Come ho perso la guerra

Di

Editore: Fandango Libri

3.5
(193)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8860441145 | Isbn-13: 9788860441140 | Data di pubblicazione: 

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Politica

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Descrizione del libro
Una storia, in parte autobiografica, ambientata in un paese della provincia toscana dove il tempo sembra scorrere più lento e la serenità regna sovrana. Il giovane rampollo della nobile famiglia Cremona, Federico, vive il suo essere nobile con un po' di disagio. Tutto cambia con l'arrivo di Ottone Gattai, spietato e avido imprenditore di acque. Improvvisamente il progetto di un enorme impianto termale sconvolge la vita di tutti i suoi compaesani. Interessi politici ed economici sembrano corrompere il naturale ordine delle cose. Molti non ci stanno e dopo una prima pacifica protesta un gruppo avvia una guerriglia contro Gattai che sta sequestrando e privatizzando tutta l'acqua della zona. Nella lotta si distingue Federico Cremona, che vede finalmente stagliarsi all'orizzonte l'occasione di un proprio riscatto. Insieme alla moltitudine di storie memorabili, Filippo Bologna ha una generosità e una forza nel creare blocchi di parole e di immagini che portano il lettore a divertirsi e un attimo dopo a commuoversi profondamente.
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  • 2

    Una manciata di libri - 24 gen 16

    Un bel suggerimento di quel misconosciuto episodio di critica letteraria legato alla fanzine “Satisfiction”. Ovviamente non posso che essere in disaccordo con i mini-lanci pubblicitari della quarta si ...continua

