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Cinque stagioni

Di

Editore: Einaudi

4.0
(283)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 389 | Formato: Paperback

Isbn-10: 880618976X | Isbn-13: 9788806189761 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Gaio Sciloni

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Al termine di una lunga malattia la moglie di Molcho muore, lasciando al marito un immenso vuoto, una vita da reinventare. Negli ultimi sette anni Molcho è vissuto come un perfetto infermiere. Ora sembra che tutti vogliano trovargli un'altra moglie. Ma Molcho è talmente attaccato al ricordo della moglie da tornare a Berlino, città natale di lei, due volte l'anno. E lì si sente accusare d'aver fatto morire la moglie proprio con le sue cure amorevoli e assidue. Attraverso cinque, intense stagioni, l'autore racconta lo spaesamento, le ansie, il senso di inadeguatezza del suo personaggio, ma anche la sua lenta rinascita.
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  • 5

    Cinque stelle ,l'autore è stato in grado di rappresentare la meschinità del protagonista ,oppresso dal ricordo della moglie l'ansia e di crearsi una nuova vita.

    ha scritto il 

  • 4

    "La vita stessa non è già una missione?"

    Questo terzo romanzo di Yehoshua inizia con un molteplice shock: innanzitutto la notizia della morte della moglie del protagonista, dichiarata, senza enfasi, senza compassione, al primo rigo del romanzo. Il vero shock è però l'improvvisa e inaspettata virata narrativa che spezza lo schema che ...continua

    Questo terzo romanzo di Yehoshua inizia con un molteplice shock: innanzitutto la notizia della morte della moglie del protagonista, dichiarata, senza enfasi, senza compassione, al primo rigo del romanzo. Il vero shock è però l'improvvisa e inaspettata virata narrativa che spezza lo schema che nei primi due romanzi di questa sua Trilogia d'amore e di guerra si era delineato. L'ampia, caleidoscopica narrazione famigliare, sorretta da una vena sperimentale che gioca con il fuoco multiplo e i gradi di focalizzazione, lascia il posto a un romanzo intimo, a una voce sola, che si richiude in se stesso dopo aver tracciato i confini della vita, i confini della famiglia e della terra di Israele, che in Yehoshua sono quasi la stessa cosa.
    Cinque sono le stagioni che scandiscono il lutto e i tentativi di rinascita di Molcho, che nella fase più calante della sua vita deve reinventare se stesso in seguito alla morte della moglie, mangiata dal cancro. La sensazione che ben presto travolge il lettore è di una feroce intimità, fatta di silenzi e spazi chiusi: eppure Cinque stagioni è tutto meno che un romanzo introspettivo. La verità è che siamo davanti a un romanzo capolavoro del realismo. Per quattrocento pagine conosciamo Molcho costantemente ed esclusivamente attraverso le sue azioni, gli infiniti istanti che scandiscono il quotidiano. Niente più fuoco multiplo, niente più introspezione, figurarsi il flusso di coscienza: Yehoshua riesce nell'impresa quasi impossibile di abbandonare il suo marchio di fabbrica, i suoi punti di forza, per abbracciare un realismo implacabile, da manuale, che non ammette la benché minima commistione o intromissione: lunghe descrizioni, elenchi di azioni, ritmi pacati, lenti, dialoghi quasi inesistenti, salvo qualche sequenza squisitamente dialogica qua e là. L'abilità magistrale di Yehoshua è tale da riuscire a dipingere comunque un vivido e tridimensionale ritratto del protagonista, a dare sostanza alla sua umanità e a quella dei personaggi secondari che Molcho sfiora nel corso delle cinque stagioni. Colpisce soprattutto la pacatezza della narrazione: il rigore del realismo non si accompagna né a crudezza né a una morbosa osservazione che spesso caratterizza questo tipo di narrazione; piuttosto, tutto il romanzo è pervaso di un forte senso di dolce compassione.
    Si rimodulano, così, i temi preferiti dell'autore, ai quali non rinuncia nemmeno in presenza di un cambiamento di rotta stilistico: se pare rafforzarsi l'analisi dell'ambiente familiare, non cede quello, più tipicamente israeliano, del confronto tra i popoli. Basti pensare all'immagine di Berlino, città ancora divisa da un muro al tempo della scrittura, che nei due viaggi di Molcho (in entrambi accompagnati da figure femminili) si pone come specchio della sua terra altrettanto divisa.
    Non mi resta, a questo punto, che spiegare la discrepanza tra i toni entusiasti di questa recensione - e confermo che Cinque stagioni è un capolavoro del realismo - e la votazione attribuita. Perché quattro stelle e non cinque? Semplice limite del mio gusto personale. Allo Yeoshua realista preferisco quello audace e sperimentale. Al romanzo monovoce preferisco il fuoco multiplo, e le infinite sfaccettature della vita che sa illuminare. Cinque stagioni è in fondo un romanzo lento, silenzioso, in cui accade ben poco: e quattrocento pagine sembrano già un traguardo difficile da raggiungere.

