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Come un'onda che sale e che scende

Pensieri su violenza, libertà e misure d'emergenza

Di

Editore: Mondadori

4.2
(52)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 941 | Formato: Altri

Isbn-10: 8804566760 | Isbn-13: 9788804566762 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: G. Pannofino

Genere: History , Non-fiction , Social Science

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Descrizione del libro
All'inizio deI 2004 negli USA viene pubblicato "Rising Up and Rising Down", untrattato sulla violenza in sette volumi di 3.300 pagine, che riceveimmediatamente un'ondata di consensi che gli valgono una nomination per ilNational Book Critics Circle Award. L'anno successivo ne esce una versioneridotta a un solo volume che rappresenta il frutto di oltre vent'anni dilavoro. Vollmann ha scritto uno studio su uno dei fenomeni centralidell'esperienza umana: la violenza. In queste pagine politica, sociologia,giornalismo, storia e letteratura si fondono in un originalissimo mix nelquale si alternano eventi remoti, scritti di dittatori, meditazionifilosofiche e acute osservazioni sulla vita odierna in diverse aree del mondo(Cambogia, Somalia e Iraq). Il libro si apre con tre meditazioni sulla morte,incentrate sulle catacombe di Parigi, su di un'autopsia e sul lento declino diun'amica dell'autore malata di cancro. È l'universalità della morte che cirende tutti assolutamente uguali. Dopo quest'apertura si parte per un viaggiomozzafiato e sorprendente che tocca le figure storiche più significative esvariate (da Platone a Robespierre, da Lenin a Hitler, da Gandhi a Pol Pot, daGiulio Cesare a Luther King), in cui si analizzano armi e autodifesa eautorità, fino ad arrivare a tentare di elaborare un concetto di calcolomorale, cioè un sistema con cui valutare quando e se la violenza siagiustificabile e quindi accettabile.
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  • 4

    La scrittura è sensazionale, la materia in oggetto incredibilmente coinvolgente, e anche se non siete interessati alla violenza di per sé, è una angosciosa panoramica della storia del mondo (visto attraverso la lente della guerra). Dagli antichi greci ai conflitti contemporanei Vollmann porta se ...continua

    La scrittura è sensazionale, la materia in oggetto incredibilmente coinvolgente, e anche se non siete interessati alla violenza di per sé, è una angosciosa panoramica della storia del mondo (visto attraverso la lente della guerra). Dagli antichi greci ai conflitti contemporanei Vollmann porta se stesso e il lettore nelle situazioni più estreme e il risultato è un vero grande pezzo di letteratura. Provate ad immaginare un enciclopedista francese del seicento rigenerato cinquant'anni fa in un tipico nerd brufoloso munito di pistola fetish, con un aspetto tipo serial-killer da strada, che ricorre al noleggio di prostitute solo per compagnia. Questo è il libro che questo ragazzo ha scritto.

    ha scritto il 

  • 4

    Della violenza

    Questo saggio narra soprattutto della Violenza, in numerosissime forme. Lo fa bene. Da leggere prima di Natale e da regalare eventualmente al tizio che ti sta puntando addosso una pistola. Perchè le armi sono fatte per sparare. Per uccidere. E' la loro natura.

    ha scritto il 

  • 4

    Recensione di Yupa:


    Il punto però non è capire se Stalin avesse o meno ragione. Stabiliamo che avesse torto marcio. Ora resta da capire, ed è qui la strada si fa in salita (forse insuperabile), com'è possibile che per vent'anni e oltre tutti ritenessero, per amore o per forza, che Stalin, ...continua

    Recensione di Yupa:

    Il punto però non è capire se Stalin avesse o meno ragione. Stabiliamo che avesse torto marcio. Ora resta da capire, ed è qui la strada si fa in salita (forse insuperabile), com'è possibile che per vent'anni e oltre tutti ritenessero, per amore o per forza, che Stalin, un uomo solo contro un paese di centinaia di milioni di individui, non potesse che avere ragione.
    Il punto non è capire se Hitler fosse o meno malvagio, se fosse uno statista ragionevole condannato da un destino avverso o un folle paranoico a cui le circostanze o l'altrui imprudenza od opportunità hanno affidato la stanza dei bottoni.
    Il punto è che Hitler affermava che gli ebrei fossero una minaccia incombente e distruttiva per la sopravvivenza della cultura e del popolo tedesco. La Germania, diceva, aveva tutto il diritto di difendersi da questa minaccia violenta se voleva sopravvivere. Oggi i libri di storia dicono che in realtà avvenne il contrario, che Hitler stesso, dopo aver distrutto gli ebrei di Germania e gran parte d'Europa, ridusse in macerie il proprio stesso paese, quel paese che prometteva di far regnare per mille anni.
    Ma perché, almeno fino al 1945, per la stragrande maggioranza dei tedeschi era pacifico, ovvio, naturale che Hitler avesse ragione e ragioni in quel che faceva? Questa è la domanda.
    E Hitler non è certo stato smontato da libri e confutazioni, c'è voluta bensì una guerra mondiale perché il Mondo giungesse a un consenso sulla malvagità del dittatore coi baffetti. Guerra in cui gli stessi avversari di Hitler, tra Dresda, Hiroshima e quant'altro, non andarono certo per il sottile, anzi: furono più i morti fuori che dentro i campi di concentramento! E al tavolo dei vincitori sedeva nientemeno che Stalin, più baffuto e soddisfatto che mai...

