Canada

Di

Editore: Feltrinelli

3.7
(484)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 419 | Formato: eBook | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Francese , Spagnolo , Catalano

Isbn-10: 8858811143 | Isbn-13: 9788858811146 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Vincenzo Mantovani

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico

Genere: Criminalità , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
“Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi, che avvennero più tardi.” Ai nostri giorni, a distanza di mezzo secolo dai fatti, il professor Dell Parsons, americano trapiantato in Canada e alla vigilia della pensione, ricorda i due avvenimenti che hanno impresso una svolta decisiva alla sua vita e a quella di Berner, la sua gemella. Nel 1960, l’anno dei fatti criminosi, Dell e Berner hanno quindici anni e i Parsons sono una famiglia americana assolutamente normale, da cui sarebbe stato assurdo aspettarsi cose simili. Ma, come scrive Richard Ford, “il preludio a cose molto brutte può essere ridicolo, ma può anche essere casuale e insignificante. Cosa che merita di essere riconosciuta perché indica il punto da cui possono originarsi eventi disastrosi: a un pelo dalla vita di tutti i giorni”. “Richard Ford ha fatto un miracolo, si è reincarnato in un adolescente degli anni sessanta e ha raccontato la provincia americana come pochi hanno fatto prima.” Niccolò Ammaniti.
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  • 4

    Canada

    Richard Ford è senza ombra di dubbio uno dei migliori narratori contemporanei.
    A differenza di gran parte dei suoi colleghi, che hanno optato per forme letterarie più moderne (surrealismo o postmodern ...continua

    Richard Ford è senza ombra di dubbio uno dei migliori narratori contemporanei.
    A differenza di gran parte dei suoi colleghi, che hanno optato per forme letterarie più moderne (surrealismo o postmodernismo, in primis), lo scrittore statunitense si colloca a pieno titolo in quella corrente realista che ha scritto la storia della letteratura americana del Novecento.
    Questo romanzo, in particolare, fa emergere la sorprendente capacità di analisi di Ford, che conduce una straordinaria indagine sulla costruzione della personalità di un individuo e sul raggiungimento all'età adulta, mediato dall’attraversamento di un territorio impervio, fatto di solitudine ed abbandoni.
    Il quasi settantenne professor Dell Parsons - voce narrante dell’intera vicenda – racconta a cinquant’anni di distanza la storia della propria infanzia travagliata, culminata nell’incarcerazione dei genitori dopo una rapina in banca. Il ragazzo, appena quindicenne, si ritrovò così, tutto ad un tratto, solo al mondo. Con il padre e la madre dietro le sbarre e la sorella-gemella Berner fuggita chissà dove, venne condotto da un’amica di famiglia al di là dei confini: in un paese del tutto sconosciuto (il Canada, per l’appunto), profondamente diverso da quello dell’infanzia, circondato da personaggi oscuri ed imperscrutabili.
    Col consueto stile asciutto ed essenziale, distaccato ma allo stesso tempo coinvolgente, Ford racconta una storia tutta americana che assume però, allo stesso tempo, una valenza universale: soprattutto per ciò che concerne le possibilità di scelta, la fiducia nel prossimo, il tema della generosità e l’opportunità di giungere a patti con le ombre del passato.

    ha scritto il 

  • 4

    Che grande narratore questo Ford! Racconta le sue storie con ritmo e calore, nessuna parola è di troppo, mai un calo di interesse o di stanchezza e i luoghi che descrive ti si materializzano davanti a ...continua

    Che grande narratore questo Ford! Racconta le sue storie con ritmo e calore, nessuna parola è di troppo, mai un calo di interesse o di stanchezza e i luoghi che descrive ti si materializzano davanti agli occhi come se stessi guardando un film. Sono stata in ansia per tutto il libro per le vicende di Dell, adolescente dal buon carattere che non si guasterà crescendo nonostante i tradimenti degli adulti che dovrebbero prendersi cura di lui. Spiace davvero chiuderli libri così.