    ha scritto il 

  • 5

    Quando un uomo resta solo

    Forse il capolavoro di Yehoshua, una spanna sopra "L'Amante" e qualche cm anche sopra "Un divorzio tardivo". Qui non ci sono sperimentazioni sintattiche e linguistiche (che Yehoshua comunque maneggia sempre perfettamente), ma una storia semplice e difficile: un passaggio vitale di un uomo rimasto ...continua

    Forse il capolavoro di Yehoshua, una spanna sopra "L'Amante" e qualche cm anche sopra "Un divorzio tardivo". Qui non ci sono sperimentazioni sintattiche e linguistiche (che Yehoshua comunque maneggia sempre perfettamente), ma una storia semplice e difficile: un passaggio vitale di un uomo rimasto solo dopo sette anni di dedizione totale alla moglie malata. Lo smarrimento, la ricerca di una vita nuova, le pressioni famigliari sono rese in modo unico, attraverso quell'oscillazione tra realtà e sogno, tra mondo concreto e pensiero evanescente che è davvero la cifra unica, inimitabile e preziosissima di questo autore. Una lettura profonda, ma anche semplice, complessa e al tempo stesso dolce....

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Ne ho letti di libri incentrati su un lutto, ma questo è il primo, l’unico, che mi abbia dato l’idea che fosse veramente, veramente, veramente vero. Per sette anni un uomo si prende cura della moglie malata di cancro e fa di tutto per alleviarle i dolori, per tenerla a casa, tra le sue mura, nell ...continua

    Ne ho letti di libri incentrati su un lutto, ma questo è il primo, l’unico, che mi abbia dato l’idea che fosse veramente, veramente, veramente vero. Per sette anni un uomo si prende cura della moglie malata di cancro e fa di tutto per alleviarle i dolori, per tenerla a casa, tra le sue mura, nella sua camera, con i suoi affetti anche nel momento della morte. E si sente orgoglioso di esserci riuscito, di conoscere così bene ogni sintomo, ogni medicina e crede che gli altri lo ammirino per questo. Ma quando tutto finisce, quando portano via il letto della malata e torna al lavoro, si rende conto che della libertà che ha ora, non ha voglia di farsene niente, non gli serve, perché non ha più la donna che ama e del tempo che avanza non sa cosa fare. Tutti hanno qualcosa da dirgli, qualcosa da consigliare, deve trovarsi un’altra moglie, rifarsi una vita e lui entra in quella specie di tunnel che tutti noi abbiamo vissuto, in cui meccanicamente si fa ciò che gli altri dicono di fare: ti dicono di prenderti un gelato, tu lo fai non avendo la minima idea di che gusto abbia; ti dicono di lavorare di più, tu lo fai, senza renderti conto di ciò che stai facendo; ti dicono che quella è la donna giusta per te, tu ci vai facendo finta che ti piace. Fai scorrere una vita che vita non è. Molcho ci prova, viaggia, la donna che potrebbe andare bene (che lavora con lui) la incontra a Berlino, mai e poi mai potrebbe fare l’amore con lei nella casa che era di sua moglie, ci vuole distanza; ma quando ce l’ha vicino, nonostante sia giovane, non riesce a vedere la bellezza, la fierezza o la dolcezza che aveva prima, ne vede i difetti, le rughe, la ricrescita dei capelli bianchi, le caviglie. E, cosa peggiore, viene a sapere che gli altri (lei compresa) non lo guardano con compassione perché ha aiutato la moglie a vivere, ma perché pensano che l’abbia aiutata a morire. L’auto nuova, i figli che crescono, le stagioni che passano, il mare, la dieta dimagrante per essere più presentabile, le giovani mamme sulla spiaggia, l’opera, la musica, una donna russa da rimpatriare. Tutto scorre e il suo desiderio di vita si fa sentire perché deve farsi sentire. Ma per avere una donna accanto, bisogna innamorarsi. Per dare il giusto peso ai ricordi, bisogna innamorarsi. Per vivere, bisogna innamorarsi.
    Chi non ha vissuto direttamente o indirettamente questo tipo di esperienza, penso che sia invogliato a gettare nel fuoco il libro: non può credere che un uomo diventi così insulso, così fissato con le malattie, così ossessionato da andare a vedere le medicine che gli altri hanno nel bagno per sapere se hanno il cancro. Per chi l'ha vissuta, l’inizio è molto pesante e difficile, poi… lo si sente sulla pelle e ci si ritrova ad annuire ad ogni pensiero. Ci vogliono cinque stagioni per sentirsi un po’ più liberi e per capire che quella libertà è il ricordo più dolce che lega indissolubilmente a chi non c’è più. Si può tornare alla vita: lentamente però.
    390 pagine scritte un po’ troppo fitto. Fitto fitto.

