Cabaret mistico

Di

Editore: Feltrinelli

3.8
(159)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8807490684 | Isbn-13: 9788807490682 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1ª ed.

Disponibile anche come: Tascabile economico

Genere: Salute, Mente e Corpo , Filosofia , Religione & Spiritualità

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Descrizione del libro
Alejandro Jodorowsky porta il suo cabaret mistico sulle pagine di un libro. Attingendo alle tradizioni filosofiche, religiose e magiche più disparate, si serve di più di un centinaio di storielle umoristiche e iniziatiche per analizzare l'essere umano con i suoi problemi,le sue paure,le sue insicurezze e aiutarlo a evolversi verso un livello di coscienza superiore.
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    Meno male che l'ho finito!!

    E' il secondo libro di Jodorowsky che leggo e penso sarà l'ultimo.
    Lo so, lo avevo detto anche di Quando Teresa si arrabbiò con Dio, solo che poi una persona molto molto ra ...continua

    Meno male che l'ho finito!!

    E' il secondo libro di Jodorowsky che leggo e penso sarà l'ultimo.
    Lo so, lo avevo detto anche di Quando Teresa si arrabbiò con Dio, solo che poi una persona molto molto razionale me lo ha regalato come rimedio contro l'annichilazione dell'animo e mi sono spinta a leggerlo. Ora la domanda è: ma che ci ha trovato? deve essermi sfuggito qualcosa di importantissimo...
    Salvo solo l'espediente narrativo, tutto il resto è, a mio avviso un miscuglio di roba new age e scoperte dell'acqua calda condito con tanta spiritualità un tot al kilo.

    ha scritto il 

  • 4

    A lezione di psicomagia

    Un interessante manuale di consapevolezza, ricco di aneddoti e storie zen, finalizzato al raggiungimento di un più elevato livello di coscienza personale ed universale. Le quattro parole fondamentali ...continua

    Un interessante manuale di consapevolezza, ricco di aneddoti e storie zen, finalizzato al raggiungimento di un più elevato livello di coscienza personale ed universale. Le quattro parole fondamentali della magia: volere, osare, potere, tacere.

    "Un essere può considerarsi pieno soltanto quando ha chiarito il rapporto che intercorre fra le sue azioni, i suoi desideri, i suoi sentimenti e le sue idee e il suo Dio interiore.

    La parola “miracolo” deriva dal latino mirari, “meravigliarsi, stupirsi, ammirare”, più tardi “contemplare” e infine “guardare”. E sono proprio le tappe che si susseguono quando si procede nel riconoscimento del miracolo. Quando accade l’impossibile, un fatto che sovverte le leggi dell’universo, se non siamo preparati ci sentiamo pervadere da uno stupore inquietante: per paura di tutto quello che è magico, attribuiamo questo fatto al caso, oppure siamo convinti di avere un’allucinazione, oppure mentiamo a noi stessi trovando spiegazioni scientifiche tirate per i capelli... Se siamo onesti, riconosceremo che si tratta di un evento strano: per il solo fatto di essersi verificato, dimostra la nostra immensa ignoranza. Nella realtà piena di sicurezze che noi abbiamo concepito, si aprono brecce misteriose, inspiegabili per la nostra logica... Quando si è acquisita l’umiltà di ammettere che non conosciamo la natura reale del cosmo, e quindi di noi stessi, rimiriamo il miracolo dell’esistenza. Tutto ci commuove allo stesso modo, un filo d’erba così come la danza di una galassia... Allora, tramite la meditazione, smettiamo di identificarci con il nostro intelletto per contemplare il mondo, esterno e interno, dalla nostra affettività. Impariamo a guardare con amore. Benediciamo tutto quello che i nostri sensi sono in grado di cogliere. Con la mente in silenzio, il cuore sereno, la sessualità soddisfatta e il corpo pervaso di gratitudine, riconosciamo che il miracolo principale è la vita stessa. Una vita che non è nostra ma di tutti. Se pensiamo che un miracolo sia utile non soltanto per un individuo ma anche per gli altri, se finalmente accettiamo l’idea che questa vita amorosa ci unisca alla totalità degli esseri, arriveremo alla consapevolezza che il miracolo siamo noi. Ciascuno di noi è un mago ma non lo sa.

    “Raccogli una mela e te la gusti con piacere”. Io ero terribilmente angosciato al pensiero della morte. Fino all’età di quarant’anni non riuscivo ad accettare l’idea che la mia vita si sarebbe fermata. Un bel giorno, stanco, stufo, mi sono detto: “Questa faccenda non va bene. Che cosa amo di più al mondo? La vita... e soffro perché perderò quello che possiedo. Se sono disposto a dare tutto per vivere, significa che possiedo quello che più amo. Allora voglio vivere, voglio essere contento ogni istante della mia vita. Da ora in avanti ogni attimo sarà un regalo, un gioiello prezioso, e lo vivrò come tale. Non mi curerò più delle mie angosce. A che mi servono? Sebbene in me vi sia un lato oscuro, non intendo dargli la parola. Vivrò quel che mi resta da vivere, punto e basta. Avrò successo oppure no; succederà questo o quello. Vivo gli istanti che mi restano con grande piacere”.

