Casa d'altri

e altri racconti

Di

Editore: Einaudi (Tascabili letteratura, 646)

4.1
(458)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 133 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8806153099 | Isbn-13: 9788806153090 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Eraldo Affinati

Disponibile anche come: Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
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  • 4

    Basta l'esergo...

    - Così in treno non ci si arriva, lassù...
    - No. E neanche in corriera.
    - ...
    - Vi ci vogliono tre ore di mulo. E poi non d'inverno, s'intende. E neanche quando le nevi si sciolgono. Allora, non ce la ...continua

    - Così in treno non ci si arriva, lassù...
    - No. E neanche in corriera.
    - ...
    - Vi ci vogliono tre ore di mulo. E poi non d'inverno, s'intende. E neanche quando le nevi si sciolgono. Allora, non ce la fareste nemmeno con cinque.
    - Beh... e suppongo che avrà pure un nome.
    - Sì, mi pare di sì. Dev'essere l'unica cosa che abbia.

    "Perfetto" - così lo definì Montale: concordo.

    ha scritto il 

  • 4

    D'Arzo mi ha ricordato, più che Bernanos, un piccolo Fenoglio. "Due vecchi" mi ha richiamato anche alla mente "Umberto D", una sorta di neorealismo di sghimbescio, senza ideologia e con tanta compassi ...continua

    D'Arzo mi ha ricordato, più che Bernanos, un piccolo Fenoglio. "Due vecchi" mi ha richiamato anche alla mente "Umberto D", una sorta di neorealismo di sghimbescio, senza ideologia e con tanta compassione, per tutti e tre i personaggi (studente compreso). Se Siti avesse letto "casa d'altri", si sarebbe ben guardato, credo, dall'affidare scelte estreme e alternative radicali (peccato o peccato, peccato o morte) a un prete cattolico. Questo racconto mostra, invece, che la conseguenza delle scelte morali, o dell'incapacità di compiere le scelte, o di riscoprire in se' il senso ultimo delle scelte, non conduce alla negazione di se stesso, o alla punizione senza redenzione, ma al senso di colpa, all'inquietudine che può anche indurre ad agire (il finale resta aperto, con un punto di domanda - lo stesso anche nell'ultimo racconto, "Un minuto così").

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    di qua dal paradiso

    un prete disilluso, dalle parti della crisi di vocazione. un prete a cui i peccati meschini di una piccola comunità sembrano aver sfilacciato tra le dita il rapporto con il proprio ruolo, e con la cap ...continua

    un prete disilluso, dalle parti della crisi di vocazione. un prete a cui i peccati meschini di una piccola comunità sembrano aver sfilacciato tra le dita il rapporto con il proprio ruolo, e con la capacità di assolverlo.
    finché ecco. un giorno il destino (l'onnipotente?) gli mette fisicamente sulla strada qualcuno che può ridare scopo all'abito che indossa. una vecchia lavandaia dalle giornate durissime, con un peso interiore che la tormenta e che inizia a tormentare - per speculare assenza - anche lui. la donna con l'inseparabile capra diventa il miraggio della pecorella da riportare nel gregge.
    assillato dal suo segreto, dal non detto di un rapporto che si fa sempre più ossessivo, il sacerdote viene messo davanti a un dubbio fondativo, lacerante. a un quesito di lei che lo lascia spiazzato, capace solo di farfugliare una risposta misera, sottodimensionata. arrivato al dunque della prova che voleva, il pastore si scopre incapace di superarla. contemporaneamente, senza un nesso certo di causalità, la vita della donna si conclude in un modo che l'autore lascia volutamente vago, ma che alla luce di quel che (non) è successo prima ci appare comunque di immensa drammaticità.
    a distanza di poche settimane, mi sono trovata per caso a leggere due storie di preti, dilemmi insoluti, morte. due vicende (e due opere, questa e quella di walter siti) diversissime, ma che mi sono parse anche molto simili. perché spolpandole possiamo arrivare a guardarle come l'insanato dualismo tra un uomo di fede che cerca nel rapporto con chi gli chiede aiuto la conferma del se stesso più autentico. e trova in un caso l'incapacità, e nell'altro l'apparente inutilità, del proprio agire come bravo ministro di dio.

    quando attraverserà
    l'ultimo vecchio ponte
    ai suicidi dirà
    baciandoli alla fronte
    venite in paradiso
    là dove vado anch'io
    perché non c'è l'inferno
    nel mondo del buon dio
    .

    (le 4 stelle sono praticamente tutte per il racconto eponimo).

    ha scritto il 

  • 4

    Raccolta, nel complesso, diseguale.

    Casa d'altri è effettivamente una perla, magari non uno dei più bei racconti del Novecento, o forse si, ma tant'é, le graduatorie in questi casi valgono una cicca. ...continua

    Raccolta, nel complesso, diseguale.

    Casa d'altri è effettivamente una perla, magari non uno dei più bei racconti del Novecento, o forse si, ma tant'é, le graduatorie in questi casi valgono una cicca. La crepuscolare Elegia alla signora Nodier (una storia fatta di niente, veramente di niente) è anch'essa su livelli molto alti. Entrambi gli episodi sono straordinari per la quantità di cose che sanno dire con un linguaggio assolutamente comune e un numero così esiguo di parole.

