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Centomila gavette di ghiaccio

Di

Editore: Mursia

4.3
(852)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 352 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: A000123623 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
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  • 5

    “Speriamo che il nostro esempio serva almeno a chi verrà.”

    Documento terribile e allucinante di quella che è stata la reale portata della spedizione italiana in terra di Russia durante la seconda guerra mondiale. Una testimonianza preziosa questa di Giulio Bedeschi (1915-1990) che, in virtù della propria esperienza diretta in qualità di ufficiale medico, ...continua

    Documento terribile e allucinante di quella che è stata la reale portata della spedizione italiana in terra di Russia durante la seconda guerra mondiale. Una testimonianza preziosa questa di Giulio Bedeschi (1915-1990) che, in virtù della propria esperienza diretta in qualità di ufficiale medico, ci conduce al seguito degli uomini della batteria ventisei della Divisione alpina Julia.
    Un testo che, a nostro avviso, dovrebbe anzitutto trovare posto a scuola tra i manuali di storia, in verità mai troppo propensi a soffermarsi abbastanza a lungo su certi capitoli vergognosi della storia patria più recente, e anche tra le letture dei meno giovani perché abbiamo tutti il dovere di non dimenticare ciò che è stato ed evitare così che si possa ripetere in un futuro prossimo o lontano.
    Sono pagine strazianti, colme di dolore profondo, che con un ritmo incalzante non risparmiano niente al lettore fin dalle prime battute: l’orrore dei combattimenti, il vivere e il patire dei soldati, la loro lenta agonia… Non vengono meno neanche tanti interrogativi, soprattutto uno che ancora oggi, a distanza di oltre settant’anni da quegli avvenimenti, è impossibile non porsi: perché tutto questo? Quale il senso di quell’immane follia?
    Emblematici a tal proposito sia l’introduzione dell’autore stesso, che richiama un passo non fuori luogo di Tucidide (“Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce”), sia l’episodio del mancato suicidio tentato nella totale indifferenza durante la marcia di ritirata, episodio nel quale l’ufficiale protagonista del gesto pronuncia queste parole: “E la colpa? […] la colpa va divisa. Un po’ mia, un po’ tua, un po’ di tutta la gente del mondo: ciascuno ha fatto o non ha fatto qualcosa, a tempo debito, per arrivare alla guerra. Noi saldiamo il conto ora, amen. E gli altri? Speriamo che il nostro esempio serva almeno a chi verrà.”
    Già, la colpa… Fermo restando che essa va appunto divisa, le quote di alcuni restano comunque maggiori di quelle di altri e non certo ridimensionabili. La Storia parla chiaro, inutile aggiungere altro facendo i soliti nomi già noti; puntualizziamo soltanto che nessuno pagò abbastanza poiché una capsula di cianuro o una o più pallottole in corpo furono ben poca cosa rispetto a quanto patirono quegli uomini in marcia nel deserto ghiacciato della steppa che “non era altro che neve”, alla completa mercé, oltre che delle superiori armi nemiche, di fame, condizioni climatiche estreme (una media di quaranta gradi sotto lo zero) e della loro stessa follia più tremenda. Un tragico destino condiviso passo passo con i muli che trainavano, finché a loro volta non stramazzavano al suolo, slitte cariche di feriti o congelati e vecchi obici da 75/13 reduci addirittura dal conflitto di quasi trent’anni prima, ormai miserabili brandelli – sia gli uomini che i pezzi d’artiglieria – dell’esercito di un Paese che aveva creduto e chinato la testa all’infame menzogna della guerra.
    “[…]molti erano caduti o s'erano attardati, ma chi ancora reggeva allo sforzo ne portava i segni evidenti: torme ubriache e non più soldati parevano i marciatori, fantocci macabri che perpetuavano una loro follia trascinando con sé quelle slitte gocciolanti marciume e orine di feriti; gli stessi muli, ridotti a scheletri rivestiti di un mantello di ghiaccio, contribuivano a completare con la loro presenza il terrificante quadro di una raminga, disperata pazzia.”
    Quello che non ci aspettavamo da questa lettura era di scoprire inaspettatamente che la vera disfatta del nostro esercito, alpini compresi, fu solo la ritirata dal fronte russo! Effettuata senza nessun tipo di copertura o appoggio logistico delle forze facenti parte dell’Asse, da parte di chi avrebbe dovuto provvedere, la ritirata sarebbe comunque dovuta avvenire; ma fu anticipata a causa principalmente della debolezza delle truppe tedesche che non seppero tenere la linea del fronte sul Don, cosa che invece riuscì egregiamente ai nostri alpini che, seppur dislocati su parecchie decine di chilometri, riuscirono a reggere l’urto dei russi molto più numerosi e soprattutto meglio armati.
    Di grande emozione sono le pagine in cui Bedeschi, sempre in virtù della sua partecipazione diretta agli eventi, racconta dei combattimenti ravvicinati con i russi e della grande tenacia e senso del dovere delle penne nere, in special modo della divisione Julia cui lui stesso apparteneva; tenacia che consentì di organizzare il ripiegamento dal fronte da parte delle altre divisioni, essendo riusciti i russi a passarne le linee solo dopo l’abbandono da parte degli alpini. Per questo motivo, lo stesso comando russo in un bollettino, dichiarando vinta la guerra, precisò come soltanto il corpo d’armata alpino italiano doveva considerarsi imbattuto sul suolo russo.
    Certo, talvolta si sente durante il racconto un po’ di retorica e di enfasi patriottica, dedicata soprattutto al leggendario corpo in questione, che costò anche qualche nota polemica all’autore. La guerra è sempre e comunque da condannare senza appello! Ma se qualche volta, nel farlo, ci si ricorda anche di chi ha combattuto ed è morto eroicamente, magari obbedendo a ordini anche sbagliati e facendo soltanto il proprio dovere fino in fondo, noi in questo non ci vediamo nulla di male! In fondo per condannare la guerra non dovrebbe servire qualcuno che ce lo ricordi ogni due o tre pagine, basterebbe leggere attentamente…

