Casa d'altri

e altri racconti

Di

Editore: Einaudi (Tascabili letteratura, 646)

4.1
(428)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 133 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8806153099 | Isbn-13: 9788806153090 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Eraldo Affinati

Disponibile anche come: Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura

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  • 3

    Ho un'edizione senza alcuna introduzione e senza note (alcune sarebbero state necessarie), vista l'esiguità delle pagine avrebbero potuto sprecarsi.
    Piaciuto, però mi aspettavo di più da quel che ne a ...continua

    Ho un'edizione senza alcuna introduzione e senza note (alcune sarebbero state necessarie), vista l'esiguità delle pagine avrebbero potuto sprecarsi.
    Piaciuto, però mi aspettavo di più da quel che ne avevo letto in giro.

    ha scritto il 

  • 3

    La solitudine di un prete di campagna

    Questo sconosciuto autore italiano, in arte Silvio D'Arzo, vero nome Ezio Comparoni, mi ha sorpreso, soprattutto leggendo e gustando il suo più importante racconto di questa raccolta, ovvero quello ch ...continua

    Questo sconosciuto autore italiano, in arte Silvio D'Arzo, vero nome Ezio Comparoni, mi ha sorpreso, soprattutto leggendo e gustando il suo più importante racconto di questa raccolta, ovvero quello che da il titolo al libro: "Casa d'altri". Qui solitudine, isolamento e diversità sono i tre temi principali in cui ruota il racconto e dove i protagonisti sono due: un prete di montagna in piena crisi e una vecchietta lavandaia che non desidera altro che suicidarsi. Siamo a Montelice, un paesino montano della provincia emiliana, abitato da pochissime persone, ed ecco come ce lo descrive l'autore:

    Sette case addossate..due strade, un cortile che chiamano piazza,uno stagno e un canale e montagna quanta ne vuoi. Che fanno qui a Montelice? vivono e basta e poi muoiono..qui non succede niente di niente…gli uomini al pascolo..le donne a far legna..in strada una vecchia o una capra o nemmeno quello..l’inverno dura mezzo anno. due mesi continui di pioggia, due tre mesi di neve-neve. non succede niente di niente solo che nevica e piove e la gente nelle stalle a guardare la pioggia e la neve come i muli e le capre.

    C’ è un tempo della narrazione che è tre-quattro anni dopo la seconda guerra mondiale e c’è uno spazio al di là di quelle sette case, i cui colori si ripetono come un ritornello..un po’ come la pioggia gialla:

    L’aria fuori viola e viola i sentieri e l’erbe dei pascoli e i calanchi e le creste dei monti…c’è quassù una certa ora. I calanchi si fanno color ruggine vecchia e poi viola, e poi blu..le capre si affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri. E non c’è sole nè luna nel cielo

    E invece dell’assoluta solitudine di Andrés c’è la solitudine di Zelinda con la sua spietata, bestiale vita di stenti, non diversa da quella della capra che le sta sempre accanto giù al canale, dove in ogni stagione lava stracci e budella, ogni giorno fino a sera.

    La storia è fatta di niente, eppure potrebbe essere “un giallo esistenziale”, “un giallo dell’anima”, perchè c’è un mistero da svelare nel rapporto che si stabilisce tra la donna e il vecchio parroco del paese, ridotto ad essere “un prete da sagre e nient’altro”

    Zelinda in questa tragica vita di stenti cerca una via d’uscita dal mondo, vuole l’autorizzazione a morire come un gesto di carità ” se senza far dispetto a nessuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima..anche uccidersi “ La tragedia del vivere, la consapevolezza dell’impossibilità del vivere e la fede, il sentimento religioso: uccidersi e non trasgredire.

    Una vecchia con una terribile domanda e un prete con il suo silenzio ” da provare vergogna per tutte le parole del mondo”

    In un dattiloscritto del racconto, di cui esistono diverse redazioni, D’arzo ha aggiunto a penna:”il mondo non è casa tua; a te sembra di starci a dozzina” e in emiliano significa “starci in prestito”

    ha scritto il 

  • 4

    p. 6
    "Le parole mi fanno vergogna, ecco il fatto"

    p. 13
    "Perche' ormai ero un prete da sagre: ero un prete da sagre e nient'altro: su questo non c'era piu' dubbio" ...continua

    p. 6
    "Le parole mi fanno vergogna, ecco il fatto"

    p. 13
    "Perche' ormai ero un prete da sagre: ero un prete da sagre e nient'altro: su questo non c'era piu' dubbio"

    ha scritto il 

  • 5

    Le prefazioni si sa sono noiose, si ha voglia di cominciare a leggere, vien voglia di saltarle, ma in questo caso è necessario almeno sapere che si tratta di una raccolta postuma, nessuno dei racconti ...continua

