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Cartas a un joven novelista

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Publisher: Alfaguara

3.8
(106)

Language:Español | Number of Pages: 221 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian

Isbn-10: 8420407410 | Isbn-13: 9788420407418 | Publish date: 

Also available as: Others

Category: Non-fiction , Reference

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Book Description
Mario Vargas Llosa dirige a todos aquellos que tienen la ilusión de llegar a ser escritores unas magníficas reflexiones en forma epistolar acerca del arte de narrar. Cómo comenzar a cristalizar esa vocación en obras literarias, por dónde empezar esa aventura, de dónde salen las historias que cuentan las novelas, cómo se le ocurren los temas a un novelista… son algunas de las preguntas a las que el Premio Nobel de Literatura da respuesta en este libro, que se convierte así en una lección magistral del oficio de escribidor
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    “Caro amico, la sua lettera ha suscitato in me una vera emozione perché, attraverso quella lettera, ho rivisto me stesso a quattordici o quindici anni, nella grigia Lima della dittatura del ...continue

    “Caro amico, la sua lettera ha suscitato in me una vera emozione perché, attraverso quella lettera, ho rivisto me stesso a quattordici o quindici anni, nella grigia Lima della dittatura del generale Odrìa, esaltato dall’illusione di potere, un giorno o l’altro, diventare scrittore, e depresso dal non sapere in quale direzione muovermi, da come cominciare a cristallizzare in opere quella vocazione che sentivo come un mandato perentorio: scrivere storie che abbagliassero i lettori come io ero stato abbagliato da quelle degli scrittori che cominciavo a collocare nel mio pantheon privato: Faulkner, Hemingway, Malraux, Dos Passos, Camus, Sartre.”

    I primi capitoli sono belli, traspare l’amore e la passione per la narrazione al pari della generosità di Vargas Llosa, poi il discorso si fa più specialistico e quasi noioso e non si può più credere alla ovvia finzione letteraria dello scrittore affermato che risponde alle umili domande di un allievo ansioso di apprendere l’arte della scrittura. Resta in ogni caso un libro interessante ed istruttivo per qualsiasi buon lettore che voglia scoprire qualcosa di più del “dietro le quinte”.

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  • 3

    Esperaba algo más de enjundia en estas cartas al joven novelista, por lo demás instructivas y pertinentes. Hubiera preferido percibir algún latido más personal del escritor Mario Vargas Llosa. ...continue

    Esperaba algo más de enjundia en estas cartas al joven novelista, por lo demás instructivas y pertinentes. Hubiera preferido percibir algún latido más personal del escritor Mario Vargas Llosa. Parece que no quiso desprenderse del disfraz de remitente epistolar. Y en este caso, me quedo con Rilke.

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  • 4

    Es un librito pequeño en número de páginas pero grande en contenidos. Muy útil para aquellos interesados en escribir y con todo lo relacionado con las técnicas narrativas. Además del contenido ...continue

    Es un librito pequeño en número de páginas pero grande en contenidos. Muy útil para aquellos interesados en escribir y con todo lo relacionado con las técnicas narrativas. Además del contenido está muy bien contado, dice muy bien lo que dice. De él he aprendido conceptos que desconocía, como la muda del narrador entre otros.

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    La leggerezza

    Ecco quel che diceva Calvino, messo in pratica: la leggerezza, e forse, questo libro, racchiude in sè anche le altre 4 qualità delle proposte calviniane per sussurrarci alcuni segreti con cui i ...continue

    Ecco quel che diceva Calvino, messo in pratica: la leggerezza, e forse, questo libro, racchiude in sè anche le altre 4 qualità delle proposte calviniane per sussurrarci alcuni segreti con cui i romanzieri edificano quell'architettura indispensabile che è il romanzo: indispensabile perchè ci offre altre realtà in cui vivere, che ci permette di trovarci altrove, insoddisfatti come siamo della triste realtà in cui siamo immersi. Dire che la letteratura è inutile è come dire che dormire e sognare non servono a nulla: sfido chiunque a dimostrare il contrario.

