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City

Di

Editore: BUR Biblioteca Universale Rizzoli (La Scala)

3.5
(5293)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 322 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Chi tradizionale , Tedesco , Catalano , Francese , Finlandese , Portoghese

Isbn-10: 881786563X | Isbn-13: 9788817865630 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Fiction & Literature , Humor , Philosophy

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Descrizione del libro
"Questo libro è costruito come una città, come l'idea di una città. Mi piaceva che il titolo lo dicesse. Adesso lo dice. Le storie sono quartieri, i personaggi sono strade. Il resto è tempo che passa, voglia di vagabondare e bisogno di guardare. Ci ho viaggiato per tre anni, in "City". Il lettore, se vorrà, potrà rifare la mia strada. È il bello, e il difficile, di tutti i libri: si può viaggiare nel viaggio di un altro? Quanto ai personaggi - alle strade - c'è un po' di tutto. Ci sono uno che è un gigante, uno che è muto, un barbiere che il giovedì taglia i capelli gratis, un generale dell'esercito, molti professori, gente che gioca a pallone, un bambino nero che tira a canestro e ci becca sempre. Gente così." (Alessandro Baricco)
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  • 4

    Niente da fare, Baricco riesce sempre a tenermi incollata alle pagine con il suo stile narrativo.Le prime pagine mi avevano quasi convinta di aver finalmente trovato un suo romanzo che non mi piacesse ...continua

    Niente da fare, Baricco riesce sempre a tenermi incollata alle pagine con il suo stile narrativo.Le prime pagine mi avevano quasi convinta di aver finalmente trovato un suo romanzo che non mi piacesse ma poi... le storie, le ambientazioni, l'umanità più viva e vibrante che mai...
    È stata una piacevole sorpresa trovare Mondrian Kilroy che avevo amato in Lezione 21, ma anche altri personaggi mi hanno colpita, come lo sceriffo Wister e il Maestro Mondini, uomini che a modo loro iniziano un percorso per poi, alla fine, cambiare meta.

    ha scritto il 

  • 4

    Il mio scrittore italiano preferito in assoluto. Non so come ma riesce sempre a coinvolgermi nella storia in una maniera impressionante.
    City parla di un giovane genio. Ma parla anche di un western, i ...continua

    Il mio scrittore italiano preferito in assoluto. Non so come ma riesce sempre a coinvolgermi nella storia in una maniera impressionante.
    City parla di un giovane genio. Ma parla anche di un western, incontri di boxe ed eroi dei fumetti. Alcune volte sembra che l'insieme non abbia alcun senso, poi però si ritrova il filo e il tutto si mescola insieme creando questo bel romanzo.
    Consigliato ovviamente.

    ha scritto il 

  • 2

    Non c'è da stupirsi se sulla quarta di copertina non compare il solito breve riassunto della trama del romanzo: la verità è che una vera e propria trama questo libro non ce l'ha.
    Il protagonista è Gou ...continua