    ha scritto il 

  • 4

    null

    Un libro scritto come si giravano i film negli '70; gli eventi vengono descritti a livello emotivo. Se decidete di accostarvi a questo libro dimenticate lo stile imperante nella letteratura di consumo ...continua

    Un libro scritto come si giravano i film negli '70; gli eventi vengono descritti a livello emotivo. Se decidete di accostarvi a questo libro dimenticate lo stile imperante nella letteratura di consumo degli ultimi anni questo è un dignitoso tentativo di descrivere la parabola della vita di tutti noi: la rapina, il Canada e gli omicidi potrebbero essere sostituite da eventi più comuni come un divorzio un incidente stradale o la morte di un genitore. Non è di lettura immediata ma ne vale la pena.

    ha scritto il 

  • 3

    Bello e faticoso

    Per leggerlo c'ho messo lo stesso tempo che avrei impiegato ad andare in Canada a nuoto. E la stessa fatica. Per tacere del fatto che nel Canada del titolo si arriva a metà libro. Eppure non l'ho abba ...continua

    Per leggerlo c'ho messo lo stesso tempo che avrei impiegato ad andare in Canada a nuoto. E la stessa fatica. Per tacere del fatto che nel Canada del titolo si arriva a metà libro. Eppure non l'ho abbandonato, perchè a suo modo è bello. Lentissimo, ripetitivo fino allo sfinimento, inutilmente descrittivo, però i 3 episodi cruciali della vita di Dell, sono forti, originali, densi di significati e conseguenze. La cosa più bella, per me, è la tenerezza di Dell che passa attraverso vicende sconvolgenti con l'inconsapevolezza, la mancanza di senso, l'accettazione e la forza semplice dei suoi 15 anni. A Dell ne succedono di tutti i colori, infatti, gli va in frantumi tutto quello che lo circonda e lo definisce, ma lui resta saldo nel pochissimo che riesce a salvare, dentro una federa. Gli scacchi e la preoccupazione di restare indietro a scuola. Ma soprattutto la curiosità, la capacità di adattarsi, la forza di farsi domande e convivere con l'assenza di risposte. Nonostante sia stato per me un libro faticoso da leggere, credo che Dell, con la sua resilienza, resterà a lungo con me.

    ha scritto il 

  • 4

    Colpisce come Ford riesca ad immedesimarsi nei panni del protagonista quindicenne e a farci riflettere sull'evento che ha sconvolto la sua e la vita di sua sorella gemella: la rapina in banca dei loro ...continua

    Colpisce come Ford riesca ad immedesimarsi nei panni del protagonista quindicenne e a farci riflettere sull'evento che ha sconvolto la sua e la vita di sua sorella gemella: la rapina in banca dei loro genitori. Non voglio aggiungere altro, leggetelo.

    ha scritto il 

  • 3

    Altro che mito americano...

    Libro affascinante ma di non facile lettura, per il continuo lavorìo di memoria e riflessione del protagonista, Dell, che cinquanta anni dopo gli avvenimenti che hanno sconvolto e indirizzato bene o m ...continua