    said on 

  • 4

    Gran brutta bestia, la letteratura. Meglio, gran brutto bestiario. C'è la tenia, che colonizza gli intestini come la letteratura risucchia lo scrittore. C'è il catoblepa, animale inventato da ...continue

    Gran brutta bestia, la letteratura. Meglio, gran brutto bestiario. C'è la tenia, che colonizza gli intestini come la letteratura risucchia lo scrittore. C'è il catoblepa, animale inventato da Flaubert nelle "Tentazioni di Sant'Antonio" e ripreso da Borges nel "Manuale di zoologia fantastica": "Il catoblepa è una creatura impossibile che divora se stessa, a cominciare dai piedi. In senso meno materiale, certo, il romanziere va a sua volta frugando nella sua stessa esperienza, in cerca di appigli per inventare storie". E c'è il dinosauro: no, non il dinosauro eccellentissimo di José Cardoso Pires, emblema del salazarismo e per traslato di tutte le dittature, ma il dinosauro del guatemalteco Augusto Monterroso, autore del racconto più breve del mondo: "Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì". Emblema di perfezione, quel dinosauro e questo racconto: per l'ambiguità fra reale e fantastico, per lo spunto che offre a una lectio magistralis sui tempi della narrazione. Gran bel libro, questo "Lettere a un aspirante romanziere" di Mario Vargas Llosa, Nobel di fresca nomina e pilastro della letteratura sudamericana. Meraviglioso narratore di storie, lo scrittore peruviano è anche un grande narratore di idee. Provare per credere: questo volumetto delizioso e penetrante, cordiale e denso, è uno dei due libri più belli che abbia letto sull'arte del romanzo (l'altro è "Come funzionano i romanzi" di James Wood, ne riparleremo). In dodici lettere affabili e dettagliate, che indirizza a un interlocutore giovane e innominato, Vargas delinea una teoria del romanzo e passa in rassegna i suoi amori (la triade Cervantes Flaubert Faulkner innanzitutto). Premessa iniziale: la chiamata alla letteratura è una vocazione, che si fa scelta volontaria con una feroce autodisciplina e un esercizio assiduo. Ma perché si diventa scrittori? "Credo che la risposta sia: la ribellione. Sono convinto che chi si abbandona a elucubrare vite diverse da quella che vive nella realtà manifesta in questo modo indiretto il suo rifiuto e la sua critica della vita quale è, del mondo reale, e il suo desiderio di sostituirli con quelli che fabbrica con l'immaginazione e con i desideri. Perché mai dovrebbe dedicare il proprio tempo a qualcosa di così evanescente e chimerico -la creazione di realtà fittizie- una persona intimamente soddisfatta della realtà reale, della vita così come la vive?". Fatte queste premesse, Vargas Llosa passa in rassegna gli strumenti del mestiere. Il potere di persuasione di una scrittura, partendo dalla premessa necessaria che la letteratura è menzogna: "Accorciare la distanza che divide la finzione dalla realtà e, cancellando quella frontiera, far vivere al lettore quella menzogna come se fosse la più imperitura delle verità, quella illusione la più consistente e solida descrizione del reale. E' questo il formidabile inganno che compiono i grandi romanzi: convincerci che il mondo è come lo raccontano, come se le opere di finzione non fossero quel che sono, un mondo profondamente scomposto e ricomposto per placare l'appetito deicida (ricreatore della realtà) che anima -coscientemente o meno- la vocazione del romanziere". La costruzione di uno stile personale, di una voce distinguibile fra mille. Con una messa a punto non troppo scontata: "Non ha alcuna importanza che uno stile sia corretto o scorretto: quel che importa è che sia efficace, adeguato al suo ruolo, che è quello di immettere una illusione di vita -di verità- nelle storie che racconta". Ci sono scrittori, sostiene Vargas, correttissimi ed efficaci (Cervantes, Stendhal, Dickens, Garcia Marquez). E autori efficacissimi che si sono permessi tutti gli oltraggi possibili: Balzac, Joyce, Cortazar, Lezama Lima. "Uno stile può essere sgradevole e, tuttavia, grazie alla sua coerenza, efficace. E' il caso di Louis-Ferdinand Céline, per esempio".Perché l'efficacia di una scrittura romanzesca dipende "da due attributi: la sua coerenza interna, e il suo carattere di necessità". Dettagli che fanno lo stile? Eccoli: lo spazio (ovvero il ruolo del narratore all'interno della storia: la terza persona o la prima, il narratore onnisciente o il narratore-personaggio in sintesi, anche se le complicazioni non mancano). Il tempo: per Vargas è sempre artificiale, psicologico, uno "scorrere fittizio" accorciato o dilatato (e qui due esempi fra i tanti mi hanno colpito, "Accadde al ponte di Owl Creek" di Ambrose Bierce e "Il miracolo segreto" di Borges) rispetto a quello reale. E ancora, il livello di realtà, ciò che distingue un mondo reale e un mondo fantastico (e ciò che distingue fra loro i molteplici gradi di fantastico). C'è, in questo capitolo, un gioco di prestigio effettuato con grande scioltezza: il coniglio che Vargas estrae dal cilindro è celebre, "Il giro di vite" di Henry James, storia di fantasmi che può essere considerata fantastica se si presta fede alla governante che li vede, racconto realistico se si pensa che la governante stia raccontando quel che ha creduto di vedere o che ha inventato. Nel primo caso, ci troviamo di fronte a misteriose presenze. Nel secondo, ci confrontiamo con la nevrosi o con l'isteria (la stessa interpretazione può essere valida anche per "Il sosia" di Dostoevskij: il doppio di Goljàdkin esiste davvero o lo sta vedendo lui, che nella sua mania persecutoria è convinto che anche gli altri lo vedano?). Ma Vargas non si accontenta dei fondamentali, e passa a descrivere alcuni dei più famosi "trucchi del mestiere": gli spostamenti e il salto qualitativo, la scatola cinese, il dato nascosto, i vasi comunicanti. La lettura è affascinante e istruttiva, e termina con il consiglio di mettere da parte la teoria per cominciare a scrivere (a leggere, nel nostro caso). Che cosa rimane, dopo qualche ora di lettura? Prima di tutto la sensazione di esserci affidati a un laser che ha corretto la nostra miopia di lettori, rendendo il nostro sguardo più nitido, la nostra percezione del testo letterario più acuta. E poi una massa ingente di scrittori descritti e analizzati, a volte per rapidi e mai banali scorci (Borges, Garcia Marquez, Kafka, Hemingway, Joyce, Melville, Proust, le "Mille e una notte", Juan Rulfo, Robbe-Grillet, Virginia Woolf) e spesso con ripetuti esercizi di lettura (le "Lettere" di Vargas si rivelano secondo me fondamentali per comprendere autori come Cortazar, Carpentier, Onetti e Flaubert e opere come il "Don Chisciotte"). E più di un buon aneddoto. A me è piaciuto in particolare questo: "Flaubert aveva, a proposito dello stile, una teoria: quella del "mot juste". La parola giusta era quella -unica- che poteva esprimere compiutamente l'idea. Dovere dello scrittore era trovarla. Come poteva sapere quando la trovava? Glielo diceva l'orecchio: la parola era "giusta" quando suonava bene. Quel perfetto adeguamento tra forma e materia -tra parola e idea- si traduceva in armonia musicale. Perciò Flaubert sottoponeva tutte le sue frasi alla prova de "la gueulade" (lo schiamazzo o vocìo). Se ne andava a leggere ad alta voce quello che aveva scritto, in un viale alberato di tigli che esiste ancora vicino alla sua casa di Croisset: la "allée des gueulades". Lì leggeva a perdifiato quel che aveva scritto e l'orecchio gli diceva se aveva colto nel segno o se doveva continuare a cercare vocaboli e frasi fino a raggiungere la perfezione artistica...". Chissà in quale viale legge a squarciagola i suoi testi Vargas Llosa. PS. I giornali italiani non sanno fare di conto. Oppure hanno consultato tutti la stessa fonte errata. Quando è stato annunciato il Nobel a Vargas, ho letto gli articoli di "Repubblica" e "Corriere" (anche quelli dell'incolpevole "La Stampa"). Dicevano che Vargas Llosa è il quarto latino-americano a ricevere il Nobel dopo Gabriela Mistral, Pablo Neruda, Gabriel Garcia Marquez e Octavio Paz. Quattro più uno magari fa cinque. Ma in realtà Vargas Llosa è il sesto latino-americano che riceve il Nobel: era andato anche, nel 1967, al guatemalteco Miguel Angel Asturias, autore oggi quasi dimenticato di "El Presidente" e "Uomini di mais".

