Cavalli selvaggi

Di

Editore: Einaudi (Tascabili letteratura, 366)

4.1
(1381)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 303 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Francese , Giapponese , Tedesco , Spagnolo , Olandese , Catalano , Polacco

Isbn-10: 8806139037 | Isbn-13: 9788806139032 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Igor Legati

Disponibile anche come: Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Adolescenti , Viaggi

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Descrizione del libro
L'epoca moderna di McCarthy, intrisa di forza biblica, è ambientata nei deserti che si estendono dal Texas al Messico, regno di lupi, cavalli e grandi mandrie di bestiame. Ed è appunto un viaggio a cavallo nel deserto quello che intraprendono i due giovani protagonisti del romanzo, tra distese assolate, haciendas e sbandati pronti a tutto. Un viaggio iniziatico attraverso elementi primordiali, in cui l'innocenza diventa esperienza del mondo e del dolore. L'atmosfera magica e selvaggia della frontiera ritrova così, nella prosa di McCarthy, il fascino dei grandi miti americani.
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  • 4

    "…wild wild horses… couldn't drag me away…"

    Stavo già cantando ad alta voce e invece no, il titolo originale è "All the pretty horses".

    Iniziare questo libro è stato come cercare di abbracciare un cactus: ritmo lento e poco coinvolgente, zeppo ...continua

    Stavo già cantando ad alta voce e invece no, il titolo originale è "All the pretty horses".

    Iniziare questo libro è stato come cercare di abbracciare un cactus: ritmo lento e poco coinvolgente, zeppo di sottointesi o comunque informazioni date per scontate, dialoghi smozzicati con una voce narrante onnisciente perfettamente neutra per non dire assente, nomi di persona introdotti senza riferimenti, in un mix che rende impossibile identificare i personaggi e ancor meno i loro pensieri e intenti. E in special modo per quanto riguarda il protagonista: sedicenne, perennemente bardato di cappellone e stivaloni da cowboy scafato. Questi accessori sono solo un posticcio eccesso di styling o sono un qualcosa di voluto che sta a rappresentare il suo desiderio di essere grande? Impossibile saperlo, al lettore non viene dato il benché minimo indizio, non una parola di spiegazione viene concessa. Va bene la scrittura scarna , ma qui si esagera.
    Comunque vado avanti e provo ad arrangiarmi da sola: siamo in Texas, facendo i dovuti conti è la fine degli anni '40. Morto il nonno, mollato dalla fidanzata, i genitori divorziati e più nello specifico babbo ammalato e mamma attrice che si disinteressa bellamente del figlio, il ranch - di proprietà del nonno di cui sopra - destinato ad essere messo in vendita, il ragazzo decide di mollare tutti e andarsene, insieme con un amico.
    Procedo con la lettura, senza perdermi una parola dei dialoghi perché sono gli unici che possono fornire indizi, scopro che l'amico in realtà è il cugino, e il protagonista - sempre estremamente adulto e serioso per i suoi sedici anni - sta fuggendo in Messico e là intende trovare lavoro. E ancora no, cugino era solo un modo di dire, in realtà erano a scuola insieme. Ma senza che me ne renda conto, a questo punto della storia ci sto già dentro più comodamente, al posto del cactus c'è una yucca dal tronco grande cui poter appoggiare la schiena con tutto l'agio necessario a una buona lettura. Non so identificare che cambiamento sia avvenuto nella mia percezione, o nel libro, o in tutt'e due: l'ambientazione è quella classica western, il fatto di essere spostata un centinaio di anni più in qua le conferisce una certa originalità, e la trama in realtà non è per nulla il classico western con la ricerca dei dollaroni sonanti ma un perfetto romanzo di formazione.
    Il Mexico di cui i ragazzi vanno alla ricerca non è soltanto un viaggio nello spazio ma anche nel tempo: oltrepassare il confine significa per loro fare un salto indietro di cinquant'anni almeno, e consente loro se non di ritrovare i vecchi cowboys, per lo meno di percepirne le tracce. Riuscire a cavarsela sarebbe per loro qualcosa di più di una vittoria o un trofeo. Cercano un lavoro che gli è indispensabile alla sopravvivenza; oltre a questo non ci è dato sapere se e quanto cerchino rapporti umani, un amore, nuove esperienze da fare proprie, guardare la morte in faccia… in ogni caso le troveranno, tutte queste cose. Il finale prende una bella rincorsa, direi quasi epica, unica e piacevolissima concessione della trama allo schema tipico del western, ed è un peccato che questa gran rincorsa si sgonfi in un niente quando arriva il momento del dunque. Ma riflettendoci, il finale in questa storia non conta niente. Il vero finale è un paesaggio che aleggia su tutto il racconto, proprio come se fosse al piano superiore, e al quale si accede solo in brevi sprazzi aperti dai fugaci sogni del protagonista: è il paesaggio di un paradiso, o forse di un mondo primordiale, abitato solo dai cavalli bradi che non hanno mai visto un essere umano: "Lassù non c'era nient'altro e i cavalli si muovevano in armonia come fossero guidati da una musica. I puledri e le giumente non avevano alcuna paura e correvano immersi nell'armonia universale che è il mondo stesso e che non si può descrivere, solo esaltare."
    E' questa la sensazione che si prova stando tra i cavalli: gli altri animali domestici, i cani e i gatti, sono accanto a noi, nel presente, ma un cavallo, in un certo senso, sembra sempre guardarti dal passato.