    Infine, ci piace segnalare un lungo brano tratto dal libro, forse uno dei più significativi, che parla di uno degli accessori più importanti degli alpini. Per ricordare i vari Pilon, Scudrèra, Sorgato che sopravvissero e ritornarono e tutti i nostri soldati che riposano per sempre all’ombra dei girasoli d’Ucraina.

    https://www.youtube.com/watch?v=3hJtwflQAuk

    (A.A. & L.V.)

    ha scritto il 

  • 5

    “Speriamo che il nostro esempio serva almeno a chi verrà.”

    Documento terribile e allucinante di quella che è stata la reale portata della spedizione italiana in terra di Russia durante la seconda guerra mondiale. Una testimonianza preziosa questa di Giulio Bedeschi (1915-1990) che, in virtù della propria esperienza diretta in qualità di ufficiale medico, ...continua

    Documento terribile e allucinante di quella che è stata la reale portata della spedizione italiana in terra di Russia durante la seconda guerra mondiale. Una testimonianza preziosa questa di Giulio Bedeschi (1915-1990) che, in virtù della propria esperienza diretta in qualità di ufficiale medico, ci conduce al seguito degli uomini della batteria ventisei della Divisione alpina Julia.
    Un testo che, a nostro avviso, dovrebbe anzitutto trovare posto a scuola tra i manuali di storia, in verità mai troppo propensi a soffermarsi abbastanza a lungo su certi capitoli vergognosi della storia patria più recente, e anche tra le letture dei meno giovani perché abbiamo tutti il dovere di non dimenticare ciò che è stato ed evitare così che si possa ripetere in un futuro prossimo o lontano.
    Sono pagine strazianti, colme di dolore profondo, che con un ritmo incalzante non risparmiano niente al lettore fin dalle prime battute: l’orrore dei combattimenti, il vivere e il patire dei soldati, la loro lenta agonia… Non vengono meno neanche tanti interrogativi, soprattutto uno che ancora oggi, a distanza di oltre settant’anni da quegli avvenimenti, è impossibile non porsi: perché tutto questo? Quale il senso di quell’immane follia?
    Emblematici a tal proposito sia l’introduzione dell’autore stesso, che richiama un passo non fuori luogo di Tucidide (“Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce”), sia l’episodio del mancato suicidio tentato nella totale indifferenza durante la marcia di ritirata, episodio nel quale l’ufficiale protagonista del gesto pronuncia queste parole: “E la colpa? […] la colpa va divisa. Un po’ mia, un po’ tua, un po’ di tutta la gente del mondo: ciascuno ha fatto o non ha fatto qualcosa, a tempo debito, per arrivare alla guerra. Noi saldiamo il conto ora, amen. E gli altri? Speriamo che il nostro esempio serva almeno a chi verrà.”
