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Canti

Di

Editore: Einaudi

4.5
(1570)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 441 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese

Isbn-10: 8806000454 | Isbn-13: 9788806000455 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , Cofanetto , Rilegato in pelle , eBook

Genere: Fiction & Literature , Philosophy , Da consultazione

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Descrizione del libro
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  • 4

    Ultimo canto di Saffo

    Placida notte, e verecondo raggio
    Della cadente luna; e tu che spunti
    Fra la tacita selva in su la rupe,
    Nunzio del giorno; oh dilettose e care
    Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
    Sembianze agli occhi miei; già non arride
    Spettacol molle ai disperati affetti.
    Noi l’insueto allor ga
    ...continua

    Placida notte, e verecondo raggio Della cadente luna; e tu che spunti Fra la tacita selva in su la rupe, Nunzio del giorno; oh dilettose e care Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato, Sembianze agli occhi miei; già non arride Spettacol molle ai disperati affetti. Noi l’insueto allor gaudio ravviva Quando per l’etra liquido si volve E per li campi trepidanti il flutto Polveroso de’ Noti, e quando il carro, Grave carro di Giove a noi sul capo, Tonando, il tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto Fiume alla dubbia sponda Il suono e la vittrice ira dell’onda.

    Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta Infinita beltà parte nessuna Alla misera Saffo i numi e l’empia Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni Vile, o natura, e grave ospite addetta, E dispregiata amante, alle vezzose Tue forme il core e le pupille invano Supplichevole intendo. A me non ride L’aprico margo, e dall’eterea porta Il mattutino albor; me non il canto De’ colorati augelli, e non de’ faggi Il murmure saluta: e dove all’ombra Degl’inchinati salici dispiega Candido rivo il puro seno, al mio Lubrico piè le flessuose linfe Disdegnando sottragge, E preme in fuga l’odorate spiagge.

    Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo Il ciel mi fosse e di fortuna il volto? In che peccai bambina, allor che ignara Di misfatto è la vita, onde poi scemo Di giovanezza, e disfiorato, al fuso Dell’indomita Parca si volvesse Il ferrigno mio stame? Incaute voci Spande il tuo labbro: i destinati eventi Move arcano consiglio. Arcano è tutto, Fuor che il nostro dolor. Negletta prole Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo De’ celesti si posa. Oh cure, oh speme De’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre, Alle amene sembianze eterno regno Diè nelle genti; e per virili imprese, Per dotta lira o canto, Virtù non luce in disadorno ammanto.

    Morremo. Il velo indegno a terra sparto Rifuggirà l’ignudo animo a Dite, E il crudo fallo emenderà del cieco Dispensator de’ casi. E tu cui lungo Amore indarno, e lunga fede, e vano D’implacato desio furor mi strinse, Vivi felice, se felice in terra Visse nato mortal. Me non asperse Del soave licor del doglio avaro Giove, poi che perir gl’inganni e il sogno Della mia fanciullezza. Ogni più lieto Giorno di nostra età primo s’invola. Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra Della gelida morte. Ecco di tante Sperate palme e dilettosi errori, Il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno Han la tenaria Diva, E l’atra notte, e la silente riva.

    ha scritto il 

  • 0

    Approfitto dell’aver questo libricino a casa, anche se non è la versione integrale dei Canti, e continuo il mio studio di Leopardi.
    Quello che mi piace di Leopardi non è esattamente l’infelicità o il pessimismo, io non sento che “a me la vita è male”. Mi piace il fantasticare, il sognare, il par ...continua

