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Coscienza

Che cosa è

Di

Editore: Laterza (i Robinson / Letture)

4.0
(76)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 624 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8842087890 | Isbn-13: 9788842087892 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Lauro Colasanti ; Illustratore o Matitista: Paul Weiner ; Contributi: Massimo Marraffa

Disponibile anche come: Altri

Genere: Non-fiction , Philosophy , Science & Nature

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Descrizione del libro
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  • 3

    Scritto bene e ricco di esempi e metafore che aiutano a inquadrare il problema "coscienza" con strumenti che si possono riutilizzare in futuro, a patto che si abbiano già conoscenze pregresse sul problema della coscienza, le risposte date dalle varie filosofie piú note e via dicendo.


    Anni ...continua

    Scritto bene e ricco di esempi e metafore che aiutano a inquadrare il problema "coscienza" con strumenti che si possono riutilizzare in futuro, a patto che si abbiano già conoscenze pregresse sul problema della coscienza, le risposte date dalle varie filosofie piú note e via dicendo.

    Anni fa avrei accettato questo testo come una rivelazione, essendo io stato materialista, riduzionista e determinista. Di fatto, l'autore sostiene che non esiste veramente un flusso di coscienza, arriva a dire che un ipotetico "zombie" che si comporta in tutto e per tutto come noi ma senza essere cosciente non può esistere perché la coscienza - l'illusione della coscienza - altro non è che una serie di contenuti inconsci e paralleli; e quindi afferma che un robot opportunamente programmato sia cosciente.

    Nega persino i "qualia", il fatto che vediamo il rosa in un certo modo e il rosso in un altro, è tutta illusione; non nel senso, ovvio, che i colori di per sé non esistono essendo frequenze di onde etc che noi decodifichiamo in un certo modo - ma dicendo addirittura che non decodifichiamo il colore perché non sta da nessuna parte né fuori di noi, né nel cervello, e quindi ci illudiamo di avere esperienze coscienti "colorate", di vedere, etc.

    Questo è francamente ridicolo. Spende pagine e pagine nel dire che non bisogna prendere sul serio le affermazioni delle persone su ciò che si prova ad essere coscienti e a trattarle invece come testi narrativi, e a cercare di dimostrare che un robot che non vede e non sente etc si comporterebbe come noi, e quindi noi in realtà non abbiamo questi "qualia", non esiste una persona reale ma soltanto un "centro di gravità narrativa", una finzione astratta.

    ha scritto il 

  • 4

    coscienza

    E' essenzialmente un buon libro di filosofia, anche se cerca di tener conto in modo corretto dello stato della scienza. La sua tesi è che la coscienza in fondo è un illusione. Interessante anche perchè potrebbe essere vero!
    henry

    ha scritto il 

  • 4

    Ecco un altro degli Essenziali autoradianti...

    Un Tourmalet della lettura. Richiede impegno e fatica, e sicuramente successive riletture, ma ripaga con la materia più preziosa: un viaggio dentro l'essenza dell'uomo, le domande più intriganti, le risposte più ardite e spiazzanti. Scritto con la necessaria spolverata di ironia, non è mai tedios ...continua

    Un Tourmalet della lettura. Richiede impegno e fatica, e sicuramente successive riletture, ma ripaga con la materia più preziosa: un viaggio dentro l'essenza dell'uomo, le domande più intriganti, le risposte più ardite e spiazzanti. Scritto con la necessaria spolverata di ironia, non è mai tedioso, grazie allo stile brillante di Dennet. Irradia calore a tenerlo in mano, da quante intuizioni, cambi di prospettiva e riflessioni esso contiene. Per pensare differentemente, per pensarsi differentemente.

    ha scritto il 

  • 1

    Absolutely frustrating to read. You can draw any conclusions you want if you make the right premises. This book starts with premises that often don't seem to have any founding evidence in what we know about the science of the brain. Maybe reading all philosophy is this frustrating, or maybe it is ...continua

    Absolutely frustrating to read. You can draw any conclusions you want if you make the right premises. This book starts with premises that often don't seem to have any founding evidence in what we know about the science of the brain. Maybe reading all philosophy is this frustrating, or maybe it is just this book.

