Casa d'altri

e altri racconti

Di

Editore: Einaudi (Tascabili letteratura, 646)

4.1
(399)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 133 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8806153099 | Isbn-13: 9788806153090 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Eraldo Affinati

Disponibile anche come: Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
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  • 5

    Ezio Camparoni – che assumerà dopo vari psudonimi quello definitivo di Silvio d'Arzo- nasce Reggio Emilia nel 1920.
    Leggendo la sua biografia, l'impressione è quella di una vita che si è da subito m ...continua

    Ezio Camparoni – che assumerà dopo vari psudonimi quello definitivo di Silvio d'Arzo- nasce Reggio Emilia nel 1920.
    Leggendo la sua biografia, l'impressione è quella di una vita che si è da subito messa in moto per accelerarne i tempi quasi presagisse la morte in giovane età. A soli 15 anni, di fatti, pubblica una piccola raccolta di racconti. A 16 consegue la maturità classica per poi laurearsi a 21 specializzandosi in glottologia. La sua produzione vede una piccola serie di pubblicazioni che s'impongono a fatica per poi spegnersi a causa di quella morte prematura a soli 32 anni a causa di una fulminante leucemia.
    Un autore sottovalutato in vita per essere riscoperto anni dopo rimanendo, tuttavia, relegato in una nicchia della storia letteraria italiana.
    Sebbene nella sua breve vita abbia lasciato un'esigua produzione, in questa spicca senz'altro la raccolta "Casa d'altri ed altri racconti". Pubblicato in vita solo una volta (1942) da Valsecchi dopo che Bompiani prese tempo tergiversando ed Einaudi (nella persona di Cesare Pavese) rispose con un secco rifiuto.
    La raccolta è composta da otto brevi racconti tra cui il posto d'onore spetta nel citato "Casa d'altri":
    definito da Eugenio Montale «il racconto perfetto» e da Manganelli «una tragedia teologica».
    E' incredibile come una trama così scarna e riassumibile in poche righe sia congegnata in un'architettura ed una cifra stilistica così precisa ed immersa in una lirica tanto potente in cui si ci potrebbe dilungare nell'analizzarla.

    Nel piccolo paesino montano di Montelice la montano esistenza è scandita dall'alterarsi delle stagioni e dove predomina il clima rigido ("L’inverno viene presto da noi, e dura quasi mezz’anno."). La voce narrante è quella del sacerdote orami non più giovane "con una corporatura e una faccia alla Falstaff". Con aria annoiata scruta da anni il paesaggio rassegnato ad assistere ud un ciclico e prevedibile ripetersi. Una noia che sembra invadere la sua stessa funzione che ormai si riduce a pochi e puntuali riti:
    "Perché ormai io ero un prete da sagre: ero un prete da sagre e nient’altro: su questo non c’era piú dubbio. Per un matrimonio alla buona e dottrina ai ragazzi e metter d’accordo anche sette caprai per un fazzoletto di pascolo non ero poi peggio di un altro: e cosí se un marito cominciava a usare un po’ troppo la cinghia. Ecco solo il mio pane oramai: altra roba non era per me".
    Un piccolo diversivo però si affaccia.
    Zelinda una vecchia lavandaia, che il prete non ha mai visto prima, compare un giorno sul greto del fiume intenta a sciacquare i panni. Così D'Arzo la descrive:
    "E se una pianta può in qualche modo servire a dar l’idea di un cristiano, bene, un vecchio ulivo di fosso è quel che ci vuole per lei. A vederla cosí, mi pareva che ormai né stanchezza né noia potessero piú qualche cosa su lei: si lasciava vivere e basta, ecco tutto."
    Zelinda ha una domanda da fare e su questo, e la sua risposta, si centra il racconto.
    Un racconto da ascoltare con le orecchie ben aperte per sentire il rumore di quell'acqua che "che cadeva a gomitoli" o il latrare dei cani che assieme ai campanacci parte da lontano anticipando l'arrivo degli uomini che scendono dai pascoli.
    Un racconto che si guarda nei paesaggi che parlano: "e quando nelle stalle le lanterne si accesero, spuntò anche la luna. Non rotonda come in agosto, s’intende, ma piú furba, e piú lucida e fresca come l’avessero tolta da un secchio: e tutti i monti con le creste già bianche ed i pascoli e il cimitero ed i boschi, e giú, all’altro lato, la valle, mi si aprirono piú grandi che mai; tutto giovane e azzurro con qua e là qualche picchio d’argento.".
    Un racconto che si sente dentro perchè quella domanda e quella risposta si muovano tra le righe stampate ma altrettanto fanno nella coscienza dell'Uomo.

