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Chiamate telefoniche

Di

Editore: Sellerio (La memoria ; 493)

4.0
(334)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 262 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Francese

Isbn-10: 8838916519 | Isbn-13: 9788838916519 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Maria Nicola

Disponibile anche come: eBook

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Quattordici racconti di un autore cileno considerato tra i più originali e nuovi della letteratura ispanoamericana: vite immaginarie di scrittori a cavallo dell'Oceano e della storia, lunghi amori che contrassegnano in realtà inestricabili esistenze parallele e lontane, soggetti cinematografici stilizzati allo scopo di estrarne puri labirinti di rapporti, giochi manieristici, monologhi di anziane attrici porno che conobbero la grandezza in un loro partner, pseudointrecci polizieschi e storie di frontiera, racconti on the road cuciti dopo la fine dell'incanto. I critici della letteratura di lingua spagnola, che hanno accolto ognuno dei libri di Bolaño come un evento, rinvengono la traccia dell'insegnamento di Borges e di Carver in questi racconti. In ciascuno dei quali infatti, più che una storia fantastica, traspare un apocrifo, a riprova dell'ultima possibilità di realismo rimasta e al cui inizio è Borges: mescolare generi, citare occultamente e falsificare, prendere dalla letteratura alta o popolare e dal cinema, dai rotocalchi. Ma avendo per soggetto sempre delle persone cui «stanno succedendo delle cose, tutte piccole e bastarde». A questo, come suo indizio assolutamente personale, Bolaño aggiunge l'esperienza mostruosa delle dittature postmoderne di Pinochet e Videla. Esse segnano i suoi personaggi, a questi ogni volta si collegano direttamente o indirettamente, e assurgono a universalità come se fossero il segno mnemonico della presenza dell'ingiustizia sul volto della storia e sulla realtà dell'esistenza. Su cui senza fine interrogarsi e attorno al cui enigma incentrare, per orbite brevi o remote, ogni vicenda. Seducendo il lettore in un gioco di specchi che non perde di vista però «che vi sono giochi poetici e giochi criminali».
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  • 4

    Bulgakov, disse Pavlov

    Una notte d'inverno Pavlov mi telefonò a casa. Sembrava infuriato. Mi ordinò di andare immediatamente da lui. Io sapevo per sentito dire che certi suoi affari non andavano troppo bene. Provai a dire che l'ora e la temperatura non consigliavano di uscire, ma Miša si mostrò inflessibile: o sei qui ...continua

    Una notte d'inverno Pavlov mi telefonò a casa. Sembrava infuriato. Mi ordinò di andare immediatamente da lui. Io sapevo per sentito dire che certi suoi affari non andavano troppo bene. Provai a dire che l'ora e la temperatura non consigliavano di uscire, ma Miša si mostrò inflessibile: o sei qui entro mezz'ora, disse, o domani ti taglio le palle. Mi vestii più in fretta che potei e prima di uscire mi misi in tasca un coltellino che avevo comprato quando ero studente di medicina. Le strade di Mosca, alle quattro del mattino, non sono molto sicure, immagino tu lo sappia. Il viaggio fu come il seguito dell'incubo che si era interrotto quando Pavlov mi aveva svegliato con la sua telefonata. Le strade erano coperte di neve, il termomentro doveva segnare dieci o quindici gradi sotto zero e per un bel pezzo non vidi in giro nessun essere umano tranne me. Dapprima camminavo per dieci metri e trottavo per altri dieci metri per scaldarmi. In capo a un quarto d'ora il mio corpo si rassegnò ad avanzare passo passo incurvato dal freddo. Per due volte vidi passare delle auto della polizia e mi nascosi. Sempre per due volte, passarono due taxi che non vollero fermarsi. Incontrai solo ubriachi che mi ignorarono e ombre che al mio passaggio si nascondevano negli immensi portoni del viale Medveditsa. La casa dove Pavlov mi aveva dato appuntamento era sulla Nemétskaya; normalmente, a piedi, ci si mettevano dai trenta ai trentacinque minuti; in quella notte infernale ci misi quasi un'ora e quando arrivai avevo quattro dita del piede sinistro congelate. Pavlov mi aspettava accanto al camino, leggendo e bevendo cognac. Prima che io potessi dire niente mi stampò un pugno sul naso. Quasi non sentii il colpo ma mi lasciai cadere lo stesso. Non sporcarmi il tappeto, sentii che diceva. Subito dopo mi prese a calci nelle costole almeno cinque volte, ma dato che portava delle pantofole non mi fece molto male. Poi si sedette, prese il suo libro e il suo bicchiere e parve rappacificarsi. Io mi alzai, andai in bagno a lavarmi il sangue che mi colava dal naso e poi tornai in sala. Cosa stai leggendo? gli dissi. Bulgakov, disse Pavlov.