    Libro affascinante ma di non facile lettura, per il continuo lavorìo di memoria e riflessione del protagonista, Dell, che cinquanta anni dopo gli avvenimenti che hanno sconvolto e indirizzato bene o male la sua vita di adolescente, prova a darsi ragione del rapporto con i genitori, figure enigmatiche, la sorella, e soprattutto poi l’ambiguo Arthur, una specie di secondo genitore che anziché affrancare il quindicenne Dell dall’esperienza amara con il padre, la rinnova e se possibile la peggiora ulteriormente. La fatica della lettura, che comunque viene da portare avanti perché “si sente” che il libro ha un grosso spessore, a mio parere dipende anche dal peso di alcuni “ingredienti” centrali nella narrazione, motivi molto americani che forse a noi non appaiono in tutta la loro significanza. Il primo è quello della frontiera: solo che è una frontiera anomala, perché qui per Dell si tratta di scappare dagli Stati Uniti, verso un paese che è tradizionalmente “minorato” rispetto agli USA (nel testo si parla di un’invidia che i canadesi avrebbero verso i loro vicini…): quindi sembra quasi una frontiera depotenziata rispetto a quella del mito americano. Un secondo motivo è il rapporto con la figura paterna come modello di successo, punto di riferimento nella propria crescita; quella figura che spesso nell’immaginario americano invece di favorire l’autonomia del figlio finisce per fagocitarlo: qui Beverly e Arthur si rispecchiano l’uno nell’altro. La conquista dell’autonomia sarà per Dell un doloroso processo di affrancamento da questi due ingombranti personaggi (per non parlare poi della madre...). Infine il motivo del paesaggio disperso e anonimo nella sterminata provincia americana, trasportata qui nel Canada. E forse il sentimento che lascia alla fine la lettura è proprio uno sguardo disincantato su certi miti americani, di cui Dell dovrà rimarginare le ferite lasciate nel proprio vissuto.

    ha scritto il 

  • 2

    Deludente. E' diviso in tre parti, di cui la prima è troppo lunga e lo scrittore si ripete spesso. Il protagonista racconta come i suoi genitori, una comunissima coppia americana, alla prima difficolt ...continua

    Deludente. E' diviso in tre parti, di cui la prima è troppo lunga e lo scrittore si ripete spesso. Il protagonista racconta come i suoi genitori, una comunissima coppia americana, alla prima difficoltà rapinano una banca e naturalmente, vista la loro approssimazione da dilettanti, vengono arrestati subito. La teoria che lo scrittore vuole dimostrare in più di 200 pagine è che loro erano destinati a questo, era nel loro DNA!! La seconda e terza parte scorrono un po' meglio, ma secondo me tutto l'impianto della storia non funziona: non si capisce perché la madre prima di finire in prigione, fa in modo che una sua amica (o solo conoscente!) faccia espatriare i figli in Canada, per poi ritrovarvi quello che è l'io narrante (la sorella fugge e vivrà una vita squallida fra eccessi di alcool e droghe!) in mano a gente poco raccomandabile. Mah, non lo consiglio!

    ha scritto il 

  • 4

    Ho amato la prima parte.
    tanto.
    Mi ha riempita la sua scrittura.
    Nonostante siano passati mesi ho ancora davanti le immagini che mi ha fatto vedere mentre lo leggevo. Poi mi sono bloccata (ok, si è un ...continua

    Ho amato la prima parte.
    tanto.
    Mi ha riempita la sua scrittura.
    Nonostante siano passati mesi ho ancora davanti le immagini che mi ha fatto vedere mentre lo leggevo. Poi mi sono bloccata (ok, si è un mio problema, mi blocco facilmente).
    ed è lì, sul comodino in attesa che io mi decida di leggermi del protagonista in Canada senza la sorella...
    Per ora no, non riesco...

    ha scritto il 

  • 5

    PAGARE IL FIO.

    Quando frequentavo le scuole medie non c'erano i bulli, ma solo dei prepotenti pezzi di merda, perchè, al tempo, le cose si tendeva a chiamarle più con il loro nome rispetto ad adesso. ...continua

    PAGARE IL FIO.

