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Che la festa cominci

Di

Editore: Einaudi (Stile libero Big)

3.4
(5938)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 331 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806191012 | Isbn-13: 9788806191016 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Fiction & Literature , Humor , Science Fiction & Fantasy

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Descrizione del libro
Nel nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti gli ultimi Cavalieri dell’Apocalisse fanno riunioni sataniste in una pizzeria di Oriolo Romano. Uno scrittore di successo da anni non scrive più una riga. Un palazzinaro si compra dal Comune di Roma un parco pubblico di 170 ettari per farne la sua residenza privata. E organizza la festa esclusiva e imprevista del secolo.
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  • 5

    Mai pensare che la fantasia abbia dei limiti, perché poi leggi questo libro e ti devi ricredere! a tratti veramente esilarante, anche se con delle punte di "assurdo", ma in fondo è proprio questo il bello. la scrittura e la velocità con cui si svolgono gli eventi ti tengono incollata alle pagine. ...continua

    Mai pensare che la fantasia abbia dei limiti, perché poi leggi questo libro e ti devi ricredere! a tratti veramente esilarante, anche se con delle punte di "assurdo", ma in fondo è proprio questo il bello. la scrittura e la velocità con cui si svolgono gli eventi ti tengono incollata alle pagine. mi era piaciuto molto "fango", ma come al solito il romanzo vince sulla raccolta di racconti!

    ha scritto il 

  • 3

    Ammaniti si legge sempre d'un fiato, ma questa volta siamo sullo scarso. La trama è sempliciotta ed i personaggi approssimativi e grotteschi. Mi è piaciuto molto nei suoi primi romanzi, mi sembra si stia un po' banalizzando, starò per un po' senza.

    ha scritto il 

  • 1

    Di décadence e "figure di merda"

    Ricevo in regalo questo romanzo di Niccolò Ammaniti (autore che non toccavo dai tempi di “Ti prendo e ti porto via”, romanzo che, ahimè, non ha lasciato tracce durature nella mia memoria). Dalla quarta di copertina, promette di essere una versione ante litteram de “La grande bellezza” con la sua ...continua

    Ricevo in regalo questo romanzo di Niccolò Ammaniti (autore che non toccavo dai tempi di “Ti prendo e ti porto via”, romanzo che, ahimè, non ha lasciato tracce durature nella mia memoria). Dalla quarta di copertina, promette di essere una versione ante litteram de “La grande bellezza” con la sua Roma bene, vacua e viziosa, ma con un’aggiunta di “irresistibile comicità” che lo differenzierebbe dalla pellicola di Sorrentino.
    Fatta eccezione per questa comicità, che davvero non so dove rintracciare, direi che più o meno ci siamo. Il romanzo parte in effetti come una galleria dei vizi, della superficialità, della decadenza della società odierna, con uno sguardo particolare a quell’ambiente amorale e finto-perbene di riccastri e vip che affollano la vita mondana del quartiere Parioli.
    Poi, la svolta, a circa metà libro, quando ti ritrovi sorprendentemente a leggere una versione appena più realista e urbana di Jurassic Park. I dinosauri sono sostituiti da una selva di bestie feroci, ma per il resto c’è tutto: foreste, boschi, buio, notte, capitomboli e fughe, persino recinzioni elettriche che saltano, portandosi via non poche vite umane carbonizzate.
    E quando pensavi che niente più potesse stupirti, ecco l’apparire di un branco di ‘mostri’ venuti dal sottosuolo, che creano scompiglio come neanche in un romanzo di Stephen King.
    Insomma, sembra che il nostro si sia fatto decisamente prendere la mano con questo romanzo, surreale, improbabile ed insipido dalla prima all’ultima pagina. Sarà che c’è troppa carne messa a cuocere, ma l’impressione è che l’intento iniziale crolli di fronte all’incapacità dell’autore di una disamina lucida, approfondita e tagliente di almeno uno dei temi che voleva affrontare. Quella che doveva essere una critica alla nostra civiltà, priva di virtù, di morale, di valori, ma con tanti e troppi vizi, persa in un estetismo assai discutibile, si perde in un circo di personaggi superficiali, i cui nomi irritanti (Chiatti, Ciba, Saporelli sono solo alcuni) sembrano esser stati ispirati ad Ammaniti da un recente giro al supermercato in tempi di offerte prenatalizie.
    Quel che è peggio, tuttavia, è il linguaggio usato dall’autore in tutto il libro: se a tratti mi ricorda molto da vicino la spensierata burinaggine del gergo giovanilesco di Moccia (che Ammaniti pensa bene di mettere in bocca a ultratrentenni, con un effetto a dir poco stonato), in molti altri punti si fa artificioso, costruito, didascalico fino allo sfinimento. I dettagli più insignificanti abbondano, come in questo esempio:
    “Ebbe l’impulso infantile di scannerizzare la lettera e mandarla a quelle carogne di Gianni & soci, invece accese lo stereo e infilò dentro un vecchio cd live di Otis Redding. I woofer delle grandi casse Tannoy cominciarono a smuoversi e i VU meter azzurrini del suo vecchio McIntosh a ondeggiare mentre il cantante della Georgia attaccava Try a Little Tenderness.”
    Insomma, eh.

