Canne al vento

Di

Editore: Newton & Compton (Biblioteca Economica Classici 8)

3.9
(2694)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 189 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Chi semplificata

Isbn-10: 8879835793 | Isbn-13: 9788879835794 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Prefazione: Dolores Turchi

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Altri , eBook

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Nella casa di Pintor, Ruth, Noemi, Ester, discendenti da una famiglia nobileandata in rovina, il servo Efix con grande fatica riesce a conservare il decoro, coltivando l'ultimo podere rimasto. In passato una quarta sorella, Lia,era fuggita in continente e Efix era stato involontariamente causa della mortedel padre che cercava di fermarla. Morta anche Lia, torna alla casa maternaGiacinto, suo figlio, un giovane dissoluto che manda in rovina le zie. Noemi,legata da un ambiguo sentimento al nipote, rifiuta le nozze con don Predu acui era stato venduto il podere. Efix che si era allontanato dalla casa da luicreduta maledetta per sua colpa, vi fa ritorno e muore il giorno stesso dellenozze tra Noemi e don Predu, avendo ritrovato la pace.
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  • 5

    Un viaggio nell’arcaica Sardegna, fatta di miti e di superstizioni, ma anche di natura e di dura realtà.
    Si coglie fin dalle prime pagine il forte legame con la terra e il tutto è raccontato quasi in ...continua

    Un viaggio nell’arcaica Sardegna, fatta di miti e di superstizioni, ma anche di natura e di dura realtà.
    Si coglie fin dalle prime pagine il forte legame con la terra e il tutto è raccontato quasi in punta di penna: le parole scorrono, a tratti lentamente, regalandoci qualcosa di antico con momenti di lirismo sublimi.
    E con questa veste si incontra una famiglia nobile, ormai ridotta sul lastrico, e il suo umile servo Efix, il vero protagonista di questo romanzo, il veicolo verso il pensiero di Deledda. Il piccolo uomo simboleggia metaforicamente l’intera esistenza umana, dominata, così come le canne al vento, dalle fragilità e dagli eventi: a volte si può ondeggiare verso destra, a volte verso sinistra, fino a piegarsi e magari spezzarsi definitivamente. Ma ciò che conta è poi rialzarsi, redimersi, se si prova amore verso gli altri. Inevitabilmente il bene incontrerà il male (Efix non esiterà un istante per salvare Lia), e la consapevolezza e la definitiva espiazione possono essere salvifiche in determinati casi (anche se poi alcuni frutti sono più buoni solo se assaporati prima di essere troppo maturi!)

    ha scritto il 

  • 2

    L'abilità poetica e descrittiva del mondo fuori dal tempo della Deledda, la capacità di farti assaporare questo mondo di sconforto e malinconia, la consapevolezza che lo stile è confacente allo scopo ...continua

    L'abilità poetica e descrittiva del mondo fuori dal tempo della Deledda, la capacità di farti assaporare questo mondo di sconforto e malinconia, la consapevolezza che lo stile è confacente allo scopo comunicativo dell'autrice non compensano l'esasperante lentezza e inesistenza di una trama che vada oltre l'immortalità-immutabilità della sardegna. Leggi (a volte gusti anche) cento pagine e non perdi tempo con le altre cento.

    ha scritto il 

  • 5

    La grazia di Grazia

    “Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne. Ho mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli ...continua

    “Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne. Ho mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho ascoltato i canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. Così si è formata la mia arte, come una canzone od un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.”

    Grazia Deledda ha potuto studiare solo fino alla quarta elementare, la sua formazione letteraria è del tutto autodidatta. Questo non le ha impedito – unica donna italiana – di ottenere il Premio Nobel. Questa la motivazione:

    “Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”

    Leggete “Canne al vento”, è un romanzo meraviglioso!
    Date una chance alla Deledda: se la merita.

    ha scritto il 

  • 5

    “Siamo nati per soffrire come Lui; bisogna piangere e tacere…”

    Un romanzo con la musicalità di una sinfonia di Mozart, con una trama tenue, che all’inizio sembra strutturarsi in una vicenda dai toni dostoevskjiani e poi nel finale invece si perde leggermente in c ...continua