    Quando frequentavo le scuole medie non c'erano i bulli, ma solo dei prepotenti pezzi di merda, perchè, al tempo, le cose si tendeva a chiamarle più con il loro nome rispetto ad adesso. Quello che toccò alla nostra classe, in gita ad un sito archeologico etrusco, non era neppure dei più prepotenti, né dei più stronzi, ma sicuramente un pezzo di merda e un grandissimo coglione. Pluribocciato, di intelligenza che oscillava fra la valutazione di “zuccone” e “senza speranza”, più grande di noi, più alto, con due lumache marroncine come baffi, portava lunghi capelli unti divisi a metà sopra la fronte inutile, in inverno indossava un grosso giubbotto di jeans imbottito con cucita dietro una megatoppa degli Iron Maiden e gli altri giorni dell'anno un giubbottino di jeans smanicato con una megatoppa degli Iron Maiden. Si chiamava P. e era solito vessare noi ragazzini di prima passando nei corridoi e facendo finta di colpirci al ventre, noi d'istinto ci ritraevamo e lui si fermava, urlava: “Eh! Paga la mossa!”, allora ci bloccava e ci colpiva con forza sulla spalla, un paio di volte. Noi subivamo in silenzio e lo odiavamo. A me stavano sul cazzo anche gli Iron Maiden, li avevo sentiti qualche volta in cassetta e mi erano sembrati un gruppo per decerebrati senza rispetto per le proprie orecchie. P. faceva parte di un'altra classe, ma chissà come mai, quel giorno, era finito assieme a noi delle prime, sul nostro autobus. Appena constato dove era capitato, si posizionò al centro dell'ultima fila dei sedili in fondo ed iniziò a spadroneggiare e vessarci verbalmente. Affibbiò a tutti nomignoli, metteva continuamente i piedi sui braccioli altrui, si mangiava le unghie e le sputava in giro e soprattutto straparlava. Si perchè P. era uno di quelli che si vantava di essere un duro più che fare il duro. In realtà sparava un mare di cazzate che noi sapevamo non essere minimamente vere ma fingevamo di accettare per non subire le sue ripercussioni prepotenti. Stando a P. lui a 13 anni aveva vissuto più vite di un filibustiere portoghese che avesse circumnavigato il mondo o di un carcerato del Kentucky; millantava conoscenze nel quartiere dei meridionali (chiamato dalle mie parti La Mecca in tono dispregiativo e che per noi ragazzini che non ci avevamo mai messo piede ci sembrava un altro mondo tipo Beirut dopo un bombardamento ma molto, molto più pericoloso), sciorinava imprese eroiche di risse alle quali aveva assistito e ci ammorbava con i racconti delle sue vacanze a casa dei parenti giù, dove, stando a lui aveva trascorso più di un mese a rubare gelati, biciclette, birre, palloni, figurine, toppe degli Iron Maiden, perchè, a quanto raccontava, lui ed i suoi cugini non compravano mai niente, fregavano tutto come dei tipi fighi e incuranti delle leggi. Noi dubitavamo, ma se non fingevi di crederci P. non te la faceva passare liscia e ti prendeva di mira con i suoi piedi che ti metteva in grembo o ripetendo il nomignolo che ti aveva affibbiato e queste robe qua. Così dovevamo subire e ci auguravamo che morisse presto e con presto intendevamo quel giorno stesso. Dubitavamo di P. perchè in paese si conoscono tutti e tutti sapevano che lui era il figliolo del “Becco”, il vigile urbano che si era guadagnato quel soprannome per via della vita sessuale molto allegra della moglie che infatti dopo qualche anno di matrimonio, sgravato il pargolo che poi sarebbe mal cresciuto come P., e dopo innumerevoli relazioni coi patentati del paese, aveva mollato marito e figlio e si era trasferita al Nord.

