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Candido

ovvero Un sogno fatto in Sicilia

Di

Editore: Einaudi (Nuovi Coralli, 192)

4.0
(853)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 145 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Inglese , Spagnolo

Isbn-10: A000124590 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri

Genere: Fiction & Literature , Humor , Political

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Descrizione del libro
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  • 0

    ✰✰✰✰ molto buono

    Cose che possono permettersi in pochi.
    Prendere un testo classico di un autore celeberrimo e trasferire il personaggio in tempi e luoghi lontanissimi. Trasformare un testo di filosofia in un libro di testimonianza e/o di denuncia.
    Anche questo Candido non “vive nel migliore dei mondi ...continua

    Cose che possono permettersi in pochi.
    Prendere un testo classico di un autore celeberrimo e trasferire il personaggio in tempi e luoghi lontanissimi. Trasformare un testo di filosofia in un libro di testimonianza e/o di denuncia.
    Anche questo Candido non “vive nel migliore dei mondi possibili”: impara dalle proprie esperienze che non è così, ma su di lui il male, comunque si presenti, “scivola”.
    Naturalmente i puristi che non amano omaggi (e questo è per un amante di Voltaire come Sciascia) ai grandi classici, faranno bene ad astenersi.

    Il libro fu pubblicato nel 1977.
    Che per molti anobiani è l’anno di nascita o l’anno in cui andarono in prima elementare Ma non è solo questo, né è abbastanza lontano da poterne raccontare la storia senza scontrarsi con interpretazioni diverse. Gli attori di quel periodo sono ancora vivi e vegeti, non ancora trasformati in Matusalemme.
    La cosa chiara fu, anche per chi ci vedeva poco, che la gioventù “ribelle” non solo era uscita dal PCI, ma lo vedeva come un altro nemico. Si andò sempre più a sinistra e le singole parti finirono anche per litigare tra loro. La lotta politica era diventata sempre più lotta armata organizzata. E il 1977 fu l’apogeo.

    Certo Sciascia non pensava di mettersi un passamontagna e impugnare a due mani una P38, ma la delusione politica è evidente.

    Forse, in parte, è lui il don Antonio del libro, che ha abbandonato la carne, la Chiesa ed ora non può abbandonare il partito e restare solo. Non riesce a fare come Candido che va sempre avanti. Accetta anche il compromesso, continua a pregare e continua ad accettare la politica ufficiale. Nella sua vita la sola persona che non l’ha deluso è Candido, i soli sentimenti di cui non si pente sono l’affetto e la fiducia nei suoi confronti.

    Il tocco di Sciascia è lieve (non voglio neppure sapere quali sono le letture di chi l’ha definito pesante) e si sorride ogni tanto, anche se sullo sfondo c’è una guerra, le bombe, la mafia con cui gli americani si sdebitano mettendo le basi della DC siciliana;
    l’odio secolare dei contadini nei confronti dei padroni, sempre e comunque;
    un Partito che non sa bene dove andare avendo abbandonato le istanze progressiste, scimmiottando chi è al governo e congelandosi nel ruolo di “opposizione”, volontariamente cieco di fronte anche agli intrallazzi di bustarelle. Un’altra Ecclesia, di riti e linguaggi propri e con comportamenti pari a quella più antica;
    una famiglia che si disgrega tra il nuovo amore della madre, il padre suicida e il nonno che si ricicla dal fascismo alla democrazia cristiana e finirà per pagare la propria onestà, se non la lealtà;
    parenti assetati di denaro e terre in particolare quelli di Candido, un amore (anche se forse solo sesso) perduto ed uno nuovo, improvviso e insospettabile.

    La fine potrebbe essere considerata fin troppo “lieta”.
    La speranza di don Antonio che tutto possa mutare in meglio in una Parigi che è l’icona culturale dell’illuminismo, lo porta davanti alla statua di Voltaire “« questo è il nostro padre » gridò.
    Dolcemente, ma con forza Candido lo staccò dal palo, lo sorresse, lo trascinò. « Non ricominciamo coi padri » disse.””