    Già, la colpa… Fermo restando che essa va appunto divisa, le quote di alcuni restano comunque maggiori di quelle di altri e non certo ridimensionabili. La Storia parla chiaro, inutile aggiungere altro facendo i soliti nomi già noti; puntualizziamo soltanto che nessuno pagò abbastanza poiché una capsula di cianuro o una o più pallottole in corpo furono ben poca cosa rispetto a quanto patirono quegli uomini in marcia nel deserto ghiacciato della steppa che “non era altro che neve”, alla completa mercé, oltre che delle superiori armi nemiche, di fame, condizioni climatiche estreme (una media di quaranta gradi sotto lo zero) e della loro stessa follia più tremenda. Un tragico destino condiviso passo passo con i muli che trainavano, finché a loro volta non stramazzavano al suolo, slitte cariche di feriti o congelati e vecchi obici da 75/13 reduci addirittura dal conflitto di quasi trent’anni prima, ormai miserabili brandelli – sia gli uomini che i pezzi d’artiglieria – dell’esercito di un Paese che aveva creduto e chinato la testa all’infame menzogna della guerra.
    “[…]molti erano caduti o s'erano attardati, ma chi ancora reggeva allo sforzo ne portava i segni evidenti: torme ubriache e non più soldati parevano i marciatori, fantocci macabri che perpetuavano una loro follia trascinando con sé quelle slitte gocciolanti marciume e orine di feriti; gli stessi muli, ridotti a scheletri rivestiti di un mantello di ghiaccio, contribuivano a completare con la loro presenza il terrificante quadro di una raminga, disperata pazzia.”
    Quello che non ci aspettavamo da questa lettura era di scoprire inaspettatamente che la vera disfatta del nostro esercito, alpini compresi, fu solo la ritirata dal fronte russo! Effettuata senza nessun tipo di copertura o appoggio logistico delle forze facenti parte dell’Asse, da parte di chi avrebbe dovuto provvedere, la ritirata sarebbe comunque dovuta avvenire; ma fu anticipata a causa principalmente della debolezza delle truppe tedesche che non seppero tenere la linea del fronte sul Don, cosa che invece riuscì egregiamente ai nostri alpini che, seppur dislocati su parecchie decine di chilometri, riuscirono a reggere l’urto dei russi molto più numerosi e soprattutto meglio armati.
    Di grande emozione sono le pagine in cui Bedeschi, sempre in virtù della sua partecipazione diretta agli eventi, racconta dei combattimenti ravvicinati con i russi e della grande tenacia e senso del dovere delle penne nere, in special modo della divisione Julia cui lui stesso apparteneva; tenacia che consentì di organizzare il ripiegamento dal fronte da parte delle altre divisioni, essendo riusciti i russi a passarne le linee solo dopo l’abbandono da parte degli alpini. Per questo motivo, lo stesso comando russo in un bollettino, dichiarando vinta la guerra, precisò come soltanto il corpo d’armata alpino italiano doveva considerarsi imbattuto sul suolo russo.
    Certo, talvolta si sente durante il racconto un po’ di retorica e di enfasi patriottica, dedicata soprattutto al leggendario corpo in questione, che costò anche qualche nota polemica all’autore. La guerra è sempre e comunque da condannare senza appello! Ma se qualche volta, nel farlo, ci si ricorda anche di chi ha combattuto ed è morto eroicamente, magari obbedendo a ordini anche sbagliati e facendo soltanto il proprio dovere fino in fondo, noi in questo non ci vediamo nulla di male! In fondo per condannare la guerra non dovrebbe servire qualcuno che ce lo ricordi ogni due o tre pagine, basterebbe leggere attentamente…