    A confronto gli altri racconti valgono meno. Non manca la qualità letteraria quanto piuttosto la compiutezza: Due vecchi, Una fasciatura ben fatta e Un minuto così danno un'impressione di precarietà che stride accanto alla rotonda perfezione dei primi due; quella sensazione di "non finito" che lasciano i racconti minimali quando non sono pienamente riusciti.

    Il resto è davvero minuzia: una prefazione a un romanzo mai scritto, o forse perduto, e due brevi frammenti, di cui il primo abbondantemente riciclato in Casa d'altri. Resta il rimpianto per ciò che avrebbe potuto dire questo Fenoglio emiliano se il destino gli avesse lasciato più tempo a disposizione.

    ha scritto il 

  • 3

    «Ferma!»

    È stato affermare che “Inviti superflui” è il miglior racconto scritto nella nostra lingua, il primo passo verso "Casa d’altri". Siamo un nutrito gruppo di lettori, ci scambiamo voti e commenti, ci sc ...continua

    È stato affermare che “Inviti superflui” è il miglior racconto scritto nella nostra lingua, il primo passo verso "Casa d’altri". Siamo un nutrito gruppo di lettori, ci scambiamo voti e commenti, ci scambiamo attenzione, quella che scaturisce dalla condivisione di una passione. Non ho dovuto scegliere se seguire o meno il consiglio di lettura che mi era stato fornito, mi è venuto naturale farlo.
    Avevo undici anni ed ero sul pullman che ci portava a scuola. Mi chiedevo come fosse possibile che a tutti i miei coetanei non piacesse la ragazzina più bella, che ovviamente era colei che piaceva a me. Oggi vorrei scrivere che quella ragazzina è la stessa della mia personalizzazione di “Inviti superflui”, ma non direi il vero. L’amore percorre strade che ci sono ignote e quando ne trova una sbarrata, non esita a tagliare per i campi.
    Il racconto più bello non esiste, ognuno si innamora in un modo diverso e anche quando due uomini si innamorano della stessa donna (o viceversa), lo fanno per motivi differenti.
    C’è una frase di Radiguet che mi piace molto e che spiega come un racconto fra tanti sia potuto diventare il racconto italiano che preferisco

    -/Probabilmente siamo tutti dei Narcisi, che amano e detestano la propria immagine, ma provano indifferenza per tutte le altre. È questo istinto di somiglianza che ci guida nella vita, gridandoci «Ferma!» davanti a un paesaggio, a una donna, a una poesia. Possiamo ammirarne altri, ma senza rimanere così colpiti. L'istinto di somiglianza è la sola linea di condotta che non sia artificiosa./-

    In coda a “una poesia”, potrei aggiungere “un racconto”. Radiguet spiega il motivo per il quale “Inviti superflui” ha continuato a risuonare dentro di me anche se ne avevo dimenticato titolo e autore, spiega come il suo suono si sia amplificato quando con nessuna delle mie ricerche incrociate riuscivo a rintracciarlo, anticipa altresì come nessun istinto, durante la lettura di “Casa d’altri”, abbia gridato «Ferma!»
    “Casa d’altri” è scritto in un italiano particolare: aulico, dialettale, forbito, contorto, diretto e sfrontato allo stesso tempo. Ha ciascuna di queste caratteristiche e nessuna di esse in particolare, si crede di intuire dove D’Arzò andrà a parare ma non si è certi che lo farà. La lettura prosegue spedita per capire se l'intuizione è giusta, a sorpresa invece l’intuizione si rivelerà sbagliata, o almeno, la mia lo è stata, il finale mi ha fatto rileggere a ritroso tutta la storia sotto una luce diversa.
    Dalle scarne informazioni che ho letto sul mio e-book (di pessima impaginazione) Silvio D'Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni, morì a soli 32. Visse la propria giovinezza a cavallo della seconda guerra mondiale, tutti i racconti di questa raccolta ne sono influenzati, le relazioni fra i personaggi sono semplici, i loro sentimenti coriacei. Eugenio Montale definisce Casa d'altri, (il racconto che dà il nome alla raccolta) un racconto perfetto. Io ho preferito il più lineare “Due vecchi”, sorprendente anch'esso.

    La peculiarità di questi racconti è l’attualità, nonostante l’ambientazione a metà del secolo scorso.
    “Casa d’altri” va maneggiato con una presina, tant'è scottante.
    Mi ha fatto piacere leggere questo libro, non mi sono innamorato ma ne sono uscito arricchito.

    ha scritto il 

  • 5

    "Un’assurda vecchia: un assurdo prete: tutta una assurda storia da un soldo."