    Il punto è che possiamo essere tutti perfettamente d'accordo con le regole per il buon uso e il buon rifiuto della violenza, così come le pone Vollmann nel suo libro.
    No, certo, in realtà il libro di Vollmann è complesso, tutt'altro che sbrigativo, e ama (questo è il suo valore) seminare dubbî più che donare certezze.
    Ma semplificando e tornando al quid: chi non è favore della pace e della giustizia, chi non vuole difendere il debole e fermare il violento? E sarebbe troppo comodo squalificare alcuni bollandoli di malafede, se i mezzi o i fini particolari, o i risultati, o le declinazioni specifiche dell'aspirazione generale non sono quelli che piacciono a noi.
    Il punto è capire come sia possibile che la difesa del debole e la lotta contro il violento abbiano condotto e conducano così spesso a risultati pessimi a dir poco, anzi, a quegli stessi risultati che nelle dichiarazioni di principio volevano essere evitati. Appunto, Hitler che annuncia di salvare la Germania dalla minaccia ebraica, che viene così accolto come eroe dal popolo, e poi conclude in un fallimento epocale, sterminando (tra gli altri) ebrei innocenti a milioni, radendo al suolo il suo stesso paese, e condannando all'abominio dei posteri quella sua ideologia che tanti suoi contemporanei vedevano invece come giustizia e rifugio.
    Il punto è: come distinguere, nel caos del Mondo, lo scudo che difende il debole dalla spada che lo distrugge, quando entrambi appaiono e si presentano uguali, identici? Solo dopo, solo quando (se...) questo nodo sarà stato sciolto, potremo decidere quando e come sarà lecito usare la spada, usare lo scudo.

    Se vuoi visitare la libreria di Yupa clicca qua:

    http://www.anobii.com/yupa1989/books

    ha scritto il 

  • 3

    la spada e lo scudo

    Il punto però non è capire se Stalin avesse o meno ragione. Stabiliamo che avesse torto marcio. Ora resta da capire, ed è qui la strada si fa in salita (forse insuperabile), com'è possibile che per vent'anni e oltre tutti ritenessero, per amore o per forza, che Stalin, un uomo solo contro un paes ...continua

    Il punto però non è capire se Stalin avesse o meno ragione. Stabiliamo che avesse torto marcio. Ora resta da capire, ed è qui la strada si fa in salita (forse insuperabile), com'è possibile che per vent'anni e oltre tutti ritenessero, per amore o per forza, che Stalin, un uomo solo contro un paese di centinaia di milioni di individui, non potesse che avere ragione.
    Il punto non è capire se Hitler fosse o meno malvagio, se fosse uno statista ragionevole condannato da un destino avverso o un folle paranoico a cui le circostanze o l'altrui imprudenza od opportunità hanno affidato la stanza dei bottoni.
    Il punto è che Hitler affermava che gli ebrei fossero una minaccia incombente e distruttiva per la sopravvivenza della cultura e del popolo tedesco. La Germania, diceva, aveva tutto il diritto di difendersi da questa minaccia violenta se voleva sopravvivere. Oggi i libri di storia dicono che in realtà avvenne il contrario, che Hitler stesso, dopo aver distrutto gli ebrei di Germania e gran parte d'Europa, ridusse in macerie il proprio stesso paese, quel paese che prometteva di far regnare per mille anni.
    Ma perché, almeno fino al 1945, per la stragrande maggioranza dei tedeschi era pacifico, ovvio, naturale che Hitler avesse ragione e ragioni in quel che faceva? Questa è la domanda.
    E Hitler non è certo stato smontato da libri e confutazioni, c'è voluta bensì una guerra mondiale perché il Mondo giungesse a un consenso sulla malvagità del dittatore coi baffetti. Guerra in cui gli stessi avversari di Hitler, tra Dresda, Hiroshima e quant'altro, non andarono certo per il sottile, anzi: furono più i morti fuori che dentro i campi di concentramento! E al tavolo dei vincitori sedeva nientemeno che Stalin, più baffuto e soddisfatto che mai...