    Un romanzo con la musicalità di una sinfonia di Mozart, con una trama tenue, che all’inizio sembra strutturarsi in una vicenda dai toni dostoevskjiani e poi nel finale invece si perde leggermente in contenuti moraleggianti sull’affidarsi alla volontà di Dio. Però che emozione perdersi nelle descrizioni poetiche prive di sfarzo e ricche di magia e sentimento del paesaggio sardo, in cui i personaggi sono incastonati nella natura selvaggia, profumata, colorata e soprattutto scossa dal vento incessante che piega gli alberi, gli animali e gli uomini, che spezza le canne più deboli e lascia in piedi, compassionevoli, quelle più forti, quali sorelle che vogliano portare conforto alle altre più sfortunate di loro. Così in un tempo e un mondo governati dal mito e dalla magia, il servo Efix, domestico delle quattro sorelle Pintor, si dedica anima e corpo ad aiutarle ad andare avanti, nella loro casa nobiliare ormai cadente e rimaste senza più nulla dell’antica ricchezza di famiglia, per espiare un antico peccato, roso dal rimorso e dai dubbi. Il suo percorso va in salita, dal mare dai mille colori verso l’arida e al contempo rigogliosa di profumi montagna del Nuorese, così come quello della vita della gente sarda, misera, dolorosa, in balia del vento che altro non è che la volontà di Dio, alla quale l’uomo si piega e cade, misericordiosamente assistito dall’umana comprensione e solidarietà, che, come il canto celestiale dell’usignolo sulla cima degli alberi, infonde speranza in una tersa giornata di sole.
    Sicuramente la narrazione non è quella cui siamo abituati nelle letture contemporanee, i toni sono enfatici e ridondanti, ma se ci si lascia prendere e portare via dalla malia della prosa poetica, ricca di simboli che uniscono mito e religione in una sintesi che solo in una Sardegna arcaica e fantastica si può realizzare, ci si troverà dentro un romanzo magnifico.

    ha scritto il 

  • 3

    Fin dalle prime righe, è possibile intuire ed indovinare come si chiuderà la storia; non tanto perchè la Deledda sia prevedibile, quanto, piuttosto, per via del fatalismo di cui la storia è intrisa.
    S ...continua

    Fin dalle prime righe, è possibile intuire ed indovinare come si chiuderà la storia; non tanto perchè la Deledda sia prevedibile, quanto, piuttosto, per via del fatalismo di cui la storia è intrisa.
    Suggestive le descrizione della Sardegna rurale, chiusa fra la terra e le superstizioni.
    L'altezza degli ideali e dei concetti è però messa a repentaglio dal ritmo lento, e da una narrazione che non registra mai nessun picco.

    ha scritto il 

  • 4

    Questo romanzo è stata una vera sorpresa per me: limpido, poetico, intenso. Faccio fatica ad “innamorarmi” di libri del genere, eppure ammetto di essere stata conquistata sia dallo stile – pagine di p ...continua

    Questo romanzo è stata una vera sorpresa per me: limpido, poetico, intenso. Faccio fatica ad “innamorarmi” di libri del genere, eppure ammetto di essere stata conquistata sia dallo stile – pagine di pura poesia, in cui la descrizione della natura, del cielo e degli agenti atmosferici, vento in primis, si accorda perfettamente allo svolgersi della storia – sia, appunto, dalla narrazione vera e propria.
    Canne al Vento è un romanzo fatto di sentimenti, di legami, di desideri repressi ma mai estinti, di spiriti, di vivi e di morti. É una storia in cui i vivi hanno “paura di farsi sentire a vivere” e i morti sono come gli spiriti notturni che abitano le campagne: presenze reali, ingombranti, da temere e rispettare. Perchè, così dice lo spirito di donna Maria Cristina, “il cuore dei morti rimane ai vivi”.
    E tutta la storia, a ben vedere, è un continuo contendersi il palco fra il mondo dei vivi e quello dei morti, fra passato e presente, fra “cose perdute da lungo tempo, da lungo tempo piante e desiderate e poi dimenticate e poi finalmente ritrovate quando non si ricordano e non si rimpiangono più”.
    In questo senso emblematiche sono le figure di due donne, due sorelle: Noemi – che nel riso beffardo e negli occhi “crudeli” nasconde tutta la propria disperazione di donna che avrebbe voluto amare – e la defunta Lia, colei che ha avuto il coraggio di abbandonare tutto pur di non rinunciare a vivere. E questa sua scelta, sofferta e gravida di conseguenze per il resto della famiglia, è qualcosa che donna Noemi non può perdonarle, neanche dopo morta, perchè lei stessa, fino alla fine e nonostante l’apparente felice epilogo, non è mai riuscita a fare altrettanto.
    Nel solco lasciato da questa muta battaglia si inserisce Giacinto, la cui importanza come figura è accentuata dal suo essere il figlio di donna Lia, la ribelle. Giacinto fa risorgere, in casa Pintor e nel cuore di donna Noemi, la brama di vita che già era di sua madre. E non importa se il prezzo da pagare per la sua incoscienza è alto: anche quello della fuga di donna Lia lo era stato; ma è la vita che, timida, cerca il proprio debole riscatto.
    Insomma, a ben vedere la Deledda ci racconta molto di più di uno stralcio dell’esistenza di tre dame cadute in disgrazia. Il vero filo conduttore è questo bisogno, frustrato, ostacolato, soffocato da se stessi più che da altri, di “andare oltre”:
    “Anche Noemi si stancherà della sua croce d’oro e vorrà andare lontano, come Lia, come la Regina di Saba, come tutti...” Ma questo non gli destava più meraviglia; andare lontano nelle altre terre, dove ci sono cose più grandi delle nostre. Ed egli andava.