    Chi è Candido? Una specie di San Francesco, non frutto di una conversione, ma di uno stato di natura, colto e laico, semplice ed acuto, generoso e volonteroso, che non fa proselitismo.
    Un uomo considerato da tutti (togliamoci la donna che lo ama) un perfetto imbecille.
    Ricordiamocelo qualora dovessimo incontrare un Candido e tratteniamoci dal commentare “ma è un imbecille!”.
    Però possiamo stare tranquilli: Candido è solo un personaggio letterario.

    Stamane mi ha suonato il postino. Anzi non è più un postino (chissà dov’è finito il mio gentilissimo postino ecologista) perché in uno stato schizofrenico che blatera di posti di lavoro, l’affidamento di molti servizi (statali, parastatali e privati) viene dato ad aziende in cui il posto di lavoro è poco remunerato e temporaneo. E qui il discorso sarebbe molto lungo, per cui torno al “recapitatore”.
    Dunque mi suona, ero sul terrazzo, lo vedo, vado in ingresso e premo il pulsantino, apro la porta rumorosamente (sono al primo piano), scendo 6 gradini e faccio cucù nell’atrio. Il portone è aperto, l’omino è sparito e nella mia casella c’è una merdaccia di biglietto in base alla quale tra due giorni (e non oltre i 6) devo andare a ritirare qualcosa (tasse, of course) che mi farà incazzare, visto che lui ha scritto che non mi ha trovata.
    Ai giallisti: qui c’è un imbecille tout court, non metafico/allegorico/filosofico. Indovinare chi è.

    2005 – 27.07.2014

    ha scritto il 

  • 4

    "E se l'insieme di tante verità fosse una grande menzogna? E' una domanda semplice che potrebbe trovare una risposta semplice"

    Se mostro è, come vorrebbe l'etimologia, colui che deve essere mostrato (in quanto prodigio, in quanto cosa straordinaria) allora i parenti di Candido non sbagliano a chiamarlo mostro. Un mostro è, in effetti, il giovane Munafò, sfortunato eppure fortunato eroe di questo breve romanzo di Sciascia ...continua

    Se mostro è, come vorrebbe l'etimologia, colui che deve essere mostrato (in quanto prodigio, in quanto cosa straordinaria) allora i parenti di Candido non sbagliano a chiamarlo mostro. Un mostro è, in effetti, il giovane Munafò, sfortunato eppure fortunato eroe di questo breve romanzo di Sciascia; mostro d'onestà e d'altruismo dal commovente candore, dall'innocenza limpidissima, dall'autentica, esasperante bontà (virtù, quest'ultima, facile ad essere vista come deplorevole vizio in una società di parassiti, arrivisti, servi che la scambiano superficialmente per imbecillità).
    Candido, simbolo autentico di una curiosità affamata, è leggero (come, del resto, è leggero tutto il romanzo, che rimane sospeso senza essere inconsistente), elegante come un gatto (E peraltro gli piaceva, assomigliarsi a un gatto: per la libertà che sapeva di avere, per il nessun legame con le persone che gli stavano intorno, per la capacità di bastare a se stesso), ma non trasparente, anzi piuttosto impenetrabile (perché appunto personaggio-simbolo e non personaggio dotato di un'interiorità da scandagliare).
    Centro mobile in un universo immobile, si rivela solo attraverso le azioni e le scelte che compie (Noi siamo quel che facciamo). Salvato dal fatto di non avere sacro nulla se non l'idea che bisogna far di tutto per vivere nella luce, Candido non si degrada nella passione; il suo entrare nella vita attraverso l'amore carnale per Paola lo rende, se possibile, ancora più candido.
    Candido, in conclusione, è un inno alla libertà (libertà d'essere e di credere, di avere una fede, politica, religiosa, ecc., salda, che non teme le accuse di eterodossia, le espulsioni, le interdizioni) come valore reale, come parola dotata di un significato pieno e non mero stendardo da sventolare per nascondere il vuoto.

    ha scritto il 

  • 3

    Ironia a confronto

    Sciascia con questo libricino semiserio, sulla falsariga di quanto fatto, magistralmente, da Voltaire col suo Candido, ha cercato di esporre i suoi punti di vista sulle problematiche che hanno interessato l'Italia in generale e la Sicilia in particolare nella seconda metà del secolo scorso.