    Il punto è che possiamo essere tutti perfettamente d'accordo con le regole per il buon uso e il buon rifiuto della violenza, così come le pone Vollmann nel suo libro.
    No, certo, in realtà il libro di Vollmann è complesso, tutt'altro che sbrigativo, e ama (questo è il suo valore) seminare dubbî più che donare certezze.
    Ma semplificando e tornando al quid: chi non è favore della pace e della giustizia, chi non vuole difendere il debole e fermare il violento? E sarebbe troppo comodo squalificare alcuni bollandoli di malafede, se i mezzi o i fini particolari, o i risultati, o le declinazioni specifiche dell'aspirazione generale non sono quelli che piacciono a noi.
    Il punto è capire come sia possibile che la difesa del debole e la lotta contro il violento abbiano condotto e conducano così spesso a risultati pessimi a dir poco, anzi, a quegli stessi risultati che nelle dichiarazioni di principio volevano essere evitati. Appunto, Hitler che annuncia di salvare la Germania dalla minaccia ebraica, che viene così accolto come eroe dal popolo, e poi conclude in un fallimento epocale, sterminando (tra gli altri) ebrei innocenti a milioni, radendo al suolo il suo stesso paese, e condannando all'abominio dei posteri quella sua ideologia che tanti suoi contemporanei vedevano invece come giustizia e rifugio.
    Il punto è: come distinguere, nel caos del Mondo, lo scudo che difende il debole dalla spada che lo distrugge, quando entrambi appaiono e si presentano uguali, identici? Solo dopo, solo quando (se...) questo nodo sarà stato sciolto, potremo decidere quando e come sarà lecito usare la spada, usare lo scudo.

    ha scritto il 

  • 0

    intrigante l'idea, lo svolgimento.....

    non sono proprio riuscita a leggerlo per più di qualche pagina, anche saltando a volte di paragrafo in paragrafo, come faccio quando voglio cercare una motivazione a continuare.....è pesante, intricato, non mi ha coinvolto, nonostante l'argomento della violenza e dei suoi perché sia uno di quelli ...continua

    non sono proprio riuscita a leggerlo per più di qualche pagina, anche saltando a volte di paragrafo in paragrafo, come faccio quando voglio cercare una motivazione a continuare.....è pesante, intricato, non mi ha coinvolto, nonostante l'argomento della violenza e dei suoi perché sia uno di quelli che mi appassiona...forse riproverò

    ha scritto il 

  • 3

    ci ho provato, lo giuro

    W. è un autore che mi piace, è diverso dalla marea di mezze cartucce che fanno finta di sapere cosa sia la letteratura. Le sue opere sono sempre impegnative ed importanti. Questa lo è più di tutte. E' un'enciclopedia, anche in questa versione ridotta ho fatto fatica a superare pagina 300. troppo ...continua

    W. è un autore che mi piace, è diverso dalla marea di mezze cartucce che fanno finta di sapere cosa sia la letteratura. Le sue opere sono sempre impegnative ed importanti. Questa lo è più di tutte. E' un'enciclopedia, anche in questa versione ridotta ho fatto fatica a superare pagina 300. troppo intenso, troppo analitico, è un saggio dall'indubbio valore, forse la summa sulla violenza e la sua origine scarnificata. Ma per me è stato troppo. Forse in futuro..

    ha scritto il 

  • 0

    Non si può leggere un libro così: intanto scomodo da tenere in mano che più scomodo non si può, e poi un ragionamento faticoso da seguire, atratti quasi incomprensibile. Mi sono detto che saranno stati i tagli all'edizione originale in sette, dico 7, volumi. Oppure che non è il libro adatto a me, ...continua

    Non si può leggere un libro così: intanto scomodo da tenere in mano che più scomodo non si può, e poi un ragionamento faticoso da seguire, atratti quasi incomprensibile. Mi sono detto che saranno stati i tagli all'edizione originale in sette, dico 7, volumi. Oppure che non è il libro adatto a me, anche se molti (molti?) ne parlano bene. Riproverò tra qualche anno.

    ha scritto il 

  • 4

    Nei panni del testimone-Caronte che abolisce la letteratura per entrare nel mondo, Vollmann riesce a condurci nel dedalo delle catacombe parigine, nel posto di lavoro di un coroner, poi in Bosnia, dove una mina ha ucciso due suoi amici, poi ancora in altri luoghi dove la bellezza viene a contatto ...continua

    Nei panni del testimone-Caronte che abolisce la letteratura per entrare nel mondo, Vollmann riesce a condurci nel dedalo delle catacombe parigine, nel posto di lavoro di un coroner, poi in Bosnia, dove una mina ha ucciso due suoi amici, poi ancora in altri luoghi dove la bellezza viene a contatto con la morte violenta. Vittime e carnefici: l’atto violento è ciò che sta nel mezzo, una volta accertato che l’intera storia del mondo è la storia della violenza provocata o subita.

    ha scritto il