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Come funzionano i romanzi

Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori

Di

Editore: Mondadori

3.6
(112)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 177 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8804596864 | Isbn-13: 9788804596868 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Massimo Parizzi

Disponibile anche come: Altri

Genere: Education & Teaching , Non-fiction , Textbook

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Descrizione del libro
"Mi auguro che questo libro ponga domande teoriche ma offra risposte pratiche o, per dirla in altri termini, rivolga domande da critico ma fornisca risposte da scrittore."
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  • 4

    Una lettura interessante e istruttiva ma anche scorrevole e piacevole. Chi l'avrebbe mai detto che sarei riuscita a trovare una perla nello scaffale dei libri in omaggio di una libreria Mondolibri! ...continua

    Una lettura interessante e istruttiva ma anche scorrevole e piacevole. Chi l'avrebbe mai detto che sarei riuscita a trovare una perla nello scaffale dei libri in omaggio di una libreria Mondolibri! (soprattutto viste quali erano le abominevoli alternative).

    ha scritto il 

  • 4

    Sottotitolo "Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori". Storia intesa come sintesi (150 pagine circa) organizzata per contenuti della successione ed evoluzione delle tecniche ...continua

    Sottotitolo "Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori". Storia intesa come sintesi (150 pagine circa) organizzata per contenuti della successione ed evoluzione delle tecniche narrative. Una analisi fruibile, ricca di riferimenti esplicativi per mostrare dalla teoria la pratica, per lo più tratti dalla letteratura anglosassone e americana, campo di insegnamento di Wood. I lettori che amano sperimentare tra i generi autori di epoche e nazionalità differenti dovrebbero leggerlo. Si tratta di un testo che, senza pedanteria, fornisce alcuni criteri per aumentare la consapevolezza nel riconoscimento della qualità di un romanzo, per uscire - finalmente! - dal fraintendimento che leggere è cosa buona e giusta a prescindere dall'oggetto della lettura. No, anche in letteratura, come ovunque è accettato, esiste una scala di valore. Cos'è un racconto, la scelta dei dettagli, la costruzione dei personaggi, il rapporto scrittore-personaggio-lettore, la funzione del linguaggio e del dialogo. Per gli scrittori, i temi sono circoscritti con chiarezza, sicuramente qualcosa si porta a casa. Nel corso della lettura pensavo, queste cose sono utili ma non si può scrivere avendole davanti, non si può scrivere pensando a queste qualità tecniche. Pensavo, c'è qualcosa di nuovo nell'atto di scrivere, qualcosa di nuovo e sconosciuto, che farlo pensando ad altro, a questioni tecniche note e classificate, non può che essere penalizzante. Poi sono arrivato al capitolo conclusivo "Verità, Convenzione, Realismo". E finisco citando le ultime righe di Wood.

    "Tuttavia, sarà qualcosa di sempre più difficile: perchè lo scrittore deve procedere come se i metodi narrativi a sua disposizione siano continuamente sul punto di trasformarsi in mere convenzioni, e deve cercare di giocare d'astuzia contro tale inevitabile invecchiamento. Il vero scrittore, questo libero servitore della vita, deve sempre condursi come se la vita fosse una categoria al di là di qualunque cosa il romanzo abbia finora colto; come se la vita stessa fosse sempre sul punto di divenire convenzionale".

    ha scritto il 

  • 3

    Se vuoi spaccarti la testa a chiederti perchè un certo tipo di scrittura funziona e un altro no, a comprendere perchè quel romanzo ti è piaciuto e un altro molto meno, questa lettura è di sicuro ...continua

    Se vuoi spaccarti la testa a chiederti perchè un certo tipo di scrittura funziona e un altro no, a comprendere perchè quel romanzo ti è piaciuto e un altro molto meno, questa lettura è di sicuro interesse. Utile non solo a chi voglia maturare nella consapevolezza di lettore, ma anche ad ogni aspirante scrittore. Se invece non ti interessa approfondire i meccanismi del processo creativo ma soltanto il prodotto finito (ma allora per quale ragione avresti dovuto prendere in mano questo libro?) puoi farne tranquillamente a meno.

