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Capitalismo, socialismo e democrazia

Di

Editore: Etas

4.1
(25)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 495 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi semplificata

Isbn-10: 8845310965 | Isbn-13: 9788845310966 | Data di pubblicazione:  | Edizione 5

Traduttore: Emilio Zuffi ; Prefazione: Francesco Forte

Disponibile anche come: Altri

Genere: Business & Economics , Political , Social Science

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Descrizione del libro
Grande affresco dei nostri sistemi sociali ed economici, opera originale e innovativa nelle sue analisi, "Capitalismo, socialismo e democrazia" mantiene inalterata nel tempo la propria attualità. Infatti, come scrive Francesco Forte, "...la sua lettura è quasi obbligatoria per chiunque voglia affrontare i problemi contemporanei del capitalismo e delle grandi imprese high tech, della democrazia e della giustiza sociale. Si può dire che questo libro è più attuale ora che non vent'anni fa, perchè al cuore della teoria dello sviluppo capitalistico di Schumpeter, assieme alla figura dell'imprenditore innovatore, vi è il progresso tecnologico, che genera e alimenta la crescita delle grandi imprese."
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  • 5

    pagine 142-143, 145

    : il processo capitalistico, analogamente a come distrusse l'intelaiatura istituzionale della società feudale, tende a corrodere la propria.
    [...]
    il processo capitalistico mina per logica ineluttabile la base economica su cui si regge la piccola impresa industriale e commerciale. Quello che ha f ...continua

    : il processo capitalistico, analogamente a come distrusse l'intelaiatura istituzionale della società feudale, tende a corrodere la propria. [...] il processo capitalistico mina per logica ineluttabile la base economica su cui si regge la piccola impresa industriale e commerciale. Quello che ha fatto agli strati precapitalistici, esso fa - con lo stesso meccanismo della concorrenza - agli strati inferiori dell'industria capitalistica. [...] Così, il processo capitalistico caccia in secondo piano tutti gli istituti, - ma specialmente quelli della proprietà e della libera contrattazione, - in cui si esprimevano i bisogni e i modi d'essere dell'attività economica veramente "privata". Dove non li abolisce - come ha già abolito, sul mercato del lavoro, la libera contrattazione - perviene allo stesso risultato modificando l'importanza relativa delle forme giuridiche esistenti - le forme giuridiche proprie delle società per azioni (ad esempio) in confronto a quelle delle società appartenenti a individui singoli o a soci - o alterandone il contenuto o dando loro un significato diverso. Il processo capitalistico [...] svuota il concetto di proprietà [...] L'evaporazione di quella che possiamo chiamare la sostanza materiale della proprietà [...] Un giorno, non ci sarà più nessuno al quale veramente prema di difenderla - nessuno all'interno, e nessuno all'esterno, dei confini dell'azienda-gigante.

    ha scritto il 

  • 4

    Schumpeter ha il merito di aver posto l’attenzione sull’innovazione tecnologica come motore del Big Business del commercio globale, ma il passaggio indolore dal capitalismo ad un socialismo che annulli le contraddizioni economico-sociali del mercato, mi sembra più un auspicio che una realistica ...continua

    Schumpeter ha il merito di aver posto l’attenzione sull’innovazione tecnologica come motore del Big Business del commercio globale, ma il passaggio indolore dal capitalismo ad un socialismo che annulli le contraddizioni economico-sociali del mercato, mi sembra più un auspicio che una realistica previsione, proprio perchè le multinazionali stanno diventando più potenti degli Stati la cui buona politica dovrebbe redistribuire la crescente ricchezza mondiale.

    Diciamo che un’equa redistribuzione del reddito, salari minimi a livello globale e una diminuzione dell’orario di lavoro derivante dall’efficienza organizzativo-tecnologica implicano un’ancor maggiore esigenza di unità e di chiarezza strategica d’intenti di un'avanguardia 'culturale' che miri a render coscienti le popolazione che dovrebbero beneficiarne.

    ha scritto il 

  • 5

    Salta un'introduzione, salva un'interpretazione.