    I racconti che seguono sembrano sminuiti per potenza che troviamo in "casa d'altri". In realtà, una loro necessaria rilettura ne mette in luce una sonorità ed un andamento che creano un'atmosfera misteriosa. Sono piccole istantanee di quella vita di provincia che sia presenta al contempo semplice e complicata:
    "Non so se sia eccesso o mancanza di sensibilità, ma è un fatto che le grandi tragedie mi lasciano quasi indifferente. Ci sono sottili dolori, certe situazioni e rapporti, che mi commuovono assai di piú di una città distrutta dal fuoco."

    ha scritto il 

  • 5

    La canzone della Zelinda Icci, fu Primo

    Fino a qualche mese fa non conoscevo Silvio d'Arzo. Mai sentito prima neppure di nome. Quello vero (Silvio d'Arzo essendo un soprannome) è Ezio Comparioni (stando alle scarne notizie ricavate da Wikip ...continua

    Fino a qualche mese fa non conoscevo Silvio d'Arzo. Mai sentito prima neppure di nome. Quello vero (Silvio d'Arzo essendo un soprannome) è Ezio Comparioni (stando alle scarne notizie ricavate da Wikipedia: Reggio nell'Emilia, 6 febbraio 1920 – Reggio nell'Emilia, 30 gennaio 1952).

    Mi venne incontro circa un anno fa tramite il meraviglioso “Soli eravamo” di Fabrizio Coscia, che lo classifica come autore di uno dei più bei racconti della letteratura italiana.
    E’ poi tornato a bussare alla mia porta molto recentemente, grazie alla carissima amica Normanna Albertini, autrice di “Come spicchio di melagrana” e vincitrice, con questo libro, del premio a lui intitolato.
    Una congiura letteraria in piena regola, insomma. Era scritto che dovevo conoscerlo.

    I racconti contenuti in questa raccolta sono pietre preziose. Tra questi, “Casa d’altri” è una gemma autentica.
    Nella postfazione si cita Montale, che lo definì un racconto perfetto. Eppure venne inizialmente respinto da fior di case editrici: per Einaudi il responsabile della stroncatura fu nientemeno che Pavese…
    La trama è minima, asciutta: un paese – Monselice- dove piove o nevica, nevica o piove; pastori, pascoli, capre, cani che latrano; un prete disilluso ed una vecchia lavandaia solitaria; una domanda “indecente” formulata a pezzi e bocconi (ma che domanda!). Nient’altro.
    Nient’altro? Be’, leggetelo e sappiatemi dire.
    Per quanto mi riguarda, non avevo mai letto pagine così “musicali”. La sonorità della scrittura, in “Casa d’altri”, colpisce implacabile al cuore. Ad ogni capitoletto fioriscono, da un capoverso all’altro, decasillabi, endecasillabi, novenari… un fluire di “prosa versificata” che incanta e stordisce. Giuro che mi sono sentita presa tra le spire di questa musica incantatrice -e inaspettata!-, così come succede al Mowgli del “Libro della giungla” disneyano quando incontra il serpente :-)
    E’ una ballata, un rondò, uno strambotto (o forse una specie di bylina –ma priva della matrice epica?), più che un racconto… Chissà cosa avrebbe potuto ricavarne De André …

    ha scritto il 

  • 0

    Se il tuo mestiere è interessarti di tutti, comincia intanto a interessarti di uno: non di più che uno solo. Fino in fondo però, fino alla radice a dir poco. Non c’è mezzo migliore così per interessar ...continua

    Se il tuo mestiere è interessarti di tutti, comincia intanto a interessarti di uno: non di più che uno solo. Fino in fondo però, fino alla radice a dir poco. Non c’è mezzo migliore così per interessarsi sul serio anche di tutti quegli altri.

    Non so se sia eccesso o mancanza di sensibilità, ma è un fatto che le grandi tragedie mi lasciano quasi indifferente. Ci sono sottili dolori, certe situazioni e rapporti, che mi commuovono assai di più di una città distrutta dal fuoco.

