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Come diventare un Buddha in cinque settimane

Manuale serio di autorealizzazione

Di

Editore: Ponte alle Grazie

3.7
(597)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 136 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8879288466 | Isbn-13: 9788879288460 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Disponibile anche come: Copertina rigida , Paperback , Tascabile economico

Genere: Health, Mind & Body , Religion & Spirituality , Textbook

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Descrizione del libro
Chiunque può diventare un buddha: non c'è bisogno di essere buddhisti, né dicompiere pellegrinaggi in Oriente. Chiunque si applichi con volontà e costanzaalla realizzazione dei poteri descritti in questo manuale, in cinque settimanepuò raggiungere l'illuminazione e realizzare lo stato di buddhità. Da anniGiacobbe studia il Buddhismo dal punto di vista della psicologia, e questolibro non è un prontuario di psicologia divulgativa facilona e superficiale.Riprendendo l'insegnamento originale del Buddha, lo ricostruisce in modochiaro e semplice, rendendolo comprensibile e praticabile da tutti.
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  • 5

    Cinque stelle per l'originalità dell'esperimento. Partire dall'insegnamento di Buddha per insegnare all'uomo di oggi come sfuggire dalle nevrosi e trovare la serenità è a mio avviso un'idea brillantissima. L'insegnamento di Buddha, l'Illuminato, il NON CONDIZIONATO, era in primo luogo - prima di ...continua

    Cinque stelle per l'originalità dell'esperimento. Partire dall'insegnamento di Buddha per insegnare all'uomo di oggi come sfuggire dalle nevrosi e trovare la serenità è a mio avviso un'idea brillantissima. L'insegnamento di Buddha, l'Illuminato, il NON CONDIZIONATO, era in primo luogo - prima di diventare dottrina e religione - un metodo per eliminare la sofferenza dall'uomo, partendo dal presupposto che la sofferenza non derivi altro che da costrutti mentali che nulla hanno a vedere con la reale natura umana e delle cose del mondo. Vivere nella realtà, nel presente, avendo coscienza delle cose sono in continua evoluzione, rende l'uomo libero dall'attaccamento. Il controllo dei propri pensieri negativi, guida verso la consapevolezza che permette la corretta visione della realtà, l'eliminazione dei pensieri negativi e la coltivazione di quelli positivi, verso una sanità mentale e la serenità dell'individuo.
    L'ho letto con molto piacere in quanto riflette le idee che nel tempo ho sviluppato e che mi hanno aiutata ad essere serena e a reagire con serenità alle avversità quotidiane.

    ha scritto il 

  • 4

    Sempre molto stimolante il buon Giacobbe. Una semplicità che quasi disarma (e spesso è criticata), riesce invece, almeno in me, ad andare dritto al sodo. Tra uno scherzo e una quantità notevole di spunti, di riflessioni e di traduzioni di quella grande guida che è il percorso psicologico individu ...continua

    Sempre molto stimolante il buon Giacobbe. Una semplicità che quasi disarma (e spesso è criticata), riesce invece, almeno in me, ad andare dritto al sodo. Tra uno scherzo e una quantità notevole di spunti, di riflessioni e di traduzioni di quella grande guida che è il percorso psicologico individuato dai grandi testi buddisti. Quando poi ho letto della sua dolorosissima esperienza mi è sembrato di riconoscerlo tra le poche persone che forse hanno diritto a dire qualcosa sul dolore e sull'accettazione dello stesso.

    ha scritto il 

  • 4

    Giulio Cesare Giacobbe non delude mai... simpaticamente spiega i fondamenti del Buddismo per poi calarlo nella nostra realtà e sfruttarne le potenzialità per migliorare la nostra vita di occidentali.
    Da leggere.

    ha scritto il 

  • 0

    "La tua serenità deve essere messa al di sopra di qualsiasi altra cosa"

    Ma... la posizione del "tutto cambia" non è l'estremo opposto del "niente cambia"? Qui siamo per la via di mezzo.

    La realtà è continuo cambiamento.
    Le situazioni, cambiano continuamente.
    Il nostro corpo, cambia continuamente.
    La nostra mente, cambia continuamente.
    ...continua

    Ma... la posizione del "tutto cambia" non è l'estremo opposto del "niente cambia"? Qui siamo per la via di mezzo.