    ha scritto il 

  • 4

    Ironico e sarcastico, ma non comico. Dietro una piacevole leggerezza nelle descrizioni e nei dialoghi si nota una feroce critica alla società del tempo ... sono passati quasi 40 anni (il racconto si conclude nel '76) ma non sembra proprio che sia cambiato (in meglio) qualcosa, anzi! se il libro s ...continua

    Ironico e sarcastico, ma non comico. Dietro una piacevole leggerezza nelle descrizioni e nei dialoghi si nota una feroce critica alla società del tempo ... sono passati quasi 40 anni (il racconto si conclude nel '76) ma non sembra proprio che sia cambiato (in meglio) qualcosa, anzi! se il libro si conclude con una "ventata" di ottimismo, (anche se in terra straniera: "qui si sente che qualcosa sta per finire e qualcosa sta per cominciare ..." parlando di parigi), io - qui e ora - non riesco a immaginare una frase del genere, neanche pronunciata da chi ha cercato fortuna all'estero!
    Però, ritornando al libro, è una lettura davvero piacevole!

    ha scritto il 

  • 5

    " [...] -Tutto quello che vogliamo combattere fuori di noi- disse l'arciprete- è dentro di noi ; e dentro di noi bisogna prima cercarlo e combatterlo [...]-"
    "-Le voci son quasi sempre vere; e le cose sono quasi sempre semplici"-
    n questo libro Sciascia rende omaggio all'amatissimo "C ...continua

    " [...] -Tutto quello che vogliamo combattere fuori di noi- disse l'arciprete- è dentro di noi ; e dentro di noi bisogna prima cercarlo e combatterlo [...]-"
    "-Le voci son quasi sempre vere; e le cose sono quasi sempre semplici"-
    n questo libro Sciascia rende omaggio all'amatissimo "Candide" di Voltaire, ma parla, in realtà, del suo tempo , con un racconto filosofico che ha il sapore dolceamaro degli agrumi.
    Nel romanzo di Voltaire il protagonista era stato allevato secondo l'assunto : "Ci troviamo nel migliore dei mondi possibili". Tale massima veniva poi duramente smentita nel corso dell'opera.
    Nella versione di Sciascia, invece, tutto può essere ricondotto a due principi di fondo: "Soltanto i fatti contano", e, soprattutto, "Le cose sono quasi sempre semplici". Candido Munafò queste cose le sa bene fin dalla più tenera età ed è in base a queste semplici idee che imposta i propri comportamenti, muovendosi in modo diretto e sincero. Proprio questa sua "spontaneità", questa sua " verità", questo suo personalissimo codice morale finiranno per cozzare con l'ipocrisia, l'avidità, il bigottismo, la piccineria e le vedute strette della società che lo circonda.
    Consiglio a tutti il libro di Sciascia: chi ama leggere si divertirà per il gioco letterario i vari rimandi a libri"famosi", chi ama pensare troverà diversi spunti di riflessione sui tempi "assai grevi" che non hanno smesso di attraversare l'Italia.

    ha scritto il 

  • 5

    "L'avvenire è dei cretini"

    “Bella grassa appetitosa!” mi gridò abbracciandomi e ridendo il rampollo di dodici anni dopo essersi pappato un brano del “Candido” della sua antologia.
    La cosa ebbe due conseguenze.
    La prima, che guardai ammirata il suddetto etichettandolo come genietto su cui esercitai per lustri le ...continua

    “Bella grassa appetitosa!” mi gridò abbracciandomi e ridendo il rampollo di dodici anni dopo essersi pappato un brano del “Candido” della sua antologia.
    La cosa ebbe due conseguenze.
    La prima, che guardai ammirata il suddetto etichettandolo come genietto su cui esercitai per lustri le mie riconosciute doti di “rompicogliazzi”.
    La seconda, che un classico è tale non perché sai per sentito dire che lo è, e Candido lo era in quel senso, ma perché è eternamente usufruibile come arnese di vita vissuta.
    Lo ripresi, mi divertì, ma il danno era stato fatto sui banchi di scuola, la cui formica verde pisello era intarsiata con il nome del ragazzo di turno. Lo riposi dopo le prime pagine. Divertenti le peripezie di Candido e Cunibonda, tutti presi a dimostrare che questo in cui viviamo non è il miglior mondo possibile, ma solo per una ventina di pagine.