    ha scritto il 

  • 4

    tarocchiamo

    Lo vedo nella libreria nell'ingresso e provo uno sconvolgimento, come se avessi trovato una banconota da 50 shekel. “Ma come? Ho in casa un libro del mio scrittore israeliano preferito e ancora non l'ho letto?”
    Così lo inizio subito, prima che svanisca, come capita ai sogni, la mattina, spe ...continua

    Lo vedo nella libreria nell'ingresso e provo uno sconvolgimento, come se avessi trovato una banconota da 50 shekel. “Ma come? Ho in casa un libro del mio scrittore israeliano preferito e ancora non l'ho letto?”
    Così lo inizio subito, prima che svanisca, come capita ai sogni, la mattina, specialmente se si è subito presi dalle tante faccende quotidiane.
    Dopo poche pagine, però, mi rendo conto che io, questo libro, devo averlo già cominciato. E se ciò è accaduto, il momento esatto è da farsi risalire a quando l'ho comprato.
    Capita, a volte, che io compri un libro dopo aver indugiato a lungo tra gli scaffali di una libreria, perché un acquisto mi dà il diritto di curiosare a lungo nei locali riscaldati del negozio, approfittando della cortesia e della simpatia del libraio. Appena arrivato a casa, o ancor prima, sull'autobus, è facile che io ne beva subito e avidamente qualche pagina, quasi alla ricerca di rassicurazioni sulla scelta, per essere certo di aver speso bene il mio denaro, perché anche se si parla di edizioni da pochi shekel, non vedo il motivo per sprecarne. Una volta confortato dalla solidità della scrittura, per assaporare ulteriormente il piacere della lettura, io quel libro lo metto da parte, in attesa di un momento nel quale possa dedicarvi tutta la mia attenzione, magari approfittando di una vacanza o di un momento di tempo libero. Insomma, faccio in modo che non vada sprecato.
    Forse, però, me lo hanno prestato questo libro e io mi sono dimenticato di restituirlo. Se fosse così, dovrò risalire al proprietario, quanto meno per scusarmi... Del resto, se il proprietario non lo ha rivendicato, sarà anch'egli responsabile in una certa misura del ritardo e sarà più disposto a perdonarmi. O, forse, si ricorda bene di avermi prestato questo libro, ma essendo passato troppo tempo, non osa più domandarmelo indietro. Del resto, come potrebbe approcciarmi? Domandandomi se per caso ho letto “Cinque stagioni” di Yehoshua e sperando, in tal modo, di stimolarmi a ricordare che proprio lui me lo prestò in quella data occasione? Io forse farei così, anzi, credo di essermi comportato proprio così in qualche occasione, e credo che sarebbe la strategia più utile per ottenere la restituzione del libro senza sembrare scortese.
