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Colpo di luna

Di

Editore: Adelphi (Biblioteca Adelphi 457)

3.7
(301)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 166 | Formato: Paperback

Isbn-10: 884591867X | Isbn-13: 9788845918674 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Marina Di Leo

Disponibile anche come: Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature , Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
Joseph Timar ha lasciato La Rochelle pieno di entusiasmo e spavalderia equando ha fatto il suo ingresso al Central, l'unico albergo di Libreville,mentre il boy gli serviva un whisky nel caffè dalle pareti adorne di maschereafricane, si è sentito un vero colono. Poi c'è stata la prima notte, piena difruscii, di rumori indefinibili, tutto un brulicare di animali sconosciuti. Alrisveglio l'ha vista sulla porta, che esaminava il suo corpo di adolescentecon uno sguardo carico di una sensualità intenerita, quasi materna. Da quellamattina è diventato l'amante di Adèle, la proprietaria del Central.
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  • 3

    e mezzo

    Non leggo Simenon con assidua frequenza ma ogni volta che mi capita scopro qualcosa di nuovo. L'elemento diversivo mi affascina sempre e, in Colpo di luna, credo sia l'ingrediente saliente. Non c'è il solito background occidentale, bensì l'Africa nera, afosa, inquietante e sensuale. Uomini bianch ...continua

    Non leggo Simenon con assidua frequenza ma ogni volta che mi capita scopro qualcosa di nuovo. L'elemento diversivo mi affascina sempre e, in Colpo di luna, credo sia l'ingrediente saliente. Non c'è il solito background occidentale, bensì l'Africa nera, afosa, inquietante e sensuale. Uomini bianchi e aborigeni seminudi si confrontano in un gioco di intrighi e di tenebre, spezzando l'equilibrio psicofisico di Timar, il giovane uomo bianco protagonista di questo viaggio, che si sposta dalla Francia per affari e che invece si ritrova in mezzo a un inferno ingestibile.

    ha scritto il 

  • 2

    Timar va in Africa per affari, con la raccomandazione di uno zio, e si ritrova in un caldissimo e afosissimo villaggio, dove non riesce a portare a compimento ciò per cui era partito, ma si imbatte in Adele, che assieme al marito tiene una sorta di locanda dove gravitano i bianchi dei dintorni. ...continua

    Timar va in Africa per affari, con la raccomandazione di uno zio, e si ritrova in un caldissimo e afosissimo villaggio, dove non riesce a portare a compimento ciò per cui era partito, ma si imbatte in Adele, che assieme al marito tiene una sorta di locanda dove gravitano i bianchi dei dintorni.

    Adele è una donna di facilissimi costumi, morbida e sensuale ed al contempo ritrosa ed energica.

    Tra i due c’è una storia che avrà una serie di sviluppi, ma a questo punto direi del tutto trascurabili; certamente la trama non è il pezzo forte del romanzo, per cui, ne sconsiglio la lettura a tutti coloro che non stanno (come me) raschiando il fondo del barile perché hanno letto già molto di tutto il leggibile di Simenon.

    Quel che resta di queste pagine è l’incontro con Adele, un personaggio misterioso, enigmatico come quasi sempre sono le donne che l’autore mette in scena, donne licenziose, traditrici, ma pur sempre astute ed intriganti.

    Ciò detto, non ne vale la pena, no davvero.

    ha scritto il 

  • 4

    grande simenon

    Come sempre, bellissimo romanzo. Atmosfera coloniale/hard boiled, un pò insolita per Simenon, ma ci naviga bene assai. Sangue e sudore, anime torbide e spiriti tormentati. Grande.

    ha scritto il 

  • 4

    La sensualità di Simenon mi soggioga sempre. Ma appena dietro questa c'è sempre un'altro tema che mi turba molto, è quello dell'alienazione del personaggio descritto rispetto al contesto sociale in cui opera e verso il quale ad un certo punto entra in aperto conflitto e quindi in rottura. E' un'i ...continua