    Come il fiore che rotea nell’oceano della Coscienza divina e sprigiona naturalmente il suo profumo, e fluisce frammisto al tempo, divenuto offerta totale, senza meta, e non vuole convincere nessuno ma gode dell’appartenere a quel gioiello preziosissimo che è l’istante universale, Mahakasyapa mostra un sorriso che non coinvolge soltanto le sue labbra ma il suo intero Corpo, l’Anima intera, lo Spirito intero. Sorride ogni cellula della sua carne, sorridono la sua pelle, i capelli, le ossa, le viscere, sorride il suo sangue... Ha imparato a morire, a cedere la propria Coscienza al mistero eterno. Sapendosi effimero, considera l’attimo come un’opportunità unica, sente che il suo corpo, pur essendo stato creato con la materia del Tutto, è l’unico a poterlo definire in quanto individuo, perciò sorride. Il suo sorriso è il sorriso dell’eternità che risplende come un faro sulle carni sacre. Quando Mahakasyapa sente Shakyamuni dire:
    “Possiedo l’occhio del Dharma, lo spirito del risveglio. Ora te lo trasmetto”, sorride perché sa che non c’è nessuna trasmissione, nessun dovere, nessuna illuminazione da raggiungere. È un corpo-tempio pervaso dalla gioia di vivere, abitato da uno spirito che gli è stato dato in prestito, un calice di puro cristallo che contiene una goccia dell’oceano divino. Sa che la conserverà fino al momento della morte, quando in piena estasi la restituirà senza problemi.
    “Si nasce, si vive, si muore, che meraviglia!” Quello che vogliamo essere, lo siamo già.

    L’incontro con l’Io essenziale provoca una trasformazione positiva: davanti alla visione dell’infinito, dell’eternità o dell’onnipotente Coscienza divina, i problemi che ci parevano enormi diventano minuscoli. Pieni di gratitudine, scopriamo l’umanità.

    L’incontro con la Verità può sembrarci sgradevole: per fare quello che dobbiamo fare bisogna perdere ogni illusione. Ma per perdere le illusioni, prima dobbiamo essercele create. Dapprima cerchiamo una Verità illusoria. Poi, a forza di non trovarla, la odiamo. Infine, superato il disgusto, accettiamo le cose così come sono. Invece di tormentarci per la nostra ignoranza, sentiamo il calore della felicità fin dentro le ossa.

    I problemi, le crisi, le malattie, i fallimenti, le ferite possono essere motori di azione, cambiamenti, maturità. Il dolore è la radice principale della nostra realizzazione.
    Quello che secondo noi è la vita è soltanto un punto di vista, l’ennesimo cappello. Non bisogna cercare di comprendere la vita, bisogna viverla. Dobbiamo accettare i nostri gusti, desideri o emozioni senza giudicarli; poi li guarderemo incanalarsi correttamente con il piacere di lasciarli intervenire ma senza doverli necessariamente sposare, usandoli soltanto quando ci servono e lasciandoli andare quando sono scaduti. Non siamo noi a pensare, è il centro mentale a ricevere il pensiero dello spirito collettivo. Non siamo noi a imporci di amare, è il cuore a decidere di aprirsi; i nostri desideri nascono come una manifestazione del cosmo, possiamo inibirli ma non possiamo cambiarli. In un universo di cui conosciamo soltanto l’un per cento, captandolo con un cervello di cui sappiamo usare a malapena dieci delle innumerevoli cellule, non possiamo fornire nessuna spiegazione completa. Se raccontiamo la nostra vita a qualcuno, non stiamo raccontando la nostra vita, bensì quel poco che ne abbiamo captato.

    L’incontro con il Dio interiore provoca nell’Io personale una sensazione di morte. Quando si demoliscono le barriere del pensare, sentire e creare, abbiamo paura di perdere la nostra identità. Identità che ci è stata imposta e teniamo addosso come una robusta armatura. Ci rifugiamo in qualsiasi genere di ristagno per paura di fluire, per timore della fluidità che è l’essenza della vita. Quando in uno stato alterato della percezione ci troviamo di fronte al Dio interiore, invece di abbandonarci a lui, gli sfuggiamo...Ma come si fa ad arrivare all’incontro finale? Imparando ad ascoltare!

    Non preghiamo mai da soli. Poiché l’universo è infinito, stiamo tutti nel suo centro. Viviamo in compagnia. Nemmeno in convento siamo isolati dal mondo. Gli altri sono importanti. La società è importante. Il pianeta è importante. Gli esseri viventi sono importanti. L’energia oscura che sostiene l’universo è importante. Tutto sta pregando insieme a noi il Padre-Madre nostro.
    Se accettiamo l’idea di agire con gli altri, la nostra forza vitale si moltiplica e riusciamo a superare i limiti arcaici. Non diciamo più: “Questa è opera mia”. Siamo tutti sulla stessa barca, e questa barca si chiama “Istante”. Condividiamo lo stesso spazio, lo stesso Tempo e la stessa Coscienza.

    Colui che cammina per la vita senza amore, procede avvolto nel sudario verso il proprio funerale. Walt Whitman, Canto di se stesso

    Ogni volta che un albero viene ferito o perde un pezzo, un altro ramo cresce accanto a quello perso. Ciò che è perso è perso. Non si può resuscitare ciò che è stato reciso, ma al suo posto può crescere qualcosa di nuovo. La risposta dell’albero di fronte a una perdita è creare immediatamente una nuova vita accanto alla ferita.
    Se comprendiamo la lezione dell’albero, saremo in grado di considerare i fallimenti come un semplice cambiamento nel nostro cammino. Dobbiamo custodire nel cuore i morti che abbiamo amato, ma non rinchiudiamoci nella bara insieme a loro... Rimangano pure nella nostra memoria, ci nutrano con il loro ricordo, però dobbiamo costruirci subito una nuova vita.
    Quando un albero subisce una lesione, chiude i canali che irrigano la parte colpita. A volte, se ci mette troppa energia, rischia di bloccare l’intera circolazione arrivando perfino a seccarsi. Quando la vita ci riserva una disgrazia, se impieghiamo un’energia esagerata per eliminare la sofferenza rischiamo di autodistruggerci. Dovremmo dedicare quegli sforzi a sopravvivere, a sperimentare qualcosa di nuovo, sopportando con coraggio il dolore. Il tempo è nostro alleato: piano piano il dolore diminuisce e l’amore cresce.