    Che tristezza scoprire un autore del passato che non conoscevo e scoprire pure che è morto a soli trentadue anni. Questo ragazzo sapeva scrivere. E aveva una sensibilità profondissima.
    Come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, dove ci presenta una figura di prete, un uomo colto capace di adattarsi alla semplicità della gente di montagna, alle prese con la fedele più ostica che abbia mai incontrato.
    O in Due vecchi dove, come nel caso precedente, riesce a immedesimarsi in un personaggio lontano dalla sua esperienza personale, una donna anziana combattuta tra qualche ricordo del passato e il desiderio di vivere bene il poco tempo che resta. E che si vede sbattuta in faccia la domanda: quanto costa la felicità? Quanto, letteralmente, costa?

    ha scritto il 

  • 4

    Un sasso e mille cerchi sull'acqua

    “ALL'IMPROVVISO DAL SENTIERO DEI PASCOLI, MA ANCORA MOLTO LONTANO, ARRIVO' L'ABBAIARE DI UN CANE. TUTTI ALZAMMO LA TESTA. E POI DI DUE O TRE CANI. E POI IL RUMORE DEI CAMPANACCI DI BRONZO.” Comincia c ...continua

    “ALL'IMPROVVISO DAL SENTIERO DEI PASCOLI, MA ANCORA MOLTO LONTANO, ARRIVO' L'ABBAIARE DI UN CANE. TUTTI ALZAMMO LA TESTA. E POI DI DUE O TRE CANI. E POI IL RUMORE DEI CAMPANACCI DI BRONZO.” Comincia così quello che Eugenio Montale definì nientemeno , sulle pagine del corriere della sera, “un racconto perfetto”. L'autore, Silvio D'Arzo, nato nel 1920 a Reggio Emilia e cresciuto senza padre in un ambiente povero quanto semplice, riassumerà nell'immagine di quella giovane coraggiosa, l'ammirazione e l'esempio di “Grande e irraggiungibile madre di provincia”. Come spesso accadde agli autori meno abbienti del nostro '900, dopo gli studi con la media più alta per le eventuali borse di studio, dopo la laurea a ventuno anni in lettere e la,'involontaria avventura della guerra nei Balcani, al suo ritorno l'autore si vedrà negare la pubblicazione di questo e altri racconti e mai li vide pubblicati in vita, per la sua morte avventa in giovane età nel 1952. Una parabola esistenziale dai sapori di un'altra epoca, che ricorda per certi aspetti quella di Goffredo Parise, di Guido Morselli, o di Luciano Bianciardi. E se la fama di D'Arzo è legata soprattutto al racconto lungo qui in questione, questa raccolta della Mondadori comprende altri racconti meno celebri, opere frammentarie di un grande progetto, che dimostrano come quel capolavoro di scrittura che è “Casa d'altri” in realtà non nasca dal nulla, ma sia il frutto di un percorso letterario complesso e articolato. Delle quattro o cinque versioni esistenti di “Casa d'altri”, l'ultima, quella definitiva e più completa fu possibile leggerla interamente grazie all'interessamento di Giorgio Bassani e Anna Banti e sembra essere, dopo studi e approfondimenti, la più lineare e affidabile . La leggo in un giorno, e leggo anche le altre minuscole storie, trame tessute con una precisione impressionante, che riescono a centrare il nucleo delle vicende descritte, con tre personaggi o anche meno, e un insieme di comparse che movimentano di poco l'ambiente di sfondo. Sembra di vedere quei film, piccoli o grandi capolavori, in cui nell'atmosfera apparentemente asettica, è la fotografia a dar valore a ciò che si vede, anche rileggendo, dialoghi scarsi, e sequenze dai colori e dai toni perfetti, senza sbavature di sorta, senza aggiunte inutili di aggettivi o atmosfere del giorno dopo, creano un impatto curioso e nuovo, almeno per quei tempi. Il testo dell'opera che da il titolo alla raccolta, è diviso in quindici capitoli, dove, dietro un velo di un'apparente immediatezza e semplicità, si cela un sistema narrativo assai sapientemente costruito, che restituisce al lettore la chiara sensazione di leggere qualcosa di appagante, nel ricercato intreccio di una scaltra architettura, dove anche i contenuti più intimisti vengono resi capaci di rendere forza e pregnanza sebbene lo stile asciutto(ma non freddo)e realista(ma lirico e spiazzante). L'ambiente è l'appennino emiliano, la voce narrante è quella di un parroco, alle prese con la sua stanchezza e abitudinarietà...l'abbaiare dei cani da inizio alla prima scena, dove