    La realtà è continuo cambiamento.
    Le situazioni, cambiano continuamente.
    Il nostro corpo, cambia continuamente.
    La nostra mente, cambia continuamente.
    L'universo intorno a noi, cambia continuamente.
    Se tutto è in continua trasformazione, io non posso attaccarmi a nulla.
    Perché non esiste nulla di immutabile, che rimanga uguale a sé stesso nel tempo.
    Il crederlo costituisce un'illusione.
    Quindi noi siamo obbligati, per evidenza esistenziale e coerenza mentale, a sviluppare il non attaccamento.
    E' evidente infatti, che se io non mi attacco più a nulla, tutte le mie preoccupazioni, i miei problemi, le mie ansie, le mie paure, la sofferenza psichica appunto, svaniscono come neve al sole.
    Perché la sofferenza deriva dall'attaccamento a una situazione diversa da quella che c'è: dal desiderio di qualcosa che non ho o dall'avversione a qualcosa che ho.
    La sofferenza, dice infatti la tradizione buddhista, deriva o dalla separazione da ciò che si ama o dall'unione con ciò che si odia.

    ha scritto il 

  • 3

    Ironia occidentale

    Il libro è un piccolo manuale ma l'autore ha avuto l'accortezza di renderlo piacevole e ironicamente occidentale.
    Lo raccomando a chi ha voglia di farsi guidare con leggera saggezza vero l'illuminazione ma soprattutto a chi vuole sciogliere qualche piccolo nodo nella propria esistenza.

    ha scritto il 

  • 2

    Un libro che spiega bene cosa sia il buddismo, peccato che Giacobbe abbia questo modo di scrivere prolisso denso di note a piè pagina che mi fanno passare la voglia di leggere. Giacobbe non riesce a scrivere pagina che non abbia una nota a piè di pagina, imbarazzante. Certo, scrive cose ...continua

    Un libro che spiega bene cosa sia il buddismo, peccato che Giacobbe abbia questo modo di scrivere prolisso denso di note a piè pagina che mi fanno passare la voglia di leggere. Giacobbe non riesce a scrivere pagina che non abbia una nota a piè di pagina, imbarazzante. Certo, scrive cose giuste sul buddismo, ma meglio un manuale a questo punto.

    ha scritto il 

  • 4

    Non è banale

    Non è un libro banale, come si potrebbe pensare dal titolo. Giacobbe sa di cosa parla. Piuttosto è un libro molto stringato, forse troppo.
    Tentativo interessante, ma il fascino del buddhismo sta nella sua inafferrabilità: è poco incline alle ricette. E' piuttosto un sentire e un praticare. ...continua

    Non è un libro banale, come si potrebbe pensare dal titolo. Giacobbe sa di cosa parla. Piuttosto è un libro molto stringato, forse troppo.
    Tentativo interessante, ma il fascino del buddhismo sta nella sua inafferrabilità: è poco incline alle ricette. E' piuttosto un sentire e un praticare. Un muoversi tra la logica e il paradosso del nulla. Tra la sofferenza e il piacere. Vivere la vita come un'opera d'arte, come un istante di senso.

    ha scritto il 

  • 4

    E' tutto qui.

    Il buddhismo come pratica psicologica, e non come religione o filosofia.
    E' un testo molto semplice perchè - a quanto pare - stringi stringi anche il buddhismo è molto semplice.
    Semplice non vuol dire banale e Giacobbe è sintetico ed efficace.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Una lettura che ti apre indubbiamente la mente.
    Se potessimo mettere in pratica tutti i suoi consigli, diventeremmo davvero dei piccoli Buddha.
    Ma penso ne perderemmo in "umanità" e veri sentimenti.
    Alcuni consigli poi li trovo assolutamente inapplicabili: uno su tutti "l'amore ...continua

    Una lettura che ti apre indubbiamente la mente.
    Se potessimo mettere in pratica tutti i suoi consigli, diventeremmo davvero dei piccoli Buddha.
    Ma penso ne perderemmo in "umanità" e veri sentimenti.
    Alcuni consigli poi li trovo assolutamente inapplicabili: uno su tutti "l'amore universale".
    Da leggere, rileggere, selezionare, scegliere e mettere in pratica.