    Per riuscire a essere noi stessi, innanzitutto dobbiamo portare alla realizzazione ciascuno dei nostri quattro ego. L’Ego corporale deve conoscere la gratitudine, il che significa essere consapevole dell’impermanenza della materia, del miracolo che è la vita e dell’incommensurabile valore di ogni attimo di tempo vissuto. L’Ego libidinale deve conoscere la soddisfazione, il che significa eliminare i desideri parassiti, godere di una libertà creativa e accettare il piacere genuino. L’Ego emozionale deve conoscere la pace, il che significa il perdono universale (per l’iniziato, guardare, ascoltare, annusare, toccare e gustare equivale a benedire) e l’unione caritatevole con
    le forze positive del mondo. L’Ego intellettuale deve conoscere il silenzio, il che significa la fine del dialogo spettatore-attore. In sintesi, le quattro parole fondamentali della magia: volere, osare, potere, tacere.
    Chiunque arrivi a queste quattro conoscenze non deve pensare con orgoglio di essere riuscito a essere se stesso. È soltanto riuscito a consolidare l’Io superiore, ma non si è accorto che quando esso vive separato dal tutto, è illusorio. Quando si è unicamente Io superiore, non si è quello che si è. Per essere noi stessi dobbiamo muovere i nostri passi verso l’ignoto accettando l’idea che l’Io essenziale sia presente in ciascuna delle nostre scelte, non ci è possibile sapere chi siamo perché si tratterebbe soltanto di miraggi razionali, ma dobbiamo accettare di essere nutriti da forze sconosciute sapendo che in realtà chi propone le decisioni da prendere non è l’Io superiore bensì il Dio interiore, tramite l’Io essenziale... VOLERE vivere la totalità del nostro essere; OSARE obbedire ai dettami del nostro intuito; POTERE realizzare quello che ci proponiamo di fare perché abbiamo imparato a non combattere contro noi stessi; TACERE, nel senso di smettere di fare dell’intelletto un tiranno e obbedire al nostro inconscio sapendo che non è un nemico bensì un fedele alleato. Essere quello che si è significa unire all’Io personale l’ombra infinita dell’inconscio, oltre l’eterno splendore della Supercoscienza, oltre la potenza del Dio interiore.

    Chi accetta la trasformazione interiore fa sì che la Coscienza che lo pervade si manifesti anche negli altri.
    Acquisendo la Coscienza degli altri, a questo livello di trasmutazione l’“io mi trasformo” diventa “io ti trasformo”. “Trasmutare” significa trasformare qualcosa in qualcos’altro. Questo era l’ideale degli antichi alchimisti, che elevandolo a meta suprema - Magnum Opus (Grande Opera) - cercavano la Pietra filosofale, una sostanza che aveva la virtù di trasformare il vile metallo (piombo, mercurio, rame e così via) in oro purissimo. Eppure, dal punto di vista mistico la Pietra filosofale simboleggia la trasmutazione della natura animale dell’uomo in natura divina. L’uomo trasformato in Pietra filosofale sviluppa qualità spirituali che trasmette agli altri, è in grado di prevenire e curare malattie o di prolungare la vita umana al di là dei confini che crediamo naturali. dei confini che crediamo naturali.
    A questo livello ci domandiamo: Chi sto aiutando? Ho creato possibilità di lavoro per gli altri? Ho proposto idee costruttive? Ho appoggiato emozionalmente chi soffre? Ho cominciato a cambiare il mondo? Mi occupo dell’educazione infantile, di far partorire le donne in modo sano, di creare una morale non basata su pregiudizi sessuali o sull’esaltazione della proprietà privata? Ho fatto compagnia a un moribondo, aiutandolo a morire in pace? Mi batto per la salvezza di tutti gli esseri viventi e del pianeta?
    A questo livello della trasmutazione, servire, accompagnare e salvare sono gesti fondamentali. Se il mondo va male, non dobbiamo soltanto praticare un’arte che curi gli altri, ma anche affari, edifici, politiche, filosofie, alimenti, giochi che siano curativi.
    In questa Grande Opera, il creatore di se stesso opera con delicatezza e dignità. La maggior parte delle persone che frequenta non sono al suo livello, e lui lo sa. Allora con pazienza e perseveranza semina le proprie idee, i sentimenti, le creazioni, le azioni, senza mai lasciarsi trascinare verso una persistenza negativa. Con un amore senza limiti, senza odio, senza violenza, compassionevole, propone: “Questo dovreste cambiarlo. Fermatevi. Entrate in voi stessi. Cercate il vostro gioiello interiore. Non cercate scuse per continuare a ristagnare. Coraggio !”.
    Trasmettiamo il cambiamento perché sappiamo come ci siamo arrivati. Ci siamo resi conto che finché non riusciremo a captare l’esistenza dell’altro mettendoci al suo posto, qualsiasi coppia, famiglia o opera che creeremo ci procurerà al massimo una soddisfazione narcisistica, perché gli altri esisteranno soltanto in quanto schermi su cui proiettare i nostri ego. La frase “Non voglio niente per me che non sia per gli altri” diventa il nostro motto.
    A questo livello, con la nostra sola presenza susciteremo pensieri positivi, emozioni sublimi, opere d’arte curative, gesti costruttivi. Siamo il contrario di Attila, che “dove passava non cresceva più l’erba”. Portiamo l’energia benedetta: dove passiamo noi, cresce l’erba.