    La sensualità di Simenon mi soggioga sempre. Ma appena dietro questa c'è sempre un'altro tema che mi turba molto, è quello dell'alienazione del personaggio descritto rispetto al contesto sociale in cui opera e verso il quale ad un certo punto entra in aperto conflitto e quindi in rottura. E' un'idea di ribellione che mi piace perchè al pari della sensualità mi suggerisce un'idea di libertà. Certo nella maggior parte dei casi finisce male ma è molto affascinante.

    ha scritto il 

  • 0

    Spesso nei romanzi di Simenon si percepisce una tensione impalpabile che neanche i personaggi riescono a capire bene, fatto che aumenta ancor di più l’ansia di trovare punti solidi di riferimento per orientarsi, ma non ci riusciamo. Simenon invece ci riesce, tanto che ricrea quell’inquietudine al ...continua

    Spesso nei romanzi di Simenon si percepisce una tensione impalpabile che neanche i personaggi riescono a capire bene, fatto che aumenta ancor di più l’ansia di trovare punti solidi di riferimento per orientarsi, ma non ci riusciamo. Simenon invece ci riesce, tanto che ricrea quell’inquietudine alla perfezione e ci fa entrare nelle teste dei personaggi per viverla. Ci lascia lì a vedere il crollo di una realtà da sempre immaginata, facendo cadere il protagonista in un mondo nuovo dove è estraneo, incapace, patetico nella sua infantile sfida agli eventi che scorrono, ai personaggi che ce lo trascinano, il cervello esaltato e febbricitante per il caldo, l’acool, l’ansia di una donna che stia con lui, in un clima torrido di tensione crescente. Alla fine scatta qualcosa, la storia arriva al suo punto di conclusione, lui al suo punto di rottura, si spezza definitivamente, dell’immagine chiara della sua mente restano solo frammenti caotici di delirio.

    ha scritto il 

  • 5

    Un più insolito ed esotico Colpo di luna, romanzo di George Simenon, scritto nel 1932.

    In una stagione che sembrerebbe propizia ai colpi di sole, o magari ai colpi di fulmine, Adelphi ha mandato in libreria un più insolito ed esotico Colpo di luna, romanzo di George Simenon, scritto nel 1932. Esotico perché la vicenda è ambientata in Gabon, tra mosche, afa, strani animali, febbri o ...continua