    Se invece fossi io a prendere l'iniziativa della restituzione, sempre ammesso che il libro mi sia stato prestato e, cosa assai più difficile, ammesso che mi ricordi chi ne sia il proprietario, non mi esporrei, forse, ad una ben misera figura presentandomi adesso con il volume in mano, persino un po' ingiallito sui bordi? Non è forse meglio lasciare che il tempo lavi via gli ultimi brandelli di memoria di questa vicenda e lasci riposare il libro sul mio scaffale?
    Così, oggi, rileggo i primi capitoli, scoprendo che le pagine già lette sono molte più di quelle che immaginavo. Se controllo lo spessore di quanto appena letto, mi rendo conto che è un po' troppo perché la lettura precedente possa essere considerata un semplice assaggio. Perché ero andato così avanti per poi abbandonare la lettura? Il pensiero mi preoccupa un po' e mi provoca una certa pena, perché l'unico motivo che mi viene in mente è che il libro non mi fosse piaciuto e che lo avessi abbandonato. Vedo che ero andato molto avanti: ricordo tutta la parte della storia che si svolge a Berlino ovest nel corso del primo viaggio in Europa. Leggo e leggo, finché mi assale un nuovo dubbio: che io l'abbia letto già tutto? Continuo ad imbattermi in scene che mi sono già raffigurato; certi passaggi si riaccendono vividi di colori nella mia mente, come se li avessi letti ieri. Ritornano domande che mi ero già posto.
    Non mi ricordo affatto delle ultime venti o trenta pagine, ma mi rifiuto di pensare di aver abbandonato il libro così vicino al traguardo.
    Quindi: lo avevo già letto.
    E allora, cosa pensare?
    Se fosse un brutto libro, sarei più sereno e tollerante verso la mia memoria, invece si tratta di un romanzo importante, tessuto con un'intensità rara. Come sempre, Yehoshua ha il potere di mettere a fuoco i dettagli più imbarazzanti della personalità dei suoi personaggi. Qui, si parla di Molcho, un vedovo cinquantaduenne che ha assistito la moglie malata con cura da ragioniere, un omino che dimostra davvero poco spessore, che espone le sue meschinità in ogni pagina, facendo e rifacendo i conti su tutto, perdendo parte della vita in ragionamenti minuscoli. Ma, nonostante questo, nonostante una trama che c'è e non c'è, Yehoshua sa come farsi seguire fino in fondo, grazie a quel modo di tirar dentro il lettore che gli appartiene e che è inimitabile, ancorché, scrivendo questa recensione, io ci abbia provato, abbandonando le mie solite note per abbracciare il suo stile particolare e la sua scrittura pulita. E qui casco male, perché, rileggendo, mi rendo conto che il risultato è molto più vicino al gracchiare di un pappagallo che alla perizia di un falsario. Ma ormai, è cosa fatta.

    ha scritto il 

  • 4

    Un piccolo uomo senza qualità

    Dopo sette anni di interventi e chemioterapie, di sofferenze e cure, la moglie di Molcho si spegne. Sono le prime pagine di Cinque stagioni di Yehoshua. La notte si apre in quell’autunno, il wadi si incammina nel buio, le stelle sono fredde. Molcho chiama la suocera, i figli ed inizia il suo lutt ...continua