    Le prefazioni si sa sono noiose, si ha voglia di cominciare a leggere, vien voglia di saltarle, ma in questo caso è necessario almeno sapere che si tratta di una raccolta postuma, nessuno dei racconti è stato pubblicato durante la brevissima vita dell'autore. Così non ci si stupirà delle ripetizioni da un racconto all'altro e soprattutto della loro disomogeneità e del fatto che alcuni siano appena un abbozzo. Forse se leggerete questa mia breve nota potrà anche bastare, ma la prefazione di Affinati è bella e Casa d'altri è davvero una meraviglia. Leggere la prefazione dopo il racconto (e io l'ho riletta) ce lo farà apprezzare un po'di più perchè noteremo qualcosa che ci è sfuggito della splendida struttura. A me comunque non era sfuggita la freschezza e poeticità della prosa, la meravigliosa capacità di descrivere l'accordo fra la natura e la vita degli uomini e quell'uso sorprendente dei "colori" che credo mi spingerà a rileggere ancora e ancora questo testo.

    ha scritto il 

  • 4

    Silvio D'Arzo è autore pressoché ignoto. Ancor di più è sconosciuto il suo vero nome: Ezio Comparoni. Nato nel 1920 e morto a soli 32 anni per una grave forma di leucemia, lui e la sua breve e disomog ...continua

    Silvio D'Arzo è autore pressoché ignoto. Ancor di più è sconosciuto il suo vero nome: Ezio Comparoni. Nato nel 1920 e morto a soli 32 anni per una grave forma di leucemia, lui e la sua breve e disomogenea produzione letteraria giungono alla fama quando Montale definisce "Casa d'altri", racconto pubblicato soltanto postumo, come il racconto perfetto. Fino ad allora avevamo avuto in casa un Hemingway senza saperlo; e da allora, almeno nella nicchia dei frequentatori dei corsi di scrittura, quella fama si è mantenuta assurgendo ad esempio da imitare.
    "Casa d'altri" è la storia "da due soldi" di un vecchio e disilluso prete di montagna, del suo incontro con una vecchia lavandaia e del mistero che si stabilisce tra i due sotto forma di una domanda che la vecchia vorrebbe porre al prete, ma che il pudore frena. E siccome in montagna non c'è niente da fare e nulla accade, mentre la natura fa il suo corso, dura e indifferente agli uomini, il prete si appassiona al mistero nascosto dall'atteggiamento sviante della vecchia come all'unica cosa che ancora lo può far sentire vivo. Privo di una trama essenziale, lo svolgersi del racconto acquisisce sempre più senso per il lento depositarsi e l'accumulo di situazioni che, pur non svelando fino alla fine il mistero, dapprima lo annunciano, poi lo nutrono di importanza, infine gli consentono di dissolversi. Ellissi e non detto sono il trucco - o la tecnica - utilizzato da D'arzo per mostrare ciò che, come la domanda sulla bocca della vecchia lavandaia, non può essere esplicitamente dichiarato. Il resto dei raccconti, otto in totale, riprendono e lasciano intendere i temi dell'autore: la solitudine, il trascorrere del tempo, i ricordi, la guerra - cioè la morte - e la vita in montagna.
    Soprattutto, potere unico delle storie, ci dicono che ciò che succede agli altri è quanto ci succede più da vicino, più vicino persino di quanto succede a noi stessi. A noi che pare non succedere mai nulla. A noi che succederanno le stesse cose o che le stesse cose sono già successe. Allora quelle storie sono come casa nostra. Casa d'altri, appunto.

    "Appoggiati ai reticolati, ce ne stavamo lì, a mani in tasca a guardare le immense pianure di orzo e le cime dell'Himalaia e a sentire il tempo che scorreva su noi. E poi, i tramonti. Naturalmente padronissimi di riderci su. Impossibile da sopportare il tramonto. I tramonti in India sono la cosa più desolante del mondo. In fondo a qualche parte lontana di noi ci si sente a poco a poco sfumare nè più nè meno che il rosso che in quel momento sta sciogliendosi in lilla e poi in viola e poi in blu.
    Al tramonto parecchi piangevano, ma apertamente, senza vergogna, così, e sentivano pietà per se stessi.
    Ma poi ci abituammo anche a questo. E alla fine quasi tutti imparammo quello che si dovrebbe imparare nascendo, la verità che fa nascere tutte le altre: che a ogni uomo può capitare tranquillamente ogni cosa".

