Certaines n'avaient jamais vu la mer

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3.7
(1213)

Language: Français | Number of pages: 142 | Format: Others | En langues différentes: (langues différentes) English , Italian , Spanish , Chi traditional

Isbn-10: 2752906706 | Isbn-13: 9782752906700 | Publish date: 

Aussi disponible comme: Paperback

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Description du livre
Nous sommes en 1919.
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  • 4

    tanti destini, un unico sogno

    Un racconto molto particolare, a più voci, un coro di innumerevoli voci femminili che pagina dopo pagina creano un pathos notevole ma sempre con la grazia leggera che solo le giapponesi riescono ad a ...continuer

    Un racconto molto particolare, a più voci, un coro di innumerevoli voci femminili che pagina dopo pagina creano un pathos notevole ma sempre con la grazia leggera che solo le giapponesi riescono ad avere. Quanto hanno sofferto gli immigrati di ogni razza e colore! Quanto più degli altri hanno sofferto le donne! E quanto inutile è stata nella maggioranza dei casi tutto quel dolore! Il sogno americano, la lotta costante e tenace per integrarsi in un mondo diverso e spesso incomprensibile si mescola ai sogni della casa nativa , dei parenti lontani, di orizzonti perduti per sempre

    dit le 

  • 4

    Bellissimo romanzo corale di grande impatto emotivo. La scrittura è chiara ed essenziale, non cede mai al sentimentalismo. In tal modo c’è lo spazio per tutte le voci, per le loro speranze e per il l ...continuer

    Bellissimo romanzo corale di grande impatto emotivo. La scrittura è chiara ed essenziale, non cede mai al sentimentalismo. In tal modo c’è lo spazio per tutte le voci, per le loro speranze e per il loro dolore. L’emigrazione porta quasi sempre la sofferenza, soprattutto quando dall’altra parte dovrai affrontare un duro e massacrante lavoro , combattere contro la mancanza dell’amore e contro il pregiudizio razziale. Eppure tutto è delicato, quasi inconfessato e nascosto. Ma le immagine sono intense e potenti.

    dit le 

  • 5

    Bello!

    Interessante la modalità di scrittura corale. Commovente la storia dell'immigrazione Giapponese in America, di cui non sapevo assolutamente nulla.

    dit le 

  • 3

    Siamo noi tutte le donne del Giappone

    “ Il tetto si è bruciato. Ora posso vedere anche la luna”.
    Comincia con questa epigrafe la cronistoria delle donne giapponesi che a partire dal 1900 lasciano il Giappone, la loro terra, i loro affett ...continuer

    “ Il tetto si è bruciato. Ora posso vedere anche la luna”.
    Comincia con questa epigrafe la cronistoria delle donne giapponesi che a partire dal 1900 lasciano il Giappone, la loro terra, i loro affetti per andare in America a sposare i loro connazionali già emigrati. Il libro si esprime in un “noi” narrativo comune che cristallizza mille emozioni diverse ma allo stesso tempo un unico destino. Tante membra ma un unico corpo, si potrebbe dire. Le verdi speranze di tutte durante la traversata, - come sarà mio marito, saremo ricchi?- La disillusione di fronte alla realtà di miserie che devono affrontare sbarcando dalla nave, la vita dura, amara, composta e silenziosa che, nonostante tutto si ritrovano a vivere e infine lo spettro della guerra che li avvolge come una nube silenziosa. Il Giappone rivive nei sogni, nelle usanze che si trascinano addosso anche in una terra così lontana, nei piccoli oggetti portati con sé: un nastro, un pettine, un kimono da sposa. Poi si smette anche di sognare. E di desiderare. Si diventa madri, mogli e si finisce di essere donne. “ Le donne sono deboli, ma le madri sono forti”. I figli si rivoltano, dimenticano la loro lingua, come si conta, come si prega. E la guerra li inghiotte.
    Lo stile è scarno, telegrafico. Ma solo così c’è spazio per tutte le anime, per tutti i desideri, per tutta la sofferenza, per tutte le donne. Delicato, intimo.
    Siamo noi tutte le donne del Giappone, ovunque, oggi e sempre.

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  • 3

    Un insieme di istatanee, di immagini che si rincorrono a formare un insieme di donne con tutte le aspettative, le gioie, le paure e i dolori. Un libro a più voci, veramente particolare.

    dit le 

  • 4

    La vita delle donne giapponesi immigrate in America

    Questo romanzo trae ispirazione dalle biografie degli immigrati giapponesi che arrivarono in America all'inizio del Novecento, e in particolare l'autrice giapponese ha attinto, al di là delle numerose ...continuer

    Questo romanzo trae ispirazione dalle biografie degli immigrati giapponesi che arrivarono in America all'inizio del Novecento, e in particolare l'autrice giapponese ha attinto, al di là delle numerose fonti storiche, al testo "A History of Japanese Immigrants in North America" di Kazuo Ito. Un romanzo particolare intanto per lo stile: tutte le storie narrateci sono in terza persona plurale dalle voci delle donne giapponese che sono partite dalla loro terra di origine, il Giappone appunto, in America promesse spose a bei giovanotti (stando alle foto che le avevano mostrato in patria) per poi ritrovarsi quei giovanotti con 20/30 anni di più. Ma pian piano formano le proprie famiglie, educano i propri figli, provano senza riuscirci ad integrarsi alla mentalità americana, ma quando arrivano le notizie della guerra in Europa e ne mondo le cose cambiano fino al punto che loro, tutti i giapponesi, vengono visti come delle spie e dei potenziali nemici e per questo sono costretti a lasciare tutto, le loro case, i loro orti, le loro cose, la loro vita, il sogno americano si frantuma in mille pezzi.

