Cent'anni di solitudine

Di

Editore: Mondadori

4.4
(24830)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 382 | Formato: Copertina morbida e spillati | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Chi semplificata , Spagnolo , Portoghese , Francese , Tedesco , Giapponese , Olandese , Svedese , Catalano , Lettone , Polacco , Turco , Greco , Croato , Ungherese , Norvegese , Finlandese , Danese , Ceco , Rumeno

Isbn-10: A000018279 | Data di pubblicazione:  | Edizione 4

Traduttore: Enrico Cicogna

Disponibile anche come: Tascabile economico , Altri , Paperback , Copertina rigida , eBook

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
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  • 5

    Un libro bellissimo e complicato, forse il mio libro preferito. Non posso dimenticare l'incipit sul colonello Aureliano Buendia che va verso il plotone di esecuzione perchè, prima di prendere seriamen ...continua

    Un libro bellissimo e complicato, forse il mio libro preferito. Non posso dimenticare l'incipit sul colonello Aureliano Buendia che va verso il plotone di esecuzione perchè, prima di prendere seriamente a leggerlo, ho iniziato ed abbandonato questo romanzo molte volte. Quando però, nel corso di una vacanza in Sardegna di alcuni anni fa (2014) ho deciso di andare più avanti delle prime 30 pagine, non mi sono pentita: questo romanzo corale è una saga familiare stupenda, indimenticabile, indescrivibile.
    Marquez si diverte a creare personaggi con nomi simili in modo che, nel marasma di figuranti, si crei ancora più confusione. A parte questo, un vero e proprio libro da Nobel.
    Acquistato anche nella versione in inglese presso la City Light Bookstore in Columpus Av., San Francisco.

    ha scritto il 

  • 4

    Particolare

    Questo libro è un viaggio sulle montagne russe: alti e bassi, momenti nei quali non si riesce a smettere di leggere e altri dove salteresti a piè pari alcune pagine. Forse il bello del romanzo sta in ...continua

    Questo libro è un viaggio sulle montagne russe: alti e bassi, momenti nei quali non si riesce a smettere di leggere e altri dove salteresti a piè pari alcune pagine. Forse il bello del romanzo sta in questo, nella sua connotazione che, pur attingendo a mani basse dalla fantasia, mantiene intatta l'infinita varietà dei casini della vita umana. Un capolavoro, ma a modo suo. Consiglio a tutti perlomeno di iniziarlo a leggere.

    ha scritto il 

  • 5

    Se, costretto con le spalle al muro, dovessi per forza scegliere il miglior romanzo di sempre, alla fine, pur consapevole dell’enorme mole di titoli altrettanto degni di essere citati, indicherei prop ...continua