    Non c'è da stupirsi se sulla quarta di copertina non compare il solito breve riassunto della trama del romanzo: la verità è che una vera e propria trama questo libro non ce l'ha.
    Il protagonista è Gould, un ragazzino prodigio che si è laureato in fisica a soli undici anni, un genio dall'infanzia rubata: un padre generale dell'esercito e una madre ricoverata in un ospedale psichiatrico l'hanno costretto a nascere già adulto. Per questo, nonostante il suo strabiliante quoziente intellettivo gli permetta di capire ogni singola percentuale della vita dell'universo, non riesce a capire la sua, di vita, guardando gli eventi con gli occhi di un vecchio cui ormai è stata rapita la spensieratezza. Gould è un genio, e come ogni genio che si rispetti, ha comportamenti anomali e stravaganti: non ha amici, fatta eccezione per due bizzarri personaggi, un gigante e un muto pelato, Diesel e Poomerang; in bagno Gould, nonostante i suoi tredici anni suonati, non si trastulla con le sue parti intime, ma immagina una storia di boxe, la storia di Larry Lawyer Gorman, il suo alter ego che, come Gould, soffre e lotta e solo alla fine capisce il vero senso dell'esistenza, proprio quando si trova sul ring che lo porterebbe a vincere il titolo mondiale. Ha un'amica, Gould, una donna con il doppio dei suoi anni che diventerà la sua governante, Shatzy Shell, "niente a che vedere con quello della benzina", una ragazza sensibile che dai calci che le dà la vita riesce a cogliere la poesia e a trarre ispirazione per il suo grande romanzo western. I due si incontreranno in modo stravagante e saranno legati da un'amicizia tale che porterà ciascuno ad apprendere sagge lezioni sulla filosofia della vita dall'altro: il tutto sullo sfondo di una città mai nominata eppure reale, la City.
    I difetti di questo libro riguardano gli aspetti primordiali di un romanzo: l'invenzione della trama e la stesura della trama. L'autore cerca di condensare in 320 pagine tematiche filosofiche che manco Kant nella Critica della ragion pura è riuscito a fare, senza però riuscire a uscire da stereotipi triti e ritriti. Gould e Shatzy sono due personaggi che nessuno psicologo esiterebbe a definire borderline ma nel romanzo no, assolutamente, non sono borderline, sono "speciali", specialissimi, di quell'umanità purissima che oggi ognuno di noi ha perduto. Sono personaggi così "speciali" che quasi mi aspettavo che uscissero fuori da qualche parte saggissimi folletti e fatine o che ne so, un Grillo Parlante o uno Specchio Magico, pronti a rimarcare la totale particolarità di Shatzy e Gould, specialissimi, brillantissimi, umanissimi e sensibilissimi.
    L'altro difetto è costituito proprio dai concetti filosofici espressi, perchè Baricco ha cercato, con il suo linguaggio alternativo e moderno - anzi, specialissimo - di fare filosofia con concetti che basterebbe ascoltare una mezza canzone di Ligabue per conoscerli. E soprattutto, se vogliamo affrontare tematiche filosofiche facciamolo nel modo tradizionale, non saltiamo di palo in frasca: perchè Baricco inizia parlando della bellezza dell'universo per poi passare al concetto grammaticale di virgola, passando per le particolarità comportamentali dei mandrilli che gli ricordano i legionari romani di Giulio Cesare i cui archi e frecce ricordano a loro volta una virgola nella cui curva si scopre il segreto dell'universo. Capisco che questa cosa si chiama "flusso di coscienza", ma o lo fai come James Joyce o sei ridicolo. L'altro difetto sono i dialoghi: lunghissimi. Così lunghi che dopo un po' ci si dimentica chi sta parlando, si perde il filo, e allora si torna indietro di trattino in trattino per capire chi parla. Mettiamolo un "disse Shatzy, disse Gould", ogni tanto. Ma proprio ogni tanto eh.
    I pregi. I pregi sono: il capitolo 13 - sì, santo cielo, lì siamo riusciti a farla una buona riflessione sull'universo - e i pezzi western. So che è un'eresia: i pezzi western sono inestricabilmente connessi con il personaggio di Shatzy, tanto che l'uno non potrebbe esistere senza l'altro. Ma dopo aver letto pagine e pagine di riflessioni pompose sul senso di vita, si anela ai capitoli western come all'ossigeno sulla vetta del K2. Anzi, se non ci fossero i pezzi western probabilmente si anelerebbe all'ultima pagina del romanzo come all'ossigeno sulla vetta del K2.

    ha scritto il 

  • 3

    la forma non è il contenuto

    Una forma sufficiente a trattenere il lettore, a dare di per sè piacere nella lettura, a trattenere nella memoria l'esperienza della lettura.
    se ci fosse stato anche un contenuto!

    ha scritto il 

  • 3

    Non mi dilungo troppo. Storia interessante ma raccontata nella maniera più confusionaria che io abbia mai visto. Mentre racconta le vicende di un protagonista improvvisamente si sposta nei meandri del ...continua

    Non mi dilungo troppo. Storia interessante ma raccontata nella maniera più confusionaria che io abbia mai visto. Mentre racconta le vicende di un protagonista improvvisamente si sposta nei meandri della mente di un altro facendomi perdere più volte il filo logico. Sono straconvinto che se al posto di Baricco come autore c'era un nome anonimo nessuno se lo sarebbe filato questo libro, anzi sarebbe stato surclassato dalla critica, ma, Baricco fa tendenza quindi è un genio a prescindere per molti. Apprezzai moltissimo Seta, ma questo mi ha solamente frustrato.

    ha scritto il 

  • 3

    City...o labirinto senza vie d'uscita?