una veglia funebre, alla quale come in un racconto circolare ritornerà anche nell'ultimo capitolo, viene descritta pittoricamente, come “Una lezione di anatomia”(e qui mi ritorna agli occhi Rembrandt)...poi l'abbaiare di altri cani e i campanacci, che segnalano l'arrivo dei pastori dai pascoli, l'aria della sera che tutto rende viola, il chiacchierio tra le anziane del paese, tutto contribuisce a rendere a chi legge la bellezza di un quadro, la consapevolezza che prima dei colori definitivi vi erano abbozzi a matita...poi come anche negli altri racconti, la bellezza riposante di un dipinto, tra precisione e grazia, e limite cosciente di una realtà senza psicologismi né forzature...non vi è il sociale in D'Arzo, non vi è l'analisi, ma confronti bellissimi come segnati da una consapevole finitezza. E nel terzo capitolo, vi è l'esempio più bello e calzante, quando il curato, di ritorno da una passeggiata tra i monti scorge un'ombra... ”FU UNA SERA. SUL FINIRE D'OTTOBRE” proprio nell'ora del crepuscolo, in cui “LA TRISTEZZA DI VIVERE SEMBRA VENIR SU ASSIEME AL BUIO E NON SAPETE A CHI DARE LA COLPA”. Da quel momento Zelinda, una vecchia lavatrice di panni, sarà, con il sacerdote, protagonista di questo racconto. Prima uno scorgersi e poi un successivo confrontarsi, che diverranno opportunità, sfruttate o meno non sarà chiaro, di riflessione sui temi della vita. In primo luogo prende forma il profilo del curato, della sua crisi di uomo stanco e tormentato dalla sua stessa indifferenza, e dell'incapacità ormai, di fare un primo passo verso gli altri, e quindi anche verso quell' “uccello sbracato” che è Zelinda, per invitarla alla messa, alla confessione...”PERCHE' IO ERO ORMAI” racconta “ UN PRETE DA SAGRE E NIENT'ALTRO, SU QUESTO NON C'ERA PIU' DUBBIO”. Tuttavia finché i due si studiano a distanza, anche quell'incontro appare routine, ma questo quadro desolato si interrompe, quando Zelinda va in canonica a porre al prete una domanda chiara: se è lecito per una volta sola, venire meno ad una regola della chiesa senza commettere peccato...e anche qui o soprattutto qui, D'Arzo si scopre in tutta la sua bravura e la sua eleganza, ma in special modo riesce, con gli occhi dell'io narrante, a comporre il ritratto di una vecchia contadina, a mescolare la realtà dei tratti somatici con uno livello alto, tra bellezza e tragedia, povertà e fascino silvestre. Dinnanzi a quel “vecchio ulivo di fosso” c'è grandezza della natura e crudeltà della stessa. Come se l'anziana donna appartenesse alla realtà, o ancor di più in simbiosi totale con la natura. Si percepisce inoltre, anche negli altri racconti, Il laconismo, i momenti vuoti, l’uso di silenzi interni con cui un racconto resta sospeso nel proprio implicito, I due protagonisti restano sospesi, tra le domande preliminari di lei e la quasi ossessione di lui, che inizia una specie di “corteggiamento”. D'Arzo usa magistralmente questi punti per acuire una certa suspanse, per allungare i tempi in cui ritorna per contrasto il passato del don, “E PENSAI A QUEL CHE ERO A VENT'ANNI, QUANDO LEGGEVO DI TUTTO, E SU UNA FRASE DEI PADRI RIUSCIVO A PARLARE QUALCOSA COME UN'ORA O DUE” e di rimando l'aprirsi di Zelinda: “TUTTE LE MATTINE ALZARSI ALLE CINQUE E ANDARE GIU' IN FONDO VALLE A PRENDER GLI STRACCI(...) FINO ALLE SEI ALLE SETTE DI SERA” e ancora: “IO HO UNA CAPRA CHE PORTO SEMPRE CON ME: E LA MIA VITA E' QUELLO CHE FA LEI, TALE E QUALE”. Ma se dovessimo riassumere in due parole di che si tratta lo potremmo fare. In questo racconto così nudo di fatti cos'è quindi che lo rende tanto speciale? Come disse a sua volta Montale è un “racconto lungo” che “ in Italia attecchisce male(...)come genere si potrebbe affermare che(...) punta soprattutto su effetti di ritmo, su pause, su un uso sapiente della così detta “durata”. Solo un artista o un lettore di spirito meditativo può abbordare un tipo simile di racconto” ... Sono anche le influenze della nuova narrativa americana, che elimina le scene madri e la retorica dei buoni sentimenti, per mescolare sangue anime e polvere come sfondo primo, la speranza ipotizzata come la fine. D'Arzo, come Fenoglio e Pavese, fu