    Se, costretto con le spalle al muro, dovessi per forza scegliere il miglior romanzo di sempre, alla fine, pur consapevole dell’enorme mole di titoli altrettanto degni di essere citati, indicherei proprio Cent’anni di solitudine, capolavoro fra i capolavori prodotti da uno degli scrittori più importanti del Novecento come il (meritato) Nobel colombiano Gabriel García Márquez. Ho l’impressione che Cent’anni, libro splendido ed “enorme” non solo per ponderosità del tomo in sé ma anche per ampiezza dei temi trattati, stia alla letteratura contemporanea come i grandi poemi omerici stanno a quella classica, che siamo insomma nel campo dei libri che non sono solo “bestseller di successo” o “casi editoriali”, ma che segnano un’epoca e la cultura di un tempo. D’altra parte García Márquez, al di là di qualche perdonabile caduta senile, non si discute, e qua, anno 1967, è al massimo splendore, alle prese con un romanzo che suggella l’intera sua produzione letteraria fino ad allora (gli scritti precedenti possono essere in gran parte considerati come non indegni preamboli del capolavoro): in un’epoca che, come ciclicamente accade, teorizzava la fine del romanzo, o almeno del romanzo come forma del racconto e della rappresentazione, García Márquez, oltretutto da un’America Latina ancora periferia dell’impero della produzione letteraria, tira fuori dal cilindro un romanzo dall’impatto biblico, un trascinante uragano di storie, un testo pieno fino all’orlo di vicende ed episodi, di aneddoti e racconti.
    La “resurrezione” del romanzo non è solo frutto della straordinaria fantasia di García Márquez, della sua creatività che affonda le radici nell’eccezionale tradizione popolare colombiana popolata di spiriti e magie: c’è anche la fenomenale macchina narrativa che sostiene il romanzo, lo stile ipnotizzante con cui le vicende vengono raccontate, uno dei migliori usi dei dialoghi – misurati e sempre significativi, spesso icastica chiusura degli episodi – mai proposti nella storia della letteratura. Quando uno scrittore sa scrivere così, ogni romanzo che crea è bello. Come detto, però, Cent’anni di solitudine non è solo forma, è anche molta molta sostanza: è un racconto di racconti, un romanzo-mosaico di storie che scorrono una dopo l’altra, esaurendosi e rigenerandosi di volta in volta; è la saga familiare della dinastia Buendía ambientata nell’ormai leggendaria Macondo, un paese simbolo (o un paese sintesi, come suggerisce Cesare Segre) della Colombia, dove mito e storia si fondono, e tutto è pervaso di metafisico e sovrannaturale, ma di un metafisico sovrannaturale raccontato come se fosse normalissimo, a creare un affascinante effetto di straniamento che, nella sua “ordinarietà della straordinarietà”, è stato non a torto definito dai critici come “realismo magico”.
    Si tratta insomma di un affresco dell’America Latina sospeso tra mito e leggenda, una storia più vera del vero perché non racconta vicende storiche (quelle non sono assenti, ma sono per lo più trasfigurate dal filtro narrativo) ma il modo con cui il popolo le ha vissute: ci sono forti tinte autobiografiche nel racconto, specialmente nella parte finale, ma anche tratti assolutamente generali, un’indagine sull’umanità, una riflessione sul tempo che, “senza terminare di terminarsi mai”, finisce e ricomincia, si annoda e si lega, in una linea del tempo che, lungi dall’essere lineare, ricorda semmai una ruota. E, dulcis in fundo, si tratta anche di uno strepitoso omaggio alla letteratura. L’importanza della memoria, sin dal memorabile incipit (uno dei più begli incipit di sempre), è uno dei concetti più importanti del romanzo. E la letteratura è da parte sua il mezzo più nobile e alto per veicolare la memoria tramandandola, rendendone in questo modo eterni i contenuti. Cent’anni è allora anche un’opera metaletteraria sulla letteratura che racconta e rappresenta se stessa, la propria nascita e la propria fine, il proprio essere non un riflesso della realtà ma essa stessa realtà, o comunque un piano della realtà. Il finale del romanzo – a proposito, anche l’excipit è uno dei migliori di sempre – si situa proprio alla fine del lavoro di stesura del romanzo stesso, quando lo scrittore getta la penna, il lettore chiude il libro, e il meraviglioso mondo di carta rappresentato al suo interno cessa fatalmente di esistere. Ma allora è stato tutto inutile? No, perché da questa irrimediabile fine sopravvive ciò che ne resta impresso nella memoria, scopo ultimo e sigillo dell’intero lavoro letterario. Così come resta impresso nella memoria questo indiscutibile capolavoro.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    addio Macondo

    I cento anni della famiglia Buendia e di Macondo non sono stai facili da trascorrere, ma non per questo sono stati spiacevoli.
    La configurazione ciclica della storia mi ha davvero colpito: tutto inizi ...continua

    I cento anni della famiglia Buendia e di Macondo non sono stai facili da trascorrere, ma non per questo sono stati spiacevoli.
    La configurazione ciclica della storia mi ha davvero colpito: tutto inizia dal niente e ritorna inesorabilmente al nulla, spazzato via dal vento e coperto dalla polvere, fino a cancellare ogni traccia di Macondo e dei suoi abitanti.
    I personaggi sono uno più interessante e assurdo dell'altro! I nomi si ripetono ma ognuno ha la propria storia, unica ed irripetibile anche se le vicende sembrano portare ad un giro in tondo in cui si torna sempre al punto di partenza.
    La lettura si percepisce (o almeno io l’ho percepita così) come un continuo e caotico fluire di eventi, spesso drammatici, raramente positivi, ma tutti contrassegnati, come fosse un marchio di fabbrica, da una vena surreale.
    Lo chiamano “realismo magico”, io non sapevo nemmeno che esistesse prima di partecipare al gruppo di lettura senza il quale non avrei mai portato a termine la lettura! Gli approfonditi interventi che hanno postato gli altri partecipanti al gdl sono stati utilissimi per comprendere, almeno un po’, il libro e l’autore.
    Un ultimo accenno ai temi trattati, oltre alle numerose nascite, alla morte, all’amore dalle mille facce, Marquez affronta la guerra guidata dagli ideali all’inizio ma poi governata solo dalla sete di potere; poi affronta l’industrializzazione e il tema dello sfruttamento dei lavoratori attraverso la nascita e la scomparsa della compagnia bananiera. Questa vicenda mi ha impressionato enormemente per la sua attualità: arrivare a negare l’evidenza, ad insabbiare tutto così tanto e così bene da riuscire a cancellare anche la stessa esistenza della compagnia!! Non succede forse ancora così con le verità scomodo? Con le situazioni finite in tragedia?
    Un caro saluto a tutti gli Aureliano, Josè arcadio, Amaranta, Ursula, Remedios, etc. etc., è stato bello conoscervi, forse non mi mancherete ma rimarrete sicuramente impressi nella mia memoria.

    ha scritto il 

  • 3

    Libro che inizialmente non mi ha entusiasmato ma che poi, gradatamente, ha iniziato a scivolare via un po' più velocemente fino a risultarmi gradevole.