    ha scritto il 

  • 4

    Dimmi, ho detto io. Allora, ha detto Elvira, dalle mie osservazioni ho tratto una conclusione che potrebbe darti una mano. Ok, ho detto io, spara. O la elimini, o la fai brillare, ha detto Elvira. Ma cosa?, ho detto io. La merda di elefante, ha detto Elvira. E da quando in qua parli in metafora?, ...continua

    Dimmi, ho detto io. Allora, ha detto Elvira, dalle mie osservazioni ho tratto una conclusione che potrebbe darti una mano. Ok, ho detto io, spara. O la elimini, o la fai brillare, ha detto Elvira. Ma cosa?, ho detto io. La merda di elefante, ha detto Elvira. E da quando in qua parli in metafora?, ho detto io. Pensavo di farti un favore, ha detto lei, ho fatto male? No, ho detto io, credo di aver capito. Bene, perché hai solo questi due modi di trattare la merda di elefante, ha detto lei, tutti gli altri possono funzionare in una certa misura ma non possono soddisfarti. Molto più facile a dirsi che a farsi, ho detto io. Due pop corn per pensarci su?, ha detto lei. Sì ma perché no, ho detto io, mi faccio anche un tè. Va bene, ha detto Elvira, ma ricordati dove stai andando. Me lo ricordo me lo ricordo solo che ho un po' paura, ho detto io. Cosa vedi al momento?, ha detto lei. Sono in un magazzino, ho detto io, ci sono sei box su un lato chiusi da porte metalliche. In fondo vedo una porta di colore rosso e sulla sinistra su una parete è proiettato un grande schermo, lo osservo meglio ma non sembra esserci nulla. Forse dovevo venire con te, ha detto Elvira, la cosa si fa interessante. Interessante un cazzo, ho detto io, se devo essere sincero mi sto un po' cagando sotto. Descrivimi l'area, ha detto Elvira. E allora mi sono fermato a pensare e le ho detto, dimmi come e ci provo.
    Lei fa: estetica.
    Io dico: un luogo tetro e privo di colore.
    Lei fa: dinamica.
    Io dico: sembra una costruzione solida, immobile, credo possa essere solo abbattuta. Non posso sapere se ci sono altri piani e come comunicano tra loro. Nell'area dove mi trovo ora non c'è percepisco alcun movimento.
    Lei fa: topologica.
    Io rido e lei mi dice che sono un idiota, poi dico: te l'ho già detto, è una costruzione in cemento, sulla destra vedo box chiusi, una porta rossa nel fondo, uno schermo proiettato su un muro alla mia sinistra, non c'è altro. Io sono entrato dal lato sud della costruzione.
    Lei fa: geometrica.
    Io dico: simile a un cubo che contiene altri cubi.
    Lei fa: architettonica.
    Io dico: dietro la porta potrebbe esserci chissà cosa altro. Forse i sei box sono ascensori che comunicano con chissà quanti altri piani.
    Ci sono stati momenti di silenzio. Vuoi che metto una musica di sottofondo?, ha detto poi Elvira. No, ho detto io, devo ascoltare qui. Va bene, ha detto Elvira, e si è ammutolita.

    ha scritto il 

  • 2

    sono stato mal consigliato: mi è stato suggerito questo scrittore come simile a Marìas. A mio parere non c'entra nulla e comunque non si avvicina nemmeno lontanamente alla finezza dello spagnolo, pur essendo difficile comparare due scrittori dissimili.


    di certo il fatto che solo 3 racconti ...continua

    sono stato mal consigliato: mi è stato suggerito questo scrittore come simile a Marìas. A mio parere non c'entra nulla e comunque non si avvicina nemmeno lontanamente alla finezza dello spagnolo, pur essendo difficile comparare due scrittori dissimili.

    di certo il fatto che solo 3 racconti su 14 siano decenti non depone sicuramente a favore del cileno.

    ha scritto il 

  • 4

    Un autore tra inquietudine e black humour

    I racconti di Bolano? Si comincia la lettura con un pregiudizio sfavorevole, convinti che l’autore abbia un passo troppo lungo per adattarsi alla misura breve del racconto. Presto ci si ricrede.
    Tutta la prima parte ha un brio e un humour inaspettati. La dedica che a un certo punto compare ...continua

