodossia politica che essa stessa aveva imposto. Il tema del sacrificio personale in favore di un'idea - nonostante la propria aderenza ad essa sia vacillante, o compromessa, o addirittura assente, facendo del sacrificio stesso un paradosso - è il centro di gravità di questo romanzo. Rubascёv protegge il frutto della sua idea non ammettendo indulgenza, è razionalmente consapevole di essere una minaccia verso il mondo che ha contribuito a costruire, ma nel quale, allo stesso tempo, non riesce più a riconoscersi moralmente, per l'abisso etico che li separa. Buio a mezzogiorno mette a nudo tutta la crudeltà e il cinismo del terrore sovietico, ma dall'altra parte ne motiva il senso, lo riveste di un velo di razionalità, ne dimostra la bontà in quanto espediente dedicato all'autoconservazione. La sceltà di Rubascёv è dettata da necessità storica.

    ha scritto il 

  • 3

    Interessante scorcio della rivoluzione russa (ma anche di tutte le rivoluzioni che si rispettino) visto dall'interno. Per leggerlo ci vuole pazienza e una buona propensione all'ascolto: il vecchio Rub ...continua

    Interessante scorcio della rivoluzione russa (ma anche di tutte le rivoluzioni che si rispettino) visto dall'interno. Per leggerlo ci vuole pazienza e una buona propensione all'ascolto: il vecchio Rubasciov ne ha per tutti ma soprattutto per se stesso.

    ha scritto il 

  • 5

    Ca-po-la-vo-ro!

    Un libro imperdibile, indimenticabile: ca-po-la-vo-ro. Romanzo eccezionale: la Vittima e Il Carnefice, etica dell' intenzione contro etica della responsabilità: l'Uomo, l'individuo annientato dall'Ide ...continua

    Un libro imperdibile, indimenticabile: ca-po-la-vo-ro. Romanzo eccezionale: la Vittima e Il Carnefice, etica dell' intenzione contro etica della responsabilità: l'Uomo, l'individuo annientato dall'Idea..L'Io schiacciato da una presunta, sbandierata Umanità, che diventa l'alibi di un cieco totalitarismo...L'Uomo è fallace, le Idee ancora di più. Anche splendito trattato filosofico e di teoria politica.

    ha scritto il 

  • 4

    Senza tesi

    E senza ipotesi. I romanzi che preferisco, quelli che riescono a farti riflettere fino all'ultima pagina e ti lasciano con un senso di compiutezza pur non avendo risposto a nessuna delle cento domande ...continua

    E senza ipotesi. I romanzi che preferisco, quelli che riescono a farti riflettere fino all'ultima pagina e ti lasciano con un senso di compiutezza pur non avendo risposto a nessuna delle cento domande che sollevano. Cinico e tenero.

    ha scritto il 

  • 5

    Buio a mezzogiorno è un libro bellissimo anche se non sempre di facile lettura soprattutto nella parte finale dove c'è una vera e propria dissertazione sui principi del comunismo e le cause del suo in ...continua

    Buio a mezzogiorno è un libro bellissimo anche se non sempre di facile lettura soprattutto nella parte finale dove c'è una vera e propria dissertazione sui principi del comunismo e le cause del suo insuccesso, peraltro molto interessante. Come atmosfera e descrizione del sistema totalitario mi ha ricordato molto 1984 di Orwell, di cui consiglio la lettura

    ha scritto il 

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