    Ci sono stati dei momenti in cui ho pensato "che belle queste parole!", il problema è che erano disseminati in un mare di "ma cosa fuma Baricco???". Peccato, alcuni spunti erano interessanti ma person ...continua

    Ci sono stati dei momenti in cui ho pensato "che belle queste parole!", il problema è che erano disseminati in un mare di "ma cosa fuma Baricco???". Peccato, alcuni spunti erano interessanti ma personalmente avrei preferito vederli sviluppati in romanzi diversi; come il western, ad esempio, da cui si poteva ricavare una storia godibile, invece mischiando tutto insieme secondo me il risultato non è stato dei migliori, come una macedonia mal assortita...più che una city, un labirinto!

    ha scritto il 

  • 5

    Come fai a dimenticarti di tutti i personaggi presenti in questo romanzo? Impossibile.
    Ti restano dentro e li senti vivere non solo pagina dopo pagina, ma anche dopo, quando hai terminato il libro.
    D ...continua

    Come fai a dimenticarti di tutti i personaggi presenti in questo romanzo? Impossibile.
    Ti restano dentro e li senti vivere non solo pagina dopo pagina, ma anche dopo, quando hai terminato il libro.
    Da dove partiamo ? partiamo da Gould, che è il protagonista e attorno al quale ruotano gli altri.
    Tecnicamente parlando, Gould era un genio.
    A undici anni si era laureato in fisica teorica: la gente credeva che le difficoltà di un bambino prodigio nascessero dalle pressioni di quelli che gli stanno attorno, dalle attese bestiali che gli mettono addosso. Erano storie. Il vero problema lui ce l'aveva dentro: era il talento. Il talento oggettivamente è distruttivo, quello che accade attorno non conta.
    Gould viveva in un college.
    Ci era finito subito dopo quella storia orrenda della madre. Era una bella signora bionda, la madre, simpatica. Ma non stava bene. Un giorno il marito la prese e la portò in clinica, una clinica psichiatrica. Disse che non si poteva fare altrimenti: sua madre era impazzita. Gould non l'aveva mai più vista. Suo padre non voleva che lui la vedesse così.
    Solo qualche volta diceva che la mamma stava bene, ma non aggiungeva altro.
    Il padre di Gould era un generale dell'esercito, o forse non precisamente e viveva lontano dal figlio.
    Gould era un mondo, il padre e la madre un altro. Il padre pensava che aveva il diritto di vivere nel suo mondo, giusto o sbagliato che fosse. Ma si era sempre preoccupato che a Gould non mancasse niente e che potesse crescere studiando, perché quella era la sua strada. E gli era sempre sembrato che la cosa bene o male funzionasse. Ma forse si era sbagliato.
    Gould aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse ad essere piccolo.
    Non credeva che si potesse essere piccoli nella vita reale senza che qualcuno ne approfittasse e ti uccidesse. Pensava che era una fortuna essere un genio perché era un modo di salvarsi la vita.
    Un modo di non sembrare un bambino,anche se forse il suo sogno era essere un bambino.
    Una volta diventato, avrebbe potuto finalmente essere piccolo, per tutta la vita.
    Ma avrebbe provato comunque dolore: quando si è giovani il dolore colpisce come uno sparo, è come un'esplosione,sembra senza rimedio e senza aspettarselo.
    Il dolore da giovani sorprende ed è lo stupore che inganna.
    Quando si invecchia, non esiste più lo stupore, lo si avverte, si, ma è solo stanchezza che si aggiunge a stanchezza, non esplode più niente.
    A un certo punto finisce.
    Gould aveva una governante, si chiamava Shatzy Shell, ma non era quella della benzina e voleva fare un western.
    Da quando aveva sei anni, Shatzy Shell lavorava a questo progetto.
    Era l'unica cosa che le stesse veramente a cuore nella vita. Ci pensava in continuazione. Quando le venivano delle buone idee, accendeva il suo registratore portatile e le registrava.
    Se ne andò in un modo brutto.
    Ognuno dovrebbe poter scegliere su che musica ballare la propria fine. Dovrebbe essere un diritto, o almeno un privilegio dei grandi ballerini
    Dietro alla casa di Gould c'era un campo da pallone. Ci giocavano solo ragazzini, i grandi stavano in panchina.
    Gould, Diesel e Poomerang, suoi amici immaginari, stavano ore a guardare dalla finestra della camera da letto.
    Gould prendeva appunti.
    C'era anche il prof. Taltomar che non si muoveva mai, continuava a guardare verso il campo, perché diceva che o guardavi o giocavi.
    E poi c'era il prof Mondrian Kilroy con la sua teoria sulle ninfee di Monet: per anni aveva cercato di guardare quelle ninfee, mai riuscendo a vedere altro che ninfee, piuttosto kitsch e deplorevoli.
