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Come parlare di un libro senza averlo mai letto

By Pierre Bayard, Anita Maria Mazzoli (Translator)

(70)

| Others | 9788861580107

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  • 4 people find this helpful

    Questo libro mi sta, sin dalle prime pagine, vivamente irritando. E sono irritata di essere irritata: perché irritandomi faccio il gioco dell’autore, che volutamente vuole scandalizzare i lettori ben pensanti come me.
    Quindi, alla faccia sua, mi prendo la soddisfazione di seguire alla lettera ciò c ... (continue)

    Questo libro mi sta, sin dalle prime pagine, vivamente irritando. E sono irritata di essere irritata: perché irritandomi faccio il gioco dell’autore, che volutamente vuole scandalizzare i lettori ben pensanti come me.
    Quindi, alla faccia sua, mi prendo la soddisfazione di seguire alla lettera ciò che dice a pag. 29:
    “Essere colti significa essere in grado di orientarsi rapidamente all’interno di un libro e tale orientamento non implica la sua lettura integrale, bensì il contrario”.
    Bene, ho intenzione di sfogliare questo libro, cogliere le idee che interessano a me, leggere molti pareri anobiani (giacché “non è assolutamente necessario avere avuto fra le mani un libro per parlarne dettagliatamente, a condizione di ascoltare e di leggere ciò che altri lettori ne dicono”) e chiuderlo entro poco tempo. Forse l’autore sarebbe orgogliosa di me, chissà, forse è questo il modo in cui lui consiglierebbe di leggere il libro.

    ***

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    Teresa (...annisenzafine) said on Jan 26, 2012 | 1 feedback

  • 1 person find this helpful

    Il titolo Come parlare di un libro senza averlo mai letto rimanda ad un bignami di letteratura da studiare “a pappagallo” prima dell’esame di maturità, al fine di ingannare meglio i professori.
    Niente di più lontano da tutto questo.
    Si tratta di un saggio brillante, accurato, a tratti dissacratori ... (continue)

