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Come diventare buoni

By Nick Hornby

(2696)

| Mass Market Paperback | 9788850207305

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Book Description

Come si fa a diventare buoni? E soprattutto, che cosa significa essere buoni? Katie Karr non se l'è mai chiesto: una donna che ha scelto di diventare medico per aiutare gli altri e che ha cresciuto i figli ai valori morali più profondi non ha nemmeno Continue

Come si fa a diventare buoni? E soprattutto, che cosa significa essere buoni? Katie Karr non se l'è mai chiesto: una donna che ha scelto di diventare medico per aiutare gli altri e che ha cresciuto i figli ai valori morali più profondi non ha nemmeno bisogno di chiederselo. Finché quella donna non tradisce il marito. E allora il marito, David, decide di dare una svolta alla sua vita. Abbandona le arguzie sarcastiche con le quali non risparmiava nessuno, nemmeno la moglie e i figli, e rinuncia a versare veleno su tutto e tutti nella rubrica che firmava regolarmente su un quotidiano locale; insomma smette di essere "l'uomo più arrabbiato di Holloway" per diventare buono. Ma buono sul serio, facendo perdere a Katie ogni punto di riferimento.

497 Reviews

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    Il primo libro che mi ha fatto scoprire Nick Hornby. Di un umorismo sagace ed irresistibile. Ha una grandissima capacià di raccontare i rapporti moderni. Leggerlo in lingua originale forse fa perdere qualcosa ma fa imparare l'inglese moderno.

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    Linda T said on Jul 13, 2014 | Add your feedback

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    PREMIO DELLA BATTAGLIA NAVALE LETTERARIA -GRAZIE SERY-AMENTE-!!!!-

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    Minnie33 said on May 9, 2014 | Add your feedback

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    Katie è una donna perbene abituata a comportarsi sempre nel modo giusto e pronta ad aiutare gli altri mentre il marito David è un uomo arrabbiato e cinico che per lavoro scrive articoli offensivi sul giornale.
    Quando lei decide di lasciarlo cambia tu ...(continue)

    Katie è una donna perbene abituata a comportarsi sempre nel modo giusto e pronta ad aiutare gli altri mentre il marito David è un uomo arrabbiato e cinico che per lavoro scrive articoli offensivi sul giornale.
    Quando lei decide di lasciarlo cambia tutto perché lui non reagisce affatto come si aspettava e Katie perde tutte le sue certezze, trovandosi a rivalutare le sue concezioni di buono e cattivo.

    La storia è interessante e permette di riflettere molto, ma lo stile è confusionario e prolisso (anche se non so quanto dipenda dall'autore e quanto dalla traduzione italiana).
    Nel complesso si tratta di un libro diverso dal solito e a tratti molto divertente, anche se a lungo andare la noia prende il sopravvento e per me è stato difficile arivare alla fine.

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    Domande Irrisolte said on Apr 29, 2014 | Add your feedback

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    Hornby è una donna?

    Leggendo ho pensato che solo una donna può descrivere e interpretare così bene i pensieri più intimi di una donna, pur nel paradosso del racconto.

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    peoginger said on Apr 25, 2014 | Add your feedback

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    Chi crede di trovare una facile ricetta su "come diventare buoni" con questo libro, si sbaglia: Hornby ironizza tanto sulla "bontà" quanto sulla "cattiveria" dei due protagonisti, ribaltando continuamente la situazione. E' proprio questo ribaltamento ...(continue)

    Chi crede di trovare una facile ricetta su "come diventare buoni" con questo libro, si sbaglia: Hornby ironizza tanto sulla "bontà" quanto sulla "cattiveria" dei due protagonisti, ribaltando continuamente la situazione. E' proprio questo ribaltamento che coglie di sopresa a far riflettere, capace di far cambiare da un momento all'altro il senso comune di una persona in base ai pensieri e alle azioni dei personaggi. Cosa vuol dire essere buoni? Come lo si diventa? Se si compie anche una sola azione cattiva si sarà cattivi a vita? Il confine tra i due eccessi è molto sottile e per mantenere l'equilibrio bisogna pesare attentamente le proprie azioni, a volte forse troppo, rischiando così di rimanere confusi come quando il cervello entra in panne se sente caldo e freddo contemporaneamente. L'unica cosa da fare allora è scegliere, perché non c'è una scelta giusta o sbagliata in assoluto, è la scelta che si è presi e che bisogna portare avanti con fiducia, anche se per gli altri potrebbe essere folle e insensata. Credo che la chiave sia proprio questa: avere fiducia e credere con tutto il cuore nelle proprie scelte, e allora sarà la scelta giusta.