    ha scritto il 

  • 3

    Interessante, peccato però che la maggior parte degli autori e dei testi citati non li conoscevo, quindi il discorso rimaneva per me troppo teorico. Ma questo è un mio limite.

    ha scritto il 

  • 5

    Sottotitolo: “Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori”. James Wood, giornalista al “New Yorker” e docente di letteratura inglese e americana a Harvard, ha scritto un ...continua

    Sottotitolo: “Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori”. James Wood, giornalista al “New Yorker” e docente di letteratura inglese e americana a Harvard, ha scritto un libro strepitoso. Mantenendo le promesse impegnative del titolo (e del sottotitolo). E adottando in più, grazie di cuore, uno stile “romanzesco” coinvolgente e persuasivo: “Pensando al comune lettore, ho cercato di ridurre ciò che Joyce chiama “autentico fetore scolastico” a livelli sopportabili”. Un libro, aggiungerò, utile sia per scrivere un romanzo sia per leggerlo. Wood comincia “ab ovo”. Dalle persone narrative e dall’onniscienza del narratore. Per spezzare una lancia a favore della vituperata prima persona (“In effetti, la prima persona è generalmente più affidabile che inaffidabile; e la narrazione “onnisciente” in terza persona è di norma più parziale che onnisciente”). E per introdurre lo stile indiretto libero, fondamento del romanzo moderno e contemporaneo. “La cosiddetta onniscienza è quasi impossibile. Non appena qualcuno racconta una storia su un personaggio, la narrazione sembra volersi piegare per avvolgerlo, volersi fondere con quel personaggio, assumere il suo modo di pensare e parlare. L’onniscienza di un romanziere non tarda a divenire una sorta di condivisione di un segreto; è quello che si chiama “stile indiretto libero”, espressione che i romanzieri definiscono in vari modi, come “terza persona ravvicinata” o “entrare nel personaggio”.” Seguono analisi che sono pezzi di bravura (l’esempio più bello è un lungo brano di “Che cosa sapeva Maisie” di Henry James, che si regge tutto su tre parole: “in modo imbarazzante”, leggere per credere) e spiegazioni scolastiche semplici quanto efficaci. “Lo stile indiretto libero è alla sua massima potenza quando è quasi invisibile o impercettibile. “Ted fissava l’orchestra attraverso uno sciocco velo di lacrime”. Qui la parola “sciocco” segna la frase come scritta in stile indiretto libero. Toglietela, e avrete il classico pensiero riportato: “Ted fissava l’orchestra attraverso un velo di lacrime”. L’aggiunta di “sciocco” solleva un interrogativo: di chi è il termine? E’ improbabile che io abbia voluto definire il mio personaggio “sciocco” solo perché sta ascoltando un concerto. No, in un meraviglioso transfert alchemico, la parola ora appartiene in parte a Ted. Sta ascoltando la musica e piange, ed è imbarazzato –possiamo immaginarlo mentre si strofina rabbiosamente gli occhi- per quelle “sciocche” lacrime. Mettiamo il tutto in prima persona e abbiamo: “Che sciocco”, pensò. “Mettermi a piangere ascoltando questo stupido pezzo di Brahms”. Qui, però, la frase è più lunga di diverse parole e si è perduta la complessa presenza dell’autore”. Anche qui, insomma, una sola parola segna uno stile. “Ciò che risulta di così grande utilità nello stile indiretto libero è che, nel nostro esempio, una parola come “sciocco” appartiene in qualche modo all’autore e al personaggio e non si è del tutto sicuri di chi sia a “possederla”. Riflette una leggera asprezza o distanza dell’autore? O appartiene interamente al personaggio e l’autore, in un momento di immedesimazione, gliel’ha, per dir così, offerta?”