traduttore e saggista, soprattutto nel periodo dei solitari pensatori anglo-americani, di una linea ancora indipendente dai premi Nobel o Pulitzer, e soprattutto esenti dal “buon senso comune americano” e dalla sua grande distribuzione di mercato di lì a poco...ma c'è di più: con questi racconti e il più celebre in primis, lo scrittore isola un batterio letterario molto speciale. Forse quello che farà esporre così tanto anche il misurato Montale. Quello spirito d'origine americana, ad un certo punto forma una parabola, per uscire completamente dalla realtà oggettiva dei fatti, alla ricerca di un percorso composto da un cambio di registro...abbandonando la filosofica fattualità di stampo anglosassone, prende una linea ben caratterizzata, nel mutismo di quella prima apparizione della vecchia Zelinda su uno sfondo pietroso. La condizione dell’animale umano posta in modo così definitivo è l’unica vicenda del racconto, è lo stato di cose senza soluzione, ma è anche un motivo che la narrativa americana non conosce. E così un giovane autore apertosi così tanto all'esterno è riuscito a elaborare aspetti nuovi senza perdere le proprie unicità culturali, e in pieno realismo lui scrive un racconto che parla di dilemmi interiori, di anime, di dubbi. Molteplici quindi i livelli di lettura. L'elemento tempo si ferma in un continuo stile lirico e contemplativo. Filmico si è detto, ma anche musicale...la colonna sonora è composta da un ritmo che diviene metrica, con versi diversi qua e là nel testo. Pochi strappi invece, funzionali all'esistenza di Zelinda Icci, ripetitiva e monotona come il giorno e la notte. Poi sovrastano due temi: la religione e il suo scopo, l'incomunicabilità, l'isolamento e l'alienazione sono speculari alla crisi di un uomo in tonaca, non più giovane, che sussurrando, i suoi pensieri diventano una contemplazione sincera, spesso consolante nell'atmosfera di un tema che non si riesce bene a inserire da qualche parte...negli altri racconti si parla di guerra, ancora pennellate tra paesi di montagna, fughe, paura e quiete. E il dramma di Zelinda e del prete riassume un po' tutti gli altri. Non tanto la sperata felicità mancata, da sempre accettata dalla gente di montagna come conseguenza naturale, quanto la perdita della fede, quella cristiana come quella laica, fondamenta di un vivere cosciente, per non vivere come una capra. “Casa d'altri” inoltre è l'impressione che si ha, a quattro anni da una guerra mondiale e civile...ciò che non è detto è implicito, o forse a me appare determinante, quella vita in un paese disperso dell'appennino, in una regione tanto colpito dalle stragi e dalle mattanze naziste in ritirata,come l'Emilia...è un ricordo che torna, forse l'unico, a incrociare i destini individuali in un destino storico. Silvio D'Arzo che combatté in Croazia una feroce guerra d'occupazione con strascichi infiniti, sembra lasciare un segnale. Nella sua inchiesta anagrafica il parroco viene a sapere che Zelinda Icci era giunta al paese di Montelice “DALLE PARTI DI BOBBIO DOVE QUATTRO ANNI PRIMA I TEDESCHI AVEVANO BRUCIATO ANCHE I SASSI”. Il dubbio interpretativo rimane, sulla storicità o meno del racconto o meno...è certo che D'Arzo invita a leggere la storia “di questi poveri diavoli dei nostri tempi”. Ma è lampante che più che della storia, l'autore sembra occuparsi dell'esistenziale. Nulla rimane fissato e certo, e sulla foschia temporale fino alle ignare sorti dei protagonisti, prevale la lettura intera dell'opera, con questo dopoguerra, così diverso da quello che ci abituò il Neorealismo. Strizzando l'occhio a Karl Jaspers e ai suoi temi sul suicidio, lo scrittore riesce in un piccolo capolavoro, dove a partire dal titolo, fino alla fine, ancora ci si spende a farsi domande, a cercare nelle onde create da quel piccolo sasso, un'interpretazione che forse univoca non lo sarà mai. In questo motivo dell’essere al mondo come in casa d’altri, c’è il segno di una dissonanza come di una dissidenza rispetto al pensiero dominante dell'epoca, rispetto a una socialità data per scontata, dove umano non ha più molto a che fare con umanesimo. E un giovane scrittore vedeva lontano...