    La gita fu uno strazio, P. in delirio di onnipotenza aveva fatto di tutto per rendercela incasinata e aveva finito per infastidire anche i docenti che ci accompagnavano. Aveva rotto il meccanismo di riavvolgimento del rullino di una Canon di un mio amico(prestito prezioso del padre)che si era messo a piangere, aveva sputato una caramella appiccicosa in testa ad una ragazzina che si era messa a strillare come punta da un ragno velenoso, aveva scavalcato la bassa barriera di una tomba etrusca dopo che la guida ci aveva più volte ammonito di non farlo e al ristorante aveva sequestrato il piatto di patatine fritte di alcuni di noi, ci aveva sputato sopra e se ne era impossessato per poi, mangiatene un po', abbandonarlo. Insomma P., per tutto il giorno, si era comportato da arrogante prepotente come sempre. Ma il fato, come nella tradizione delle tragedie greche, era in agguato per punirlo. Sulla strada del ritorno ci fermammo in un grosso autogrill. Panini, cocacola, sosta in bagno e giro del minimarket. Io ed i miei amici ci attardammo più del possibile attorno ad una nicchia di giornaletti porno cercando di sbirciarne alcune pagine rimaste non sigillate dal cellophane, quando notammo un certo trambusto fra gli addetti all'autogrill e ci fiondammo fuori trovandoci di fronte a questa scena catartica e di una bellezza sublime: P., appoggiato al nostro autobus stringendo al volto una sciarpetta della Juventus, che piangeva a dirotto mentre un paio di professori e uno vestito coi colori dell'autogrill gli affibbiavano una ramanzina di quelle toste. Un'amica ci informò che P. era stato sorpreso da una cassiera a rubare un piccolo set del Bravo Tifoso(una roba tipo gagliardetto+sciarpa+trombetta che avevamo visto esposto ma giudicato troppo costoso per le nostre tasche). Lui aveva tentato di scappare, ma era stato subito agguantato da un altro cassiere che aveva minacciato di chiamare i Carabinieri. Di fronte alla possibilità di essere “arrestato” e che la storia finisse agli orecchi del padre garante del traffico, P. era evidentemente crollato lasciandosi andare ad un pianto da femminuccia con tanto di singhiozzoni che bagnavano i baffi-lumaca. Ingobbito nel suo giubbotto di jeans smanicato, piangeva ed annuiva mentre i prof e il cassiere gli rimproveravano qualcosa additandolo. Noi, riuniti a cerchio attorno a lui, ad una certa distanza in modo che fosse evidente sia il nostro sdegno ma anche il fatto che potevamo sentire e vedere tutto, ci godevamo quella rivincita che il Destino ci stava regalando su un piatto d'oro luccicante. Perchè uno come P. che piangeva come una femminuccia davanti a tutti, sorpreso a rubare, umiliato e additato era una gioia per noi con pochi pari. Dopo le lacrime, le prese di colpa e tutto il resto, mentre attendevamo l'arrivo dei carabinieri che non sarebbero mai arrivati, P. fu condotto dentro l'autogrill, fu costretto a pagare quello che aveva sottratto e rispedito da noi che lo guardavamo ancora pieni di derisoria soddisfazione. Lui a capo chino, soffiandosi il moccio dal naso, ancora un poco singhiozzante fu costretto a sedere accanto al prof.di scienze e fece tutto il resto del viaggio col capo appoggiato al finestrino, il volto seminascosto dalla sciarpetta bianconera, lo sguardo basso e gli occhi umidi, forse comprendendo, anche nella sua testa di zuccone, che la sua reputazione da duro si era sciolta come neve al sole e che dopo quello sputtanamento da fregnone, non avrebbe più impressionato nessuno con le sue storie da uomo vissuto. Il suo posto in mezzo ai sedili in fondo fu preso simbolicamente da un nostro coetaneo, lui sì destinato ad una fulgida carriera di tossicodipendente e delinquente di primo livello e P. finì nell'oblio bagnato delle sue stesse lacrime.

    La storiella che vi ho raccontato non c'entra nulla con §Canada§di R. Ford, ma mi è venuta in mente perchè nel romanzo si parla di come uno stupido furto rovini la vita di un'intera famiglia.

    Tutto qui.

    Non è vero che non ci sono più storie da raccontare che siano anche narrate bene, il caso di §Canada§ ci dimostra tutto il contrario.

    ha scritto il 

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