    In uno stato di rapimento entriamo in possesso di noi stessi, fin dove è umanamente possibile. È finita la tirannia del corpo; le idee, i sentimenti, i desideri e le necessità non si contraddicono più. Sono finite le trasformazioni, abbiamo perso ogni interesse ad affermare la nostra superiorità, siamo pervasi da un amore appassionato per l’esistenza. In questo stato di estasi, di supremo distacco, la nostra mente viene interamente assorbita dallo Spirito, percepiamo l’energia creativa in ogni cosa, in ogni essere, non vi è separazione tra interiorità ed esteriorità, la creazione intera risplende in tutta la sua gloria naturale.
    Se danziamo in questo stato, lo facciamo senza angoscia, senza paura della morte, senza considerare la carne come una prigione bensì come una creazione divina. Se dipingiamo, lo facciamo immersi nella Coscienza totale, adorando quello che siamo, ricevendo le forme e i colori come un’esplosione della gioia universale. L’artista è come un medium, non parla più con il suo Dio interiore e non crea, bensì riceve. L’opera ricevuta, arte sacra, supera i limiti della persona. Abbiamo attraversato le tenebre dell’inconscio per giungere al suo centro di luce, alla fonte da cui scaturisce la vita che è Felicità pura. La nostra fortezza spirituale, difensiva, si è trasformata in un tempio aperto alla luce della Coscienza. E sentendoci così, ci rendiamo conto che
    anche il mondo è un tempio. Si arriva a provare lo stesso rispetto per un sassolino come per una cattedrale. Le crisi del mondo ci paiono nubi oscure gravide di soluzioni benedette. A chi si sente angosciato perché è mortale, perché la vita è troppo breve e darebbe tutto quello che possiede pur di continuare a vivere, diciamo: “Soffri per quello che più ami e già possiedi: la vita. E poiché la perderai (o almeno questo affermi, anche se in realtà non sai che cosa sia l’aldilà), non ti stai godendo l’esistenza. Basta! Metti da parte il futuro e comincia a vivere adesso! Qualsiasi atto sarà perfetto se lo compirai in stato di adorazione. Smettila di competere, di invidiare e criticare gli altri per sentirti superiore. Fa’ della realizzazione e della gioia degli altri la tua gioia. Nella mitologia di tutti i popoli, un angelo non è mai solo. Ci sono miriadi di angeli che cantano le lodi all’Essere Divino. Ciascun angelo è diverso, eppure accetta di far parte di una collettività in estasi. Impara a rifiutarti di collaborare a opere distruttive, accetta soltanto lavori che siano utili a te e agli altri. Comincia a vedere in ciascun essere i tuoi valori, entra in comunicazione con la luce che emana dai loro centri. Se farai così, gli altri cominceranno a darti tanto quanto tu gli hai dato. In coro, in uno stato di gratitudine perenne, adorerete il miracolo che è essere vivi e stare insieme”. L’Io superiore si apre come un fiore di petali impersonali e conosce l’adorazione dell’esistenza. La parola “adorazione” deriva dal latino adorare, che a sua volta deriva da orare, “orare, pregare”. Orare è soprattutto venerare Dio, e poi cose o persone sante, ma fondamentalmente è “parlare con la divinità”.