    Il titolo Come parlare di un libro senza averlo mai letto rimanda ad un bignami di letteratura da studiare “a pappagallo” prima dell’esame di maturità, al fine di ingannare meglio i professori.
    Niente di più lontano da tutto questo.
    Si tratta di un saggio brillante, accurato, a tratti dissacratorio, che non fornisce le trame dei libri-da-leggere o la loro analisi critica, bensì rende l’oggetto-libro più vicino alla quotidianità e regala un velo di leggerezza da stendere su tutto ciò che con devozione viene chiamata cultura.
    E lo fa con prove convincenti: che differenza c’è infatti tra un libro non letto ed uno che si è letto, ma completamente dimenticato? Quello che io ho letto e trattenuto di un libro è lo stesso di un altro? In altre parole, quando due persone parlano di uno stesso libro, siamo così sicuri che l’argomento della conversazione sia lo stesso?
    Questi ed altri interrogativi vengono posti al lettore/non-lettore, adducendoli da opere di alcuni dei più grandi scrittori moderni, da Balzac a Wilde, da Eco a Musil, che in forma più o meno diretta hanno affrontato l’argomento della lettura e della cultura.
    “La cultura è soprattutto una questione di orientamento…Le relazioni fra le idee hanno molta più importanza, nel campo della cultura, delle idee stesse”
    Considerando la enorme quantità di libri che si sono scritti, che si stanno scrivendo e che si scriveranno, anche per il lettore più assiduo e forsennato, è obbligatorio ammettere che non riuscirà mai a leggere se non una infinitesima parte di tutto questo ammontare di scritti; ma in questo saggio si pone l’accento sulla “padronanza delle relazioni, non di un elemento piuttosto che di un altro singolo elemento, ed essa si concilia perfettamente con l’ignoranza di gran parte dell’insieme”.
    Grazie a Bayard, scopriamo che Valery predicava verso il libri una poetica della distanza, in virtù della quale una opera è tanto più importante quanto la si può apprezzare senza smarrirsi nella sua singolarità; che Montaigne aveva una tale forma di amnesia da dimenticare subito non solo quello che aveva letto, ma addirittura ciò che egli stesso aveva scritto, così da non poter discernere quando qualcuno, rivolgendosi a lui, citava una sua opera.
    L’autore invita costantemente a “demitizzare” la cultura e i libri, e suggerisce “l’idea di lettura come perdita- sia che avvenga dopo aver sfogliato un libro, dopo averne sentito parlare, piuttosto che a causa di un oblio progressivo- al contrario di quella di una lettura come guadagno”.
    Questa idea, piuttosto audace, è in realtà lontana dal dissuadere le persone dal leggere, ma certamente mira a combattere il senso di colpa e di inadeguatezza, che viene installato in ognuno dal sistema scolastico, verso un mondo di onniscienza che è quanto mai fasullo, o perlomeno pieno di “buchi e scivoloni” che vengono abilmente occultati.
    Il libro diventa così un oggetto quotidiano, amichevole, che parla di noi e che noi scegliamo proprio perché appartenente a quell’universo interiore che ci caratterizza, e quando parliamo di libri, in realtà stiamo mettendo in gioco una parte di noi stessi, stiamo comunicando quanto di più intimo abbiamo, sogni rivelati dalla carta, mondi che speriamo di abitare.
    Un libro non è mai lo stesso, perché le persone che lo leggono sono diverse, e a maggior ragione non è un oggetto fisso e immobile, ma una entità che si modifica nel corso della storia, che prende il colore di un punto di vista, che si inventa e si adatta, che risente del suo eco all’interno della enorme biblioteca che comprende tutti gli altri lettori e tutti gli altri libri.
    L’ultimo capitolo del libro è illuminante, inaspettato, in poche parole stende sotto i piedi un tappeto magico ed invita a volare:”Il paradosso della lettura è che il cammino verso se stessi passa attraverso il libro, ma deve rimanere un passaggio. Un buon lettore fa una traversata di libri, dato che sa che ciascuno di essi è portatore di una parte di se stesso e può aprirgli una strada, se ha la saggezza di non fermarsi…Si tratta di ascoltare se stessi e non il libro reale –anche se a tratti esso può servire come punto di partenza-; è alla scrittura di sé che occorre abbandonarsi”.
    E così alla fine del libro Bayard invita chiunque ad inventare una storia, che non sarà mai il plagio di altri libri, se essi avranno costituito uno spazio privilegiato per la scoperta di sé

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    Sassolona said on Nov 10, 2011 | Add your feedback

  • Saggetto estremamente colto. Ho decretato che il succo del saggio e’ questo:
    “Per tutte le ragioni illustrate in questo saggio, da parte mia continuero’, senza lasciarmi allontanare dalla mia strada dalle possibili critiche, a parlare con costanza e altrettanta serenita’ di libri che non ho letto.
    A ... (continue)

    Saggetto estremamente colto. Ho decretato che il succo del saggio e’ questo:
    “Per tutte le ragioni illustrate in questo saggio, da parte mia continuero’, senza lasciarmi allontanare dalla mia strada dalle possibili critiche, a parlare con costanza e altrettanta serenita’ di libri che non ho letto.
    Avrei l’impressione, se facessi altrimenti riunendomi alla folla del lettori passivi, di tradire me stesso e di essere infedele verso l’ambiente da cui provengo e verso il cammino che ho dovuto percorrere fra i libri per arrivare a creare, non meno che verso il compito che oggi sento di dover portare avanti: quello di aiutare gli altri a vincere la loro paura della cultura, e ad avere il coraggio di staccarsene per cominciare a scrivere.”
    Da bere con calma, assaporandolo.

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    ziacassie said on Feb 2, 2012 | Add your feedback

  • A dispetto del titolo e del tono generale, artificiosamente provocatorio, si tratta di saggio magistrale sull'esperienza della lettura e sul parlar di libri. Preziosi gli apologhi scelti a corredo dei vari capitoli. Non indispensabile, credo anzi sconsigliabile, prendere tutto alla lettera.

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    Marco Fantoni said on Feb 21, 2011 | Add your feedback

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