    Dal mio punto di vista è una storia di quelle un ...continua

    Libro che inizialmente non mi ha entusiasmato ma che poi, gradatamente, ha iniziato a scivolare via un po' più velocemente fino a risultarmi gradevole.

    Dal mio punto di vista è una storia di quelle un po' assurde.. che toccano in alcuni casi l'inverosimile.

    In cerca della costa atlantica, la famiglia Buendìa, con altre persone a seguito, iniziano un viaggio che dura circa un anno e che si conclude in una zona desolata in mezzo alla selva. Non riuscendo a trovare la "terra promessa", si fermano in questa selva e, in seguito ad una visione di José Arcadio Buendìa, viene fondata la città di Macondo.

    Macondo è una città arretrata ed esclusa dal resto del mondo. L'unico contatto esterno sono le tribù di zingari e, in particolare, la tribù di Melquiades, uno zingaro che porta in città oggetti vari nonché l'alchimia...
    La storia si evolve con le varie vicende dei componenti della famiglia, passando per guerre e ordini ristabiliti, per amori illeciti e figli illegittimi, per ricchezza e povertà, sfarzo e chiusura mentale... ... il tutto correlato da una sorta di follia lieve e galoppante che rende le vicende incredibilmente assurde in certi casi..
    Sulla scia di questa follia, si intravede un filo conduttore nelle varie vite dei protagonisti, segnati sin dalla nascita dai nomi e sicuramente dal cognome!

    La storia inizia con la nascita di Macondo e della stirpe dei Buendìa e finisce con la fine di tutto... resta solo il ricordo di chi legge e... se stessimo nel libro, verrebbe negato anche che il libro esista!

    ha scritto il 

  • 5

    " le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra."

    In questo romanzo vi si racconta l'epopea della famiglia Buendia, narrata con l'estro brioso di una scrittura ricca e multiforme, in grado di compenetrare la realtà e di restituirne la caleidoscopica ...continua

    In questo romanzo vi si racconta l'epopea della famiglia Buendia, narrata con l'estro brioso di una scrittura ricca e multiforme, in grado di compenetrare la realtà e di restituirne la caleidoscopica e contraddittoria natura.

    Il modo di raccontare di Marquez affonda le sue radici nella cultura del Caribe, impregnata di leggende, miti e credenze indigene. L'abilità dello scrittore consiste nella capacità di trascendere la mera impronta folkloristica per dare vita a un microcosmo unico e originale – quello di Macondo – dal sapore antico e archetipico, circonfuso di un'aura mitica di ammaliante bellezza, per mezzo di una costruzione artistica di sapiente naïveté .

    La scrittura di Gabo procede per accumulo, gli eventi si affastellano l'uno di seguito all'altro senza lasciare alcuna tregua all'esausto lettore, che vede scorrere sotto i suoi occhi gli eventi di più di un secolo di storia familiare, a sua volta intrecciati alle vicende di una Macondo che nasce, cresce per decadere poi infine, in un concitato avvicendarsi di generazioni, personaggi e accadimenti.

    Che cos'è questa mirabilante storia se non una splendida allegoria della condizione umana? Di vite che nascono, crescono, invecchiano e muoiono, nell'inesorabile incedere del tempo che tutto travolge e trasforma in polvere?

    Il presente diventa subito passato, a sua volta destinato a trasformarsi in mito. Un bel giorno si scopre che il quotidiano vivere, nell'avvicendarsi dei giorni, diventa memoria, sorretta dallo struggente sentimento della nostalgia, che altro non è se non la tenace consapevolezza “che qualsiasi primavera antica è irrecuperabile” e che l'amore, anche quello “più sfrenato e tenace era in ogni modo una verità effimera”.

    Il tempo, nel suo “girare a tondo”, vince sulla storia degli uomini, finendo col fagocitare i suoi stessi figli.
    Il romanzo, con le vicende dei suoi strampalati personaggi, è permeato da una forte carica di malinconia, dettata dalla coscienza della natura precaria dell'esistenza e di ogni cosa che può dirsi umana; sarà Aureliano Babilonia, l'ultimo della dinastia dei Buendia, a dichiararsi egli stesso “incapace di sopportare nell'animo il peso opprimente di tanto passato.”, scoprendosi “ferito dalle lance mortali delle nostalgie proprie e altrui (…).
    Ma questa mestizia è resa ancora più evidente da quell'ineluttabile e inconfondibile aura di solitudine che avvolge ogni singolo Buendia, imprimendosi sul volto di tutti gli Aureliani della sfortunata dinastia.