    A un certo punto, quando abbiamo raggiunto il centro vitale e quindi abbiamo smesso di chiedere e ringraziamo soltanto, il Dio interiore si fa eco delle nostre parole e ce le restituisce identiche, ma ricolme di una energia sublime. Questo livello è raggiunto da pochissimi esseri umani, poiché richiede anni di paziente perseveranza. La maggior parte delle famiglie, la società e la cultura insistono nel creare abitudini di vita che ci bloccano nella persistenza. Di fronte a qualsiasi accenno di sviluppo della Coscienza, le istituzioni - affondando le radici nella tradizione - tentano subito di bloccarlo. Il ricercatore della Verità ha la sensazione di essere un pesce che nuota controcorrente. È per questa ragione che la magia, alle sue prime tre azioni (“volere, osare e potere”) ne aggiunge una quarta: “tacere”.
    Il primo passo è “chiudere l’uscio”. Isolarci. Seduti o sdraiati, rimanere immobili, rilassare ciascun muscolo dalla punta dei piedi fino alla testa, svuotare il più possibile la mente dalle parole (se ci riesce difficile, basta ripeterne incessantemente soltanto una, quella che si preferisce, meglio se appartiene alla nostra lingua materna) e abbandonarci a un piacevole riposo, sospirare, accantonare i desideri, non pensare a nessuna persona e prenderci una pausa nei confronti del dolore, dell’angoscia e della sofferenza. Potremmo dire: In questo momento non mi può succedere nulla, non ho bisogno di niente né di nessuno, rimando a più tardi le mie paure e i rancori, mi presento davanti a me stesso con l’unica cosa che possiedo: la certezza di essere vivo. E così, nudo, vuoto, senza confrontarmi con nessuno, senza giudicarmi, senza che la mia personalità apparente mi faccia desiderare il riconoscimento degli altri prima di essermi riconosciuto da solo, sentirò i battiti del mio cuore, adesso. Lui non è il mio nemico, non conta i minuti che mi restano da vivere, non minaccia di fermarsi e di uccidermi, è un centro di vita, pulsa con la forza dell’eternità, trasmette l’amore infinito manifestando nel mio corpo e nella mia mente la vita universale. Il cuore è il mio Maestro. Mi abbandono a lui... Il mio Spirito ripulito dalle parole è energia pura. La sento. La lascio dissolversi lentamente nel mio cuore. I battiti si fanno più coscienti... La mia forza sessuale, quando non si rivolge a un oggetto esterno, ha la bellezza e la potenza della verginità. Riverso anch’essa nel mio cuore... E poi piano piano percepisco le mie ossa, la carne, la pelle, le viscere. Nella mia percezione, il corpo non è materia bensì sensazioni, diverse gamme di energia. Una per una le immergo tutte nel mio cuore. In esso ho disciolto i miei pensieri, sentimenti, desideri. Tutto il mio essere sta nel mio cuore, è il mio palazzo, il mio tempio, mi lascio sostenere, circondare da lui. Sono un bambino d’oro rinchiuso in un ventre infinito. Sono una Coscienza che pulsa a un ritmo abissale... E insieme a me pulsano la terra, il pianeta, il sistema solare, le galassie, l’universo e l’energia che lo sostiene. Divento il centro vitale del cosmo. Vengono a immergersi nelle mie pulsazioni gli astri, le entità invisibili, gli esseri viventi, le piante, i minerali, le molecole, gli atomi.
    E il mio cuore palpitante ripete una, due, cento volte: IO-SONO-TUO. E con lui, la creazione intera (ogni atomo, ogni granello di sabbia, ogni roccia, ogni foglia, ogni fiore, ogni animale, ogni uomo, ogni donna) esclama: IO-SONO-TUO. E a questa preghiera si unisce quella di chi se n’è andato, le legioni di morti e le legioni di esseri e astri che nasceranno: IO-SONO-TUO... IO-CONFIDO-IN-TE. Mi abbandono ai tuoi disegni con una fiducia totale. L’universo intero ha fiducia in te. Siamo uno. Non esistono divoratore e divorato: è un continuo scambio di vita. Ho fiducia perché senza di te non esisterei, mi stai dando ciò che mi appartiene. Non ti chiedo niente, ti ringrazio per tutto, ciascun battito del mio cuore riecheggia nell’eternità. La mia voce e la tua voce, insieme, dicono: IO-SONO-TUO. IO-CONFIDO-IN-TE... SEI LA MIA FELICITÀ.
    Nel momento in cui ci rendiamo conto che quell’io SONO è dentro di noi, abbiamo raggiunto la guarigione interiore. A un certo punto, a forza di ripetere IO SONO, è il Dio interiore che parla. La malattia spirituale deriva dal fatto che continuiamo a pensare IO NON SONO. Viviamo come morti, forme rigide senza interiorità. Quando diciamo IO SONO lo facciamo in coro con l’universo intero. Non siamo più noi a fare le cose. Le cose si fanno in noi. Abbiamo smesso di cercare perché stiamo continuamente trovando.
    Quando ci isoliamo per pregare, in quale solitudine camminiamo? Nella meravigliosa solitudine della festa cosmica. IO SONO la totalità esteriore e interiore, IO SONO la compagnia assoluta. La solitudine dolorosa è non saper stare con se stessi. E se il dubbio ci assale, pensiamo: “Il pozzo si può esaurire, l’acqua è inestinguibile. Anche se siamo ciechi, una luce infinita dimora dentro di noi”.

    La trasformazione, la trasmutazione e l’adorazione hanno immerso la realtà in un bagno di gioia. La caccia è divenuta una danza in cui la morte continua si accompagna alla continua nascita. Quando raggiungiamo l’impersonalità dell’Io essenziale, di colpo ridiventiamo l’individuo che viveva in un mondo persistente. Apparentemente siamo di nuovo un essere umano unito al suo Io personale, immerso nella vita quotidiana. Eppure vi è una grande differenza: tutto ritorna uguale, ma non c’è angoscia. Accettiamo con riconoscenza di essere quello che siamo. Niente da eliminare, niente da aggiungere. Siamo in grado di distinguere che cosa è autentico da cosa è falso, e con una certezza indistruttibile sappiamo che la falsità ingannevole, se rifiutiamo di prestarle importanza, finisce sempre per dissolversi, come un incubo. Il male che arriva prima o poi è destinato a crollare, ed è il seme del bene che verrà. Viviamo in uno stato di perenne allegria, nonostante i colpi che ci vengono inferti dalla vita. Abbiamo imparato ad amare l’istante sapendo che, nel vortice del tempo,
    gli innumerevoli contrari paradiso e inferno, prima e dopo, Dio e Diavolo, bene e male, bello e brutto danzano avvolti nell’estasi dell’unità. Tutto quello che prima facevamo nell’ombra, ora lo facciamo alla luce della verità. Ogni competitività si è esaurita. Siamo capaci di riflettere l’altro, la sua realizzazione è la nostra, il suo talento ci fa crescere, la sua soddisfazione ci ricolma di gratitudine. I piccoli valori umani ci sono preziosi come gioielli. Non sentiamo il bisogno di esibire diplomi né premi, né collari, né medaglie, né insegne, né fotografie di omaggi che ci sono stati resi. Nel disordine del mondo, facciamo del candore il nostro baluardo e della semplicità il nostro fine ultimo.
    “Maestro, che cos’è lo zen?”
    “È la vita quotidiana.”
    “Qual è la sua filosofia?”
    “Quando mangio, mangio. Quando dormo, dormo.”