    Un prete sessantenne, un prete da sagra, un prete che ha la fisionomia di un vecchio Falstaff. Una lavandaia pressapoco di pari età. Che lava stracci e budella dalla mattina alla sera, una sera che ti ...continua

    Un prete sessantenne, un prete da sagra, un prete che ha la fisionomia di un vecchio Falstaff. Una lavandaia pressapoco di pari età. Che lava stracci e budella dalla mattina alla sera, una sera che tinge tutto di viola o di blu, laggiú dal canale, alzando e abbassando i panni dall'acqua, accompagnata da una fida capretta.

    Una vita arida come i sassi sul fiume.

    "E il giorno dopo fare lo stesso, e anche l’altro giorno, e tutti i giorni del mondo. Perché io questo lo so: questo lo so, lo so bene: tutti i giorni del mondo. E su questo neanche voi potete dire di no."

    Una donna che nonostante l'umiltà della sua condizione, si rende conto della pochezza della sua vita. Che si guarda intorno e che pone una stanca domanda. Domanda a chi le regole dovrebbe conoscerle. Domanda a chi a suo giudizio può derogare le regole. Domanda a chi non sa fornire che imbarazzate non risposte.

    E la domanda, la deroga richiesta, è ciò che tormenta quel prete, quel vecchio Falstaff che soluzione [o assoluzione] dare non sa.

    "Le parole mi fanno vergogna, ecco il fatto: e i commiati non sono mai stati per me."

    Una vita vissuta 'in prestito' come ospite in casa d'altri.

    ha scritto il 

  • 3

    Ho un'edizione senza alcuna introduzione e senza note (alcune sarebbero state necessarie), vista l'esiguità delle pagine avrebbero potuto sprecarsi.
    Piaciuto, però mi aspettavo di più da quel che ne a ...continua

    Ho un'edizione senza alcuna introduzione e senza note (alcune sarebbero state necessarie), vista l'esiguità delle pagine avrebbero potuto sprecarsi.
    Piaciuto, però mi aspettavo di più da quel che ne avevo letto in giro.

    ha scritto il 

  • 3

    La solitudine di un prete di campagna

    Questo sconosciuto autore italiano, in arte Silvio D'Arzo, vero nome Ezio Comparoni, mi ha sorpreso, soprattutto leggendo e gustando il suo più importante racconto di questa raccolta, ovvero quello ch ...continua

    Questo sconosciuto autore italiano, in arte Silvio D'Arzo, vero nome Ezio Comparoni, mi ha sorpreso, soprattutto leggendo e gustando il suo più importante racconto di questa raccolta, ovvero quello che da il titolo al libro: "Casa d'altri". Qui solitudine, isolamento e diversità sono i tre temi principali in cui ruota il racconto e dove i protagonisti sono due: un prete di montagna in piena crisi e una vecchietta lavandaia che non desidera altro che suicidarsi. Siamo a Montelice, un paesino montano della provincia emiliana, abitato da pochissime persone, ed ecco come ce lo descrive l'autore:

    Sette case addossate..due strade, un cortile che chiamano piazza,uno stagno e un canale e montagna quanta ne vuoi. Che fanno qui a Montelice? vivono e basta e poi muoiono..qui non succede niente di niente…gli uomini al pascolo..le donne a far legna..in strada una vecchia o una capra o nemmeno quello..l’inverno dura mezzo anno. due mesi continui di pioggia, due tre mesi di neve-neve. non succede niente di niente solo che nevica e piove e la gente nelle stalle a guardare la pioggia e la neve come i muli e le capre.

    C’ è un tempo della narrazione che è tre-quattro anni dopo la seconda guerra mondiale e c’è uno spazio al di là di quelle sette case, i cui colori si ripetono come un ritornello..un po’ come la pioggia gialla:

    L’aria fuori viola e viola i sentieri e l’erbe dei pascoli e i calanchi e le creste dei monti…c’è quassù una certa ora. I calanchi si fanno color ruggine vecchia e poi viola, e poi blu..le capre si affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri. E non c’è sole nè luna nel cielo

    E invece dell’assoluta solitudine di Andrés c’è la solitudine di Zelinda con la sua spietata, bestiale vita di stenti, non diversa da quella della capra che le sta sempre accanto giù al canale, dove in ogni stagione lava stracci e budella, ogni giorno fino a sera.

    La storia è fatta di niente, eppure potrebbe essere “un giallo esistenziale”, “un giallo dell’anima”, perchè c’è un mistero da svelare nel rapporto che si stabilisce tra la donna e il vecchio parroco del paese, ridotto ad essere “un prete da sagre e nient’altro”

    Zelinda in questa tragica vita di stenti cerca una via d’uscita dal mondo, vuole l’autorizzazione a morire come un gesto di carità ” se senza far dispetto a nessuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima..anche uccidersi “ La tragedia del vivere, la consapevolezza dell’impossibilità del vivere e la fede, il sentimento religioso: uccidersi e non trasgredire.

    Una vecchia con una terribile domanda e un prete con il suo silenzio ” da provare vergogna per tutte le parole del mondo”

    In un dattiloscritto del racconto, di cui esistono diverse redazioni, D’arzo ha aggiunto a penna:”il mondo non è casa tua; a te sembra di starci a dozzina” e in emiliano significa “starci in prestito”

    ha scritto il 

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