Che la festa cominci

Di

Editore: Einaudi (Stile libero Big)

3.4
(6169)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 331 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806191012 | Isbn-13: 9788806191016 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Umorismo , Fantascienza & Fantasy

Ti piace Che la festa cominci?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Nel nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti gli ultimi Cavalieri dell’Apocalisse fanno riunioni sataniste in una pizzeria di Oriolo Romano. Uno scrittore di successo da anni non scrive più una riga. Un palazzinaro si compra dal Comune di Roma un parco pubblico di 170 ettari per farne la sua residenza privata. E organizza la festa esclusiva e imprevista del secolo.
Ordina per
  • 3

    Il primo romanzo che leggo di Niccolò Ammaniti mi fa entrare in una sorta di pazzia narrativa, dove l’esagerazione e il paradosso vengono alleggeriti da tratti di comicità e attenta ironia. La scrittu ...continua

    Il primo romanzo che leggo di Niccolò Ammaniti mi fa entrare in una sorta di pazzia narrativa, dove l’esagerazione e il paradosso vengono alleggeriti da tratti di comicità e attenta ironia. La scrittura semplice e diretta di Ammaniti e la vivacità degli eventi narrati mi hanno fatto arrivare alla fine della storia in tempi record.

    Le vicende di personaggi dai caratteri molto diversi tra loro si alternano per gran parte della narrazione per poi congiungersi alla fine, stravolgendo ciò che inizialmente si poteva immaginare. Grazie a questi personaggi Ammaniti ci dimostra che spesso ciò che appare non è ciò che è. Non c’è il bene assoluto e il male assoluto, spesso ciò che si pensa e ciò che si è si nasconde dietro l’immagine che vogliamo dare di noi stessi, o dietro l’immagine che ci viene riconosciuta dalla società e dalle persone che ci circondano.

    In “Che la festa cominci” C’è Saverio Moneta, leader di una sfortunata setta satanica, che cerca una sorta di riscatto da una vita misera, imbevuta di insuccessi e insoddisfazione. Dall’altra parte Fabrizio Ciba, scrittore di successo, egocentrico e incessantemente impegnato a costruire un’immagine vincente di sé stesso. I due parteciperanno, con obiettivi completamente diversi, alla mega festa organizzata, in una mastodontica villa di Roma, dall’immobiliarista cafone e megalomane Sasà Chiatti. Una festa per VIP che imploderà su se stessa per la volontà di strafare e l’imprevedibile presenza di ex atleti sovietici che si auto-inflissero una vita nascosti nelle catacombe romane pur di non sottostare al regime dell’ex URSS.

    Esagerazione, euforia, disperazione, insoddisfazione, volgarità, erotismo, drammaticità, ironia, comicità… nella penna di Ammaniti c’è un po’ di tutto.

    La fine del romanzo ci lascia il ricordo di un’umanità ridicola, piena di sé, falsa e superficiale, all’interno della quale, spesso, proprio chi non ostenta ricchezza e successo, chi è costretto a soffocare le proprie aspirazioni finendo col percorrere una vita di insuccessi, scoprirà valori e qualità che non sapeva neppure di avere.
    [31.10.2010]

    ha scritto il 

  • 1

    Stavolta non ho perso nemmeno tempo, dopo poche pagine l'ho abbandonato.

    A me di questa umanità penosa proprio non interessa, non ho voglia di leggere queste storie squallide. Ma dov'è l'Ammanniti di ...continua

    Stavolta non ho perso nemmeno tempo, dopo poche pagine l'ho abbandonato.

    A me di questa umanità penosa proprio non interessa, non ho voglia di leggere queste storie squallide. Ma dov'è l'Ammanniti di "Ti prendo e ti porto via"?

    ha scritto il 

  • 2

    Satirincon, una festa.

    Vorrebbe imitare lo Stefano Benni dei bei tempi, risultando in una satira di tale deviata potenza che se l'oggetto fosse stato, invece che il berlusconismo romanizzato alla generona la seconda guerra ...continua

    Vorrebbe imitare lo Stefano Benni dei bei tempi, risultando in una satira di tale deviata potenza che se l'oggetto fosse stato, invece che il berlusconismo romanizzato alla generona la seconda guerra mondiale, potremmo reagire trovando Hitler severo ma giusto, e Stalin fondamentalmente un buon diavolo.

    Di fatto i personaggi sono di due soli tipi: o cialtronescamente sfigati o ricchi così deficienti che nel lettore è immediata la conclusione che sicuramente se si sono arricchiti è perchè godono di potentissime immonde complicità.

    Al contrario del lettore o della lettrice, per natura proba intelligente lavoratore studiosa e intrinsecamente morale tanto da non venir mai offerto di laide complicità inconfessabili o fetentissimi compromessi.

    A certi lettori non viene mai in mente che - forse - con loro mafia, politicanti, speculatori e faccendieri non ci provano perché anche la delinquenza applica dei fattori minimi di perspicacia necessari.

    Che è poi l'ovvio scopo del libro. Rassererare il lettore attraverso la fornitura di due modelli entrambi detestabili tali quindi da a) repellere l'invidia e b) esercitare superiorità morale.