    ha scritto il 

  • 4

    Credo di non aver mai trovato altrove questo stesso ritmo che c'è in "Casa d'altri", un lirismo trascinante che un po' mi impressiona. Per non parlare di quel vivere come le capre, i sassi tristi, il ...continua

    Credo di non aver mai trovato altrove questo stesso ritmo che c'è in "Casa d'altri", un lirismo trascinante che un po' mi impressiona. Per non parlare di quel vivere come le capre, i sassi tristi, il bosco immobile e tragico nel crepuscolo; che ancora una volta "vivere e basta" non è sufficiente.

    ha scritto il 

  • 4

    C'è questa espressione che non mi va più via dalla testa: "spolveriamoci il cuore e non pensiamoci più". Sembra una di quelle frasi simpatiche, ironici inserti colloquiali che gli scrittori usano spes ...continua

    C'è questa espressione che non mi va più via dalla testa: "spolveriamoci il cuore e non pensiamoci più". Sembra una di quelle frasi simpatiche, ironici inserti colloquiali che gli scrittori usano spesso. Io invece credo che racchiuda tutta la tristezza del mondo. E D'arzo ci avverte: "quando ci si mette il mondo sa ben essere triste, però. Ha perfino intelligenza in questo". Questi racconti provano a sussurrarci le cose che si possono dire solo al buio, che non si ha il coraggio di riportare del tutto alla luce. Come la signora Nodier. Una vedova che, senza morire, ha arrestato il corso della sua esistenza. Quando un soldato le riporta a casa l'amata cagnolina del marito defunto, non riesce a sopportarne la forza della vita e la fa imbalsamare.
    La dimensione di questi brevi racconti è quella di un'infelice (ma sopportabile) quiete, quella di un'eterna sera. I personaggi sono quasi tutti senili, ipnotizzati dagli spettri viventi dei ricordi. Attendono. Più che le parole (per cui i protagonisti provano addirittura vergogna), parlano i colori del cielo di montagna: il viola, il blu, il grigio, l'ottone. Stiamo sospesi, non nella malinconia, né nel dolore né nel rimorso (come ci avverte il protagonista alla fine del racconto principale). Bensì in un grande vuoto. "Qualcosa era successo, una volta, e adesso era tutto finito".

    Per fortuna Henry James si fa sentire a distanza di molte lune (che D'Arzo ama tanto). La sua influenza, sebbene ovvia, non è ingombrante e questa raccolta è una gemma. Lo stesso non si può dire per l'edizione Einaudi del 1980. Capisco tutte le vicissitudini editoriali che ha passato questo piccolo libriccino però non si può trovare nel testo "Cecof" al posto di Cechov, e una cascata di virgole messe a caso, due punti ripetuti come se fosse uno scritto in codice morse ecc.. Noto con piacere che è stata fatta una nuova edizione (in biblioteca purtroppo era disponibile solo una copia malconcia dell'edizione trapassata) e spero che sia stata corretta (o quanto meno, rivista!) la singhiozzante punteggiatura. Mi rifiuto di credere che D'Arzo la usasse in maniera così scellerata.
    Ad ogni modo, leggetelo, amici.

    ha scritto il 

  • 5

    Gli endecasillabi scuri di casa d'altri

    letto, riletto e riletto ancora, ma anobii non ne vuole sapere...
    Casa d'altri - oltre a essere una di quelle narrazioni che nel mettere in scena un mondo (piccolo?) ti ci tira dentro in un modo che q ...continua

    letto, riletto e riletto ancora, ma anobii non ne vuole sapere...
    Casa d'altri - oltre a essere una di quelle narrazioni che nel mettere in scena un mondo (piccolo?) ti ci tira dentro in un modo che quel mondo (scuro?) non ti pare un mondo altero, perché da quelle parti c'è sparso ciò che di inspiegabile attraversa i giorni - è una falsa prosa, che senza che te ne accorgi ti fa muovere gli occhi sulle righe non riconoscendone l'interezza (la riga si spezza secondo la metrica), e la tua voce zitta te la fa suonare nelle orecchie in una serie, raramente interrotta, ma più che altro interminabile (un basso continuo?), di endecasillabi (e novenari e settenari...).

    ha scritto il 

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