    Tu, viandante dell'universo
    che attraversi la vita come una meteora
    non rendere vana la tua caduta nel vuoto
    non giungere nulla nel nulla
    ma dai un senso alla tua effimera presenza
    in questa effimera realtà
    coltivando la più sublime delle realizzazioni
    e la meta più alta della Coscienza
    che rende grande la Materia:
    l'amore attraverso il non attaccamento.
    Un buddha è dentro di te:
    fallo crescere fino a divenire
    un'altra sua incarnazione.
    Nell'eterno fluire dal nulla al nulla
    fa che fra un nulla e l'altro
    la Coscienza e l'Amore
    prendano il loro posto nell'evoluzione
    di questo universo.

    La nostra serenità non dipende dalle situazioni, ma dalla nostra reazione a esse.

    Ogni nostra azione è condizionata dalla nostra esperienza.
    Quindi il nostro presente è condizionato dal nostro passato.
    Ma ciò comporta anche che il nostro futuro è condizionato dal nostro presente.
    Quindi, intervenendo sul nostro presente, noi siamo in grado di determinare il nostro futuro.

    Da quando l'essere umano ha iniziato l'evoluzione psichica che ha fatto del pensiero la sua principale attività percettiva, il suo io, cioè l'immagine che l'essere umano ha di sé stesso, ha travalicato i limiti naturali del suo corpo.
    Il nostro io si è esteso ai nostri possessi materiali, alla nostra consistenza economica, ai nostri legami affettivi, ai nostri ruoli sociali, ai nostri stati psichici, ai nostri protocolli comportamentali, alle immagini stereotipate della nostra cultura.
    In altri termini, a dei simboli concettuali.
    Così noi oggi non ci identifichiamo soltanto con il nostro corpo, ma anche con la nostra casa, la nostra automobile, il nostro televisore, il nostro conto in banca, i nostri parenti, i nostri amici, la nostra professione, il nostro prestigio, il nostro ruolo sociale.
    Questa è, secondo la psicologia buddhista, la radice della nevrosi e quindi della sofferenza umana.
    Essa costituisce un processo nevrotico perchè costituisce un processo di allontanamento dalla realtà, cioè dalla naturale coincidenza dell'io con il corpo.
    Nella nevrosi l'io si identifica con una serie sempre più numerosa e complessa di simboli mentali costruiti sulla base di valori sociali o culturali, ma non naturali.

    La realtà è continuo cambiamento.
    Le situazioni, cambiano continuamente.
    Il nostro corpo, cambia continuamente.
    La nostra mente, cambia continuamente.
    L'universo intorno a noi, cambia continuamente.

    Se tutto è in continua trasformazione, io non posso attaccarmi a nulla.
    Perchè non esiste nulla di immutabile, che rimanga uguale a sé stesso nel tempo.
    Il crederlo costituisce un'illusione.
    Quindi noi siamo obbligati, per evidenza esistenziale e coerenza mentale, a sviluppare il non attaccamento.
    E' evidente infatti, che se io non mi attacco più nulla, tutte le mie preoccupazioni, i miei problemi, le mie ansie, le mie paure, la sofferenza psichica appunto, svaniscono come neve al sole.
    Perchè la sofferenza deriva dall'attaccamento a una situazione diversa da quella che c'è: dal desiderio di qualcosa che non ho o dall'avversione a qualcosa che ho.
    La sofferenza, dice infatti la tradizione buddhista, deriva o dalla separazione da ciò che si ama o dall'unione con ciò che si odia.

    La nostra attenzione è normalmente calamitata dai nostri pensieri al punto che noi diventiamo i nostri pensieri.
    Quando un pensiero ci attraversa la coscienza, noi assumiamo quel pensiero per vero e divendiamo quel pensiero.
    E' per questo, che soffriamo.
    Il nostro io si identifica con i nostri pensieri.
    E' calamitato dai nostri pensieri.
    Codesta calamita è potentissima.
    Occorre davvero fare uno sforzo per sottrarvisi.

    E' il pensiero, la causa delle emozioni, e quindi è il pensiero la causa della sofferenza.
    Infatti l'emozione è originata dal pensiero.