    All'inizio, saltare la viscida introduzione di Francesco Forte, goffo tentativo di nascondere al lettore alcuni degli spunti più interessanti del libro, aiuta a comprendere il testo per quello che è e non per quello che il suddetto mediocre vorrebbe che fosse. L'introduzione comunque, letta magar ...continua

    All'inizio, saltare la viscida introduzione di Francesco Forte, goffo tentativo di nascondere al lettore alcuni degli spunti più interessanti del libro, aiuta a comprendere il testo per quello che è e non per quello che il suddetto mediocre vorrebbe che fosse. L'introduzione comunque, letta magari alla fine, svolge un certo ruolo nell'evidenziare a contrario cosa davvero resta di questo capolavoro di sociologia economica. In sostanza, praticamente tutto.

    Contrariamente alla vigliacca opera di ridimensionamento dei toni in cui si imbarca Forte, Schumpeter affronta i problemi centrali del suo tempo trascinando a forza fuori dal codardo terreno dell'implicito tutte le spigolature, i tabù e la poca fede tipiche delle menti piccole, delle teorie ritagliate su misura, delle grandi retoriche vuote di sostanza intellettuale e -tracotanza massima per Schumpeter- degli slogan. Il tribunale viene allestito in fretta: se Marx è l'imputato, al resto del mondo l'onere della prova. Schumpeter difende con distacco da giudice, un ethos che alterna snobbismo e comprensione, tatto e arroganza, spirito pratico e immaginazione politica, senza mai mettere ciascuno di questi elementi in contrapposizione frontale. Al contrario, nelle sfasature tra di essi si affila con pazienza una lama potente, un'apologia tranquilla che non manca di contraddizioni e dubbi, ben visibili al lettore attento. Quando per Marx non c'è scusa, Schumpeter, col fastidio che si prova verso un amico a cui si spera di non dover mai manifestare troppo affetto apertamente, gliela fabbrica. La cosa incredibile è che nel farlo non solo risulta sincero e credibile, ma incidentalmente offre interpretazioni magistrali del processo sociale, dell'evoluzione del capitalismo e della struttura dell'impresa, della storia del movimento operaio e di tante altre cose.

    Interpretazioni che solo ad una lettura superficialissima -come quella di Forte- si possono considerare superate dai tempi. Il big business è una realtà attiva e creativa oggi più che allora, nonostante il fenomeno sia diluito in una superficie enormemente più grande e quindi ad oggi meno direttamente osservabile dalla prospettiva statocentrica a cui tutti siamo ancora abituati. Il socialismo che si considera comunemente fallito con la fine dell'URSS è proprio di quel tipo che Schumpeter -a cui certo non si può obiettare alcuna complicità politica- considera non-marxista, mentre buona parte delle tendenze identificate dal pensatore di Triesch come proprie del pensiero marxiano classico sono oggi in piena vitalità e per di più su scala davvero globale. La socializzazione delle forze produttive procede a balzi, ma la direzione è più chiara che mai. La discussione sulla necessità di uno stato di "cose ed anime" sufficientemente maturo incorpora l'antiutopismo di Marx in un modo decisamente attuale, ed ancora oggi i migliori tra quelli che affrontano l'argomento in questa prospettiva forniscono spiegazioni ben più convincenti delle vulgate postindustriali e neoliberiste a cui ammicca Forte (perchè qualcuno dovrebbe "stupirsi del fatto che possa essere considerata attuale ... un'opera che tratta del capitalismo industriale"? Qualcuno informi Forte che la sua macchina e le sue scarpe gliele producono ancora automatizzatissime industrie). Non a caso proprio queste teorie ancora oggi come ieri non spiegano il progresso tecnologico e quando lo spiegano lo reificano ad elemento extra-sociale, mentre l'analisi di Schumpeter -nella migliore tradizione del materialismo storico- pone l'accento sull'anello di congiunzione tra tecnologia e cultura per identificare la dimensione sociale dell'evoluzione del sistema economico.

    Senza entusiasmo nè nostalgia, Schumpeter traccia il lento e progressivo cammino dalla società borghese a quella socialista, dall'imprenditore individuale all'imprenditore sociale. Culto della burocrazia? Apologia del monopolio? Utopia dell'efficienza umana? Grigia distopia che spoglia ogni individuo della propria volontà? Solo una lettura smaccatamente unilaterale -o in cattiva fede- potrebbe derivare queste erronee conclusioni. L'approccio di Schumpeter è, anche in questo, molto più vicino alla dialettica materialista di Marx che ai costruttivisti Saint-Simon o Fourier. Solo attraverso le lenti riduzioniste di un Marcuse (o di altri tecnofobi di circostanza, facilmente rintracciabili tra file liberali) la burocrazia schumpeteriana diventa un moloch disumano contro cui gettare le più inoffensive e tradizionaliste invettive.