    Ancora non mi posso dichiarare fan sfegatata di questo genere di scrittura molto americano e molto contemporaneo, talmente scarno da sconfinare nell'omissione e un poco anche nell'incoerenza, ma la storia di formazione nella sua semplicità mi ha saputo coinvolgere. Procedo con la trilogia perché con le tre prove d'acquisto regalano un sacco di biada per il cavallo e si può partecipare all'estrazione finale per vincere un puledrino alla festa della transumanza a Casarola.

    ha scritto il 

  • 0

    John Ford (& co) su Carta

    Ma volendo anche Sam Peckinpah, Leone, Arthur Penn, l'Eastwood degli esordi dietro la macchina da presa o quello più maturo degli Spietati; il Tommy Lee Jones delle Tre sepolture o di The homesman, pe ...continua

    Ma volendo anche Sam Peckinpah, Leone, Arthur Penn, l'Eastwood degli esordi dietro la macchina da presa o quello più maturo degli Spietati; il Tommy Lee Jones delle Tre sepolture o di The homesman, per citare uno che con McCarthy ha avuto a che fare, ovvero con la messa in scena dell'ottimo Sunset Limited, uscito anche in volume.

    Prendendo in esame "Cavalli selvaggi" per quello che è, dovrebbe risultare, almeno sulla carta, come uno dei miei libri preferiti di sempre.
    Si tratta di un romanzo western dalla scrittura tagliente e dai risvolti sanguigni, malati; che fa convivere - vedi sopra - i primissimi piani di Leone con la spietatezza di Peckinpah, la classicità di Ford con il rovesciamento del genere di Penn.
    Tutte cose che amo e che continuerò ad amare: la frontiera, il romanzo americano, i deserti, i silenzi, la natura matrigna, i dialoghi freddi e diretti, scolpiti nella roccia; la violenza che si cela dietro ogni descrizione, implicita in ogni paesaggio, in ogni piccola azione di personaggi che, come l'America alla quale appartengono, sono nati nel sangue; in una città di uomini morti, direbbe il Boss.

    Insomma, McCarthy, ad anni di distanza dalla lettura di The Road, mi si conferma come uno straordinario e unico narratore, in bilico tra postmodernismo e tradizione, capace di lavorare per sottrazione: dunque, per mezzo di poche frasi e poche parole.
    Un autore molto riconoscibile, del quale vorrò leggere ancora più di un testo per farmene un'idea più precisa, poiché continuo ad apprezzarlo molto con la testa ma troppo poco con il cuore, cosa della quale mi dispiaccio.

    Ciò, com'è ovvio che sia, non toglie nulla alla grandezza dell'opera, un racconto crudo ed essenziale che riesce a essere sia vera letteratura sia cinema puro.
    E scusate se è poco.

    ha scritto il 

  • 5

    Epico

    Per chi, come me, ha la passione di leggere e scrivere (flaviofirmo.wordpress.com) leggere Cormac McCarthy è al tempo stesso appagante e demotivante. Il candidato al nobel della letteratura prende un ...continua

    Per chi, come me, ha la passione di leggere e scrivere (flaviofirmo.wordpress.com) leggere Cormac McCarthy è al tempo stesso appagante e demotivante. Il candidato al nobel della letteratura prende un ragazzo, lo mette su un cavallo e lo immerge nel Messico degli anni '40. Il risultato è un viaggio epico scritto con lo stile secco e senza fronzoli di McCarthy. Una lettura che apre i polmoni e lascia spazio alla sabbia del deserto.

    ha scritto il 

  • 4

    il viaggio della formazione

    Questo" primo capitolo" della trilogia della frontiera è a mio modo di vedere uno splendido romanzo di formazione . Con il suo stile asciutto, fatto di dialoghi serrati e intensi ed in questo caso re ...continua

    Questo" primo capitolo" della trilogia della frontiera è a mio modo di vedere uno splendido romanzo di formazione . Con il suo stile asciutto, fatto di dialoghi serrati e intensi ed in questo caso resi ancora più accattivanti e reali dall'uso dello spagnolo, McCarthy ci trascina nel viaggio iniziatico di due adolescenti, che si lasciano alle spalle il Texas alla ricerca di un passato che forse non c'è più ma che li affascina profondamente .Giunti al di la del confine ,rigorosamente a cavallo, attraverseranno il Messico , in un viaggio che li porterà a scontrarsi con la dura realtà, andranno incontro a delusioni cocenti e ad illusioni spezzate. McCarthy però, per bocca di alcuni personaggi riesce a farci vivere e conoscere anche un pò di storia del Messico e delle sue contraddizioni . I due protagonisti durante il viaggio scopriranno la bellezza e anche quanto sofferenza ci sia dietro ogni scoperta, non ne usciranno sconfitti ma profondamente cambiati si. Non vedo l'ora d'immergermi nel secondo libro della trilogia, per conoscere il secondo personaggio, in attesa di rincontrarli entrambi nel terzo libro.