    Quando, con l’età e la rinuncia a qualsiasi seduzione, abbiamo raggiunto un elevato livello di Coscienza, possiamo sciogliere gli ormeggi che ci tengono legati al corpo: è il tempio in cui abbiamo vissuto quindi non lo rinneghiamo, ma pur rispettandolo smettiamo di considerarlo la nostra identità. Anche se siamo programmati per vivere una lunga vita, sappiamo di essere molto più prossimi alla fine rispetto a qualche anno fa. Siamo in grado di cogliere la bellezza del tempo che passa. Ogni secondo di vita ci pare un regalo sublime.
    Come i malati terminali, consapevoli di disporre di un tempo limitato non ci atteniamo più a progetti grandiosi: ci accontentiamo di quello che siamo, non di quello che saremo; di quello che abbiamo, non di quello che avremo. La smettiamo di attaccarci al superfluo, lasciamo che le speranze si dissolvano, e quando cessano le speranze, cessa la paura. Tutto è un regalo; le piccole soddisfazioni, i sottili messaggi dei sensi, l’affetto che ci scalda il cuore come un balsamo, gli incontri gentili con altri esseri umani, la capacità di essere di aiuto agli altri. Ogni giorno è un buon giorno.
    Invecchiare non significa decadere mentalmente né diventare un rudere. Se ci siamo preoccupati di mantenere in salute il nostro corpo evitando droghe e alimenti nocivi o assunti in modo esagerato; se ci siamo preoccupati di fare ogni giorno un po’ di esercizio fisico, di meditare o contemplare, di imparare cose nuove sviluppando una placida umiltà di fronte all’impermanenza, manterremo fino all’ultimo la lucidità giovanile; grazie allo stato angelico che ci deriva dal calo del desiderio sessuale, la vecchiaia è una meravigliosa fase della nostra vita. Forse la migliore... Liberi da angosce, ambizioni, possedimenti inutili, illusioni irrealizzabili, liberi dal desiderio di essere riconosciuti; capaci di amare anche chi ci detesta, di accettare gli attacchi e le critiche con simpatia, di mettere a tacere l’intelletto, di aprirci in tutte le direzioni, di aiutare gli altri a liberarsi della sofferenza, anche se siamo più presenti che mai sappiamo vivere come se fossimo già scomparsi, godendo del supremo piacere di creare artisticamente per amore dell’opera e non per amore dell’applauso, di collaborare al cambiamento della società, di lavorare per un mondo migliore e, soprattutto, per indirizzare i giovani verso il risveglio della Coscienza.

    L’Io personale - che lasciandosi guidare dall’Io superiore desidera unire i quattro ego per procedere verso la propria realizzazione - deve affrontare quattro ideali, ciascuno corrispondente a un centro diverso... Innanzitutto, in gioventù, quando la sua energia fisica è al livello massimo, ha la tentazione di diventare un campione. Il migliore! Gareggiare, vincere, superare i limiti materiali, battere ogni record, trionfare! Anche se raggiunge il suo scopo, con il passare del tempo perderà le forze, e se si aggrappa alla gloria per narcisismo, farà del suo corpo una prigione angosciante. Ci sarà sempre qualcuno più giovane di lui che gli porterà via lo scettro... Se non diventa un campione e insiste nel definirsi un “frustrato”, non sarà più capace di amarsi e di conseguenza non potrà più amare gli altri e il mondo. Seminerà amarezza... La soluzione è passare al livello successivo: diventare un eroe. Consacrare la vita a una causa, a un ideale non soltanto personale ma collettivo; sacrificarsi per il bene comune; imporre idee che si ritengono giuste, anche a rischio di farsi ammazzare; provare la paura naturale che ogni essere vivente avverte di fronte al pericolo, ma senza mai cedere alla vigliaccheria! L’eroe, per orgoglio personale, corre il rischio di diventare un guerriero sanguinario oppure di trasformarsi in un martire fanatico di una causa. Se viene vinto dalla paura, vivrà nella vergogna, disprezzandosi, insoddisfatto di tutto, negativo fino all’autodistruzione... Non potrà fare altro che sviluppare la mente, trasformandosi in genio. Superare i pregiudizi sociali, vivere anticipando i tempi, innovare l’arte, la scienza, l’economia, la politica; inventare tecniche nuove, scoprire altri modi di pensare! Se ci riesce e viene accettato dalla società, per vanità rischia di rimanere prigioniero della propria autostima, concedendosi con indulgenza cieca qualsiasi capriccio, e in certe occasioni permettendosi di essere crudele fino al delitto. Se la società non lo accetta, rischia di perdere il senno, di amareggiarsi, di cedere al vizio, di suicidarsi. Se non è capace di sviluppare il proprio talento, potrebbe passare la vita fingendo di essere un genio, come il travestito che simula di essere una donna; o per invidia, sprofondando in una dolorosa mediocrità, potrebbe trasformare lo schifo che prova per se stesso in invidia di chiunque riesca a emergere, dandogli del pazzo, del degenerato, del pericoloso e del diabolico. Se per mancanza di carattere accetta di essere un mediocre, diventerà un collezionista puerile, e si sentirà creativo soltanto perché è un ammiratore fanatico. Se riesce a non cadere in questi tranelli ma supera le tentazioni del potere, le delusioni, gli ostacoli, con pazienza e perseveranza potrà arrivare al più elevato livello spirituale, trasformandosi in santo. È il tempo a conferire tale qualità a colui
    che, grazie a una vita sana e onesta, se la merita. Ogni vecchio realizzato è un santo.
    Se per l’uomo si tratta di un cammino lungo e difficile, per la donna - nella nostra società maschilista - è un’impresa davvero immane. Se le quattro vette della realizzazione virile sono il campione (centro materiale), l’eroe (centro libidinale), il genio (centro intellettuale) e il santo (centro emozionale), le donne - con il beneplacito delle religioni - sono limitate a quattro ruoli: vergine (centro materiale), puttana (centro libidinale), sciocca (centro intellettuale) e madre (centro emozionale); vale a dire signorina frustrata, peccatrice spregevole, bellezza vuota e schiava domestica.