    I racconti di Bolano? Si comincia la lettura con un pregiudizio sfavorevole, convinti che l’autore abbia un passo troppo lungo per adattarsi alla misura breve del racconto. Presto ci si ricrede.
    Tutta la prima parte ha un brio e un humour inaspettati. La dedica che a un certo punto compare spiega tutto: la sua è una narrativa che si rifà esplicitamente a Enrique Vila Matas conferma l’intertestualità di questi testi con quelli del grande scrittore spagnolo. Tutti i personaggi di questa parte della raccolta di Bolano sono scrittori – mancati, falliti, nevrotici, ecc. – dunque non possiamo non pensare che siano per lo meno consanguinei dei suoi “Suicidi letterati”. Ma Vila Matas è dopo tutto scaturito da una costola di Borges.
    E malgrado tutto Bolano sembra un autore molto diverso dal re della metatestualità del XX secolo. Ed eccoci così ripiombare nella seconda parte della raccolta in un’atmosfera molto più alla Bolano: i due detective dell’omonimo racconto hanno a che fare con gli aguzzini di Pinochet, tutte le storie si concludono bruscamente senza una ragione valida in termini letterari (un po’ come accade nella vita reale), i personaggi femminili, fra l’altro protagonisti, sono forti, duri, inquietanti, un cazzotto nello stomaco. Insomma, può non piacere, ma Bolano ha una sua scrittura, un suo stile, un suo mondo.

    ha scritto il 

  • 4

    Bolaño, Roberto (1997). Chiamate telefoniche (trad. Barbara Bertoni). Milano: Adelphi. 2012. ISBN 9788845972867. Pagine 272. 14,00 €


    Al di là del prezzo allettante (la solita offerta-lampo a 1,99 €), ci sarebbe potuto essere più di un motivo per non farmi piacere questo libro: sono 14 racc ...continua

    Bolaño, Roberto (1997). Chiamate telefoniche (trad. Barbara Bertoni). Milano: Adelphi. 2012. ISBN 9788845972867. Pagine 272. 14,00 €

    Al di là del prezzo allettante (la solita offerta-lampo a 1,99 €), ci sarebbe potuto essere più di un motivo per non farmi piacere questo libro: sono 14 racconti (lunghi 20 pagine in media) e a me piace più il respiro lungo del romanzo di quello breve del racconto. E, soprattutto, 2666 mi era piaciuto ma non mi aveva entusiasmato.

    E invece, non soltanto questo Chiamate telefoniche mi è piaciuto, ma penso anche che mi abbia aiutato a capire e ad apprezzare meglio, retrospettivamente, lo stesso 2666.

    Forse è sbagliato, anche se umano, affrontare un autore da quello che viene ritenuto il suo opus magnum, perché in questo modo si perdono molti aspetti dinamici importanti: l’evoluzione dello stile, lo sviluppo dei temi, il dispiegarsi oppure il divenire essenziale del suo fraseggio. Il problema è che non sempre è possibile farlo: quando ci costringono a farlo a scuola per scrittori già conclamati come importanti sbuffiamo (a volte giustamente); quando scopriamo un autore per curiosità personale o per il consiglio d’un amico o per serendipità (magari perché attratti da una bella copertina o da un’edizione elegante) in genere non seguiamo un percorso cronologico o filologico; quando cominciamo a “seguire” un autore che ci piace, magari a partire dalle sue prime opere, succede piuttosto spesso che si perda per strada o cominci una parabola discendente (a questo punto, in genere, vince un premio letterario con un libro brutto, o comunque non con uno dei migliori: come è successo, secondo me, a Nesi, a Veronesi, a Maggiani).

    Chiamate telefoniche è collocato dall’editore Adelphi (ma il volume era già stato pubblicato nel 1997 da Sellerio, il primo editore italiano di Bolaño prima della morte e della consacrazione adelphiana) «agli esordi della [sua] carriera», ma a me è sembrato rivelatore del modo che Bolaño ha di costruire il suo materiale: i racconti sono spesso scopertamente autobiografici (l’autore si “nasconde” sotto il nome del suo alter ego Arturo Belano), ma l’autore/io narrante/Arturo Belano non è mai al centro della scena. È piuttosto il reporter che raccoglie una testimonianza, un racconto frammentario, una autobiografia incompleta, una raccolta di eventi apparentemente irrilevanti che sembrano lasciare in ombra quello che al lettore parrebbe importante o significativo. Un reporter che, se abbandona per un momento il suo ruolo di osservatore solo apparentemente impassibile, è per soffermarsi su punti che a noi appaiono tutt’altro che centrali. Anche quando entra nella vita delle persone di cui racconta la storia (non è raro che Arturo Belano ci faccia l’amore, episodicamente o per tanto tempo) lo percepiamo, se non come distaccato, come presente soltanto alla periferia del campo visivo. E infatti scrive, in uno dei racconti: «Insomma, non importa, tutti questi particolari dicono più di me che di lei.»