    Un bel suggerimento di quel misconosciuto episodio di critica letteraria legato alla fanzine “Satisfiction”. Ovviamente non posso che essere in disaccordo con i mini-lanci pubblicitari della quarta sia di Edoardo Nesi che di Asor Rosa (che l’unica cosa buona che ha fatto è il suo palindromo). Non è un libro memorabile, non ci si rotola né dalle risate né si sta seduti a pensare a come poteva andare il mondo. Pur tuttavia ha una notevole dose di freschezza linguistica. Ed alcuni capitoli si leggono con grande piacere. Meglio, allora, il commento di Annarita Briganti, quando ancora scriveva solo per Mucchio Selvaggio, sulla efficacia di questo romanzo molto “local” e poco “global” (anche se). Personalmente, era un libro che stava viaggiando sulla sufficienza piena ed anche qualcosa in più. Almeno per 2/3. Poi, il crollo! Tutta la parte finale, la guerra in sé (quella che, come sapete dal titolo, si è pure persa), la guerra con Lea, l’amore con Lea, la fine con Lea, il riflusso terminale. Insomma, è precipitato come la borsa cinese in un venerdì nero. Alla fine il giudizio è una media pesata delle due parti del libro. Che, per l’appunto, in tutta la parte “on” è gradevole. Certo, con qualche tocco lezioso di troppo (uno su tutti, doveva proprio chiamarsi Federico Cremona il protagonista di un romanzo scritto da Filippo Bologna?). Si parla di borghi toscani. Si parla della storia della famiglia Cremona, dal nonno-bisnonno Terenzio (quello che frustava i contadini). Dei nonni gemelli, Vanni e Fede, e della morte giovane di quest’ultimo per una bischerata (scivola tornando a casa mentre porta la bicicletta con una mano, un pacco con l’altra, batte la testa e non si riprende più). Di come era fuori schema Fede il pro-zio, tanto che nelle adunate del fascio lo si doveva chiudere a chiave per non fargli fare bischerate. Di come fosse rientrato nei ranghi Vanni, per tirare su la famiglia, e far studiare da medico il figlio Terenzio (anche se questi aveva velleità letterarie). Delle partite a Monopoli, gestite dalla nonna, dove ai nomi canonici delle strade del gioco venivano assegnati i nomi delle proprietà della famiglia, finché … Insomma, tutto un florilegio, che esce fuori alla rinfusa, ma che fa piacere leggere, di quello che era il back della famiglia. Poi c’è il luogo, questo mezzo Appennino toscano, con la miracolosa sorgente d’acqua calda, e il pluriennale dominio del Partito (non c’è bisogna di dire quale, il Partito con la P maiuscola è solo uno). Ed è anche interessante ed emotivamente coinvolgente, il modo di Bologna di farci vivere la deriva dell’uno e dell’altro. Legati lì, localmente, in un destino “bersaglio di guai”, ma con un discorso che si può (si deve) ampliare a tutte le risorse locali. Ad un certo punto, si è stati presi dalla fregola del progresso, della modernità, del rinnovamento. Purtroppo, senza avere solide basi per capire su cosa fondare “il balzo in avanti”. Così, amministratori locali, funzionari, ed altri normalmente onesti uomini sono presi e triturati dalle parole di chi, fuoruscito dalla televisione, abbindola tutti con miraggi dorati. Così come fa Ottone Gattai, rozzo ma intelligente arrivista, che capisce, prima e meglio di altri, le potenzialità dell’acqua come risorse. E del fatto che, esaurendosi il petrolio nel giro di pochi decenni, ma aumentando le persone sul pianeta, ben presto, non ci saranno più “guerre dell’oro nero”, ma “guerre dell’oro bianco” (l’acqua). E chi si guarda intorno da anni lo sa bene. Come ad esempio uno degli elementi fondanti delle guerre mediorientali sia stato (e sia tuttora) il controllo dell’acqua del fiume Giordano (e non solo per motivi religiosi). Insomma, Gattai imbriglia le terme, cerca e trova partner russi (una stoccata anti-putiniana è sempre ben accetta), abbatte acacie secolari, distrugge panchine centenarie, ed orna la piazza di città di una scultura moderna ed oscena (nel senso di brutta, ovvio). Fin a qui, si gestisce bene il libro. Da qui, dalla rivolta del giovane Fede, che si sente imbevuto delle battaglie non combattute del nonno omonimo, si cade giù. Non tanto per quella guerra partigiana che Fede e compagni instaurano dandosi alla macchia, pur dopo aver tentato le vie legali per fermare Gattai e la sua Aquatrade. Ovviamente, vie perdute, con tanto di ripicche verso le famiglie, tanto che i legali dell’Ottone depredano tutte le proprietà dei Cremona. Certo, le invenzioni di imboscate appenniniche di resistenziale memoria lasciano freddini. È anche tutta la storia d’amore tra Fede e Lea che lì comincia e che mi lascia molto storto. Storia scontata, sia nelle descrizioni sia nello svolgimento. Storia che non può che finire male. Non tanto perché “Fede è un coglione”, come dice saggiamente Lea. Ma perché come può finire bene una storia d’amore durante la guerriglia (Guevara docet)? Anche il modo della fine che non convince. La tristezza border line di Federico che anch’essa ci coinvolge poco. Fa solo piacere la figura di Irina (capirete perché) e il riassunto finale di dove andranno a finire non “i palloncini” della famosa canzone “quando scappano di mano ai bambini”, ma “i partigiani”, quando capiscono di aver perso la guerra. Un capitolo epilogo fa fare uno scatto di reni alle ultime pagine, ricordando analoghe chiuse di un libro di Paolo Di Paolo. E come per quello, anche qui, questa parte mi porta la riflessione come se molti dei brevi capitoli siano piccoli racconti auto-contenuti. Che in questa lettura sono anche di una loro dignitosa bellezza. Poi, Bologna prende il tutto, amalgama i personaggi e le loro storie personali, cucendo un romanzo che alla fine, come detto, si legge. E si apprezza proprio per quelle spezzettature di storie antiche e moderne, slegate e pur congiunte. Forse, come Fede capisce bene ad un certo punto, andrebbe tutto meglio con la desistenza. Io, riprendendo scritti di un suo conterraneo, l’ottimo Gesualdi, direi che ci vuole sobrietà. Spero comunque di vedere altri scritti del nostro in giro per gli scaffali.
    “Se la realtà non coincide con la sua idea, preferisce cambiare la realtà piuttosto che l’idea.” (117)

    ha scritto il 

  • 2

    mediocre

    Libro assolutamente mediocre.
    Non prende il lettore, non gli fa venire la curiosità di finire di leggere... lo stile nient' affatto originale, per non parlare della trama che per certi versi può anche ...continua

    Libro assolutamente mediocre.
    Non prende il lettore, non gli fa venire la curiosità di finire di leggere... lo stile nient' affatto originale, per non parlare della trama che per certi versi può anche risultare noiosa.
    Si può anche non leggere.

    ha scritto il 

  • 0

    Recensione su Scrittori precari (Serena Adesso)

    Filippo Bologna esordisce con un romanzo dalla struttura complessa: passato e presente si intrecciano a creare un’opera difficile da catalogare. È una saga familiare, è una satira sul presente sempre ...continua

    Filippo Bologna esordisce con un romanzo dalla struttura complessa: passato e presente si intrecciano a creare un’opera difficile da catalogare. È una saga familiare, è una satira sul presente sempre più grottesco, è una critica alla commercializzazione di uno dei beni che mai dovrebbero essere messi in vendita: l’acqua. È un affresco a tutto tondo della Toscana di oggi.

