Berlino est, anni Ottanta. Un grande caseggiato di un vecchio quartiere popolare, Prenzlauer Berg. Con sguardo impietoso ma discreto Irina Liebmann fruga, appartamento dopo appartamento, nelle esistenze minime di ventinove inquilini. Ecco comparire gli eroi della quotidianità e presentarsi alla scriContinue
Berlino est, anni Ottanta. Un grande caseggiato di un vecchio quartiere popolare, Prenzlauer Berg. Con sguardo impietoso ma discreto Irina Liebmann fruga, appartamento dopo appartamento, nelle esistenze minime di ventinove inquilini. Ecco comparire gli eroi della quotidianità e presentarsi alla scrittrice in pigiama, a letto o chini sui fornelli. Sono operai, giovani coppie, studenti, proprietari di negozi, impiegati, personaggi immersi nella tenue luce di una giornata qualunque che si raccontano per accenni, per tocchi, senza che il sapore di vita vissuta venga in alcun modo alterato. Con toni di volta in volta sommessi, disperati, ardenti o al contrario con gelido e impersonale distacco, ecco snodarsi ricordi di infanzia, tradimenti, lutti, fatiche, speranze e delusioni. E in questo semplice mondo che abita una città ancora divisa, la politica sembra entrare ormai come minaccia, lontana ed estranea alle piccole storie della gente comune. Resta un flusso vitale che sembra prendersi gioco della storia, un racconto appassionato dove la più modesta delle esistenze manda un bagliore di verità che è come uno schiaffo dato in faccia al sistema, alla sua plumbea vocazione normalizzatrice. E in un microcosmo dove ogni aspirazione è vissuta come una colpa e il benessere è bandito, al fallimento dell'ideologia la Liebmann contrappone un'ostinata ricerca della felicità.