    Dopo sette anni di interventi e chemioterapie, di sofferenze e cure, la moglie di Molcho si spegne. Sono le prime pagine di Cinque stagioni di Yehoshua. La notte si apre in quell’autunno, il wadi si incammina nel buio, le stelle sono fredde. Molcho chiama la suocera, i figli ed inizia il suo lutto. Chi è Molcho, cosa si aspetta dalla sua vita? A questa domanda Yehoshua risponde con la sua consueta attenzione ai particolari, andando e ritornando più volte come un perfezionista che ritorni ossessivamente fino a raggiungere la perfetta definizione delle ombre, dei contrasti.
    Molcho è un piccolo uomo senza qualità. Un pingue funzionario di un ufficio statale. E’ attento al denaro, è meschino nelle sue piccole attenzioni alle spese, a vedere sempre i vantaggi che possono giungergli. Non è un lavoratore eccezionale, il Ministero gli ha concesso per tutti quegli anni un atteggiamento comprensivo ma non è che egli anche adesso si risparmi l’abituale pennichella pomeridiana. Invidia coloro che possono detrarre le spese, quelli che vengono mandati in missione spesati dal Governo. Si lamenta di quanto viene sprecato in cucina e di quello che può pensare la gente.
    Molcho è libero di stato, adesso. Dovrebbe pensare al suo futuro, coi figli che crescono. La moglie stessa gli ha detto di risposarsi… Ecco che Yehoshua lascia muoversi questo ometto dai capelli brizzolati e ricci, un uomo che, si arguisce dalla esaustiva penna del nostro Abraham, non ha mai avuto slanci in tutta la sua vita, pingue ed impacciato da ragazzo, opaco impiegato, marito sottomesso e vessato da una moglie che aveva sempre da rinfacciare qualcosa al mondo. Lui, sefardita, dai movimenti lenti e dagli occhi tristi, lei yecke, ebrea tedesca ancora arrabbiata con l’Europa. Molcho è di nuovo solo, libero ma solo. La sua unica ricchezza, in fondo, è la devota attenzione e cura con cui ha accudito fino alla fine quella moglie; fiero di averle consentito di morire in casa con solo lui ad aiutarla, infermiere, assistente, consolatore e medico. E’ in fondo quella la sua unica qualità, quella per cui crede tutti gli debbano meraviglia e gratitudine. Ma gli amici se ne vanno e la suocera lo osserva con un sopito sospetto, non forse comprendendo quanto le attenzioni che volge anche a lei siano un ancoraggio ad una vita ormeggio da cui esita a distaccarsi. Egli comincerà, quindi, ad interessarsi ad altre donne, di tutte vedrà i difetti e le potenziali possibilità, ma soprattutto quel osserverà quel suo stesso continuo ritrarsi e non uscire dalla sua condizione; quel suo strano illuminarsi soltanto quando qualcosa succede, un malore, un dolore, una sofferenza, dove ecco, lui, gran maestro del sollievo e della assistenza può trovare un briciolo di entusiasmo. A Berlino, in un grottesco week end di conoscenza con una collega, si perde in mille rivoli, appare come un eterno infermiere, prigioniero dell’assenza di un reale desiderio, chiuso in una nebbiosa speranza. La donna gli inocula velenosamente la domanda: “In un certo senso l’hai uccisa tu?”. E questa spina lo offende e lo perseguita, lui che tanto l’ha curata. Invece dell’opera che avrebbe dovuto aprire a lui e lei una notte d’amore, il Don Giovanni, egli è costretto da solo a vedere l’Orfeo ed Euridice di Gluck, dove la delusione ed il tradimento delle duplici aspettative “epicuree” si scontrano con il subdolo messaggio: Orfeo non saprà resistere al grande mistero dell’amore, quello del sacrificio, minuscolo, di non voltarsi. Quasi a dire che in fondo è la morte ad essere più affascinante; quasi a dire che nel momento della possibilità, si lascia morire ancora l’ultima possibilità (l’amore stesso, la moglie, le speranze).
    Opera particolarissima, sostenuta dalla formidabile abilità di Yehoshua, vale agli amanti di questo scrittore la sua lettura. Vale affiancarsi alle tante disavventure che gli toccheranno nelle cinque stagioni che dall’autunno della sua vita ad un altro autunno riportano. E questo uomo, misero e gretto ma non cattivo è anche un uomo semplice, animato da pensieri confusi, talora belli, ma che non è capace, come aquiloni grigi, di far volare.
    Dietro di lui Yehoshua disegna Israele, Haifa e Gerusalemme, tocca (di rado lo fa) tangenzialmente il mondo ortodosso, recluso ed incomprensibile; scivola in Galilea, ai confini abbandonati agli emigranti ed alla guerra. Tocca Berlino ancora divisa, quel muro che è insieme cicatrice meritata per le colpe tedesche, ma anche attrazione di un mondo altro, come Parigi, dove forse vi può essere una speranza diversa. In modo apparentemente modesto lo scrittore israeliano conduce attraverso il mistero della vita quotidiana, dei complessi rapporti umani, dell’impaccio di vivere; dell’intrico famigliare, delle parole non dette
    Ogni libro di Yehoshua è una avventura particolare: i suoi personaggi non sono mai semplici da comprendere, contengono sempre qualcosa di stridente, la complessità del vivere, una sorta di tarlo, un qualcosa di più o meno disturbante. Ma è il disegno ad essere sfida, una avventura tra le pieghe dell’individuo, anche il più misero. Un invito al lettore, all’uomo, a meditare sulla complessità di ciascuno di noi. A comprendere prima di giudicare.