    Il problema di costoro è che secoli fa alle feste dell'altissima borghesia invitavano Proust, poi decenni fa Hemingway o Fitzgerald o Dottie P.

    Chiaramente con loro qualche rasoiata sulla tua festa te la ritrovavi su pagina, ma erano bravissimi barbieri e fondamentalmente restituivano molto, se non altro segnalavano le tue cadute di stile migliorandoti.

    Poi gli scrittori incominciarono ad essere via via più malmostosi, generando ripulsa negli ospiti per i frequenti sputtanamenti livorosi, ed hanno smesso di invitarli.

    Le feste sono così peggiorate, ma in compenso gli scrittori hanno perso la capacità d'abbeverarsi alla fonte primigenia dei fatti, risolvendosi a descrivere fotocopie sbiadite tratte da polaroid di trasmissioni televisive.

    Questo ne è il risultato, e se mai qualcuno pensò di ritirare il bando, l'ostracismo e l'esilio dalle feste, libri come questi lo dissuaderanno forse per sempre.

    ***

    «Proust è il mio scrittore preferito. Ma anche Ammaniti». (cit.)

    ha scritto il 

  • 4

    Un ventaglio di situazioni strampalate si susseguono per tutto il libro con la scusa della festa organizzata a Villa Ada da un palazzinaro che vuole fare le cose in grande, tra animali esotici e perso ...continua

    Un ventaglio di situazioni strampalate si susseguono per tutto il libro con la scusa della festa organizzata a Villa Ada da un palazzinaro che vuole fare le cose in grande, tra animali esotici e personaggi bislacchi e sconclusionati.
    Qui il grottesco si mescola al tragicomico, Ammaniti ci fa ridere tantissimo con tutta la sua irriverenza e ironia, anche se alla fine ciò che resta è l'amaro in bocca per una società ormai allo sbando, depravata e corrotta, velata da un'apparenza frivola e banale.
    Bellissima la copertina, cosa c'entra la foto di un ippopotamo con il titolo? Rende bene tutta la balordaggine che ritroviamo all'interno del libro.

    ha scritto il 

  • 3

    Fantasioso e satirico, con un gusto pop non banale, il romanzo è ben scritto e si legge con interesse. Cattura indubbiamente una certa Italia volgare e mediatica, ma anche tipologie umane del proletar ...continua

    Fantasioso e satirico, con un gusto pop non banale, il romanzo è ben scritto e si legge con interesse. Cattura indubbiamente una certa Italia volgare e mediatica, ma anche tipologie umane del proletariato, come le Belve di Abaddon...
    A tratti, forse, eccede con gli effetti speciali, specie nella descrizione della festa.

    ha scritto il 

  • 3

    Insieme a Branchie, questo romanzo mi ha fatto scoprire un Ammaniti comico, che ancora non conoscevo, e che si diverte e ci diverte con assurdità varie e assortite e personaggi tragici nella loro bana ...continua

    Insieme a Branchie, questo romanzo mi ha fatto scoprire un Ammaniti comico, che ancora non conoscevo, e che si diverte e ci diverte con assurdità varie e assortite e personaggi tragici nella loro banalità - come Mantos (o meglio, come Saverio Moneta) - e personaggi sublimi nella loro allegra meschinità, come Fabrizio Ciba, che è disprezzabile ma a me, in fondo, ha fatto tenerezza.
    Questo romanzo in fondo propone una visione del mondo alla Dylan Dog, dove "scegliere l'orrore", come fa Mantos, è l'unico modo per non farsi stritolare dagli ingranaggi di una vita in cui conta solo la sopraffazione e l'apparenza, l'esteriorità. E Ciba rappresenta l'opposto del povero ragioniere, perché è troppo debole, pieno di sé e vanitoso per non farsi risucchiare da questi meccanismi. Ciba è un personaggio vacuo ma molto ben fatto, e questo secondo me è un merito da riconoscere all'autore, perché non credo che sia facile rendere fondamentalmente simpatico un personaggio così. Nonostante questo, non arrivo a dare 4 stelle al romanzo, diciamo che sarebbero 3 e mezzo, ma sicuramente altri lavori di Ammaniti, come Come Dio comanda, sono di ben altro spessore.
    Due parole finali sull'ambientazione della terza parte: saranno anche catacombe, ma sembrano tanto le fogne di New Delhi dove suona la Banda dell'Ascolto Profondo di Branchie!

    ha scritto il 

  • 3

    Interessante parodia del generone romano - ne verrebbe un film epico-comico (Ben Hur di Fellini). Sadismo satirico temperato dalla libidine. Mai serio, piuttosto tragico, Ammaniti non fa letteratura m ...continua

    Interessante parodia del generone romano - ne verrebbe un film epico-comico (Ben Hur di Fellini). Sadismo satirico temperato dalla libidine. Mai serio, piuttosto tragico, Ammaniti non fa letteratura ma è un buon narratore che qui, non prendendosi sul serio, evita gli eccessi di profondità e aberrazione di "Io non ho paura" o Come dio comanda".

    ha scritto il 

Ordina per
Ordina per