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Canone inverso

By Paolo Maurensig

(2516)

| Hardcover | No ISBN

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  • …e anche Tabucchi - 27 mag 12

    È sempre gradevole la scrittura del goriziano Maurensig. Contiene tracce di quelle atmosfere austro-ungariche un po’ alla Marai che predispongono alla bella lettura. Non è riuscitissimo il libro, nel complesso, ma come mi insegnò la mia maestra di vita, cominciamo con le note positive che per le cri ... (continue)

    È sempre gradevole la scrittura del goriziano Maurensig. Contiene tracce di quelle atmosfere austro-ungariche un po’ alla Marai che predispongono alla bella lettura. Non è riuscitissimo il libro, nel complesso, ma come mi insegnò la mia maestra di vita, cominciamo con le note positive che per le critiche c’è sempre tempo. Nel meccanismo un po’ datato della narrazione a scatole (io che racconto e nel racconto si innesta un’altra trama) esce fuori il potente ritratto di questo musicista ungherese (o forse sloveno) tra le due guerre. Il tentativo dello scrittore era quello di riuscire a scrivere qualcosa che sapesse di musica, e per farlo riempie di musica e parole le scarne pagine. E pur non sapendone di violini (altri strumenti sono a me più noti e familiari), ci fa partecipi della bellezza e della sofferenza del suonare. E tra le scatole che si aprono seguiamo l’epopea di Jenò, il suo amore per la musica, la sua predisposizione, il conservatorio bello e terribile, l’infatuazione per Sophie, il rapporto di amore fratellanza con Kuno. E poi la nascita dei contrasti, l’irrompere potente della barbarie nazista, che spazza via l’Austria e la musica del mondo. Per poi ritrovarci a chiudere le scatole, vedere (immaginare) la morte di tutti gli ebrei della vicenda (e ce ne sono). La difficoltà di ritornare a vivere (forse l’impossibilità). Fino a scoprire identità (facili) e disuguaglianze (meno pensabili) tra i vari personaggi. Con quell’alone di mistero che lascia tutto un po’ sospeso, tra sogno e realtà. Quanto ha bevuto lo scrittore. Sarà tutto possibile? Ma Jenò e Kuno quanti sono? Perché molte domande rimangono infine sospese, lasciando un po’ a noi la decisione tra scegliere una risposta razionale o una emozionale. E pur tuttavia ci ritroveremmo a bere buon vino in qualche bettola fuori Vienna, così come ci insegnava Heinichen nelle sue osmizze tridentine. Tuttavia (cominciano i punti sospesi), il tentativo di fare un romanzo di musica non riesce a pieno (forse qualche fine conoscitore, che sappia di Bach e di Brandeburgo e mi possa spiegare se l’andamento del racconto sia assimilabile ad un “canone” classico, dove più voci riprendono uno stesso tema a distanza di vari intervalli, e se sia “inverso”, cioè dove la prima voce sale la seconda scende), almeno la musica c’è, nello sfondo ma non così potentemente come sembrerebbe nelle intenzioni dell’autore. E credo di non ricordare romanzi che siano “musicali” (aiutatemi, se vi sovviene). Scontato è l’inserimento temporale, e l’equivalenza tra conservatorio e prigione, tra nazismo e fine della musica. Ce lo aspettiamo fin dall’inizio e puntualmente arriva. Mentre non mi aspettavo tutte le irrisolutezze, le involuzioni, le scene madri nel castello avito. Anche lì, i personaggi diventano un po’ troppo prevedibili. L’unico tentativo dello scrittore è di lasciare un po’ di margini a quelle atmosfere verrebbe da dire transilvaniche ma forse è un po’ troppo. Forse si concentra troppo nella lotta titanica benché priva di fisicità quasi fosse tutta mentale, tra Jenò e Kuno. Quasi a voler riprendere toni scacchistici, la dove la variante di Lunenberg mi aveva più convinto (sempre pensando alle “Braci” di cui all’inizio). Purtroppo è il messaggio complessivo che rimane monco. Si voleva parlare d’amore? D’amicizia? Di schizofrenia? Di immortalità? Rimane un esercizio di stile, con qualche bel passaggio e, comunque, con una bella facilità di scrittura e di lettura.
    “Per mantenere intatta un’amicizia siamo disposti a fare di tutto. Sorprendiamo l’amico nell’atto più sconveniente, ma il nostro giudizio si appanna, la nostra indulgenza ci benda gli occhi, e l’amicizia ne esce intatta, e l’amicizia ne esce intatta, e anzi si accresce, come se ad alimentarla valessero, dell’amico, più i difetti che i pregi. Che cos’è l’amicizia, in fondo, se non una vicendevole, tacita assoluzione protratta nel tempo?” (111)

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    Giogio53 said on May 29, 2012 about the Mass Market Paperback edition | 1 feedback

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