    Quante volte avremmo voluto dormire e siamo stati invece tenuti svegli da pensieri spiacevoli e addirittura dolorosi!
    Quante volte non vorremmo pensare a cose spiacevoli e siamo nella condizione di non poterne fare a meno!
    Quante volte non vorremmo pensare al nostro futuro, alle prove che ci attendono, ai pericoli che correremo, alla fine che potremmo fare e non siamo capaci di sottrarci a questi pensieri!
    Non siamo capaci di fare a meno di avere pensieri che ci fanno soffrire!
    Contro la nostra volontà!
    Come avviene che noi produciamo pensiero involontario?
    Perchè lo produce automaticamente la nostra memoria.
    Il pensiero involontario infatti, altro non è che la manifestazione della tensione derivante dai traumi registrati dalla nostra memoria.
    Le aggressioni, le ansie, le paure, le perdite, gli insuccessi, le insicurezze che noi abbiamo vissuto rimangono incisi nella nostra memoria e si ripresentano sotto forma di pensieri che richiamano e riproducono quelle emozioni.
    La cosa che bisogna assolutamente capire e non dimenticare mai è che il pensiero che ci dà sofferenza è il prodotto automatico della tensione registrata nella nostra memoria.

    I pensieri negativi sono involontari.
    E' evidente che i pensieri positivi che noi dobbiamo introdurre nella nostra mente, sono invece volontari.
    L'operazione che dobbiamo fare, in definitiva, è sostituire i pensieri involontari negativi con i pensieri volontari positivi.
    Si tratta fondamentalmente di operare un'igiene mentale.

    L'osservazione distaccata del pensiero lo neutralizza: gli toglie la sua carica emotiva e quindi spezza la catena del suo auto-rafforzamento nella memoria e dunque la sua forza di riproduzione.

    Nell'ambito del cosciente il nostro io si identifica con l'autore del pensiero tensivo, il quale è invece prodotto dall'inconscio.
    Se osserviamo un determinato pensiero e una determinata paura nella nostra mente, diventiamo un osservatore esterno che prende semplicemente atto della presenza di quel pensiero e di quella paura.
    In questo modo quel pensiero e quella paura non riguardano più il nostro io, perchè il nostro io si è spostato dal soggetto di quel pensiero e di quella paura all'osservatore esterno.
    Questo raffredda, per così dire, la paura e impedisce che essa si registri nella nostra memoria, non rafforzando quel pensiero e non favorendo così la sua riproduzione nel futuro.

    Un buddha è sempre consapevole dell'automatismo dei propri pensieri e ne è sempre distaccato, non si lascia schiavizzare da essi.
    Quello che tu devi pensare, per la conquista di questo potere, è che la tua mente non è altro che un organo del tuo corpo, che produce pensiero come la cistifellea produce bile e le ghiandole surrenali adrenalina.
    E tu lo puoi manipolare, allenare, rafforzare e comandare come vuoi, come un qualsiasi altro tuo organo, come i polmoni o la vescica.
    E' soltanto una questione di esercizio.
    Ci sono dei trucchi.
    Il primo è questo: cerca di smettere di pensare.

    Il vuoto mentale è molto utile perchè ci permette di eliminare la tensione, cioè la sofferenza, presente normalmente nella nostra mente.
    Un buddha è uno che vive tendenzialmente nel vuoto mentale.
    Tu non ti devi fare l'idea errata che per diventare un buddha devi smettere definitivamente di pensare, cosa non solo impossibile, ma addirittura pericolosa.
    Semplicemente, il pensiero non va usato inutilmente, ma soltanto nei casi in cui esso serve davvero, in cui è utile al nostro benessere o addirittura alla nostra sopravvivenza.

    La realtà è l'ambiente che ci circonda.

    Il mondo della realtà è reale, il mondo della mente non è reale.

    La sofferenza appartiene al mondo della mente e non al mondo della realtà.
    Tanto è vero che una stessa realtà ad alcuni procura sofferenza, ad altri no.

    Occorre osservare la realtà e constatare di persona come essa si riveli essere in continua trasformazione e quindi priva di qualsiasi permanenza.
    Una perdita, così, diventa l'occasione di questa esperienza.
    E' questo un modo di utilizzare la sofferenza come mezzo di crescita di coscienza, come lo stesso Buddha aveva indicato.
    Così questa esperienza diviene, per noi, una scoperta carica di emozione, perchè demolisce la nostra convinzione che la realtà sia costituita di cose, di persone, di oggetti che noi pensiamo determinati e sempre uguali a sé stessi, come fuori dal tempo, eterni, che non vengono mai a meno.
    Soltanto in questo modo questa esperienza diviene per noi, come lo fu per Buddha, un'illuminazione.