    In una stagione che sembrerebbe propizia ai colpi di sole, o magari ai colpi di fulmine, Adelphi ha mandato in libreria un più insolito ed esotico Colpo di luna, romanzo di George Simenon, scritto nel 1932. Esotico perché la vicenda è ambientata in Gabon, tra mosche, afa, strani animali, febbri oscure e letali, odori e suoni sconosciuti, in mezzo a cui si aggira un giovanotto di ventitré anni, Joseph Timar, arrivato dalla Francia con due bauli e un ben più pesante bagaglio di aspettative. Le colonie, con le loro promesse di ricchezza e di avventura, con il loro fascino pittoresco radicato nell’immaginario degli europei, parrebbero la meta ideale per un ragazzo irruente e curioso, di buona famiglia, anche se provvisto più di educazione che di denaro. Ma, vista da vicino, l’Africa è ben diversa da come appare nelle oleografiche cartoline in vendita sui lungosenna, e il baldanzoso aspirante colono dovrà presto ridisegnare la mappa delle sue certezze esistenziali e culturali. A rendergli tutto ancora più difficile, una relazione con la proprietaria dell’albergo in cui alloggia: Adèle, parigina trentacinquenne, dalle forme opulente e lo sguardo indecifrabile, materna e sensuale al tempo stesso, forse colpevole di assassinio. Oltre ai travagli di una storia d’amore – complicata dalla differenza d’età e di formazione – e all’intrigo legato all’omicidio, Colpo di luna racconta lo scacco emotivo e culturale del giovane Timar e, indirettamente, della politica coloniale. Simenon ironizza sull’entusiasmo collettivo nei confronti di un esotismo di maniera, addita pregiudizi e angherie, violenze e bassezze, lasciando comunque irrisolta nel protagonista – come forse in se stesso, reduce da un soggiorno di due mesi in Africa – la questione del rapporto con «l’altro». Destinato a rimanere un intruso nella composita cerchia dei bianchi colonizzatori, troppo cinici e privi di scrupoli per un’indole sensibile come la sua, Timar è infatti altrettanto incapace di instaurare una qualsiasi relazione con gli indigeni. E qui è il caso di accennare al primo problema che mi sono posta quando ho cominciato a tradurre questo romanzo: ho appena scritto la parola «indigeni», per un riflesso culturale che me l’ha fatta preferire a «neri», esclusa a priori l’ipotesi di «negri». Simenon, invece, adopera tutti e tre i termini come semplici sinonimi, sia nei dialoghi, sia nella narrazione. Posto che negli anni Trenta la questione di esprimersi in modo politicamente corretto era meno rilevante di adesso e che certi vocaboli oggi risultano molto più urtanti e offensivi di allora, è anche vero che già nel 1927 André Gide nel suo Voyage au Congo aveva badato a non utilizzare indifferentemente questa triade di parole, ricorrendo a «nègre» solo quando citava le frasi dei suoi interlocutori. È lecito allora a un traduttore intervenire su simili scelte lessicali, aggiornando la lingua per tener conto di una mutata sensibilità? Alla fine mi sono detta di no, perché avrebbe significato proporre ai lettori italiani un testo anacronisticamente e ipocritamente addomesticato. Del resto, la vicenda di Colpo di luna è tutta giocata sulle varie declinazioni del razzismo, da quello plateale dei commercianti di legname, che si divertono a organizzare notti di bagordi con le donne del luogo e a umiliarle in vario modo, incuranti dei mariti costretti a eclissarsi per lasciar campo libero ai coloni in vena di sfizi, a quello impassibile di Adèle, che si rivolge a un boy chiamandolo «bestione», ma senza alzare la voce, senza scomporsi, solo perché questo è «il suo modo normale di parlare con i negri». E il peggio deve ancora venire: dinanzi all’ipotesi che Adèle venga condannata a dieci anni di prigione per assassinio, l’intera comunità bianca, seppur divisa al suo interno, riterrà ovvi, ineccepibili e perfino ammirevoli i tentativi della donna di far ricadere la responsabilità del delitto su un indigeno. Unica voce stonata, come al solito, quella di Timar, paladino della verità ma quasi senza riflettere, sopraffatto dalla rabbia, confuso, geloso e irrimediabilmente spaesato. Anch’io a volte mi sono sentita spaesata davanti ad alcune espressioni che designavano strane malattie, oggetti tipicamente coloniali o giochi sconosciuti a me prima ancora che al lettore italiano. E di volta in volta ho cercato di trovare soluzioni che mantenessero il senso di straniamento, senza risultare eccessivamente oscure o richiedere il ricorso a note. Un solo esempio per tutti: a proposito della rituale partita a zanzi con cui i clienti dell’Hôtel Central si intrattengono prima di pranzo, ho girato la frase in modo da rendere chiaro che si tratta di un gioco di dadi, a differenza della belote, passatempo serale degli appassionati di carte. Al di là dei singoli problemi lessicali legati all’ambientazione, resta da dire che Colpo di luna è uno dei primi romanzi «letterari» di Simenon, e su di esso l’autore scommise molto, aspettandosi da questa nuova formula non solo un ampio successo di pubblico, che aveva già conquistato con la fortunata serie dei Maigret, ma anche i riconoscimenti della critica, la consacrazione come scrittore a tutto tondo, nonché un certo scalpore legato alla presa di posizione polemica nei confronti dell’impresa coloniale. La scrittura, piana e suggestiva come in tutti i libri di Simenon, diventa qui più accurata, l’analisi psicologica più approfondita, la trama invece che puntare sul giallo e correre dritta alla scoperta del colpevole indugia nelle pieghe del disagio fisico e mentale del protagonista, su quell’impercettibile squilibrio denunciato sin dalla prima pagina e che condurrà Timar a una sorta di delirio semilucido: il suo «colpo di luna». Essendo la narrazione focalizzata su questo personaggio, la lingua segue lo stesso percorso, diventando via via più onirica e frammentata, con frasi brevi e incise, scandite da punti esclamativi, alternate a frasi altrettanto brevi, ma tronche, che scivolano in puntini di sospensione. Tradurre questo ritmo, con la sua essenzialità sintattica, la sua sobrietà lessicale, cercando di evitare i due rischi opposti della scipitezza e dell’enfasi, è forse stata la cosa più difficile. Una difficoltà che si presenta spesso, lavorando su Simenon, la cui scrittura rapida, semplice ed efficace, delizia dei lettori, nasconde più di una croce per i traduttori. Marina Di Leo