    Approfitto dell’aver questo libricino a casa, anche se non è la versione integrale dei Canti, e continuo il mio studio di Leopardi. Quello che mi piace di Leopardi non è esattamente l’infelicità o il pessimismo, io non sento che “a me la vita è male”. Mi piace il fantasticare, il sognare, il parlare con gli astri. Lui che parla con la luna e le stelle, forse perché sono le cose più belle a cui può rivolgersi. È inutile contare su premesse di gloria eterna, destini paradisiaci che attendono l’uomo, centro dell’universo e delle attenzioni divine, dopo la morte, quando salirà in cielo. Sono illusioni che servono a rassicurare nascondendo con le loro luci magnifiche una verità più dura: siamo solo un granello nello spazio immenso e quando sei morto, sei morto, non c’è più nulla, non rivedrai più niente di ciò che avevi caro né gli altri ti vedranno più, punto. La natura è ciclo di produzione e distruzione. Accetta tutto questo, sembra dire il poeta, e cerca allora la bellezza che c’è veramente: il fascino dell’immaginazione, la potenza del pensiero, il gusto della parola, la capacità di creare l’infinito oltre un limite. Vedi la morte come quiete, buttati nelle passioni, nei sogni, nei sentimenti nei confronti degli altri, nell’autentica vita umana. Nel cielo, guarda la luna e le stelle. Guarda le loro belle luci nello spazio infinito invece di una finta promessa di paradiso. E quando arriva lo smarrimento – ma a che serve tutto questo, a che serve che la luna giri e che pure io mi muova, se io poi muoio, se chi riceve i buoni effetti delle mie azioni pure poi muore, e poi muore il sistema solare e poi tutto l’universo – il poeta alza lo sguardo alla bella luna e fa domande, che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? ...Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore rida la primavera… C’è sempre l’universo su cui alzare lo sguardo e far domande, c’è sempre la bellezza che puoi esprimere nelle parole e nelle azioni e dare così un senso alla vita, ed è dallo sgomento che nasce l’infinito, dal senso di limite che ti mette in moto il pensiero tanto da andare così in là con l’immaginazione… “…interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura …”

    Questa è la lezione che mi dà Leopardi.

    ha scritto il 

  • 2

    Il Grande Leopardi rovinato nella versione del prof. Ficara

    Devo dire che è stata una sorpresa. Adoro i classici Mondadori, e continuo e continuerò ad ammirare la resa di alcune opere della nota casa editrice. Tuttavia non posso che essere sconcertato dal fatto che il Prof. Ficara abbia deciso che il testo dovesse essere reso più accademicamente che per i ...continua

    Devo dire che è stata una sorpresa. Adoro i classici Mondadori, e continuo e continuerò ad ammirare la resa di alcune opere della nota casa editrice. Tuttavia non posso che essere sconcertato dal fatto che il Prof. Ficara abbia deciso che il testo dovesse essere reso più accademicamente che per il grande pubblico. Come può un giovane d'oggi apprezzare Leopardi in mezzo ai tanti arcaismi non spiegati dall'autore? Chiarisco: nonostante queste critiche ho apprezzato la spiegazione della visione leopardiana all'inizio del libro del Professore, mentre risulta alquanto interessante ed enigmatica (talvolta pesante in alcuni punti) la visione di Ungaretti.

    ha scritto il 

  • 4

    La mia prof di italiano non sopportava Leopardi, trovava le sue poesie "brutte". Come potevo contraddirla, le ha considerate brutte anche una certa critica! Mi prese il panico, mi venne il dubbio di essere una candidata al suicidio, ma maturando capii cosa fosse a piacermi di Leopardi: il suo cog ...continua

    La mia prof di italiano non sopportava Leopardi, trovava le sue poesie "brutte". Come potevo contraddirla, le ha considerate brutte anche una certa critica! Mi prese il panico, mi venne il dubbio di essere una candidata al suicidio, ma maturando capii cosa fosse a piacermi di Leopardi: il suo cogliere in prosa e in poesia l'infinitezza paradossale dell'essere umano.

    ha scritto il 

  • 5

    E' un'edizione scolastica ma accuratissima. Dopo Dante in Italia c'è solo Leopardi, del quale forse preferisco la prosa delle Operette e de Lo Zibaldone. Quindi Ariosto Boccaccio Petrarca. Nel novecento Gadda. Opinioni, perdonatemi.