    Invece un pomeriggio del 1983 vide una donna entrare nella sala dove erano esposte le ninfee e improvvisamente capì con assoluta chiarezza che ciò che lei stava vedendo, era lo sguardo che quelle ninfee raccontavano, lo sguardo che da sempre le aveva viste, lei era l'angolazione esatta, il punto di vista preciso, l'occhio impossibile.
    Lo erano le sue scarpe tozze, nere, lo erano il suo male, la sua pazienza, l'orrore delle sue mosse, le stampelle di legno, lo scialle malattia, il rantolo di gambe e braccia, la pena, la forza, e quell'irripetibile traiettoria sbavata nello spazio perduta per sempre quando alla fine arrivò, si fermò, e sorrise.
    Da quel momento, Mondrian Kilroy inclinò ad una certa malinconia.
    Quella malinconia che aveva anche il professor Bandini. Lui diceva che gli uomini hanno case che in realtà sono verande.
    Tutta la condizione umana è riassunta in quell'immagine: gli uomini stanno sulla veranda della propria vita, (esuli da se stessi) poiché questo è l'unico modo possibile, per loro, di difendere la propria vita dal mondo, giacché se solo si azzardassero a rientrare in casa (e ad essere se stessi) immediatamente quella casa regredirebbe a fragile rifugio nel mare del nulla, destinata ad essere spazzata via dall'ondata dell'aperto, e il rifugio si tramuterebbe in trappola mortale, ragione per cui la gente si affretta a riuscire sulla veranda (e dunque da se stessa), riprendendo posizione là dove solo le è dato di arrestare l'invasione del mondo, salvando quanto meno l'idea di una propria casa, pur nella rassegnazione di sapere, quella casa, inabitabile.
    C'era qualcosa di infinitamente dignitoso in quell'indugiare eterno davanti alla soglia di casa, un passo prima di se stessi.
    E non era escluso che proprio questa sua identità debole concorresse al suo fascino, essendo incline, l'uomo, ad amare i luoghi che sembrano incarnare la propria precarietà, il proprio essere creatura allo scoperto, e di confine.
    Proprio come di Larry.
    Larry voleva fare la boxe, lui era diverso,
    non era mai salito sul ring e non aveva mai dato un pugno a qualcuno in vita sua.
    Quello della boxe era un mondo strano, c'era dentro di tutto, da quello che si divertiva a prendere a pugni il sacco a quelli che si guadagnavano da vivere, sul ring, cercando di non lasciarci la pelle. C'erano pugili puliti e pugili che giocavano sporco ed in questo caso la boxe diventava una menzogna: gli occhi che vedono i bagliori sono terminali irripetibili di mondo. Sono combinazioni di cose accadute, oggettive costellazioni di eventualità confluite in un solo attimo nello stesso luogo. Non c'è niente di soggettivo. Ogni bagliore è un accadimento di oggettività. È l'autentico che sfregia il reale.
    Come i pensieri quando pensano nella forma dell'interrogazione.
    Quando hanno ricomposto la domanda si fermano. La pronuncia della risposta è come una specie di respiro. Pronunciarla è perderla. Scivola via ed è già cocci rimbalzanti della prossima domanda.
    Anche così possono nascere le idee, affermava lo studioso inglese dell'Università di Gould.
    Le idee sono come galassie di piccole intuizioni,sono apparizioni provvisorie di infinito. Le idee chiare e distinte sono un'invenzione di Cartesio, sono una truffa, non esistono idee chiare, le idee sono oscure per definizione.
    Gli uomini, con una velocità impressionante, pensano solamente a rendere più compatta e forte possibile un'idea, perché ne esca viva da ogni aggressione. Più vi riescono meno si accorgono che quello che realmente stanno facendo in quel momento, è perdere contatto a poco a poco, dall'origine della loro idea.
    Diventa così un detrito di idea, un oggetto artificiale privo di un reale rapporto con la loro origine.
    E giunto a questo punto, l'uomo non si chiederà più se la sua idea ha ancora qualcosa a che vedere con la verità, con la sua origine.
    Lui ora esiste in quell'idea e salva innanzitutto se stesso, con l'alibi accessorio di salvare gli altri, rapinando al suo destino quella necessaria dose di riconoscimento e ammirazione e desiderio che lo rende vivo.
    L'uomo sopravvive con le idee perché non sa usare altro: l'idea diviene un' arma e la sua disonestà è una logica deduzione da un bisogno primario e dunque necessario.
    Ma forse in un' un'altra vita, saremo onesti. Saremo capaci di tacere.

    ha scritto il 

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