    ha scritto il 

  • 5

    Ezio Camparoni – che assumerà dopo vari psudonimi quello definitivo di Silvio d'Arzo- nasce Reggio Emilia nel 1920.
    Leggendo la sua biografia, l'impressione è quella di una vita che si è da subito m ...continua

    Ezio Camparoni – che assumerà dopo vari psudonimi quello definitivo di Silvio d'Arzo- nasce Reggio Emilia nel 1920.
    Leggendo la sua biografia, l'impressione è quella di una vita che si è da subito messa in moto per accelerarne i tempi quasi presagisse la morte in giovane età. A soli 15 anni, di fatti, pubblica una piccola raccolta di racconti. A 16 consegue la maturità classica per poi laurearsi a 21 specializzandosi in glottologia. La sua produzione vede una piccola serie di pubblicazioni che s'impongono a fatica per poi spegnersi a causa di quella morte prematura a soli 32 anni a causa di una fulminante leucemia.
    Un autore sottovalutato in vita per essere riscoperto anni dopo rimanendo, tuttavia, relegato in una nicchia della storia letteraria italiana.
    Sebbene nella sua breve vita abbia lasciato un'esigua produzione, in questa spicca senz'altro la raccolta "Casa d'altri ed altri racconti". Pubblicato in vita solo una volta (1942) da Valsecchi dopo che Bompiani prese tempo tergiversando ed Einaudi (nella persona di Cesare Pavese) rispose con un secco rifiuto.
    La raccolta è composta da otto brevi racconti tra cui il posto d'onore spetta nel citato "Casa d'altri":
    definito da Eugenio Montale «il racconto perfetto» e da Manganelli «una tragedia teologica».
    E' incredibile come una trama così scarna e riassumibile in poche righe sia congegnata in un'architettura ed una cifra stilistica così precisa ed immersa in una lirica tanto potente in cui si ci potrebbe dilungare nell'analizzarla.

    Nel piccolo paesino montano di Montelice la montano esistenza è scandita dall'alterarsi delle stagioni e dove predomina il clima rigido ("L’inverno viene presto da noi, e dura quasi mezz’anno."). La voce narrante è quella del sacerdote orami non più giovane "con una corporatura e una faccia alla Falstaff". Con aria annoiata scruta da anni il paesaggio rassegnato ad assistere ud un ciclico e prevedibile ripetersi. Una noia che sembra invadere la sua stessa funzione che ormai si riduce a pochi e puntuali riti:
    "Perché ormai io ero un prete da sagre: ero un prete da sagre e nient’altro: su questo non c’era piú dubbio. Per un matrimonio alla buona e dottrina ai ragazzi e metter d’accordo anche sette caprai per un fazzoletto di pascolo non ero poi peggio di un altro: e cosí se un marito cominciava a usare un po’ troppo la cinghia. Ecco solo il mio pane oramai: altra roba non era per me".
    Un piccolo diversivo però si affaccia.
    Zelinda una vecchia lavandaia, che il prete non ha mai visto prima, compare un giorno sul greto del fiume intenta a sciacquare i panni. Così D'Arzo la descrive:
    "E se una pianta può in qualche modo servire a dar l’idea di un cristiano, bene, un vecchio ulivo di fosso è quel che ci vuole per lei. A vederla cosí, mi pareva che ormai né stanchezza né noia potessero piú qualche cosa su lei: si lasciava vivere e basta, ecco tutto."
    Zelinda ha una domanda da fare e su questo, e la sua risposta, si centra il racconto.
    Un racconto da ascoltare con le orecchie ben aperte per sentire il rumore di quell'acqua che "che cadeva a gomitoli" o il latrare dei cani che assieme ai campanacci parte da lontano anticipando l'arrivo degli uomini che scendono dai pascoli.
    Un racconto che si guarda nei paesaggi che parlano: "e quando nelle stalle le lanterne si accesero, spuntò anche la luna. Non rotonda come in agosto, s’intende, ma piú furba, e piú lucida e fresca come l’avessero tolta da un secchio: e tutti i monti con le creste già bianche ed i pascoli e il cimitero ed i boschi, e giú, all’altro lato, la valle, mi si aprirono piú grandi che mai; tutto giovane e azzurro con qua e là qualche picchio d’argento.".
    Un racconto che si sente dentro perchè quella domanda e quella risposta si muovano tra le righe stampate ma altrettanto fanno nella coscienza dell'Uomo.

