Casa d'altri

e altri racconti

Di

Editore: Einaudi (Tascabili letteratura, 646)

4.1
(439)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 133 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8806153099 | Isbn-13: 9788806153090 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Eraldo Affinati

Disponibile anche come: Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
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  • 3

    «Ferma!»

    È stato affermare che “Inviti superflui” è il miglior racconto scritto nella nostra lingua, il primo passo verso "Casa d’altri". Siamo un nutrito gruppo di lettori, ci scambiamo voti e commenti, ci sc ...continua

    È stato affermare che “Inviti superflui” è il miglior racconto scritto nella nostra lingua, il primo passo verso "Casa d’altri". Siamo un nutrito gruppo di lettori, ci scambiamo voti e commenti, ci scambiamo attenzione, quella che scaturisce dalla condivisione di una passione. Non ho dovuto scegliere se seguire o meno il consiglio di lettura che mi era stato fornito, mi è venuto naturale farlo.
    Avevo undici anni ed ero sul pullman che ci portava a scuola. Mi chiedevo come fosse possibile che a tutti i miei coetanei non piacesse la ragazzina più bella, che ovviamente era colei che piaceva a me. Oggi vorrei scrivere che quella ragazzina è la stessa della mia personalizzazione di “Inviti superflui”, ma non direi il vero. L’amore percorre strade che ci sono ignote e quando ne trova una sbarrata, non esita a tagliare per i campi.
    Il racconto più bello non esiste, ognuno si innamora in un modo diverso e anche quando due uomini si innamorano della stessa donna (o viceversa), lo fanno per motivi differenti.
    C’è una frase di Radiguet che mi piace molto e che spiega come un racconto fra tanti sia potuto diventare il racconto italiano che preferisco

    -/Probabilmente siamo tutti dei Narcisi, che amano e detestano la propria immagine, ma provano indifferenza per tutte le altre. È questo istinto di somiglianza che ci guida nella vita, gridandoci «Ferma!» davanti a un paesaggio, a una donna, a una poesia. Possiamo ammirarne altri, ma senza rimanere così colpiti. L'istinto di somiglianza è la sola linea di condotta che non sia artificiosa./-

    In coda a “una poesia”, potrei aggiungere “un racconto”. Radiguet spiega il motivo per il quale “Inviti superflui” ha continuato a risuonare dentro di me anche se ne avevo dimenticato titolo e autore, spiega come il suo suono si sia amplificato quando con nessuna delle mie ricerche incrociate riuscivo a rintracciarlo, anticipa altresì come nessun istinto, durante la lettura di “Casa d’altri”, abbia gridato «Ferma!»
    “Casa d’altri” è scritto in un italiano particolare: aulico, dialettale, forbito, contorto, diretto e sfrontato allo stesso tempo. Ha ciascuna di queste caratteristiche e nessuna di esse in particolare, si crede di intuire dove D’Arzò andrà a parare ma non si è certi che lo farà. La lettura prosegue spedita per capire se l'intuizione è giusta, a sorpresa invece l’intuizione si rivelerà sbagliata, o almeno, la mia lo è stata, il finale mi ha fatto rileggere a ritroso tutta la storia sotto una luce diversa.
    Dalle scarne informazioni che ho letto sul mio e-book (di pessima impaginazione) Silvio D'Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni, morì a soli 32. Visse la propria giovinezza a cavallo della seconda guerra mondiale, tutti i racconti di questa raccolta ne sono influenzati, le relazioni fra i personaggi sono semplici, i loro sentimenti coriacei. Eugenio Montale definisce Casa d'altri, (il racconto che dà il nome alla raccolta) un racconto perfetto. Io ho preferito il più lineare “Due vecchi”, sorprendente anch'esso.

    La peculiarità di questi racconti è l’attualità, nonostante l’ambientazione a metà del secolo scorso.
    “Casa d’altri” va maneggiato con una presina, tant'è scottante.
    Mi ha fatto piacere leggere questo libro, non mi sono innamorato ma ne sono uscito arricchito.

    ha scritto il 

  • 5

    "Un’assurda vecchia: un assurdo prete: tutta una assurda storia da un soldo."

    Un prete sessantenne, un prete da sagra, un prete che ha la fisionomia di un vecchio Falstaff. Una lavandaia pressapoco di pari età. Che lava stracci e budella dalla mattina alla sera, una sera che ti ...continua

    Un prete sessantenne, un prete da sagra, un prete che ha la fisionomia di un vecchio Falstaff. Una lavandaia pressapoco di pari età. Che lava stracci e budella dalla mattina alla sera, una sera che tinge tutto di viola o di blu, laggiú dal canale, alzando e abbassando i panni dall'acqua, accompagnata da una fida capretta.

    Una vita arida come i sassi sul fiume.

    "E il giorno dopo fare lo stesso, e anche l’altro giorno, e tutti i giorni del mondo. Perché io questo lo so: questo lo so, lo so bene: tutti i giorni del mondo. E su questo neanche voi potete dire di no."