    Sono queste le qualità che mi hanno fatto apprezzare i racconti. Ma sono anche, e soprattutto, quelle che mi hanno fatto capire meglio, a posteriori, il modo “per accumulazione di frammenti” in cui è costruito lo stesso 2666.

    Se avete letto apprezzato 2666, oppure se lo avete letto ma vi ha lasciato perplessi, oppure se cercate un libro per avvicinarvi a Bolaño, vi consiglio di leggerlo.

    wikimedia.org/wikipedia/commons
    * * *

    Anche gli editor di Adelphi, che uno si figura ben pasciuti sulla base dell’immagine raffinata che dà di sé la casa editrice, a volte dormicchiano e si lasciano sfuggire delle camice che dovrebbero essere camicie (pos. 1310).

    * * *

    Qualche citazione (riferimento alle posizioni Kindle):

    […] soggetti all’influsso gravitazionale dei sette peccati capitali. [288]

    […] la vita non è solo banale ma anche inesplicabile. [445]

    Prima bisogna vuotare la bottiglia, disse, poi l’anima. [994]

    L’anima slava, forse, reggeva molto meglio l’alcol, ma questo era tutto. [1160]

    «[…] separando le acque fecali del passato, come direbbe il poeta». [1586]

    All’epoca io mi incontravo con anarchici e femministe radicali e leggevo libri più o meno in linea con le mie amicizie. Uno di questi era di una femminista italiana, Carla vattelapesca, il libro si intitolava Sputiamo su Hegel. [1758: Me la ricordo anch'io, Carla Lonzi, la leader di Rivolta femminile. Il titolo completo era: Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti]

    Insomma, non importa, tutti questi particolari dicono più di me che di lei. [1930]

    […] sotto il manto della notte come in una canzone di Nicola di Bari, sotto le ruote della notte […] [2112]

    […] dovetti estirparmi quell’idea o quella speranza dalla figa, come dicono le napoletane di Torre del Greco […] [2216]

    […] e allora capii che andava tutto bene, che potevo partire. Che tutto andava male, che potevo partire. Che tutto era motivo di dispiacere, che potevo partire. [2233]

    D’estate Paul soleva essere impotente, d’inverno soffriva di eiaculazione precoce, in autunno e in primavera il sesso non gli interessava. [2306]

    Bill disse che non ci capiva niente, ma che poteva contare sul suo appoggio. [2524]

    […] con una differenza che un pretenzioso definirebbe non solamente fisica ma metafisica […] [2634]

    Ma io preferisco tacere, diceva, non ha senso aggiungere a questo dolore altro dolore o aggiungere al dolore tre piccoli enigmi. Come se il dolore non fosse un enigma sufficiente o come se il dolore non fosse la risposta (enigmatica) a tutti gli enigmi. [2652]

    ha scritto il 

  • 0

    ...come se il dolore non fosse la risposta (enigmatica) a tutti gli enigmi.

    Devo ringraziare le offerte lampo degli ebook, che spesso permettono di portare a casa senza troppe remore dei veri gioielli.
    Ho approfittato di una di queste per conoscere questo Bolaño di cui avevo t ...continua

    ...come se il dolore non fosse la risposta (enigmatica) a tutti gli enigmi.

    Devo ringraziare le offerte lampo degli ebook, che spesso permettono di portare a casa senza troppe remore dei veri gioielli.
    Ho approfittato di una di queste per conoscere questo Bolaño di cui avevo tanto sentito parlare – e verso cui nutrivo un certo scetticismo, avendolo identificato come “autore di culto”, categoria che in genere non ritengo positiva.