    I racconti che seguono sembrano sminuiti per potenza che troviamo in "casa d'altri". In realtà, una loro necessaria rilettura ne mette in luce una sonorità ed un andamento che creano un'atmosfera misteriosa. Sono piccole istantanee di quella vita di provincia che sia presenta al contempo semplice e complicata:
    "Non so se sia eccesso o mancanza di sensibilità, ma è un fatto che le grandi tragedie mi lasciano quasi indifferente. Ci sono sottili dolori, certe situazioni e rapporti, che mi commuovono assai di piú di una città distrutta dal fuoco."

    ha scritto il 

  • 5

    La canzone della Zelinda Icci, fu Primo

    Fino a qualche mese fa non conoscevo Silvio d'Arzo. Mai sentito prima neppure di nome. Quello vero (Silvio d'Arzo essendo un soprannome) è Ezio Comparioni (stando alle scarne notizie ricavate da Wikip ...continua

    Fino a qualche mese fa non conoscevo Silvio d'Arzo. Mai sentito prima neppure di nome. Quello vero (Silvio d'Arzo essendo un soprannome) è Ezio Comparioni (stando alle scarne notizie ricavate da Wikipedia: Reggio nell'Emilia, 6 febbraio 1920 – Reggio nell'Emilia, 30 gennaio 1952).

    Mi venne incontro circa un anno fa tramite il meraviglioso “Soli eravamo” di Fabrizio Coscia, che lo classifica come autore di uno dei più bei racconti della letteratura italiana.
    E’ poi tornato a bussare alla mia porta molto recentemente, grazie alla carissima amica Normanna Albertini, autrice di “Come spicchio di melagrana” e vincitrice, con questo libro, del premio a lui intitolato.
    Una congiura letteraria in piena regola, insomma. Era scritto che dovevo conoscerlo.

    I racconti contenuti in questa raccolta sono pietre preziose. Tra questi, “Casa d’altri” è una gemma autentica.
    Nella postfazione si cita Montale, che lo definì un racconto perfetto. Eppure venne inizialmente respinto da fior di case editrici: per Einaudi il responsabile della stroncatura fu nientemeno che Pavese…
    La trama è minima, asciutta: un paese – Monselice- dove piove o nevica, nevica o piove; pastori, pascoli, capre, cani che latrano; un prete disilluso ed una vecchia lavandaia solitaria; una domanda “indecente” formulata a pezzi e bocconi (ma che domanda!). Nient’altro.
    Nient’altro? Be’, leggetelo e sappiatemi dire.
    Per quanto mi riguarda, non avevo mai letto pagine così “musicali”. La sonorità della scrittura, in “Casa d’altri”, colpisce implacabile al cuore. Ad ogni capitoletto fioriscono, da un capoverso all’altro, decasillabi, endecasillabi, novenari… un fluire di “prosa versificata” che incanta e stordisce. Giuro che mi sono sentita presa tra le spire di questa musica incantatrice -e inaspettata!-, così come succede al Mowgli del “Libro della giungla” disneyano quando incontra il serpente :-)
    E’ una ballata, un rondò, uno strambotto (o forse una specie di bylina –ma priva della matrice epica?), più che un racconto… Chissà cosa avrebbe potuto ricavarne De André …

    ha scritto il 

  • 0

    Se il tuo mestiere è interessarti di tutti, comincia intanto a interessarti di uno: non di più che uno solo. Fino in fondo però, fino alla radice a dir poco. Non c’è mezzo migliore così per interessar ...continua

    Se il tuo mestiere è interessarti di tutti, comincia intanto a interessarti di uno: non di più che uno solo. Fino in fondo però, fino alla radice a dir poco. Non c’è mezzo migliore così per interessarsi sul serio anche di tutti quegli altri.

    Non so se sia eccesso o mancanza di sensibilità, ma è un fatto che le grandi tragedie mi lasciano quasi indifferente. Ci sono sottili dolori, certe situazioni e rapporti, che mi commuovono assai di più di una città distrutta dal fuoco.

    Che tristezza scoprire un autore del passato che non conoscevo e scoprire pure che è morto a soli trentadue anni. Questo ragazzo sapeva scrivere. E aveva una sensibilità profondissima.
    Come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, dove ci presenta una figura di prete, un uomo colto capace di adattarsi alla semplicità della gente di montagna, alle prese con la fedele più ostica che abbia mai incontrato.
    O in Due vecchi dove, come nel caso precedente, riesce a immedesimarsi in un personaggio lontano dalla sua esperienza personale, una donna anziana combattuta tra qualche ricordo del passato e il desiderio di vivere bene il poco tempo che resta. E che si vede sbattuta in faccia la domanda: quanto costa la felicità? Quanto, letteralmente, costa?

    ha scritto il 

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