    Unica ‘verità’ del romanzo, che mi ha dato da pensare, la si trova a pagina 186, dove un saccente e volgare ex-compagno di scuola del nostro protagonista gli rivela un aspetto indiscutibilmente reale del nostro tempo:
    “[…] – Allora non hai capito. Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n’è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. Nessuno le fa più, tranne te, nella tua testa. Ma non li vedi a questi? – Indicò la massa che applaudiva Chiatti. – Ci ricopriamo di letame felici come maiali in un porcile. Guarda me, per esempio –. Si alzò in piedi barcollando. Allargò le braccia come a mostrarsi a tutti, ma gli girò la testa e si dovette sedere di nuovo. – Io mi sono specializzato a Lione con il professor Roland Château-Beaubois, ho la cattedra a Urbino, sono un primario. Guarda come sto ridotto. Secondo i vecchi parametri sarei una figura di merda ambulante, un essere infrequentabile, un cafone impaccato di soldi, un tossico, un personaggio spregevole che si fa ricco sulle debolezze di quattro carampane, eppure non è così. Sono amato e rispettato. Vengo invitato pure alla festa della Repubblica al Quirinale e in ogni cazzo di trasmissione medica. […]”

    Invece io qualche lucciola, ogni tanto, la vedo ancora, e soprattutto vedo ancora quelle che Ammaniti chiama “figure di merda”: ne vedo a bizzeffe, ogni giorno, e le so riconoscere. Sono più vive e in salute che mai, anche se rischiano di diventare la normalità, se non l’hanno già fatto. Sarò obsoleta e controcorrente – confido nel fatto che molti di voi lo siano – ma penso che, ecco, bisognerebbe mantenersi vigili, lucidi e onesti, e ricominciare a vederle e denunciarle, ‘ste figure.
    E che forse uno scrittore potrebbe cominciare a sottrarvisi, tanto per dire.

    ha scritto il 

  • 2

    è stato un vero peccato conoscere ammaniti con questo romanzo. Se è vera la bravura di questo autore che i più decantano, in queste pagine se ne intravede giusto l'ombra. Forte nella fantasia e nella penna, la storia e i personaggi risultano molto insipidi nel voler dimostrare quasi ostentatament ...continua

    è stato un vero peccato conoscere ammaniti con questo romanzo. Se è vera la bravura di questo autore che i più decantano, in queste pagine se ne intravede giusto l'ombra. Forte nella fantasia e nella penna, la storia e i personaggi risultano molto insipidi nel voler dimostrare quasi ostentatamente le debolezze del nostro tempo. Caro niccolò ti daro di certo un'altra occasione ma non posso consigliare questa tua fatica.

    ha scritto il 

  • 4

    Forse le quattro stelle sono un po' generose. Le piazzo per certi passaggi particolarmente riusciti. Perché Ammaniti sa scrivere, non ci son cacchi, ma nella ricerca di un affresco così "globale" è proprio il totale che un po' si perde. L'impianto complessivo sta lì fragilmente, a sostenere le bu ...continua

    Forse le quattro stelle sono un po' generose. Le piazzo per certi passaggi particolarmente riusciti. Perché Ammaniti sa scrivere, non ci son cacchi, ma nella ricerca di un affresco così "globale" è proprio il totale che un po' si perde. L'impianto complessivo sta lì fragilmente, a sostenere le buone intuizioni che sono nel racconto di alcuni personaggi e situazioni, più che nella storia in sé. Come il protagonista Fabrizio Ciba, Ammaniti potrebbe forse scrivere il "grande romanzo dell'Italia contemporanea". Ma non è questo.

    ha scritto il 

  • 4

    La scrittura è fresca, giovanile e scorrevole. Ma questo era presumibile. Ce lo si aspetta da Ammaniti. Piuttosto, il vero punto di forza di questo libro è un'immagine satirica ma neanche troppo lontana della Roma bene che nell'apoteosi della spettacolarità dei suoi happenings mondani si sfacela ...continua

    La scrittura è fresca, giovanile e scorrevole. Ma questo era presumibile. Ce lo si aspetta da Ammaniti. Piuttosto, il vero punto di forza di questo libro è un'immagine satirica ma neanche troppo lontana della Roma bene che nell'apoteosi della spettacolarità dei suoi happenings mondani si sfacela nella sua superficialità più grezza.
    Questo romanzo è una "Grande bellezza" apocalittica, ambientata in una Villa Ada affascinante e impossibile.
    E l'intreccio dei personaggi - tutt'altro che banali - che vi ruota attorno fa sì che Ammaniti si meriti almeno quattro stelle. Altro che "Non ho paura"...

    ha scritto il 

  • 3

    Direi più due stelle e mezzo che tre, la scrittura è quella del solito buon Ammaniti ma alcune "trovate" sono un po estreme a mio avviso -- Attenzione Spoiler -- La trovata dei russi nelle catacombe è stata troppo una sparata secondo me. comunque in linea di massima piacevole e scorrevole come tu ...continua

    Direi più due stelle e mezzo che tre, la scrittura è quella del solito buon Ammaniti ma alcune "trovate" sono un po estreme a mio avviso -- Attenzione Spoiler -- La trovata dei russi nelle catacombe è stata troppo una sparata secondo me. comunque in linea di massima piacevole e scorrevole come tutti i suoi romanzi.

    ha scritto il 

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