    La praticità del libro di racconti, che permette una lettura più spezzettata ma non per questo meno profonda, mi ha permesso di dissipare qualsiasi dubbio.
    Bolaño è un grande scrittore, e ha una facilità incredibile nel disegnare i suoi personaggi.
    Anche dopo il racconto più breve, si può affermare con sicurezza di conoscere il protagonista, di conoscerlo bene, di averne compreso la storia, il modo di pensare e di agire.
    Che si tratti di uno scrittore paranoico (o forse schizofrenico), una pornostar, due poliziotti “di sinistra” nel Cile di Pinochet, Bolaño sa giocare con i suoi soggetti, spesso ci dialoga in prima persona con le incursioni nella storia di Arturo Belano, racconta di fallimenti e malattie, dolore e perdizione in modo naturale.

    Non ho una grande esperienza su Čechov per dire se l’epigrafe all’inizio della raccolta è segno di un’analogia tra i due autori.
    Ma ho comunque colto delle assonanze tra “Un’avventura letteraria” e la novella “La morte dell’impiegato” dello scrittore russo, grande magistrale esempio di costruzione di un personaggio e narrazione di una storia in poche pagine.
    (E credo, a questo punto, di essermi risposto da solo sull’affinità tra i due autori.)

    ...ogni volta che parlo con degli argentini finisco per impegolarmi nel tango e nel labirinto, succede a molti cileni.

    ha scritto il 

  • 4

    Leggere un libro di Bolano significa anche leggere una parte di tutti gli altri libri che ha scritto. Non sono solo i temi che ritornano - su tutti l'esilio (nel 1973, in seguito al golpe di Pinochet, Bolano viene imprigionato per diversi giorni e liberato solo per una fortunata circostanza: una ...continua

    Leggere un libro di Bolano significa anche leggere una parte di tutti gli altri libri che ha scritto. Non sono solo i temi che ritornano - su tutti l'esilio (nel 1973, in seguito al golpe di Pinochet, Bolano viene imprigionato per diversi giorni e liberato solo per una fortunata circostanza: una delle guardie era stato suo compagno di scuola; dal Cile, attraverso il Messico, arriverà poi in Spagna), esilio che diventa condizione esistenziale - ma anche i nomi, i luoghi. In questi quattordici racconti troviamo Amalfitano, i Detective e Belano, il deserto di Sonora e Barcellona, che si ripetono uguali e diversi da quelli di altri racconti o romanzi, ma se diversi lo sono di quella stessa diversità che popola i sogni - o gli incubi - che è fatta di varianti decisive, eppure non ci impedisce di riconoscerli, di essere certi della loro identità. Così, libro dopo libro, il mondo di Bolano si addensa facendosi sempre più vitale.
    Su quattordici, ben nove racconti sono intitolati con il nome del protagonista della storia, che così, fin dal principio, appare in qualche modo isolato dal resto del mondo. Non si tratta però di solitudini sterili; come sempre, Bolano usa i personaggi come specchi gli uni degli altri, non succede quasi mai che sia il personaggio del titolo a raccontarsi; spesso, quando la voce narrante è in prima persona, è quella di un altro personaggio che si è rapportato con i vari Sensini, Enrique Martin, il Verme, Anne Moore, e le loro storie diventano l'occasione per lasciare intravvedere al lettore la propria. In ogni caso si tratta di storie incomplete, il cui nucleo decisivo non viene mai svelato o, se appena accenato sfugge; storie dalla causa primaria incerta, scorrelate nei fatti, la cui concatenazione è offuscata, opaca, torbida. Resta la passione disperata con cui tutti affrontano la vita, quel poetico realismo viscerale (realismo, non verismo) fatto di sentimenti e ferite, ostinazione e destino. Ma sono tutti vivi. E'assente il pensiero, che non sa opporsi al caso, e la comprensione di ciò che accade, che cede il passo al modo unico e spesso incondivisibile con cui ciascuno affronta la propria vita.

    "Quando mi voltai per vederlo un'ultima volta non so perchè pensai che non sarebbe più stato lì, che lo spazio che Jack occupava vicino al piccolo portone di legno scassato sarebbe stato vuoto, e protrassi quel momento per paura, era la prima volta che avevo paura a Los Angeles, per lo meno era la prima volta che avevo paura durante quel soggiorno, in altri la paura e la noia non erano mancate, ma in quei giorni no, e mi fece rabbia provare paura e non volli girarmi finchè non ebbi aperto la portiera dell'Alfa Romeo e non fui pronta a entrare e a partire sparata, e quando alla fine aprii la portiera e mi voltai Jack era lì, sulla porta, che mi gurdava, e allora capii che andava tutto bene, che potevo partire. Che tutto andava male, che potevo partire. Che tutto era motivo di dispiacere, che potevo partire".

    ha scritto il 

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