    È come se Marquez volesse sottolineare la dimensione solipsistica presente in ogni uomo, l'incomunicabilità che pervade le relazioni tra le persone, addirittura quelle tra familiari, sancendo l'irriducibile presenza della solitudine, vista come fondamento della stessa condizione umana. La solitudine non può essere né spezzata né spazzata via, al massimo compartita: “Quell'avvicinamento tra due solitari dello stesso sangue era assai lontano dall'amicizia, ma permise a entrambi di sopportare meglio l'insondabile solitudine che al tempo stesso li separava e li univa".

    Josè Arcadio in preda ai suoi lambiccati studi e ai suoi esperimenti; il colonnello Aureliano con la mania dei pesciolini d'oro; Amaranta tenacemente corrosa da un intimo livore e votata a un nubilato autoimposto; Remedios la bella, estranea alla terra per via della sua natura angelica e quasi ultraterrena: tutti quanti sembrano in preda alle proprie manie e ossessioni, nascenti dall'insondabilità del cuore umano e per questo impossibili da comunicare o condividere col prossimo. Ognuno rimane tenacemente chiuso nella sua solitudine privata, sia essa livorosa o sdegnosa; mansueta o introversa; frenetica o pudibonda; ingenua o selvatica.
    Ognuno può intravedere negli occhi dell'interlocutore l'impronta dell'isolamento altrui, senza però riuscirne a scalfirne la superficie, anzi difendendo quest'inaccessibilità, quasi fosse un cantuccio di mondo ove trovare pace e riposo.

    L'autore dipinge un universo pervaso da una folle umanità ammalata irrimediabilmente di malinconia, restituendocelo rinnovato da uno sguardo poetico e sensibile, che al contempo si fa parola; e qui la parola crea un mondo dove verità e menzogna si intrecciano per dare vita a un illusorio gioco d'invenzione, il quale porta con sé un'indiscussa carica di verità archetipiche, il cui fascino risalta attraverso la maestria di una lingua multiforme, densa, sinuosa, funambolica, erotica, lirica e ironica al contempo, specchio dell'infinita ricchezza dell'animo umano e del “mondo-Macondo”.

    ha scritto il 

  • 5

    Un grande romanzo, l'ho apprezzato moltissimo.
    Arrivata alla fine, la prima impressione che ho avuto è stato è il passaggio dall'euforia e la pazzia iniziali alla desolazione finale, dalla folla di Bu ...continua

    Un grande romanzo, l'ho apprezzato moltissimo.
    Arrivata alla fine, la prima impressione che ho avuto è stato è il passaggio dall'euforia e la pazzia iniziali alla desolazione finale, dalla folla di Buendia che ha popolato la casa nei tempi migliori alla solitudine fisica e non solo interiore degli ultimi discendenti.
    E' stata, tra alti e bassi, una parabola discendente.
    Ciò che mi è piaciuto è stato l'alternarsi di scene quasi comiche o comunque buffe, a scene dal recondito significato più serio e tragico, pertanto non è stato affatto pesante leggerlo, ma nello stesso tempo si tratta di un romanzo molto profondo perché attraverso delle immagini suggestive e dei personaggi coloriti Marquez ci ha fatto vivere la storia senza però raccontarla direttamente, raccontandoci i fatti senza quasi farci accorgere che stessero accadendo, e ci ha posto davanti delle problematiche serie e spinose senza renderle esplicite.
    E' stato raccontato tutto apparentemente in modo "superficiale" (passatemi il termine), come una farsa, e invece alla fine tutte queste parole pesano.
    Per quanto riguarda i personaggi, sono talmente tanti che non si riesce ad affezionarsi ad uno in particolare, ma le donne sicuramente hanno un ruolo fondamentale, una su tutte Ursula, ma nel bene o nel male tutte occupano una posizione importante all'interno del romanzo, sono più forti e determinate, più pratiche e coi piedi per terra rispetto agli uomini, che al contrario si lasciano trascinare dall'euforia per seguire passioni stravaganti o guerre inutili.
    Bello l'espediente delle pergamene di Melquiades, a voler significare che il nostro destino è già scritto, a cui non ci si può sottrarre.

    ha scritto il 

  • 5

    Altro libro cult che mi riporta ai miei 15 anni, a Rimmel di Francesco de Gregori, al mio primo amore, alla vita vissuta come fosse una festa. Commento che non servirà e non interesserà a nessuno ma c ...continua

    Altro libro cult che mi riporta ai miei 15 anni, a Rimmel di Francesco de Gregori, al mio primo amore, alla vita vissuta come fosse una festa. Commento che non servirà e non interesserà a nessuno ma che mi commuoverà ogni volta che lo rileggerò!

    ha scritto il 

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