    Infine, ci piace segnalare un lungo brano tratto dal libro, forse uno dei più significativi, che parla di uno degli accessori più importanti degli alpini. Per ricordare i vari Pilon, Scudrèra, Sorgato che sopravvissero e ritornarono e tutti i nostri soldati che riposano per sempre all’ombra dei girasoli d’Ucraina.

    http://www.youtube.com/watch?v=3hJtwflQAuk

    (L.V. & A.A.)

    ha scritto il 

  • 5

    La storia vera ma incredibile di una vergogna italiana; militari mandati a morire con un equipaggiamento "allucinante" in una guerra ingiusta e poi dimenticati.
    Persino i russi rimasero stupiti dall'onore della tenacia e forza dei nostri alpini.....
    Non ringrazieremo mai abbastanza qu ...continua

    La storia vera ma incredibile di una vergogna italiana; militari mandati a morire con un equipaggiamento "allucinante" in una guerra ingiusta e poi dimenticati.
    Persino i russi rimasero stupiti dall'onore della tenacia e forza dei nostri alpini.....
    Non ringrazieremo mai abbastanza questi uomini che hanno vissuto, combattuto (nelle condizioni più estreme dimenticati da tutto e da tutti) e non sono tornati dalla Russia.
    Un capolavoro assoluto. In ogni senso.

    ha scritto il 

  • 0

    Fu uno dei primi libri che lessi sulla campagna di Russia. L'ho rivalutato, in peggio, dopo la lettura di Revelli e Rigoni Stern.
    A differenza di questi ultimi due autori, non mi ha comunicato la forza e allo stesso tempo la sofferenza, la solidarietà tra compagni (molto spesso tra paesani) ...continua

    Fu uno dei primi libri che lessi sulla campagna di Russia. L'ho rivalutato, in peggio, dopo la lettura di Revelli e Rigoni Stern.
    A differenza di questi ultimi due autori, non mi ha comunicato la forza e allo stesso tempo la sofferenza, la solidarietà tra compagni (molto spesso tra paesani) nell'affrontare una ritirata dove tutto (comandi, materiali ecc..) era miseramente crollato, giacché scarso sin dall'inizio. Lo stesso Rigoni Stern affermava che: " Difatti, quando mi ritrovo con i vecchi compagni [...] mi accorgo che la memoria [...] non è una pietra dove le cose rimangono scolpite. Molte cose vengono allontanate, altre vengono sostituite e inventate. E allora anche l'inconscio allontana certe immagini. Le cose che non sono capitate, ma hai visto al cinema, le fai tue e diventi un personaggio di te stesso. Non sei più tu, sei un personaggio che hai preso e che è distorto rispetto alla tua personalità. Basterebbe leggere con più attenzione Centomila gavette di ghiaccio, per farsi un'idea di quello che voglio dire. Io ho conosciuto Bedeschi. e con questo non volgio dire niente di male sull'uomo. Però, Centomila gavette di ghiaccio è una bugia dietro all'altra. È un romanzo, ma un romanzo mal scritto, anche. Sì, ha avuto una grandissima fortuna, ma io non ho mai sentito nessuno che gridava «viva l'Italia!» o che voleva tornare a casa dopo essere stato ferito in combattimento, quanto piuttosto: «Mandatemi più lontano possibile...!». Questo è un immaginario falso, fatto di retorica. (Storia di Mario. Mario Rigoni Stern e il suo mondo, pp. 78-79).
    Riporto poi un passaggio di Giorgio Rochat (storico militare): "Non si tratta di un volume di memoria (anche se l'autore fu inviato in Russia come tenete medico degli alpini), ma di un romanzo storico costruito con una tecnica hollywoodiana: colloqui "esemplari" tra comandanti e soldati semplici, personaggi di eroi che sembrano uscire dai film sui marines, spiegazioni sulla situazione elargiti al lettore in appositi siparietti, una lotta disperata con un ambiente avverso e un nemico potente e inafferrabile. La struttura dei film americani di propaganda bellica, delle sofferenze dei soldati e degli eccessi degli sbandati, quadretti di"vita militare", anche di piccolo gallismo che alleviano il tono: sono tutti elementi che si ritrovano, uno per uno, in tutti i volumi di memoria autentica, non però nella concentrata e abile orchestrazione che spiega il successo di Bedeschi". (G. Rochat, Le guerre italiane, pp. 389-399).