    “Venivamo tutte per mare” narra del viaggio di giovani donne che partono con la speranza nel cuore lasciandosi alle spalle i loro affetti più cari e tutto ciò che hanno per andare incontro a una vita migliore che gli era stata promessa dai loro mariti. Ad attenderle, invece, al porto trovavano solamente la dura realtà, un uomo che non possiede nulla, un lavoro massacrante e pregiudizi razziali. Quello che hanno lasciato vale più di quello che hanno raggiunto, è questa la verità.

    Un romanzo che è molto importante, soprattutto per capire quello che hanno vissuto realmente le spose in fotografia giapponesi che andarono in America. Consigliatissimo.

    dit le 

  • 3

    Un fascio d'erba

    Il fascio d'erba è il memoir collettivo delle giovani donne giapponesi che nei primi decenni del XX secolo andavano a sposarsi negli Stati Uniti e in effetti sono proprio come fili d'erba, falciati vi ...continuer

    Il fascio d'erba è il memoir collettivo delle giovani donne giapponesi che nei primi decenni del XX secolo andavano a sposarsi negli Stati Uniti e in effetti sono proprio come fili d'erba, falciati via dal loro Giappone misero e contadino per essere trapiantati in California. La loro aspettativa comune è sfuggire a una dura vita di campagna, per raggiungere un luogo dove la vita sarebbe stata agiata. Le fotografie inviate dai mariti stavano a testimoniarlo: giovani uomini ben vestiti, di bell'aspetto. L'arrivo è piuttosto traumatizzante, la nuova terra è popolata da giganti e gigantesse con voci tonanti e lingua incomprensibile; il marito spesso è irriconoscibile, invecchiato di vent'anni rispetto l'uomo della fotografia. La vita è contadina quanto quella di partenza, nomade fra i frutteti e i campi di fragole. L'autrice non è tenera nel descrivere l'accoglienza riservata a questi lavoratori giapponesi. D'altra parte, dopo aver letto Furore, so che la vita nei campi della California poteva essere disperata per tutti i lavoratori a giornata, indipendentemente dall'origine europea o asiatica.
    La gente tendeva a raggrupparsi sulla base della provenienza e la prima generazione coltivava le vecchie usanze e i vecchi dei (il dio volpe), rifaceva attorno a se il paese lasciato alle spalle tanti anni prima e teneva in mano i fili delle vite incontrate sulla nave. Le generazioni successive si danno nomi americani, vanno a scuola e fanno amicizia: si integrano. Si integrano fino a Pearl Harbour, dopodiché vengono scossi da un grande vento che parla di frutteti dorati che non saranno colti, panni rimasti appesi ai fili, case abbandonate, cani che cercano il loro padrone.
    La popolazione giapponese venne messa in campi di raccolta, perché sospettata di spionaggio. La storia finisce qui e lascia intendere che queste persone si sentirono tradite dal paese nel quale vivevano e nel quale avevano lavorato onestamente e inoltre persero la maggior parte dei loro beni.
    E' una storia molto interessante, anche perché testimonia le emozioni di un popolo che all'osservazione esterna sembra impassibile. L'impostazione narrativa, che evoca un coro di voci femminili, è originale ma dopo un po' ripetitiva. Credo che se avesse introdotto delle variazioni il libro ne avrebbe tratto giovamento.

    dit le 

  • 5

    null

    Premetto che ho letto questo libro per un gruppo di lettura e per essere del tutto sincera quando è stato proposto e scelto, ho pensato che sarebbe stato di una pesantezza unica e, invece, con mia gra ...continuer

    Premetto che ho letto questo libro per un gruppo di lettura e per essere del tutto sincera quando è stato proposto e scelto, ho pensato che sarebbe stato di una pesantezza unica e, invece, con mia grande sorpresa ed immenso piacere, ho scoperto che così non era. L'ho trovato una lettura piacevole nella sua crudezza. Non ci sono fronzoli stilistici, anche perché la brevità non glielo permetterebbe, l'autrice va diretta al punto, raccontando uno squarcio di storia sconosciuto ai più o, quantomeno, passato in secondo o anche terzo piano rispetto molte altre vicende di quel periodo storico, con magistrale bravura. Mi ha colpito molto la scelta di non soffermarsi su una singola persona, ma di inserire molte testimonianze in modo da poter presentare tanti punti di vista diversi per le stesse situazioni che queste donne si trovavano a dover affrontare. Il capitolo sui bambini mi ha colpito particolarmente, più degli altri.
    Poi ci sono gli americani che sono lo stereotipo di tanti e tanti altri popoli in varie parti del mondo ed in varie epoche: diffidenti verso lo straniero, ma che comunque viene sfruttato come manodopera per lavori troppo pesanti o degradanti che non vogliono più fare, indifferenti alle sorti loro riservate da un Governo che decide ed esegue con la complicità della paura verso il diverso, per un momento ci provano anche a rivolgere il loro pensiero a quegli esseri umani che per anni hanno condiviso con loro tanti momenti di quotidianità, ma giusto un attimo prima che il ciclo abbia di nuovo inizio con qualcun altro.
    Sono veramente felice di aver proposto e partecipato a questo gruppo di lettura, altrimenti non mi sarei mai avvicinata a questa lettura, ed avrei perso tanto.

    Piccola riflessione sul titolo originale: "The Buddha in the attic".

    Le cose che si lasciano in soffitta sono quelle che non si vogliono o possono tenere in casa, ma che allo stesso tempo non si ha il cuore di buttare. Si lasciano lì, a prendere polvere, con la promessa di andarli a ritirare fuori di quando in quando per darci un'occhiata ed abbandonarsi ai ricordi, ma probabilmente non si terrà fede a quella promessa silenziosa. Lo trovo molto suggestivo come titolo.

    dit le 

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