    Il santo civile non attende la morte con impazienza. Non aspira a un aldilà ma a un aldiqua. Per lui, Dio non sta nel presente ma è il presente. Ciascun millesimo di secondo è sacro. Al risveglio, considera un regalo meraviglioso essere ancora al mondo. Accetta con immenso piacere la propria esistenza e quella degli altri. Evita le distruzioni inutili e dedica i suoi sforzi a costruire giardini, siano essi materiali o spirituali. Non teme di abbandonarsi alla follia divina che è la gioia di vivere. La saggezza che gli deriva dalla longevità, la comunica agli altri generosamente. Non crede che custodire gelosamente conoscenze segrete sia un modo per avere il potere. Il pane condiviso ha sempre un sapore migliore.
    Il santo civile, sapendo di essere collegato a una fonte sacra, rispetta le idee positive che riceve e le trasmette naturalmente, senza sforzarsi di convincere. Le semina in giro senza disprezzare nessuno, aspettando che diano frutto. Se ciò non accade, non se la prende perché sa di non essere solo, un giorno verrà un altro santo civile a fare il bene là dove lui non c’è riuscito. Accetta i propri sentimenti sublimi perché ha smesso di aver timore della follia. Anche se lo prendono in giro o lo accusano di essere matto, non si vieta di amare tutti gli esseri che hanno vissuto nel passato. Non li vede come un esercito di defunti passivi, ma come energie vive che ci apportano la loro speranza - così come il vento gonfia le vele di una barca - e ci sospingono verso il futuro, quel futuro che noi trasformiamo nella Coscienza dell’universo.
    Allo stesso modo non si vieta di amare coloro che verranno. Considerandosi antenato di migliaia e migliaia di vite, sa che il male fatto durerà per più di cinque generazioni e che gli atti positivi continueranno a ripercuotersi per migliaia di anni. Il vecchio santo ama gli altri perché li considera membri della sua famiglia - compresi animali, vegetali, minerali. Benedice ogni creatura o cosa che entri nel suo campo di percezione, e non perché creda di conferire una miracolosa salvezza, ma perché desidera dal profondo offrirla a tutti quanti: dentro di sé non è più una fortezza, è diventato un tempio aperto. Rispetta ogni parola, ogni sentimento, ogni desiderio, ogni bisogno. Pur riconoscendone le deviazioni, ne riconosce anche l’essenza sacra. Sa che alla radice dell’odio c’è sempre l’amore. Definisce chiaramente la differenza tra la crudeltà del mondo apparente - quello che la storia considera reale - e il mondo così com’è nelle sue sostanziali potenzialità. Attraverso l’aggressività, l’ingiustizia, l’idiozia bellica, cerca e trova la bellezza divina, così come si può trovare una perla dentro un’ostrica. Non si lascia mai condizionare dagli eventi negativi, anche se li deve subire. Non è un illuso, è consapevole più di chiunque altro dell’avidità generalizzata, dell’insensatezza, della decadenza, ma riconosce che non definiscono
    la realtà. Il recipiente d’oro che contiene immondizie non è immondizia.
    Il santo civile vede sempre gli altri come suoi Maestri. Ogni essere gli impartisce
    una lezione, perché con le sue doti gli mostra quello che si deve fare, e con i suoi difetti gli insegna quello che non si deve fare. Quando si trova di fronte a un prigioniero dell’Io personale, a un vampiro di energia ossessionato dall’idea di sottomettere gli altri ai propri capricci, lo considera un tiranno utile perché gli sta dando la possibilità di lottare contro le proprie reazioni di antipatia e sconfiggerle. Imparare ad amare i nemici, anche se essi non ricambieranno mai, è un esercizio utilissimo per il cuore.
    Il santo civile non vive in un tempo che i non-mutanti chiamano “normale”. Accettando l’idea che ben presto sprofonderà nel vuoto, lo vede in funzione dell’eternità. I problemi personali paragonati all’unità infinita non lo amareggiano più. Sono soltanto ostacoli momentanei, difficoltà sopportabili, non fanno parte del suo essere essenziale. Se ha contratto debiti, ingiusti o meritati, li paga come può, senza perdere la calma. Sa che tutto succede su una scala più ampia di quella che viene percepita dal suo Io personale.
    Il santo civile, accettando l’idea che il suo organismo appartenga al regno animale, e consapevole di essere nato con un sesso, afferma che il desiderio è cosa sana e sacra. Ammette il piacere - senza per questo perdere la purezza - e se sta scritto nel suo destino, si formerà una famiglia. Sa che la castità e la verginità perenni sono nevrosi egoistiche, derivanti da un’educazione religiosa sbagliata che affonda le radici nell’incesto.
    Il santo civile comprende e perdona, poiché il suo Io personale - cristallizzato in un Io superiore, unito a un Io essenziale, al servizio del Dio interiore - non si frappone tra l’immenso amore che vive in lui e il mondo. È consapevole di abitare in una società implacabile, pullulante di ladri, criminali, truffatori, pazzi, prostituti capaci di tradire le proprie convinzioni per un po’ di denaro, padri assenti, madri invadenti, fratelli gelosi, famiglie crudeli. Eppure perdona, perché riconosce che si tratta di una disgrazia collettiva. Non esistono colpe individuali. Con lo sguardo ancorato nell’eternità, il santo civile vede quello che accade nel mondo come il grande sviluppo storico di una specie che ascende dal livello animale al livello angelico - mediante crisi, errori e anche correndo il rischio di estinguersi. In sostanza, si tratta di sofferenze utili, simili a quelle del bruco che si contorce nel bozzolo per uscire trasformato in farfalla... Il santo civile sa che l’essere umano non è ma continua a essere. Fra innumerevoli secoli, i suoi discendenti lo guarderanno con la gratitudine e l’affetto con cui lui oggi guarda gli antropoidi. E allora come può non perdonare il male che gli hanno fatto, attraverso le proprie ferite? Perdonare è comprendere le cause del male.
    Il santo civile, senza trascurare la propria vita, fa il possibile per rendersi utile agli altri, senza mai giudicarli. Invece di combattere contro il rancore e la follia, fa quanto è necessario per metterli al servizio della creatività... Ma un conto è dare e un conto è costringere a ricevere, e lui lo sa, per questo aiuta fin dove gli è possibile, e se l’altro si chiude nel suo bunker, non insiste. Cerca soltanto di stargli vicino senza intervenire.
    Il santo civile considera un dovere esprimere quello che pensa. Se viene ascoltato, è contento. Se non viene ascoltato, non si scompone. Non potendo cambiare l’altro, gli rivela quale rimedio sarebbe giusto per lui, anche a rischio della propria vita. E gli indica quello che lui ha fatto con se stesso: ha cominciato ad analizzare il proprio squilibrio, ha separato i quattro ego, li ha liberati dalle scorie, li ha condotti alla più nobile espressione di sé e ha dato loro un’unità. Ha saputo domare l’Io personale insegnandogli a chinarsi umilmente davanti all’Essenza e a trattare gli altri con delicata bontà. “Per poterti amare, devo accettare che sotto questo strato di imperfezioni sei perfetto. Se sento che alla tua Essenza devo togliere o aggiungere qualcosa, non la sto vedendo come un’opera divina. Ma esiste una frontiera interna dove le critiche si dissolvono. E una gioia che tu sia te stesso, e che né io né nessun altro possiamo alterarti.” Un santo civile non cerca di cambiare gli altri, perché per lui gli altri sono sacri. In un giardino si limiterà ad aspirare il profumo dei fiori, senza togliere né aggiungere petali. Innaffierà la terra su cui crescono, e se vede sbocciare un fiore, ne sarà felice come se in cielo fosse nata una nuova stella.
    Il santo civile sa che se abbiamo sviluppato la nostra coscienza, qualsiasi rifiuto, qualsiasi dolore, si trasformano in una nuova opportunità."