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    I capitoli del libro:
    I. Parabola della tenia (su “vocazione”, successo, sulla “ribellione” veicolata e insieme indotta dalla letteratura);
    II. Il catoblepa (sulla “scelta” degli argomenti, ...continue

    I capitoli del libro:
    I. Parabola della tenia (su “vocazione”, successo, sulla “ribellione” veicolata e insieme indotta dalla letteratura);
    II. Il catoblepa (sulla “scelta” degli argomenti, l’autenticità, il rapporto vissuto-creazione);
    III. Il potere di persuasione (sulla verosimiglianza e la creazione di un mondo alternativo rispetto alla realtà);
    IV. Lo stile (sulla correttezza linguistica, sui vari stili, la loro funzionalità e l’originalità);
    V. Il narratore. Lo spazio (sulle varie voci narranti, le loro prospettive e i “salti” fra di loro);
    VI. Il tempo (su tempo del narratore e tempo del narrato, l’uso dei tempi verbali, episodi chiave e connettivi);
    VII. Il livello di realtà (sui confini e gli sconfinamenti tra realismo e fantastico);
    VIII. Gli spostamenti e il salto qualitativo (sui salti temporali, “spaziali” e di “livello”);
    IX. La scatola cinese (sulle narrazioni interne ad altre narrazioni);
    X. Il dato nascosto (sugli “iperbati” narrativi e la vera e propria reticenza del narratore);
    XI. I vasi comunicanti (sulla compresenza e l’illuminarsi reciproco di due storie);
    XII. A mo’ di post scriptum.
    I primi tre-quattro capitoli sono bellissimi, i più sentiti, i più autobiografici. Forse migliori anche per lo stile, per quei giri di frase da buon romanziere di una volta, uno stile preciso e compiuto - che più in là comincia a torcersi su se stesso e a spezzarsi con incisi –, e che qui invece ricorda quello cristallino di Calvino o di Sciascia (non so voi, ma io odio lo stile da bestseller americani: “Aveva sputato il rospo. Non aveva più niente da dire. – Okay – fece lei. Lui si alzò e prese le chiavi della macchina. Rosse come la sua auto. Una Bentley dell’‘85. Con lettore CD e sedili in pelle. [Che palle!])
    Inoltre ci sono sempre un tono sincero e colloquiale che ci rende simpatico questo già candidato al premio Nobel, e persino un’insospettabile malinconia (per quella vita da “tossicodipendente”, da “schiavo felice”, che è la vita dello scrittore; per quell’“intima insoddisfazione nei confronti della vita quale essa è” da cui nasce la passione per la “finzione” [e qui ci vuole una Nota al Traduttore: in castigliano come sarà? "Fiction", come in inglese? Non era meglio forse lasciare il termine originale o al limi-te tradurre col latino "fictio"? Mah!])
    Nei capitoli centrali invece il libro perde forse un po’ di tensione, il discorso diventa un po’ troppo tecnico e impersonale; o forse ero io che cominciavo a sentire sempre più forte la nostalgia del romanzo, la sete di storie e di buone narrazioni (capita anche a voi? Terminata, per certi versi, l’era dello studio obbligatorio, a me ormai succede anche coi saggi più interessanti: dopo un po’ comincio ad annoiarmi e ho la tentazione di lasciarli a metà).
    Le indicazioni narratologiche sembrano tener conto di quelle classiche di Genette, Barthes o Todorov, ma sono spesso originali, così come le costanti esemplificazioni, orientate prevalentemente al versante centro-sudamericano e a quello dei classici otto e soprattutto novecenteschi.
    Ma ora è proprio tempo di tuffarsi in un buon romanzo: ce n’è una discreta pila che mi aspetta. Adoro questi momenti…

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