    Chi è questo personaggio che “va”? L’ho lasciato per ultimo ma solo perchè sia messo ancora più in risalto il suo valore, la sua centralità dentro la storia e dentro il romanzo: è Efix, il servo fedele, il “servo che nessun compenso al mondo poteva retribuire”, colui che “sentiva d’essere di nuovo davanti al destino tragico della famiglia alla quale era attaccato come il musco alla pietra”. Efix non è solo il simbolo della devozione, della totale abnegazione. È attraverso di lui che a noi lettori è dato di accostarci a tutto ciò che accade, è attraverso la sua sensibilità che noi comprendiamo le dinamiche fra tutti i personaggi e scopriamo dei retroscena di cui lui è il solo detentore. É attraverso di lui soprattutto che passa il messaggio profondo del libro, tutto racchiuso nella forza di quelle canne che si piegano ma non si spezzano.
    “Perchè la sorte ci stronca così, come canne?”
    "Sì,”, egli disse allora, “siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perchè! Siamo canne, e la sorte è il vento.”
    "Sì, va bene: ma perchè questa sorte?”
    "E il vento, perchè? Dio solo lo sa.”
    “Sia fatta allora la sua volontà”.

    Ma Efix non è solo strumento che si offre agli altri personaggi e a noi lettori: ha anche una sua personalità, ha una propria vita e un proprio destino, che egli segue coraggiosamente e instancabilmente, anche a costo di abbandonare la propria “famiglia” (come aveva fatto donna Lia prima di lui) per mettersi in cammino da solo, alla ricerca di una risposta che lo renda finalmente libero.

    Chiudo con un briciolo della poesia che la Deledda mi ha regalato nelle sue pagine, affermando che l’intero suo romanzo è pieno di “tutta la frescura della sera, tutta l’armonia delle lontananze serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la passione chiusa delle donne dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando l’avanzo della mensa dei ricchi , e i dolori lontani e le speranze di là, e il passato, la patria perduta, l’amore, il delitto, il rimorso, la preghiera, il cantico del pellegrino che va e va e non sa dove passerà la notte ma si sente guidato da Dio, e la solitudine verde del poderetto laggiù, la voce del fiume e degli ontani laggiù, l’odore delle euforbie, il riso e il pianto di Grixenda, il riso e il pianto di Noemi, il riso e il pianto di lui, Efix, il riso e il pianto di tutto il mondo.

    ha scritto il 

  • 4

    La luna saliva davanti a lui e le voci della sera avvertivano l'uomo che la giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo , il zirlio dei grilli precoci , qualche gemito d'uccello; era il sospiro delle canne...

    ...e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscira dalla terra stessa...

    La Scrittrice descrive nella sua poetica, atmosfere cupe, quasi sur ...continua

    ...e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscira dalla terra stessa...

    La Scrittrice descrive nella sua poetica, atmosfere cupe, quasi surreali, ma dense di lirismo; una terra di aspra bellezza, tra Nuoro e le montagne, dominata da leggi arcaiche, da una forte religiosità e da un misterioso senso morale della colpa e peccato. I peersonaggi si muovono in una quotidianità immutabile, al ritmo di duro lavoro, feste tradizionali e antichi riti agresti. E nell'intimo di affetti e sentimenti emerge un'immensa. profondissima solitudine. voto 4 - 5

    ha scritto il 

  • 5

    Null'altro che descrizione attenta di stati d'animo radicati nella disperazione dell'esistenza. Un racconto visivo che procede sulla sfondo di una natura indifferente, dove miti e religione si confond ...continua

    Null'altro che descrizione attenta di stati d'animo radicati nella disperazione dell'esistenza. Un racconto visivo che procede sulla sfondo di una natura indifferente, dove miti e religione si confondono e gli uomini , chiusi in se stessi, non manifestano mai il dolore, ma lo vivono nei gesti. Bisogna andare aldilà della apparente lentezza e semplicità del dettato. Un piccolo miracolo narrativo se si pensa che risale ai primi del Novecento. Su You Tube si trova ancora il magnifico sceneggiato televisivo di fine anni cinquanta.

    ha scritto il 

  • 3

    Uno stile elegantissimo che nella parte iniziale è il vero fiore all'occhiello, ma che a lungo andare tende a rallentare il ritmo. La storia è dostoevskiana al 100% con il senso di colpa, il peccato e ...continua

    Uno stile elegantissimo che nella parte iniziale è il vero fiore all'occhiello, ma che a lungo andare tende a rallentare il ritmo. La storia è dostoevskiana al 100% con il senso di colpa, il peccato e il tentativo di espiazione, oltre alla totale involontarietà del male.
    Il problema è, come detto, il ritmo, che cala nell'ultima aprte a causa di una storia che sembra arrampicarsi sugli specchi.

    ha scritto il 

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