    Una citazione, in particolare per me riassume un pò tutto lo spirito del libro :

    "Pensò che la bellezza del mondo nascondeva un segreto, che il cuore del mondo batteva a un prezzo terribile, che la sofferenza e la bellezza del mondo crescevano di pari passo, ma in direzioni opposte, e che forse quella forbice vertiginosa esigeva il sangue di molta gente per la grazia di un semplice fiore:"

    ha scritto il 

  • 3

    Sembra che quest'anno non riesca a leggere un romanzo che mi convinca del tutto. Dopo essere rimasta folgorata da La strada, non vedevo l'ora di leggere un altro McCarthy e la scelta è caduta su Cava ...continua

    Sembra che quest'anno non riesca a leggere un romanzo che mi convinca del tutto. Dopo essere rimasta folgorata da La strada, non vedevo l'ora di leggere un altro McCarthy e la scelta è caduta su Cavalli selvaggi, secondo molti uno dei suoi romanzi meno cupi e più accessibili.
    "Meno cupi", quando si parla di McCarthy assume è un'espressione che va un po' presa con le pinze perché nella realtà del romanziere statunitense crudeltà e violenza occupano sempre un ruolo di primo piano, inserendosi come attori principali nel quotidiano dei protagonisti con pragmatismo e una certa dose di rassegnazione.
    Cavalli Selvaggi non fa eccezione quando racconta il passaggio all'età adulta di due sedicenni texani, fuggiti in Messico all'inseguimento di un passato glorioso e idealizzato che forse non è mai esistito e destinati a scoprire che nel mondo degli adulti la giustizia e la moralità sono spesso reali quanto lo può essere un sogno.

    McCarthy concede però un'eccezione alla regola e mette sulla strada del suo protagonista ancora un esempio di onestà e altruismo che sembrano provenire da un'altra epoca, fuori posto come lo è John Grady Cole, sedicenne fin troppo maturo prigioniero di un presente con cui non riesce ad allinearsi; la sua fuga in Messico è sopratutto una fuga dal cambiamento e dalla modernità, la ricerca dell'essenza dell'esistenza che per il ragazzo si traduce nella forza primitiva e vitale dei cavalli, con i quali è in grado di sviluppare un'affinità istintiva e primordiale.

    Continua su:
    http://www.lastambergadeilettori.com/2016/09/cavalli-selvaggi-cormac-mccarthy.html

    ha scritto il 

  • 5

    Immenso!

    Due ragazzi, giovanissimi. Un viaggio a cavallo per arrivare in Messico. Un viaggio reale, ma anche un viaggio iniziatico. E lungo il percorso la scoperta di odio, violenza, ingiustizie, soprusi, scon ...continua

    Due ragazzi, giovanissimi. Un viaggio a cavallo per arrivare in Messico. Un viaggio reale, ma anche un viaggio iniziatico. E lungo il percorso la scoperta di odio, violenza, ingiustizie, soprusi, sconfitte, ma anche l’amore, la passione e poi, ancora, il male, la morte. A fare da sfondo alle vicende umane una natura splendida e selvaggia, madre e matrigna.

    ”Sdraiato sotto la coperta, John Grady contemplava il quarto di luna sulla cresta delle montagne. In quella falsa alba blu le Pleiadi sembravano elevarsi nell’oscurità sopra il mondo trascinando con sé tutte le stelle, mentre il gran diamante di Orione, Cepella e il marchio di Cassiopea sembravano una rete da pesca gettata nel buio fosforescente. Rimase là a lungo ad ascoltare il respiro degli altri e a contemplare la natura selvaggia fuori e dentro di sé.”.

    In McCarthy la descrizione di vite quotidiane diventa metaforica, si fa senso tragico, di destino, di totalità.

    ”John Grady attraversò la strada ed entrò nel cimitero passando davanti alle vecchie cappelle di pietra, alle piccole lapidi con brevi epitaffi, ai fiori di carta sbiaditi dal sole, a un vaso di porcellana, a una Vergine di celluloide sbrecciata, ai nomi più o meno noti. Villareal, Sosa, Reyes, Jesuita Holguín. Nació. Falleció. Un uccello di ceramica. Un vaso bianco sbrecciato. Sullo sfondo si vedevano i prati verdi e i cedri scossi dal vento. Armendares. Ornelos. Tiodiosa Tarìn, Salomer Jáquez. Epitacio Villareal Cuéllar.
    Si fermò col cappello in mano davanti alla terra smossa priva di lapide… le disse addio in spagnolo, poi si voltò, si rimise il cappello, alzò la faccia umida al vento e per un istante tese le mani come se volesse trovare un equilibrio o benedire la terra o forse rallentare il mondo che correva veloce senza curarsi di nulla: dei giovani o dei vecchi, dei ricchi o dei poveri, dei bianchi o dei neri, dei maschi o delle femmine. Delle loro battaglie, dei loro nomi. Dei vivi e dei morti.”

    Per me un romanzo immenso.

    ha scritto il 

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