    ha scritto il 

  • 4

    Con poche pennellate Simenon riesce a darci un quadro chiarissimo dell’Africa oggetto del colonialismo Francese. Il caldo, il sudore, gli insetti e le zanzariere intorno ai letti, le malattie tropicali ci portano direttamente nel clima del Gabon, mentre la viscidezza dei personaggi bianchi, i neg ...continua

    Con poche pennellate Simenon riesce a darci un quadro chiarissimo dell’Africa oggetto del colonialismo Francese. Il caldo, il sudore, gli insetti e le zanzariere intorno ai letti, le malattie tropicali ci portano direttamente nel clima del Gabon, mentre la viscidezza dei personaggi bianchi, i negri trattati come animali e sfruttati come schiavi ci danno senza mezzi termini lo squallore del colonialismo.

    Il protagonista, Joseph Timar, un giovane Francese, nato a La Rochelle, in cerca di fortuna a Libreville per un lavoro che non troverà mai, resta vittima del mal d’Africa ed ammaliato da una dark lady senza scrupoli e dalla grande personalità.

    Un ragazzo idealista e testardo, che sebbene vittima anche dell’alcol oltre che della dark lady Adéle, non accetta il meccanismo perverso che vede i suoi connazionali sempre pronti a sfruttare le ricchezze dell’Africa, mostrando la stessa spregiudicatezza nel commercio di legni pregiati e nello sfruttamento delle ragazze locali anche per il divertimento di una sola notte nella nebbia mentale prodotta dal rum o dal calvados. E in un finale da colpo di scena si oppone all’accomodamento di un processo che incastra un povero negro invece della sua dark lady, che non esita ad andare a letto con i potenti di Libreville pur di salvarsi dalla condanna per omicidio.

    Simenon scrive questo libro al ritorno da un viaggio in Africa, e non si esime dal bacchettare la Francia coloniale, che esce malconcia dal comportamento di uomini corrotti, dediti al gioco, all’alcol e alle donnine sfruttate.

    Pur non raggiungendo il livello di altri romanzi, tuttavia la scrittura di Simenon è tagliente, diretta, essenziale, la storia è accattivante e non indugia in banalità ed inutili ripetizioni.

    ha scritto il 

  • 5

    Sono faziosissima, ma Simenon difficilmente non mi affata. Dopo aver letto cuore di tenebra ho ritrovato nei suoi romanzi tropicali le stesse emozioni. Quando il mondo non era ancora completamente mappato e la colonizzazione occidentale non era ancora stata completata l'Africa era ancora qualcosa ...continua

    Sono faziosissima, ma Simenon difficilmente non mi affata. Dopo aver letto cuore di tenebra ho ritrovato nei suoi romanzi tropicali le stesse emozioni. Quando il mondo non era ancora completamente mappato e la colonizzazione occidentale non era ancora stata completata l'Africa era ancora qualcosa di cui ammalarsi, qualcosa di incomprensibile. Allora, ad essere giovani e pieni di buone speranze, si poteva pensare di partire a far fortuna, con una buona dose di razzismo (comunque mai superato, oggi con connotazioni pietiste che fanno ancora più schifo perchè di una ipocrisia oscena), e un po' di pelo sullo stomaco si poteva andare alla conquista di questo organismo estraneo, minaccioso e avvolgente come la tela di un ragno velenoso.

    ha scritto il