    ha scritto il 

  • 4

    (ri)nascere

    È il tentativo di rinascita di un uomo dopo la lunga malattia della moglie.
    È, anche, la descrizione, minuziosa e sincera, empaticamente reale di cosa voglia dire essere vicini ad un malato di cancro. Per sette anni. Sono anni di sofferenze, di dubbi, e di paure e Abraham Yehoshua è rius ...continua

    È il tentativo di rinascita di un uomo dopo la lunga malattia della moglie.
    È, anche, la descrizione, minuziosa e sincera, empaticamente reale di cosa voglia dire essere vicini ad un malato di cancro. Per sette anni. Sono anni di sofferenze, di dubbi, e di paure e Abraham Yehoshua è riuscito a descriverci magistralmente anche l’ultimo respiro.
    in queste pagine c’è la delicatezza dell’accompagnare una persona verso un luogo che non si conosce, inesistente se non si crede, e rimanere saldi a terra senza barcollare. Mocho ci mostra tutto questo, tra boccette di medicinali, odori di malattia e stanchezza.
    Non è, come letto in alcune recensioni, un uomo meschino, ma un uomo che ha amato e che sofferto e che si ritrova improvvisamente (perché anche dopo sette anni è sempre un “all’improvviso” e non si è mai abbastanza preparati) senza la donna amata, senza quello che ne è rimasto, senza la vita che pian piano se ne andata da lei.
    Ricostruirsi una vita, forse anche un’identità che non sia subordinata a quella della malata, non è semplice. È come ricominciare a camminare. Ognuno (i figli, la suocera, i parenti-amici) ha la propria modalità di reazione.
    Attraversato da ipotesi di prendere una nuova compagna, sia pure offerta e rifiutata, ,la passione bruciante per l’Opera, e promesse mantenute di accadimento della suocera e di migranti conosciute attraverso lei.
    A niente valgono le pressioni per trovarsi una nuova moglie, fino a quando la perdita sarà davvero definitiva e l’irrigidimento del cuore che l’accompagna si scioglierà.

    ha scritto il 

  • 0

    Ho letto l’autunno e metà inverno e ho capito che non posso proprio farcela.
    Cento pagine su quasi quattrocento non bastano per un commento o per dare un giudizio su Yehoshua ma sono state sufficienti per farmi detestare Molcho.
    Il compiacersi di aver accudito la moglie durante la sua ...continua

    Ho letto l’autunno e metà inverno e ho capito che non posso proprio farcela.
    Cento pagine su quasi quattrocento non bastano per un commento o per dare un giudizio su Yehoshua ma sono state sufficienti per farmi detestare Molcho.
    Il compiacersi di aver accudito la moglie durante la sua lunga malattia e preoccuparsi che gli altri possano pensare solo bene di questa dedizione, l'ansia di rivendere le medicine avanzate dopo la sua morte, tutti i giri mentali a proposito dell’amicizia con una collega lo rendono proprio un uomo piccolo. E non ho voglia di leggere storie di uomini piccoli e meschini.
    Non ora almeno.

    ha scritto il 

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