Centomila gavette di ghiaccio

Di

Editore: Mursia (Gruppo Editoriale)

4.3
(933)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8842531855 | Isbn-13: 9788842531852 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida , Paperback

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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  • 4

    Quando c'era lui...

    ...i treni arrivavano in orario, ma sui viaggi all'estero lasciamo perdere!

    Ho voluto leggere in parallelo "Centomila gavette di ghiaccio" e "Il sergente nella neve", entrambe testimonianze della riti ...continua

    ...i treni arrivavano in orario, ma sui viaggi all'estero lasciamo perdere!

    Ho voluto leggere in parallelo "Centomila gavette di ghiaccio" e "Il sergente nella neve", entrambe testimonianze della ritirata di Russia dell'esercito italiano nell'inverno 1942/43.
    "Ritirata" purtroppo è una parola ottimistica, "ecatombe" sarebbe il termine più adatto, visto il numero esiguo di sopravvissuti a questa Anabasi di ghiaccio e fame.
    I due autori facevano entrambi parte del Corpo Alpino, Bedeschi era tenente medico nella divisione Julia, Rigoni era sergente maggiore nella divisione Tridentina; una differenza non da poco, in quanto la Julia si trovò ad iniziare la ritirata vera e propria in uno stato di sofferenza già acutissimo, a causa dei continui scontri e le molte marce intese a rintuzzare i primi tentativi di sfondamento russi. La Tridentina aveva potuto "limitarsi" a difendere la propria linea originale ed aveva iniziato il movimento di ripiegamento in condizioni pressoché intatte, in seguito dovrà però sobbarcarsi il lavoro più gravoso.
    I libri sarebbero da leggere tutti e due, sono belli, ipnotici, passo dopo passo trascinano in una spirale di follia che per fortuna possiamo solo cercare di immaginare; nessuno è così crudele per meritarsi tanto.
    Le differenze tra i due testi naturalmente ci sono, "Centomila gavette di ghiaccio" è scritto in maniera quasi aulica; "Il sergente nella neve" No, "Il sergente nella neve" è scritto da un "sergente", tratta le parole con più semplicità. In compenso a lungo andare Bedeschi mi innervosisce, dallo stile l'aulicità si trasferisce anche ai personaggi, che sono perfetti, eroi dall'inizio alla fine quasi come da cliché, un po' diventa incredibile, un po' mi viene da pensare "Ma se in Italia vivevano davvero tutti questi uomini fantastici, come accidenti ha fatto Mussolini a gestire un crudele regime da operetta per vent'anni, senza che nessuno glielo impedisse?!"; però poi il libro finisce e ti lascia dentro tantissimo e vorresti non dimenticare mai certi passaggi e certi dialoghi. Grazie.
    Torno a Rigoni Stern, ed il sergente si rivela artista e non solo artigiano della parola, qualcuno l'ha definito l'Hemingway del secondo '900 italiano per la poesia nella pulizia di scrittura e mi sento di dire di sì; e poi qui ritrovo gli italiani, i miei compatrioti, quelli veri, quelli che nel disastro non sono tutti santi ed il racconto perde l'alone del leggendario e riprende i colori nitidi della pellicola. Avrei voglia di prendere un fiasco di vino e due bicchieri, prendere sotto braccio il sergente, metterci a un tavolo e scolarcela.

    ha scritto il 

  • 5

    L'incredibile tragedia della ritirata di Russia narrata in modo struggente, non servono molte parole; è un libro che colpisce dritto al cuore, perché è umano, nobile, universale: ecco perché politica ...continua

    L'incredibile tragedia della ritirata di Russia narrata in modo struggente, non servono molte parole; è un libro che colpisce dritto al cuore, perché è umano, nobile, universale: ecco perché politica e partigianeria non c'entrano un'acca. E sono solo patetici quelli che scrivono di retorica, stile antiquato e luoghi comuni di cui l'opera, a loro parere, abbonderebbe: tutte castronerie che non meritano nessun rispetto. Il libro è scritto da chi c'era, un militare italiano, non da Antonio Gramsci (così come 'L'Agnese va a morire', tanto per citare un altro gran libro, è scritto da una partigiana, non da Benito Mussolini; forse quando si legge un'opera bisognerebbe fare mente locale, o no?); ed è scritto con uno stile che mai, né nel lirismo, né nell'umorismo, né nelle pagine più cupe e tragiche né in quelle più dolci e piene di amore per la vita, tradisce l'autenticità e l'anima dell'Uomo: di tutti gli uomini. Per i mezzi uomini e le mezze donne c'è sempre la tv.

    ha scritto il 

  • 3

    Raccapricciante tragedia, tra le più crudeli della storia, il mio giudizio sul testo non vuole assolutamente commentare i fatti - non servono commenti né avrei il diritto di chiosare alcunché.
    Detto q ...continua

    Raccapricciante tragedia, tra le più crudeli della storia, il mio giudizio sul testo non vuole assolutamente commentare i fatti - non servono commenti né avrei il diritto di chiosare alcunché.
    Detto questo, credo che sia un libro mediocre, troppo retorico e pieno di arcaismi e militarismi che lo fanno assomigliare a un romanzo d'appendice risorgimentale, dove gli "eroi" lottano fino allo stremo contro le forze del "male" e, grazie alle capacità e alla tenacia dei "giusti", i migliori si salvano e per i morti s'aprono infine le porte dell'eternità.
    Fatemi capire: ma chi erano gli invasori? Non era la gloriosa Julia là per conquistare la terra d'altri?

    ha scritto il 

  • 2

    Giulio Bedeschi si imbarca...

