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Com parlar dels llibres que no hem llegit

Per

Editor: Empúries

3.6
(151)

Language:Català | Number of Pàgines: 184 | Format: Softcover and Stapled | En altres llengües: (altres llengües) French , Italian , English , German , Spanish , Portuguese

Isbn-10: 8497872908 | Isbn-13: 9788497872904 | Data publicació: 

Translator: David Clusellas Codina

Category: Non-fiction , Philosophy , Textbook

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Descripció del llibre
L’estudi de les diferents maneres de no llegir un llibre, les situacions delicades en què et trobes quan n’has de parlar i les estratègies per sortir-te’n indiquen, contràriament al que sovint tothom pensa, que és possible tenir una conversa
apassionada i apassionant sobre un llibre que no has llegit i fan pensar que, potser sortosament, el teu interlocutor
tampoc no ho ha fet. Després d’un pròleg en què parla de les pròpies experiències i de les diferents situacions en què un es pot trobar quan es veu obligat a parlar d’un llibre que no ha llegit, l’autor articula el seu assaig en tres parts. Primer parla de les diferents maneres de “no haver llegit un llibre”, ja sigui perquè no s’ha llegit, perquè s’ha llegit només una petita part, perquè s’ha llegit en diagonal o perquè ja s’ha oblidat. Després explica quines han de ser les actituds discursives segons l’interlocutor (un professor, l’autor, la parella) i finalment les estratègies a dur a terme perquè sembli que ets un gran expert en l’obra en qüestió. Llibre d’humor, però prou rigorós i alhora de certa utilitat. Políticament incorrecte, llibre adreçat a molestar l’acadèmia parisenca, advoca per la idea que llegir no és una obligació. No llegir és un dret, com diu Pennac. Amaga, però, una reflexió profunda i seriosa sobre la literatura i els hàbits lectura.
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  • 4

    Come parlare di un libro senza averlo mai letto, di Pierre Bayard
    Ho affrontato la lettura di questo libro pensando fosse un saggio ironico e irriverente.
    Non lo è.
    Frequentando diversi gruppi soci ...continua

    Come parlare di un libro senza averlo mai letto, di Pierre Bayard
    Ho affrontato la lettura di questo libro pensando fosse un saggio ironico e irriverente.
    Non lo è.
    Frequentando diversi gruppi social, ma avendo anche un trascorso di pendolare, in cui “se sta a parlà de tutto e de gnente”, pensavo che l’autore avesse deciso di portare su carta una sua esperienza analoga, invece Pierre Bayard è docente di letteratura alla Sorbona e per quanto io pensi che anche in quella posizione (e forse nella sua forma più estrema) ci si possa trovare a discorrere della cultura millantata e sconosciuta. La sua tesi è ben altra e affatto discutibile: La non-lettura non è assenza di lettura ma una strategia di lettura ben precisa e, spesso, molto proficua [cfr capitolo "libri che si sono sfogliati"].
    La cultura deriverebbe dunque non dalle pile di pagine divorate, ma dal senso di orientamento acquisito, dal sapersi districare con agilità e abilità tra i libri nel loro insieme, tra ciò che gli altri, che li hanno letti, ne dicono.
    Il lettore, o non lettore, dovrebbe aver acquisito la capacità di comprendere l’essenza. L’opera d’arte, dunque, sarebbe completata dal lettore. Parlare di libri persino inesistenti è in fondo un parlare di sé agli altri, imparando a conoscersi meglio. Costruirsi una propria biblioteca interiore in cui sapersi orientare senza lasciarsi assorbire completamente dall’opera ma trovando una strada per arrivare a conoscere se stessi: questo è, secondo Bayard (e io concordo) lo scopo della lettura.
    “Non leggo mai i libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato”, diceva O. Wilde.
    Quello che Bayard non dice, probabilmente perché si rivolge ad un range elevato di lettori, è che per arrivare a una simile acquisizione bisogna aver letto parecchio e soprattutto aver metabolizzato ciò che si è letto e aver sviluppato un senso critico e auto critico inoppugnabile. Non si parla dunque di lettura per il mero piacere della lettura ma di lettura finalizzata ad arricchire la propria cultura.
    Il primo passo è dunque abbattere il proprio senso di colpa per la mancanza di cultura, accettare che vi siano in essa lacune incolmabili e rinunciare al collezionismo di pagine in favore della comprensione e analisi di ciò che leggiamo per arrivare a noi stessi.
    Va da sé che, seguendo la sua tesi, questo libro l’ho letto in poche ore e applicando il metodo della lettura verticale. 

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  • 4

    To read or not to read

    “Intessuto di fantasmi che appartengono a ciascun individuo e delle nostre private leggende, il libro interiore individuale è attivo nel nostro desiderio di lettura, e cioè nel modo in cui cerchiamo e ...continua

    “Intessuto di fantasmi che appartengono a ciascun individuo e delle nostre private leggende, il libro interiore individuale è attivo nel nostro desiderio di lettura, e cioè nel modo in cui cerchiamo e poi leggiamo dei libri. E' questo l'oggetto fantasmatico in cerca del quale vive ogni lettore, del quale i libri migliori che incontrerà nel corso della sua vita non saranno che dei frammenti imperfetti, stimolandolo con ciò a proseguire la lettura”.