    E Sciascia, che aveva confessato in Todo Modo che solo il Candido non era riscrivibile, lo riscrive trasponendolo in Sicilia, la Sicilia della mafia, dei voltafaccia degli ex- fascisti che tali rimangono anche quando sono diventati democristiani, del familismo, del luogo in cui “ non finisce niente, non finisce mai niente… e in cui non c’è posto per chi vede le cose semplici e va sempre al cuore dei problemi. “Le cose sono sempre semplici” mormora talvolta Candido. E sarà appunto il suo desiderio di nominare le cose con il loro nome a procurargli varie disavventure e apparire, agli occhi del mondo, come un “piccolo mostro”, tale e quale mi parve Sciascia in quegli anni in cui il lessi Candido come il romanzo della perdita di una fede comunista. Un romanzo autobiografico come può esserlo quello di un narratore che non parla di sé, però. Un motivo per tenermene alla larga.

    Ne è dovuta passare tanta acqua sotto i ponti per potergli perdonare questo suo anticomunismo, quel “grillismo radicale” qualunquista, che ora a quarant’anni di distanza mi appare una lucida analisi condivisibile. Anche per me, come per Candido, l’essere comunista fu un fatto semplice come l’aver sete e voler bere… un fatto quasi di natura che ha a che fare con l’amore … anch’io mi formai comunista prima su Hugo e Zola che sul Capitale. E quanti scontri in sezione per l’impossibilità di capire quegli stupidi tatticismi attendendo il sorgere del sol dell’avvenire!
    L’accanirsi sui comunisti di Sciascia, piuttosto che sul fascismo e sulla d.c. – dato per scontato- è il non darsi pace sul perduto amore. Non essendo lui un politico di professione, non trovò altre strade di dissenso che quelle letterarie.
    E non a caso oggetto del suo scherno è anche l’istituzione ecclesiastica, rigida, dogmatica cui la struttura del partito gli sembrava somigliasse. E come rappresentante della chiesa liberata inventa l’arciprete Lepanto, l’aio del Candido siciliano, ma così diverso da quello volterriano: senza certezze e senza insegnamenti da tramandare. Un povero prete che però esce da una chiesa e, per vecchia abitudine, entra in un'altra dove è guardato con lo stesso sospetto!
    Non una satira sull’ottimismo, non una favola filosofica, ma un apologo politico è il suo Candido: un Candido moderno che ha come bersaglio la mafia, il clientelismo, i compromessi ideologici, ossia l’attualità storico-politica, le sue ambiguità, contraddizioni e mistificazioni. Come sempre nell'illuminista Sciascia per cui quello che contano, degli uomini, sono i fatti e non le intenzioni, rimaneggiabili a piacimento.

    Il tutto con quella scrittura ironica e sorniona, “bella, grassa, appetitosa”, molto meglio di una fetta di cassata e con nessuna controindicazione per la salute, anzi!

    ha scritto il 

  • 5

    Non è vero che è pesante, che è rivolto solo a persone con una certa preparazione culturale, che non è granché. E' uno dei più bei libri mai scritti al mondo, tra i più acuti e geniali che mi sia capitato di leggere. Se il massimo dei voti è cinque stelle, ne merita almeno dieci, cioè il doppio d ...continua

    Non è vero che è pesante, che è rivolto solo a persone con una certa preparazione culturale, che non è granché. E' uno dei più bei libri mai scritti al mondo, tra i più acuti e geniali che mi sia capitato di leggere. Se il massimo dei voti è cinque stelle, ne merita almeno dieci, cioè il doppio del massimo. Per me è persino superiore al Candide di Voltaire.

    ha scritto il 

  • 3

    bello ma difficile. sia per come è scritto che per quello di cui si racconta. arcaico. profondo. direi per letterati...io sono troppo ignorante per apprezzarlo appieno

    ha scritto il 

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