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Calvino

Di

Editore: Laterza

3.7
(18)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 240 | Formato: Altri

Isbn-10: 8842056472 | Isbn-13: 9788842056478 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Fiction & Literature , Da consultazione

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Descrizione del libro
Una trattazione nuova e originale, sistematicamente articolata che ci permettedi conoscere uno dei maggiori scrittori della letteratura italianacontemporanea, Italo Calvino, e le sue opere. Il saggio nasce da una lungafamiliarità dell'autore con lo scrittore che viene studiato, inserito nelcontesto storico culturale in cui la sua attività si è sviluppata.
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    Di Silvio Perrella avevo già letto a suo tempo il bel saggio su Goffredo Parise, “Fino a Salgareda”, rimanendo favorevolmente colpito dall’interessante modalità messa in pratica nell’arco di tutto il testo, ovvero un condurre le argomentazioni attraverso una smagliante chiarezza argomentativa, e ...continua

    Di Silvio Perrella avevo già letto a suo tempo il bel saggio su Goffredo Parise, “Fino a Salgareda”, rimanendo favorevolmente colpito dall’interessante modalità messa in pratica nell’arco di tutto il testo, ovvero un condurre le argomentazioni attraverso una smagliante chiarezza argomentativa, e innervandole pure con un’attenta e mai invadente cernita del materiale biografico dell’autore oggetto d’analisi.

    In aggiunta, a quell’altezza c’era il fatto che Perrella si occupava di uno degli autori “miei” del dopoguerra, quel Goffredo Parise del quale m’ha sempre colpito, pensandoci, il fatto che apparisse (a me) come fatto d’una stretta matrice nella quale si confondevano, fino a non essere più distinguibili, la spinta vitalistica da una parte e un dato inizialmente onirico/fantastico poi ripiegato in dura riflessione metafisica dall’altra.

    Da questo una percezione di sofferenza, ciononostante la levità sorgiva dell’ultimo Parise, quello dei Sillabari (ma non è la sua maniera che più amo), i quali invece trasmettevano una vibrazione se non di felicità, certo di fervore.

    Ho rivisto recentemente, di notte, su Rai Storia, un’intervista del 1978 di Maurizio Costanzo a Parise, e lo scrittore vicentino, all’epoca non ancora cinquantenne, pareva già, nel sembiante come spugnato, di chi dimostra più degli anni che ha, in un’oscura retroguardia. Che differenza da quella vecchia foto degli anni cinquanta, con lui e la sua prima moglie, la giovane e smagliante Maria Costanza Speroni, sorridenti su una decappottabile.

    E comunque, sempre seguendo il sentiero dell’autore “mio”, ritrovo Perrella al crocevia Calvino. Una galassia complessa quella dello scrittore sanremese, non foss’altro per l’estensione e la varietà della sua opera (visse sette anni più di Parise, ma macinò molta più carta), varietà che si manifesta soprattutto alla luce, in particolare nella seconda parte della sua produzione, di un affondo nell’oggetto letterario, affondo che, caso pressoché unico in Italia, al tempo, teneva conto di molte delle correnti, le pulsioni, le sperimentazioni all’epoca in atto nelle letterature fuori gli angusti confini italiani.

    Ma torniamo collegandoci a quanto si diceva sopra del grande Goffredo. Innanzitutto Perrella scrive con una chiarezza di scrittura la quale non è necessariamente derivante da una chiarezza in sé, ovvero dal presupposto di una modalità minimale, di sfrondamento a priori delle terminologie eccessivamente complesse.

    Non c’è, in altre parole, e con tutti i distinguo che tale espressione include quando si parla di scrittura saggistica, una scelta stilistica, quanto piuttosto una chiarezza che scaturisce da un pensiero operativo o analitico o in fin dei conti critico che è già delineato alla fonte in ogni sua parte. Questo peraltro ha molto di calviniano e mi ricorda la cadenza di un altro critico, che magari m’interessa di meno, di cui non sempre condivido i punti di vista, Alfonso Berardinelli.

    Detto questo, lo snodo messo in luce da Perrella riguardo a Parise, esce, sebbene con altre coordinate, anche in Calvino. Ovvero il fatto che in questi due autori si è attuato con l’andar del tempo una sorta di rovesciamento all’interno da una posizione iniziale di “fiducia” verso il mondo, a una posizione successiva che non si pone come l’ombra di quella, cioè un mondo in negativo, quanto una posizione di dolorosa saggezza che addirittura lo trascende. Si fa contemplazione cosmica o anche sguardo tutto interiore: diventa in tutto letteratura (i Sillabari per me è un testo proprio oggettivamente letterario, in ogni sua parte)

    In Calvino tale processo ha avuto motilità razionali fin da subito, motilità che si sono acuminate, caricate di segni, col tempo; mentre Parise è stato più istintivo e vitale, più apertamente sofferto in questo percorso.

    Infine, interessanti nel testo le riflessioni di Perrella sulla fisiologia, convoluta, intestinale della mente calviniana, il ragionare subito per simboli, fin dai suoi primissimi racconti, il fatto che codesti racconti siano stati come un sipario aperto per un solo battito di ciglia sull’anima di colui che li aveva scritti. Altresì interessante la disamina sul falsetto della lingua di Calvino; il parallelismo, inaspettato ma nutriente con Benedetto Croce.

    Copio infine un paragrafo che dà conto della modalità di Silvio Perrella in questo libro. Siamo a pagina ottantotto:
    “Calvino si trasforma insieme in un cosmologo euforico e in un archeologo malinconico. Lancia la sua memoria nello spazio e poi aspetta che la traiettoria di una lenta orbita gliene riporti in vista almeno un frammento. E se ciò avviene, scruta questo frammento con lo sguardo di un archeologo malinconico, che analizza reperti di un lontanissimo passato, come se appartenessero non più a lui, ma a un altro o al mondo stesso”.

    ha scritto il