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    Kabura said on Apr 20, 2014 | 2 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    *** This comment contains spoilers! ***

    Hornby avrebbe potuto forse fare un lavoro migliore con questo libro, che credo ad un certo punto si perda un po', ma tutto sommato devo dire che mi è piaciuto. Oddio, forse "piaciuto" è una parola che non si accosta poi troppo bene ad un romanzo che ...(continue)

    Hornby avrebbe potuto forse fare un lavoro migliore con questo libro, che credo ad un certo punto si perda un po', ma tutto sommato devo dire che mi è piaciuto. Oddio, forse "piaciuto" è una parola che non si accosta poi troppo bene ad un romanzo che parla di vite alla deriva, vuoto interiore, mancanza di speranza e nessun lieto fine ("ma proprio nel momento sbagliato lancio un'occhiata al cielo notturno dietro David, e vedo che là fuori non c'è nulla." direi che è una conclusione che lascia un po' con l'amaro in bocca, oltre che con un senso di incompletezza...). Non mi sono nemmeno affezionata ai personaggi, anzi li trovo tutti piuttosto odiosi, ma forse è proprio questo lo scopo dell'autore, ossia farci scontrare con la cruda realtà di un mondo fatto di vuotezza ed ipocrisia, un mondo in cui è più probabile che i vicini di casa accettino serenamente una vita di eccessi, droghe e sperperi piuttosto che la proposta di fare qualcosa di attivo e costruttivo per i meno fortunati. Un sistema sociale che comprende e invidia i Jordan Belfort, mentre compatisce le Madri Teresa. Queste considerazioni, che nel romanzo vengono fatte da una Katie seriamente preoccupata e imbarazzata dalla prospettiva che il marito David voglia proporre ai vicini di ospitare nelle loro case mezze vuote dei ragazzi di strada, sono state un po' una doccia fredda, mi hanno dato molto da pensare. Perché è fin troppo vero, facciamo donazioni più o meno consistenti, diamo l'elemosina (solo a volte e solo a chi ci ispira particolare tristezza), magari regaliamo anche qualche ora al volontariato, ma se ci venisse chiesto di fare di più, di fare qualcosa di vero per degli sconosciuti, quale sarebbe la nostra reazione? Se uno dei nostri vicini (di cui probabilmente conosciamo la faccia, sappiamo che ha un cane che abbaia troppo presto la mattina o dei figli che giocano a pallone nel cortile, e nient'altro) venisse a pregarci di fare qualcosa di concreto come ospitare nella nostra stanza degli ospiti perennemente vuota una ragazzina di 14 anni per toglierla definitivamente dalla strada e darle un futuro, come reagiremmo? E se adesso state pensando "beh, sarebbe un bel cambiamento di vita, ma accetterei", allora vi chiedo: perché non c'è una ragazzina di 14 anni (o un ragazzino di 16, o un uomo adulto?) nella vostra camera degli ospiti in questo preciso momento? Cosa ci sta impedendo di andare là fuori e cambiare il mondo in meglio? Ma un'altra domanda molto importante è: è davvero giusto sentirsi in colpa perché invece non lo si sta facendo? La nostra cultura, religione, educazione, morale, etc ci grida "certo!! DEVI sentirti in colpa se non aiuti i meno fortunati. Guardati! Butti via del cibo perfettamente commestibile solo perché è ammaccato o scaduto da un giorno, quando all'angolo c'è un barbone che non ha niente da mettere sotto i denti", è la voce della coscienza, quella che ha delle ragioni talmente forti che non riusciamo nemmeno a controbattere seriamente (per questo la soffochiamo spesso con un cuscino). Preferiamo non pensarci troppo, dare il nostro 5 per mille a qualcuno che ci pensi al posto nostro , a quelle persone che si sporcano le mani in prima persona, mentre noi siamo liberi di guardare cooking show e repliche di serie tv, uscire a cena, andare ai concerti o alle partite o in vacanza, o stare qui a scrivere una recensione di un libro che si è trasformata in una riflessione sulla morale, anzi, una riflessione sull'"essere buoni", il dilemma che tortura Katie per tutta la lunghezza del romanzo.
    Secondo me, un libro che ti fa riflettere anche solo per un po' su quanto la tua vita sia impregnata di ipocrisia (sì, anch'io mi considero una persona buona perché non mangio gli animali, dono una cifra mensile a tre associazioni umanitarie, regalo i miei vestiti smessi e il vecchio pc alla caritas e quando posso faccio un po' di elemosina ai vù cumprà nei parcheggi, ma la mia camera degli ospiti è attualmente vuota e inutilizzata e a volte mi capita di buttare cibo non proprio andato del tutto, e di sicuro ho molto di più di quello che mi serve per vivere, anche se non lavoro e la casa è ancora da pagare) è un buon libro.
    Ci sono altre riflessioni legate alla lettura di questo romanzo, riflessioni sul rimanere comunque legati ad una persona anche se questa ci ha spento qualsiasi scintilla interiore, riflessioni sull'utilizzo della cultura (libri e musica, nello specifico) come modo per sopportare una realtà opprimente, riflessioni sul cinismo dilagante e sull'educazione dei figli, ma non voglio dilungarmi ulteriormente.
    "Come diventare buoni" in sostanza, non è certamente la cosa migliore che ha scritto il grande Nick, ma si legge piacevolmente ed è intriso della sua solita sagacia ed ironia, ma anche di tanta amarezza. Non lo consiglio a chi si vuole avvicinare a questo autore per la prima volta (molto meglio "Alta Fedeltà" o "Non buttiamoci giù") perché può risultare a tratti noioso e, come ho detto, i personaggi non suscitano proprio il massimo della simpatia. Non ne hanno mai tratto un film, ed è un peccato perché credo ne verrebbe un buon film, forse molto più divertente del romanzo in sé.

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    BlackBoots said on Mar 12, 2014 | Add your feedback

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