    ha scritto il 

  • 4

    SCONCERTANTE, E COME SI DICE DA NOI IN SICILIA "E MUSSOLINI VOLEVA VINCERE LA GUERRA" UN MODO DI DIRE PER INDICARE QUALCOSA DI ASSURDO E SIGNIFICATIVO DELLO SQUALLORE DI QUEL VENTENNIO.

    ha scritto il 

  • 5

    Da leggere

    Gran bel libro, doloroso, amaro,..... si percepisce il significato di cos'è l'amore per la patria, a sprezzo della propria vita. Pur essendo stati buttati in mezzo al gelo, hanno dato tutto e di più.......
    Mi sono rimasti impressi diversi punti, tutti molto forti, ne cito 2.

    "Gli alp ...continua

    Gran bel libro, doloroso, amaro,..... si percepisce il significato di cos'è l'amore per la patria, a sprezzo della propria vita. Pur essendo stati buttati in mezzo al gelo, hanno dato tutto e di più.......
    Mi sono rimasti impressi diversi punti, tutti molto forti, ne cito 2.

    "Gli alpini arrivano a piedi
    la' dove giunge soltanto
    la fede alata."

    "Vi accorgete o no che fate schifo?"................. devastante 100,000 volte più di ciò che hanno passato........................
    E fra questi c'era mio Zio che non ho mai avuto il piacere di conoscere.
    W gli alpini!!!

    ha scritto il 

  • 2

    prosa terribilmente lirica

    Leggete il primo capitolo e capirete il motivo del mio titolo.
    Il libro, pubblicato nel '63 non nel ventennio, doveva apparire gia' all'epoca come terribilmente arcaico nella prosa.
    Esempi?
    "bastevolmente"
    "erravano a nord e a sud"
    "nel riveder la patria tanto la sof ...continua

    Leggete il primo capitolo e capirete il motivo del mio titolo.
    Il libro, pubblicato nel '63 non nel ventennio, doveva apparire gia' all'epoca come terribilmente arcaico nella prosa.
    Esempi?
    "bastevolmente"
    "erravano a nord e a sud"
    "nel riveder la patria tanto la sofferenza d'amor e'smemora"
    "sull'accolta di uomini muti calava la sera"
    etc

    Non posso non paragonare questo stile con quello vivo dei suoi contemporanei Calvino, Buzzati etc (per non parlare di Pirandello vissuto decine di anni prima).
    Al che io mi chiedo, ma gli editor delle case editrici dell'epoca cosa ci stavano a fare?
    E se questo rende il libro un mattone indigesto il lirismo che lo accompagna (letteratura da cinegiornale luce e non storia o prosa) suona stonato rispetto alle tematiche trattate.
    Ben altri sono i libri sulla guerra e sulla sofferenze dei soldati.
    Rispetto per il soldato Bedeschi e per le sofferenze dei soldati dell'Armir.
    Ma scrivere e' un'altra cosa.

    ha scritto il 

  • 5

    Agghiacciante, straziante, amaro, la stupidità dell'uomo e della guerra, il coraggio e la tenacia della sopravvivenza.
    Uomini strappati alle loro case, alle loro famiglie e buttati, scaraventati nel gelido della steppa del Don, costretti a marciare per giorni nella neve a meno 40 gradi, per ...continua

    Agghiacciante, straziante, amaro, la stupidità dell'uomo e della guerra, il coraggio e la tenacia della sopravvivenza.
    Uomini strappati alle loro case, alle loro famiglie e buttati, scaraventati nel gelido della steppa del Don, costretti a marciare per giorni nella neve a meno 40 gradi, per salvarsi "forse".

    10/10

    ha scritto il 

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