    ha scritto il 

  • 2

    se dovessi consigliarlo per un viaggio in treno non lo farei. io leggo di solito un libro in uno, due giorni, massimo una settimana.
    questo l'ho dovuto centellinare, perché ti sfinisce di storie e sto ...continua

    se dovessi consigliarlo per un viaggio in treno non lo farei. io leggo di solito un libro in uno, due giorni, massimo una settimana.
    questo l'ho dovuto centellinare, perché ti sfinisce di storie e storielline, i fattarielli come li chiamiamo a Napoli, e allora diventa noioso, e perdo attenzione. mentre magari lasciato lì, un tanto alla volta fino al punto giusto, e poi avanti un altro.
    a chi non ha mai conosciuto Jodorowsky, mmm...o consiglierei La danza della realtà.

    ha scritto il 

  • 3

    Una divertente macedonia di new age e spiritualità

    Una macedonia di new age e spiritualità
    Attingendo a storielle più o meno note, tratte dalla tradizione yiddish, zen, indù, o dal bar sotto casa, l’autore ci parla di spiritualità, misticismo, della ...continua

    Una macedonia di new age e spiritualità
    Attingendo a storielle più o meno note, tratte dalla tradizione yiddish, zen, indù, o dal bar sotto casa, l’autore ci parla di spiritualità, misticismo, della sua Jodoroschità, insomma. Alcuni racconti sono molto divertenti, altri arguti, qualcuno invece mi è sembrato tirato per i capelli e poco attinente all’argomento trattato. Un lavoro tutto sommato interessante.

    Ho inserito parecchie note a margine per chi volesse capire di cosa stiamo parlando.

    ha scritto il 

  • 0

    Forse non è il momento giusto per me, per leggerlo, anche se altri libri con messaggi simili mi sono arrivati, e li ho percepiti.

    Non lo consiglio come primo libro da leggere di Jodorowsky,io ne sono ...continua

    Forse non è il momento giusto per me, per leggerlo, anche se altri libri con messaggi simili mi sono arrivati, e li ho percepiti.

    Non lo consiglio come primo libro da leggere di Jodorowsky,io ne sono uscita semplicemente un pò confusa. Invece mi piacciono tantissimo le storielle (occupano i tre quarti del libro), che quasi quasi me le segno e le racconto in giro.

    ha scritto il 

  • 5

    alla scoperta del dio interiore

    un libro importante, che offre diverse chiavi di lettura per percorrere "al meglio" il nostro cammino personale.
    La risposta è dentro di te (purtroppo è quella sbagliata!).

    ha scritto il 

  • 4

    Una elementare verità

    Jodorowskj può convincere o meno, però nella selva di messaggi che intende lanciare al lettore/spettatore ce n'è uno che mi sembra abbastanza elementare ma alquanto condivisibile, ovvero: andiamo in c ...continua

    Jodorowskj può convincere o meno, però nella selva di messaggi che intende lanciare al lettore/spettatore ce n'è uno che mi sembra abbastanza elementare ma alquanto condivisibile, ovvero: andiamo in cerca di verità nascoste e falsi simulacri, spinti dal consumismo intrinseco alla civiltà occidentale a cui apparteniamo per Caso, coinvolti nelle logiche perverse di un mondo alla rovescia sempre più meschino e corrotto. Eppure un antidoto sembra esserci: cercare incessantemente la strada che porta alla conoscenza di sé, tentando di ricostituire un'unità perduta al fine di "guarire" da ferite ancestrali, aspirando ad essere uomini planetari. Sembra facile, a dirsi.

    ha scritto il 

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