    L'interazione funzionale tra evoluzione economica, istituzionale, sociale e culturale è del tutto valorizzata e mentre niente viene lasciato al caso o alla violenza caotica, gli spazi per la contingenza sono circoscritti ma del tutto presi in considerazione. Basti ad esempio la giustissima riflessione sull'indeterminatezza culturale del socialismo. Nessuna burocrazia reprimerà l'individuo più di quanto non possa fare altrimenti nelle normali circostanze storiche di ogni altro modo di produzione, tenuto conto che nè "burocrazia" nè "libertà" sono due attributi a-storici ed immobili, per quanto il liberalismo classico insista su questo punto nonappena raggiunto il potere sui vocabolari.

    Del tutto esagerato quindi il supposto pessimismo dell'autore verso l'avvento del socialismo, previsione priva di data a cui solo in mala fede si può pretendere di rispondere negativamente; nella maggior parte dei casi si tratta di distanziarsi da ogni forma di determinismo storico e di relativizzare i significati -spesso arbitrari- dati al termine tanto dai suoi alfieri quanto dai suoi detrattori. Ma tutte queste prese di distanza non inficiano la fiducia di Schumpeter verso il fatto che il socialismo possa, anche se non debba, maturare al proprio interno dei meccanismi di auto-organizzazione compatibili col governo democratico e con un superamento anche morale e civile dello stadio capitalistico. Ogni altra considerazione su questo pessimismo è pura distorsione.

    A tratti la beffa e lo scherno -verso Keynes ad esempio- dicono più sul comprensibile fastidio di un pezzo di storia che sembrava non rientrare nel modello che sulla reale incompatibilità su alcune questioni. Peraltro, la confutazione delle tesi stagnazioniste e dell'ottimismo keynesiano verso la spesa pubblica è interamente coerente col discorso marxista, come alcuni economisti radicali si sarebbero presto occupati di dimostrare¹.

    La vera peculiarità di Schumpeter è il grado di reciprocità a cui fissa la dialettica delle varie forze della società, non la rottura di questa in favore di un ipotetico primato delle strutture sociotecniche o dell'impresa. Un certo pessimismo di fondo verso lo spazio d'azione dei soggetti politici, sopratutto verso la loro capacità di apprendere -probabilmente sottostimata- è forse la vera causa del suo conservatorismo.

    Ma l'opera resta una spiegazione conservatrice del progresso; una schietta moderazione, ma lanciata verso il futuro. Tanto basta quindi -e nulla manca- per togliersi il cappello.

    ____________________

    ¹ Cfr. Paul Mattick, Marx and Keynes: the limits of the mixed economy, Porter Sargent Publisher, Boston, 1969. [trad. it. 1972]; James O'connor, The fiscal crisis of the state, St. Martin's Press, New York, 1973. [trad. it. 1977].

    ha scritto il 

  • 0

    Non amo i saggi ma questo mi è piaciuto perchè mi ha confermato quato io pensassi sui sistemi economico-politici. Sicuramente più interessante di un testo tecnico di economia-politica.

    ha scritto il 

  • 0

    "Can Capitalism Survive?" is the most eye-catching question of the book. The author's answer is that "No, I do not think it can". As the author says, the interesting part is not the answer itself but the arguments leading to the answer. This book was written in 40s, and with benefit of hindsight ...continua

    "Can Capitalism Survive?" is the most eye-catching question of the book. The author's answer is that "No, I do not think it can". As the author says, the interesting part is not the answer itself but the arguments leading to the answer. This book was written in 40s, and with benefit of hindsight we can easily discard some of those arguments or even the answer. However, Schumpeter's way to present his logic, though not easily understood indeed, has charm to keep you reading. The current global financial crisis in fact makes me restart reading this book (started but put aside before). It is also interesting to read it along with the end of history. Hope I can finish reading by the end of Nov.

    ha scritto il 

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