    ha scritto il 

  • 4

    Si impara sui libri di scuola che la vita di Leopardi fu infelice. Ma gli studi adolescenziali non sempre riescono a colpire nel profondo e poi, come sempre, è confrontandosi con l’opera di un autore che si riesce a entrare davvero nel suo mondo. Leggendo la produzione poetica dell’uomo di Recana ...continua

    Si impara sui libri di scuola che la vita di Leopardi fu infelice. Ma gli studi adolescenziali non sempre riescono a colpire nel profondo e poi, come sempre, è confrontandosi con l’opera di un autore che si riesce a entrare davvero nel suo mondo. Leggendo la produzione poetica dell’uomo di Recanati, racchiusa quasi in toto in questi poco più di trenta canti, si capisce davvero che la vita del conte Giacomo fu difficile, prima confinata nel ‘natio borgo selvaggio’ in cui la sensibilità del poeta non poteva trovare risposte e poi dispersa in un continuo girovagare da un posto all’altro (Pisa, Firenze e, infine, l’odiata Napoli) con pochi momenti di requie a inframmezzare un cosciente avvicinamento a una morte sempre più anelata. Se negli anni giovanili le tensioni interne del suo animo sono incanalate nella passione politica – il richiamo rivolto alla ‘serva Italia di dolore ostello’ (ah no, questo è un altro) e agli Italiani perché prendano esempio dal glorioso passato per una rinascita morale e civile – col passare del tempo c’è spazio sempre più per un pessimismo cosmico e spietato che vede la vita come un inutile susseguirsi di sofferenze somministrate all’essere umano (e anche agli altri viventi) da una natura ferocemente matrigna. Poco durarono anche il nuovo impeto creativo nato con ‘Il risorgimento’ (venuto dopo alcuni anni di silenzio poetico) e l’innamoramento – ovviamente non corrisposto – del periodo de ‘Il pensiero dominante’, che poterono solo parzialmente aprire uno spiraglio fra le nubi: la disillusione che ne seguì fu il colpo definitivo e condusse a quell’ultima fase in cui solo un acre sarcasmo si alterna alle più nere considerazioni in un’idea del mondo che ben si riassume negli oltre trecento versi della conclusiva ‘La ginestra’. Eppure quest’uomo non solo fu capace di mettere in squisita poesia le sue angosce più profonde, ma seppe anche creare momenti di abbandono in cui la tensione emotiva e, diciamo così, ‘ideologica’ lascia spazio alle sensazioni: è inutile stare qui a ricordare le meraviglie di, ad esempio, ‘A Silvia’, ‘Il sabato del villaggio’ o – dalla cintola in su – ‘L’infinito’, ma va sottolineata almeno l’impagabile bellezza dei notturni, specie se illuminati da un’argentea luce lunare. Va anche detto che non tutto è dello stesso livello e, se si possono facilmente perdonare gli eccessi di stilemi classici e petrarcheschi delle canzoni giovanili (le eco del poeta di Arezzo sono comunque presenti in tutta l’opera leopardiana), più fatica si fa ad appassionarsi per lavori minori come ‘Consalvo’ o alle lungaggini degli endecasillabi ‘Al conte Carlo Piepoli’., ma i momenti luminosi (sovente abbaglianti) sono talmente numerosi da compensare anche i piccoli passi falsi. Il numero di trentasei canti e quattro frammenti potrebbe sembrare esiguo, ma a parte la breve vita – tra il primo e l’ultimo componimento passano meno di vent’anni – e le pause di silenzio, va ricordato che Leopardi fu anche un logorroico scrittore in prosa, come ben testimoniano le migliaia di pagine dello ‘Zibaldone’: in poesia, invece, dopo gli inizi in cui utilizza canzoni strutturate in strofe (che sovente hanno bisogno delle note per essere comprese) egli passa essenzialmente al verso libero e all’endecasillabo sciolto che meglio si confanno ad esprimere i sentimenti del suo animo tormentato.

    ha scritto il 

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