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Canti

L'opera più importante della poesia italiana dell'Ottocento

By Giacomo Leopardi

(63)

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Book Description

117 Reviews

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    Ultimo canto di Saffo

    Placida notte, e verecondo raggio
    Della cadente luna; e tu che spunti
    Fra la tacita selva in su la rupe,
    Nunzio del giorno; oh dilettose e care
    Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
    Sembianze agli occhi miei; già non arride
    Spettacol mol
    ...(continue)

    Placida notte, e verecondo raggio
    Della cadente luna; e tu che spunti
    Fra la tacita selva in su la rupe,
    Nunzio del giorno; oh dilettose e care
    Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
    Sembianze agli occhi miei; già non arride
    Spettacol molle ai disperati affetti.
    Noi l’insueto allor gaudio ravviva
    Quando per l’etra liquido si volve
    E per li campi trepidanti il flutto
    Polveroso de’ Noti, e quando il carro,
    Grave carro di Giove a noi sul capo,
    Tonando, il tenebroso aere divide.
    Noi per le balze e le profonde valli
    Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
    Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
    Fiume alla dubbia sponda
    Il suono e la vittrice ira dell’onda.

    Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
    Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
    Infinita beltà parte nessuna
    Alla misera Saffo i numi e l’empia
    Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
    Vile, o natura, e grave ospite addetta,
    E dispregiata amante, alle vezzose
    Tue forme il core e le pupille invano
    Supplichevole intendo. A me non ride
    L’aprico margo, e dall’eterea porta
    Il mattutino albor; me non il canto
    De’ colorati augelli, e non de’ faggi
    Il murmure saluta: e dove all’ombra
    Degl’inchinati salici dispiega
    Candido rivo il puro seno, al mio
    Lubrico piè le flessuose linfe
    Disdegnando sottragge,
    E preme in fuga l’odorate spiagge.

    Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
    Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
    Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
    In che peccai bambina, allor che ignara
    Di misfatto è la vita, onde poi scemo
    Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
    Dell’indomita Parca si volvesse
    Il ferrigno mio stame? Incaute voci
    Spande il tuo labbro: i destinati eventi
    Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
    Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
    Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
    De’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
    De’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre,
    Alle amene sembianze eterno regno
    Diè nelle genti; e per virili imprese,
    Per dotta lira o canto,
    Virtù non luce in disadorno ammanto.

    Morremo. Il velo indegno a terra sparto
    Rifuggirà l’ignudo animo a Dite,
    E il crudo fallo emenderà del cieco
    Dispensator de’ casi. E tu cui lungo
    Amore indarno, e lunga fede, e vano
    D’implacato desio furor mi strinse,
    Vivi felice, se felice in terra
    Visse nato mortal. Me non asperse
    Del soave licor del doglio avaro
    Giove, poi che perir gl’inganni e il sogno
    Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
    Giorno di nostra età primo s’invola.
    Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
    Della gelida morte. Ecco di tante
    Sperate palme e dilettosi errori,
    Il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno
    Han la tenaria Diva,
    E l’atra notte, e la silente riva.

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    said on Feb 4, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Approfitto dell’aver questo libricino a casa, anche se non è la versione integrale dei Canti, e continuo il mio studio di Leopardi.
    Quello che mi piace di Leopardi non è esattamente l’infelicità o il pessimismo, io non sento che “a me la vita è male” ...(continue)

    Approfitto dell’aver questo libricino a casa, anche se non è la versione integrale dei Canti, e continuo il mio studio di Leopardi.
    Quello che mi piace di Leopardi non è esattamente l’infelicità o il pessimismo, io non sento che “a me la vita è male”. Mi piace il fantasticare, il sognare, il parlare con gli astri. Lui che parla con la luna e le stelle, forse perché sono le cose più belle a cui può rivolgersi. È inutile contare su premesse di gloria eterna, destini paradisiaci che attendono l’uomo, centro dell’universo e delle attenzioni divine, dopo la morte, quando salirà in cielo. Sono illusioni che servono a rassicurare nascondendo con le loro luci magnifiche una verità più dura: siamo solo un granello nello spazio immenso e quando sei morto, sei morto, non c’è più nulla, non rivedrai più niente di ciò che avevi caro né gli altri ti vedranno più, punto. La natura è ciclo di produzione e distruzione. Accetta tutto questo, sembra dire il poeta, e cerca allora la bellezza che c’è veramente: il fascino dell’immaginazione, la potenza del pensiero, il gusto della parola, la capacità di creare l’infinito oltre un limite. Vedi la morte come quiete, buttati nelle passioni, nei sogni, nei sentimenti nei confronti degli altri, nell’autentica vita umana. Nel cielo, guarda la luna e le stelle. Guarda le loro belle luci nello spazio infinito invece di una finta promessa di paradiso.
    E quando arriva lo smarrimento – ma a che serve tutto questo, a che serve che la luna giri e che pure io mi muova, se io poi muoio, se chi riceve i buoni effetti delle mie azioni pure poi muore, e poi muore il sistema solare e poi tutto l’universo – il poeta alza lo sguardo alla bella luna e fa domande, che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? ...Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore rida la primavera… C’è sempre l’universo su cui alzare lo sguardo e far domande, c’è sempre la bellezza che puoi esprimere nelle parole e nelle azioni e dare così un senso alla vita, ed è dallo sgomento che nasce l’infinito, dal senso di limite che ti mette in moto il pensiero tanto da andare così in là con l’immaginazione…
    “…interminati
    spazi di là da quella, e sovrumani
    silenzi, e profondissima quiete
    io nel pensier mi fingo, ove per poco
    il cor non si spaura …”

    Questa è la lezione che mi dà Leopardi.

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    Ludovica said on Dec 23, 2013 | Add your feedback

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    Il Grande Leopardi rovinato nella versione del prof. Ficara

    Devo dire che è stata una sorpresa. Adoro i classici Mondadori, e continuo e continuerò ad ammirare la resa di alcune opere della nota casa editrice. Tuttavia non posso che essere sconcertato dal fatto che il Prof. Ficara abbia deciso che il testo do ...(continue)

    Devo dire che è stata una sorpresa. Adoro i classici Mondadori, e continuo e continuerò ad ammirare la resa di alcune opere della nota casa editrice. Tuttavia non posso che essere sconcertato dal fatto che il Prof. Ficara abbia deciso che il testo dovesse essere reso più accademicamente che per il grande pubblico. Come può un giovane d'oggi apprezzare Leopardi in mezzo ai tanti arcaismi non spiegati dall'autore? Chiarisco: nonostante queste critiche ho apprezzato la spiegazione della visione leopardiana all'inizio del libro del Professore, mentre risulta alquanto interessante ed enigmatica (talvolta pesante in alcuni punti) la visione di Ungaretti.

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    Bob Mannini said on Aug 28, 2013 | Add your feedback

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    La mia prof di italiano non sopportava Leopardi, trovava le sue poesie "brutte". Come potevo contraddirla, le ha considerate brutte anche una certa critica! Mi prese il panico, mi venne il dubbio di essere una candidata al suicidio, ma maturando capi ...(continue)

    La mia prof di italiano non sopportava Leopardi, trovava le sue poesie "brutte". Come potevo contraddirla, le ha considerate brutte anche una certa critica! Mi prese il panico, mi venne il dubbio di essere una candidata al suicidio, ma maturando capii cosa fosse a piacermi di Leopardi: il suo cogliere in prosa e in poesia l'infinitezza paradossale dell'essere umano.

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    Nexi said on Jul 30, 2013 | Add your feedback

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