    Vivere l'illuminazione buddhista diventa anche crescere psicologicamente, passare dalla personalità infantile a quella adulta e divenire capaci di affrontare l'incertezza insita nella trasformazione continua della realtà.

    La scoperta del continuo cambiamento della realtà, ha su di noi una capitale conseguenza.
    Noi diventiamo consapevoli che non c'è niente di fisso a cui possiamo attaccarci.
    Costituisce un abbandono totale e definitivo del bisogno di protezione, di punti di riferimento, di sicurezza.
    Non c'è sicurezza, infatti, nel mondo reale.
    Proprio perchè il mondo reale è in continuo cambiamento.
    Quindi non vi sono né punti di riferimento, né sicurezze.

    Egli non pretende più nulla dagli altri, non si aspetta più nulla dagli altri.
    Infatti un buddha non ha aspettative: accetta e gode ciò che c'è.
    Le aspettative sono infatti la causa principale della nostra sofferenza.

    Pretendere la presenza di qualcuno non significa amarlo.
    In realtà significa essere amati da lui.
    Dietro questo falso amore infatti, c'è un bisogno e quindi una pretesa.
    Ma il bisogno non è piacere, è sofferenza, in quanto a perenne rischio di non essere appagato.

    L'attaccamento è desiderio di ciò che non c'è.
    Il non attaccamento è non pretendere ciò che non c'è, ma apprezzare e godere ciò che c'è.

    Siddhartha vide che comprensione e amore sono un'unica cosa: senza comprensione non vi può essere amore.

    Se tu sei capace di compassione, di accettazione, di perdono, di stima per il bambino, la bambina, il giovane, la giovane, l'uomo, la donna che sei stato, che sei stata, che sei, tu sei capace di un amore per te stesso, per te stessa.
    Ed imparare ad amare te stesso, te stessa, è il primo passo per imparare ad amare gli altri.
    Quando avrai imparato ad accettarti, a perdonarti, ad avere compassione per le tue sofferenze, per le tue illusioni, per le tue passioni, per i tuoi sogni, per le tue delusioni, per le tue sconfitte, per le tue ferite, avrai imparato ad amarti.
    E potrai amare gli altri.
    Perchè vedrai allora negli altri le tue stesse sofferenze, le tue stesse illusioni, le tue stesse passioni, i tuoi stessi sogni, le tue stesse delusioni, le tue stesse sconfitte, le tue stesse ferite.
    Questo è in fondo l'amore: vedere noi stessi nell'altro.

    Ecco cos'è l'amore: accettazione incondizionata

    La tua serenità deve essere messa al di sopra di qualsiasi altra cosa.

    La sofferenza ha tre cause immediate: le aspettative, le paure, i sensi di colpa.
    Ma tutte tre sono infondate.
    Le aspettative sono una pretesa che la realtà sia come la vogliamo noi ed è evidente che questo non può avvenire necessariamente e sistematicamente.
    Non è colpa degli altri se le nostre aspettative vengono deluse.
    Gli altri hanno il diritto di essere come sono indipendentemente dalle nostre aspettative.
    Semplicemente noi dobbiamo smettere di farcele.
    Le paure sono sempre paura di qualcosa che non c'è.
    Se mi viene addosso un autobus e provo paura, faccio benissimo.
    Solo così, posso salvarmi.
    Ma se sono seduto nella mia poltrona e provo paura al pensiero che se esco mi viene addosso un autobus, questa è una paura di qualcosa che non c'è.
    E' una paura immaginaria.
    E le paura immaginarie sono infondate, sono nevrotiche.
    I sensi di colpa sono assolutamente privi di fondamento.
    La colpa esiste soltanto se tu compi il male sapendo che è male e con la precisa intenzione di compierlo.
    Ma solo un pazzo può fare una cosa del genere.
    Una persona normale non lo fa mai.
    Quindi quando tu dai agli altri la colpa della tua sofferenza compi un errore fondamentale.
    Non sono gli altri che creano la tua sofferenza, ma la tua reazione alle loro azioni.

    ha scritto il