    QUI: http://scrittoriprecari.wordpress.com/2010/12/13/come-ho-perso-la-guerra/

    ha scritto il 

  • 5

    Romanzo comico e carico di nostalgia per un mondo perduto, giuste le sarcastiche critiche per le "riqualificazioni ambientali" di certi antichi paesi della Toscana più vera. Senso di estraniamento di ...continua

    Romanzo comico e carico di nostalgia per un mondo perduto, giuste le sarcastiche critiche per le "riqualificazioni ambientali" di certi antichi paesi della Toscana più vera. Senso di estraniamento di fronte ad una piccola società paesana che ormai si diletta in enobar perchè rispetto al circolino fa più figo, che accetta il taglio di alberi secolari sulla piazza centrale del paese (è successo anche vicino a casa mia). Bellissima la descrizione della strada che esce dal paese per entrare nella sontuos Val d'Orcia. E poi quella frase "Solo come un cipresso, ecco come mi sento in certi giorni". Bravo, bravissimo Filippo Bologna

    ha scritto il 

  • 4

    "Signor Gattai, sono Carlo Benelli, presidente dell'Azienda Promozione Turismo. A quanto mi pare di capire, la sua, nel bene e nel male, è un'ottica prettamente imprenditoriale che non rende giustizia ...continua

    "Signor Gattai, sono Carlo Benelli, presidente dell'Azienda Promozione Turismo. A quanto mi pare di capire, la sua, nel bene e nel male, è un'ottica prettamente imprenditoriale che non rende giustizia del fenomeno termale nel suo complesso. Le terme, oltre che una risorsa economica, sono in primis un antichissimo patrimonio culturale, antico come antichi sono gli insediamenti umani in questa zona. Basti pensare all'uso che delle terme facevano gli etruschi...
    - Io gli Etruschi me li attacco al cazzo. I russi ci porto, altro che gli Etruschi.
    E' così che è cominciata".

    Originale, curioso, indignato il giusto, a volte divertente, generalmente scritto bene, un po' confuso nella storia e con qualche tassello che sul finire non va al posto giusto, ma tant'è, Come ho perso la guerra di Filippo Bologna, si fa leggere e leggere con piacere.

    Storia che arriva dalla Toscana di altri tempi, quando esistevano paesi tagliati fuori da tutto, acque termali senza turisti, fattorie lontani anni luce dall'epoca dell'agriturismo con piscina e massaggi, scodelle di ribollita che si servivano come piatto di contadini, mica come specialità da grand gourmet.

    Storia che comincia prima che tutto davvero cominci, con un pezzo di campagna prelevato da un racconto di Fucini e trapianto negli anni della globalizzazione, quando i soldi girano a palate, i russi comprano tutto e la finanza si giustifica con la finanza, mica per come tratta un territorio o un passato.

    E poi lo chiamano sviluppo?,domanda che è già un'asserzione, un controcanto, accompagna tutta lo storia raccontata da Bologna. Inventata, ma fino a un certo punto. Inverosimile, ma fino a un certo punto. Forse più digeribile con qualche trovata in meno: ma insomma, si sa, succedono cose dell'altro mondo, ai tempi della globalizzazione. Che ci sia crisi o meno.

    ha scritto il 

  • 5

    "Credevamo di combattere una guerra locale, senza aver capito che era globale, credevamo ancora nei vecchi copioni da film western, da una parte i buoni dall’altra i cattivi."
    La vicenda si svolge a C ...continua

    "Credevamo di combattere una guerra locale, senza aver capito che era globale, credevamo ancora nei vecchi copioni da film western, da una parte i buoni dall’altra i cattivi."
    La vicenda si svolge a Chianciano, in Toscana, un paese di quelli
    belli, con i campi e le terme. Qui troviamo Federico, discendente da una nobile famiglia, di quelle nobiltà contadine ruvide e determinate, che ci racconta la sua storia. Questa storia però non è solo sua, perché è anche un destino comune, un'allegoria dei giorni nostri, dell'ultima possibile Resistenza.

    ha scritto il 

  • 4

    che bella penna che ha filippo bologna. bello l'intreccio, specie i capitoli in cui racconta la storia della famiglia, le origini, l'infanzia del protagonista, ma bello anche lo sguardo che ha sulle c ...continua

    che bella penna che ha filippo bologna. bello l'intreccio, specie i capitoli in cui racconta la storia della famiglia, le origini, l'infanzia del protagonista, ma bello anche lo sguardo che ha sulle cose, sul progresso, sul nuovo. sa essere molto lieve e molto amaro, e non è semplice.
    le ultime due pagine poi, le ultime due righe, valgono tutto il libro.

    ha scritto il 

  • 5

    sulla linea, posto che possa esistere, che va da Brancati a Bianciardi. Forse gli manca un'ultima passata di editing (qualche ripetizione che non sembra intenzionale), ma comunque notevole.

    ha scritto il