    Una donna che nonostante l'umiltà della sua condizione, si rende conto della pochezza della sua vita. Che si guarda intorno e che pone una stanca domanda. Domanda a chi le regole dovrebbe conoscerle. Domanda a chi a suo giudizio può derogare le regole. Domanda a chi non sa fornire che imbarazzate non risposte.

    E la domanda, la deroga richiesta, è ciò che tormenta quel prete, quel vecchio Falstaff che soluzione [o assoluzione] dare non sa.

    "Le parole mi fanno vergogna, ecco il fatto: e i commiati non sono mai stati per me."

    Una vita vissuta 'in prestito' come ospite in casa d'altri.

    ha scritto il 

  • 3

    Ho un'edizione senza alcuna introduzione e senza note (alcune sarebbero state necessarie), vista l'esiguità delle pagine avrebbero potuto sprecarsi.
    Piaciuto, però mi aspettavo di più da quel che ne a ...continua

    Ho un'edizione senza alcuna introduzione e senza note (alcune sarebbero state necessarie), vista l'esiguità delle pagine avrebbero potuto sprecarsi.
    Piaciuto, però mi aspettavo di più da quel che ne avevo letto in giro.

    ha scritto il 

  • 3

    La solitudine di un prete di campagna

    Questo sconosciuto autore italiano, in arte Silvio D'Arzo, vero nome Ezio Comparoni, mi ha sorpreso, soprattutto leggendo e gustando il suo più importante racconto di questa raccolta, ovvero quello ch ...continua

    Questo sconosciuto autore italiano, in arte Silvio D'Arzo, vero nome Ezio Comparoni, mi ha sorpreso, soprattutto leggendo e gustando il suo più importante racconto di questa raccolta, ovvero quello che da il titolo al libro: "Casa d'altri". Qui solitudine, isolamento e diversità sono i tre temi principali in cui ruota il racconto e dove i protagonisti sono due: un prete di montagna in piena crisi e una vecchietta lavandaia che non desidera altro che suicidarsi. Siamo a Montelice, un paesino montano della provincia emiliana, abitato da pochissime persone, ed ecco come ce lo descrive l'autore:

    Sette case addossate..due strade, un cortile che chiamano piazza,uno stagno e un canale e montagna quanta ne vuoi. Che fanno qui a Montelice? vivono e basta e poi muoiono..qui non succede niente di niente…gli uomini al pascolo..le donne a far legna..in strada una vecchia o una capra o nemmeno quello..l’inverno dura mezzo anno. due mesi continui di pioggia, due tre mesi di neve-neve. non succede niente di niente solo che nevica e piove e la gente nelle stalle a guardare la pioggia e la neve come i muli e le capre.

    C’ è un tempo della narrazione che è tre-quattro anni dopo la seconda guerra mondiale e c’è uno spazio al di là di quelle sette case, i cui colori si ripetono come un ritornello..un po’ come la pioggia gialla:

    L’aria fuori viola e viola i sentieri e l’erbe dei pascoli e i calanchi e le creste dei monti…c’è quassù una certa ora. I calanchi si fanno color ruggine vecchia e poi viola, e poi blu..le capre si affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri. E non c’è sole nè luna nel cielo

    E invece dell’assoluta solitudine di Andrés c’è la solitudine di Zelinda con la sua spietata, bestiale vita di stenti, non diversa da quella della capra che le sta sempre accanto giù al canale, dove in ogni stagione lava stracci e budella, ogni giorno fino a sera.

    La storia è fatta di niente, eppure potrebbe essere “un giallo esistenziale”, “un giallo dell’anima”, perchè c’è un mistero da svelare nel rapporto che si stabilisce tra la donna e il vecchio parroco del paese, ridotto ad essere “un prete da sagre e nient’altro”

    Zelinda in questa tragica vita di stenti cerca una via d’uscita dal mondo, vuole l’autorizzazione a morire come un gesto di carità ” se senza far dispetto a nessuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima..anche uccidersi “ La tragedia del vivere, la consapevolezza dell’impossibilità del vivere e la fede, il sentimento religioso: uccidersi e non trasgredire.