. Assieme allo stile indiretto libero, la capacità di osservazione visiva e il gusto del dettaglio rivelatore sono tratti caratteristici del romanzo moderno. il romanziere, come il diavolo e Dio, sta nei particolari, e Wood ne segnala di bellissimi: Balzac che nella “Pelle di zigrino” descrive una tovaglia bianca “come una coltre di neve fresca”, e oltre mezzo secolo dopo Cézanne dirà che per tutta la giovinezza aveva “voluto dipingere questo, questa tovaglia di neve fresca”, quella tovaglia che vediamo nelle sue meravigliose mele e arance; Barthes e la sua critica al “barometro di Flaubert” (ha ragione Flaubert, ha torto Barthes: anche qui, leggere per credere); Orwell che nel saggio “Un’impiccagione” vede il condannato, mentre si avvia al patibolo, “spostarsi di lato per evitare una pozzanghera”; il vecchio servitore morente della “Marcia di Radetzky” di Roth che, alla visita del capitano suo padrone, cerca di battere i talloni nudi sotto la coperta; Charles Bovary che, di ritorno dal gran ballo che ha incantato Emma, si stropiccia le mani e osserva: “Ma che piacere ritrovarsi a casa propria!”. Ecco, Gustave Flaubert. Il romanzo attuale, anche il più distante da lui, è per Wood quello inventato e codificato da Flaubert. “I romanzieri dovrebbero ringraziare Flaubert come i poeti ringraziano la primavera: con lui tutto rinasce. C’è davvero un’epoca pre- e un’epoca post-Flaubert. Fu lui a fissare una volta per tutte ciò che, per la maggior parte dei lettori e degli scrittori, è la narrazione realista moderna, e la sua influenza è quasi troppo familiare per essere visibile”. Al grande normanno Wood dedica due capitoli del suo saggio, zeppi di annotazioni e ammirazione. Anche qui i pezzi di bravura non mancano. Uno su tutti: la passeggiata di Frédéric Moreau lungo il Quartiere Latino, nell’”Educazione sentimentale”, con la mirabile e in apparenza casuale sequenza di particolari registrati dal suo sguardo (“egli lavora sodo per nasconderci i suoi sforzi”) e con la fondamentale differenza fra “dettaglio abituale” e “dettaglio dinamico”. In “Come funzionano i romanzi” c’è tantissimo altro: il personaggio, la coscienza, l’immedesimazione, la resa della complessità, il dialogo, il linguaggio. C’è una scelta di autori che va da Cervantes fino a Foster Wallace, e negli esempi classici e contemporanei (MeEwan, McCarthy, Robbe-Grillet, Pavese, Barth, Roth, Coetzee, Sebald, per citarne solo alcuni, assieme ai poco amati Updike e Iris Murdoch) sono affiancati. C’è un sincero amore per la narrazione, che detta a Wood pagine assai calde e colloquiali. E c’è, per finire, un bellissimo aneddoto. Una storia vera di qualche anno fa. In un sobborgo violento di Città del Messico, il sindaco e il capo della polizia decidono che gli agenti devono diventare “uomini migliori”. E che perciò devono leggere romanzi. Il sindaco e il capo della polizia compilano una lista: ci sono “Don Chisciotte” e “Cent’anni di solitudine”, il magnifico “Pedro Paramo” di Juan Rulfo e i saggi di Octavio Paz sulla cultura messicana. E poi ancora Carlos Fuentes, Poe, Agatha Christie, Saint-Exupéry. I poliziotti li leggeranno per migliorare il loro vocabolario. Per ampliare la loro esperienza della vita, perché la letteratura aiuta a entrare nelle vite degli altri. E, infine, la letteratura darà ai poliziotti una maggiore tensione etica. Cose d’altri tempi, commenta Wood con complicità: un poliziotto in poltrona che fa esperienza di mondo per procura, quando migliaia di film e telefilm ci hanno abituato a credere che nessuno sia più esperto della vita di un poliziotto.

    ha scritto il 

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