    Il saggio di Bayard, un testo di teoria della lettura a vocazione critica, si pone l'obiettivo di alleviare l'angoscia originata dalla non lettura, fonte di un senso di colpa inconscio, e di indagare e descrivere le modalità di frequentazione dei libri e le forme di incontro con i testi che stanno a metà strada tra il leggere e il non leggere. Il luogo astratto dove hanno luogo queste situazioni è la biblioteca nelle sue diverse forme (collettiva, interiore, virtuale) e l'oggetto che attiva la nostra partecipazione è il libro (di copertura, interiore, fantasma). Tra Valéry e Il terzo uomo, Umberto Eco e Amleto, lo studioso francese ricorda che la nostra relazione con i libri non è una dimensione dove convivono armonia e conoscenza, ma uno spazio oscuro infestato di ricordi e abitato da fantasmi, una pratica di mediazione dove noi ricostruiamo e in qualche modo inventiamo i libri, sia quelli che leggiamo che quelli che non abbiamo nemmeno sfogliato. La lettura viene descritta quindi come possibilità creativa, ma insieme come una minaccia all'espressione del soggetto che vuole parlare di libri. Convinto che la letteratura sia un mondo di immaginazione, che ha uno statuto indipendente e si ricrea incessantemente dentro di noi, Bayard vuole persuaderci che parlare di sé attraverso i libri sia il solo modo di parlarne bene e per ciò ci invita entusiasticamente alla non lettura e alla scrittura, nel nome del celebre paradosso di Wilde: “Non leggo mai libri che voglio recensire: non vorrei rimanerne influenzato”.

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  • 3

    Confesso di essere stata attirata dal titolo, perché so perfettamente che sia nel campo dell’editoria, sia in quello dell’insegnamento quanto recita il titolo del libro capita spesso. Tante volte nei ...continua

    Confesso di essere stata attirata dal titolo, perché so perfettamente che sia nel campo dell’editoria, sia in quello dell’insegnamento quanto recita il titolo del libro capita spesso. Tante volte nei miei anni di insegnamento mi è capitato di parlare di libri che non avevo letto completamente , la Recherche, per esempio, o l’Ulisse di Joyce quindi il problema non è sconosciuto! Questo saggio , tutto sommato, è abbastanza interessante: alcune considerazioni sono provocatoriamente un po’ tirate, altre singolari. Mi è piaciuta l’analisi anche sottile di alcuni libri come “Il nome della rosa” di Eco o “Illusioni perdute” di Balzac. Provocatori ma veritieri i riferimenti ad alcune considerazioni sulla lettura di Montaigne, Valery o Oscar Wilde.

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  • 3

    Dovevo capirlo dall'inizio: a Bayard non piace leggere, a me sí. Saró di sicuro vittima della societá e dell'ipocrisia, ma parlare di un libro che non ho letto non mi piace, quindi non lo faccio (e no ...continua

    Dovevo capirlo dall'inizio: a Bayard non piace leggere, a me sí. Saró di sicuro vittima della societá e dell'ipocrisia, ma parlare di un libro che non ho letto non mi piace, quindi non lo faccio (e non solo di libri, ma di qualsiasi cosa).
    Attraverso numerosi "casi-studio", ovvero personaggi di libri o film, o gli autori stessi, che si trovano a parlare di libri che non hanno letto, Bayard spiega che per essere persone di cultura bisogna sapersi orientare nella biblioteca collettiva che condividiamo con coloro che sono intorno a noi, non ricordarsi per filo e per segno i contenuti di ogni libro.
    Ho trovato davvero interessante la classificazione dei libri non letti, con cui sono d'accordo: grazie a una recensione o una chiacchierata con un amico, é possibile farsi un'idea e quindi un'opinione su un libro che non abbiamo letto, oppure solo sfogliato o dimenticato.
    Il mio scetticismo é aumentato gradualmente fino al disaccordo completo con le tattiche di invenzione dei libri, o il loro utilizzo come pretesto per parlare di sé.
    Insomma, interessante proprio per la forza con cui Bayard propone una tesi alternativa alla "lettura assoluta" e ai pensieri critici che stimola in proposito.

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  • 3

    This book is very well written (and translated), is witty, elegant and honest especially if we consider that the one who's admitting he doesn't completely read all books is a literature professor. Non ...continua

    This book is very well written (and translated), is witty, elegant and honest especially if we consider that the one who's admitting he doesn't completely read all books is a literature professor. Nonetheless, the title was promising probably more than a collection of examples taken from literature on from authors' biographies. The best thing about the book is definitely its peculiar list of abbreviations: https://p.twimg.com/AwoK-gcCQAA3ohU.png:large

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  • 3

    More serious what I thought

    It starts defining what it means "not reading" and then provides examples through characters in literature and real life to proof his many arguments. The anecdotes he tells are more interesting for me ...continua

    It starts defining what it means "not reading" and then provides examples through characters in literature and real life to proof his many arguments. The anecdotes he tells are more interesting for me that the point he is trying to make (i.e the african tribe that discusses Hamlet without with an anthropologist without ever reading the play or heard about Shakespeare is one of the best parts of the book).

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