    Una vecchia con una terribile domanda e un prete con il suo silenzio ” da provare vergogna per tutte le parole del mondo”

    In un dattiloscritto del racconto, di cui esistono diverse redazioni, D’arzo ha aggiunto a penna:”il mondo non è casa tua; a te sembra di starci a dozzina” e in emiliano significa “starci in prestito”

    ha scritto il 

  • 4

    p. 6
    "Le parole mi fanno vergogna, ecco il fatto"

    p. 13
    "Perche' ormai ero un prete da sagre: ero un prete da sagre e nient'altro: su questo non c'era piu' dubbio" ...continua

    p. 6
    "Le parole mi fanno vergogna, ecco il fatto"

    p. 13
    "Perche' ormai ero un prete da sagre: ero un prete da sagre e nient'altro: su questo non c'era piu' dubbio"

    ha scritto il 

  • 5

    Le prefazioni si sa sono noiose, si ha voglia di cominciare a leggere, vien voglia di saltarle, ma in questo caso è necessario almeno sapere che si tratta di una raccolta postuma, nessuno dei racconti ...continua

    Le prefazioni si sa sono noiose, si ha voglia di cominciare a leggere, vien voglia di saltarle, ma in questo caso è necessario almeno sapere che si tratta di una raccolta postuma, nessuno dei racconti è stato pubblicato durante la brevissima vita dell'autore. Così non ci si stupirà delle ripetizioni da un racconto all'altro e soprattutto della loro disomogeneità e del fatto che alcuni siano appena un abbozzo. Forse se leggerete questa mia breve nota potrà anche bastare, ma la prefazione di Affinati è bella e Casa d'altri è davvero una meraviglia. Leggere la prefazione dopo il racconto (e io l'ho riletta) ce lo farà apprezzare un po'di più perchè noteremo qualcosa che ci è sfuggito della splendida struttura. A me comunque non era sfuggita la freschezza e poeticità della prosa, la meravigliosa capacità di descrivere l'accordo fra la natura e la vita degli uomini e quell'uso sorprendente dei "colori" che credo mi spingerà a rileggere ancora e ancora questo testo.

    ha scritto il 

  • 4

    Silvio D'Arzo è autore pressoché ignoto. Ancor di più è sconosciuto il suo vero nome: Ezio Comparoni. Nato nel 1920 e morto a soli 32 anni per una grave forma di leucemia, lui e la sua breve e disomog ...continua

    Silvio D'Arzo è autore pressoché ignoto. Ancor di più è sconosciuto il suo vero nome: Ezio Comparoni. Nato nel 1920 e morto a soli 32 anni per una grave forma di leucemia, lui e la sua breve e disomogenea produzione letteraria giungono alla fama quando Montale definisce "Casa d'altri", racconto pubblicato soltanto postumo, come il racconto perfetto. Fino ad allora avevamo avuto in casa un Hemingway senza saperlo; e da allora, almeno nella nicchia dei frequentatori dei corsi di scrittura, quella fama si è mantenuta assurgendo ad esempio da imitare.
    "Casa d'altri" è la storia "da due soldi" di un vecchio e disilluso prete di montagna, del suo incontro con una vecchia lavandaia e del mistero che si stabilisce tra i due sotto forma di una domanda che la vecchia vorrebbe porre al prete, ma che il pudore frena. E siccome in montagna non c'è niente da fare e nulla accade, mentre la natura fa il suo corso, dura e indifferente agli uomini, il prete si appassiona al mistero nascosto dall'atteggiamento sviante della vecchia come all'unica cosa che ancora lo può far sentire vivo. Privo di una trama essenziale, lo svolgersi del racconto acquisisce sempre più senso per il lento depositarsi e l'accumulo di situazioni che, pur non svelando fino alla fine il mistero, dapprima lo annunciano, poi lo nutrono di importanza, infine gli consentono di dissolversi. Ellissi e non detto sono il trucco - o la tecnica - utilizzato da D'arzo per mostrare ciò che, come la domanda sulla bocca della vecchia lavandaia, non può essere esplicitamente dichiarato. Il resto dei raccconti, otto in totale, riprendono e lasciano intendere i temi dell'autore: la solitudine, il trascorrere del tempo, i ricordi, la guerra - cioè la morte - e la vita in montagna.
    Soprattutto, potere unico delle storie, ci dicono che ciò che succede agli altri è quanto ci succede più da vicino, più vicino persino di quanto succede a noi stessi. A noi che pare non succedere mai nulla. A noi che succederanno le stesse cose o che le stesse cose sono già successe. Allora quelle storie sono come casa nostra. Casa d'altri, appunto.

    "Appoggiati ai reticolati, ce ne stavamo lì, a mani in tasca a guardare le immense pianure di orzo e le cime dell'Himalaia e a sentire il tempo che scorreva su noi. E poi, i tramonti. Naturalmente padronissimi di riderci su. Impossibile da sopportare il tramonto. I tramonti in India sono la cosa più desolante del mondo. In fondo a qualche parte lontana di noi ci si sente a poco a poco sfumare nè più nè meno che il rosso che in quel momento sta sciogliendosi in lilla e poi in viola e poi in blu.
    Al tramonto parecchi piangevano, ma apertamente, senza vergogna, così, e sentivano pietà per se stessi.
    Ma poi ci abituammo anche a questo. E alla fine quasi tutti imparammo quello che si dovrebbe imparare nascendo, la verità che fa nascere tutte le altre: che a ogni uomo può capitare tranquillamente ogni cosa".

    ha scritto il 

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