    ...nell'impresa di raccontare la ritirata di Russia degli Alpini e lo fa scegliendo un tono epico da lapide commemorativa. Gli alpini hanno tutti ferree volontà e altissimo senso del dovere, gli attac ...continua

    ...nell'impresa di raccontare la ritirata di Russia degli Alpini e lo fa scegliendo un tono epico da lapide commemorativa. Gli alpini hanno tutti ferree volontà e altissimo senso del dovere, gli attacchi dei nemici sono sempre feroci e crudelissimi, la popolazione locale sempre materna e accogliente nei confronti degli italiani brava gente, il freddo attanaglia gli arti eccetera eccetera. Alla lunga risulta stucchevole e anche irritante, dal punto di vista stilistico meno iperboli e meno aggettivi qualificativi avrebbero giovato al racconto di una tragedia che, a mio modesto parere, proprio per la sua portata meriterebbe un tono più dimesso e rispettoso (ho bene in mente la lezione di Remarque e Rigoni Stern). L'altro elemento che mi ha sconcertato è l'assoluta mancanza di giudizio umano (se non politico e storico) nei confronti di un regime (quello fascista) che alleandosi con i nazisti portò il paese in una guerra assurda che ebbe il suo culmine nel disastro russo, quando migliaia di uomini dovettero intraprendere una ritirata massacrante in pieno inverno. La guerra è vissuta come qualcosa di ineluttabile, deve farsi, si fa, non ci si chiede perché o per cosa, l'importante è mantenere alto e intatto il proprio onore. In soli due momenti il romanzo abbandona la via dell'agiografia e presenta due sguardi nell'abisso: verso la fine del romanzo - quando il medico Serri assiste ad un tentativo di suicidio da parte di un uomo che invece sembra avere ben chiaro l'orrore della guerra in corso (siamo tutti morti, non vedi) - e alla conclusione, quando gli alpini superstiti superano in treno il confine italiano e gli viene ordinato di non affacciarsi ai finestrini, che infatti vengono chiusi, alle loro rimostranze il capotreno ribatte: "Ma vi vedete? Vi accorgete sì o no, Cristo, che fate schifo?".

    ha scritto il 

  • 3

    Centomila gavette di ghiaccio è un'opera che nasce dall'urgenza di raccontare qualcosa di inconcepibile. Assieme alla volontà di raccontare le atroci sventure vissute assieme ai compagni alpini dell'A ...continua

    Centomila gavette di ghiaccio è un'opera che nasce dall'urgenza di raccontare qualcosa di inconcepibile. Assieme alla volontà di raccontare le atroci sventure vissute assieme ai compagni alpini dell'ARMIR negli anni 1942-1943, Bedeschi afferma anche una fortissima dignità umana, un valore che nemmeno mesi e mesi di lotta contro la fame, i cannoni e il gelo hanno potuto annientare. Centomila gavette di ghiaccio è, infatti, una lapide di carta per tutti coloro che sono morti nella Campagna di Russia o che sono tornati svuotati della loro vitalità e riempiti di ricordi dolorosi.
    http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2015/12/centomila-gavette-di-ghiaccio-bedeschi.html

    ha scritto il 

  • 5

    Diecimila tornarono, centomila no

    Il sottotenente Italo Serri è il medico di un reparto di fanteria sul fronte greco albanese durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ un racconto crudo, con immagini che restano impresse nella memoria: i ...continua

    Il sottotenente Italo Serri è il medico di un reparto di fanteria sul fronte greco albanese durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ un racconto crudo, con immagini che restano impresse nella memoria: il cadavere del soldato greco nella Vojussa, l’amputazione dei feriti con un coltello da caccia. Poi, l’inizio di una tragedia più grande: aggregato a una batteria di artiglieri, Serri è inviato con gli alpini sul Don, in Ucraina. Il 16 dicembre 1942 la sua Julia riceve l’ordine di lasciare i rifugi con pochi viveri, vestiario, armi, x intervenire dove il fronte ha ceduto, e in queste condizioni inizia la ritirata. Comincia così l’epica marcia nella neve e nel freddo atroce della steppa nel gennaio ’43 x uscire dalla sacca, da cui diecimila torneranno e centomila no, la metà dei caduti italiani in tutta la guerra. Ci sono episodi di generosità e di crudeltà: l’alpino che regala l’ultimo boccone all’amico sfinito, e il soldato che incendia l’isba in cui hanno trovato rifugio i compagni, perché muoiano con lui. Il libro è un romanzo autobiografico: lo stesso Bedeschi era, infatti, un ufficiale medico della Julia durante la ritirata di Russia, e solo i nomi sono stati modificati x tutelare la privacy dei protagonisti. Dispiace la polemica con Rigoni Stern, che accusò Bedeschi di avere inventato una propaganda eroica: gli eventi sono descritti in modo così duro, diretto, crudo, che non possono essere frutto di fantasia. Il linguaggio è piuttosto retorico e apologetico, ma il libro rimane, dopo oltre settant’anni, un capolavoro della letteratura di guerra. Coinvolge e rende partecipe il lettore della vita semplice degli alpini, le sofferenze, la morte, il freddo, la fame, il sacrificio, il cameratismo. E’ questo il primo volume della mia libreria, dono natalizio di un amico di famiglia, alpino durante il secondo conflitto mondiale: con la copertina strappata e le pagine ingiallite, mi ha accompagnato dall’infanzia all’età adulta, perché un libro è x sempre.

    ha scritto il 

  • 5

    La storia di un gruppo di alpini della Julia dalla campagna d'Albania al disastro in Russia. Inaspettatamente crudo, nonostante la scrittura quasi lirica, è toccante e crudele. E amaro come il finale. ...continua

    La storia di un gruppo di alpini della Julia dalla campagna d'Albania al disastro in Russia. Inaspettatamente crudo, nonostante la scrittura quasi lirica, è toccante e crudele. E amaro come il finale.

    ha scritto il 

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