    ha scritto il 

  • 0

    La coscienza di Dan

    La casa editrice Laterza ha avuto la splendida idea di ripubblicare nel 2009 il mitico Coscienza. Che cosa è di Daniel Dennett. Questo libro, uscito in America nel 1991, era stato pubblicato in italiano da Rizzoli due anni dopo, ma era ormai introvabile da parecchi anni. Io stesso, non ave ...continua

    La casa editrice Laterza ha avuto la splendida idea di ripubblicare nel 2009 il mitico Coscienza. Che cosa è di Daniel Dennett. Questo libro, uscito in America nel 1991, era stato pubblicato in italiano da Rizzoli due anni dopo, ma era ormai introvabile da parecchi anni. Io stesso, non avendo avuto modo di acquistarla a tempo debito, non ho mai avuto l'edizione Rizzoli di Coscienza e ne avevo potuto conoscere il contenuto solo tramite alcuni resoconti di seconda mano e le innumerevoli citazioni sparse nelle opere successive di Dennett e in quelle di altri autori (come Dawkins, Searle e Hofstadter; lo stesso Eco, in Kant e l'ornitorinco, faceva un uso solo apparentemente occasionale di Coscienza, oltre che dell'importante saggio n. 10 di Brainstorms, il capolavoro del primo Dennett uscito nel 1978 e pubblicato in italiano da Adelphi nel 1991).
    Si tratta senza dubbio di una pietra miliare nella storia della filosofia della mente e il cosiddetto "modello delle molteplici versioni" avanzato in questo libro in contrapposizione a quello tradizionale riconducibile alla fallacia del "teatro cartesiano" (la coscienza come centro supervisore unico) ha richiesto negli ultimi anni solo alcuni aggiustamenti di dettaglio, raccolti da Dennett nel più recente Sweet Dreams. Illusioni filosofiche sulla coscienza (2005). Nella mia personalissima (e parzialissima) biblioteca cronologica sull'argomento, questo libro costituisce un passo in avanti rispetto al pur capitale L'io e il suo cervello di Popper ed Eccles (1977), cui molto debbo per le mie idee più basilari in materia e contro cui Dennett sferra argomenti devastanti (Popper ed Eccles ammettevano esplicitamente di inserirsi nel solco della tradizione cartesiana con la loro teoria del Mondo 2 e Dennett mostra che tutta la tradizione cartesiana sul tema del rapporto mente-cervello, fino alla dottrina dei "qualia" di Searle e altri, è basata su illusioni filosofiche). Un passo ulteriore è costituito a mio parere dal recente libro di Hofstadter, Anelli nell'Io, che non a caso fa largo uso delle idee e delle critiche ai vecchi modelli della mente contenute nel fantastico libro di Dennett.

    ha scritto il 

  • 4

    Spiazzante morte di un Teatro Cartesiano

    http://some1elsenotme.wordpress.com/2010/05/26/spiazzante-morte-di-un-teatro-cartesiano/


    Non è un libro facile. Al contrario di altra roba simile letta in passato, non mi sentirei di consigliarlo con tanta leggerezza. Questo è un libro complicato. Contiene delle parti che ho, in tutta fran ...continua

    http://some1elsenotme.wordpress.com/2010/05/26/spiazzante-morte-di-un-teatro-cartesiano/

    Non è un libro facile. Al contrario di altra roba simile letta in passato, non mi sentirei di consigliarlo con tanta leggerezza. Questo è un libro complicato. Contiene delle parti che ho, in tutta franchezza, trovato incomprensibili: un po’ perché la materia trattata /è/ complicata e un po’ perché, ribadisco, le strategie narrative di Dennett sono talvolta discutibili. Anche se in linea di principio mi trovo d’accordo con molto di ciò che l’autore afferma, riuscire a seguirlo non è sempre una passeggiata. Si poteva, credo, fare un piccolo sforzo per rendere più leggibile il lavoro.

    Parlando di contenuti, Coscienza espone una teoria “forte”, controintuitiva, e cerca di dimostrarla attraverso cinquecento pagine ricche di metafore, di aneddoti, di esperimenti empirici e di osservazioni di natura neurologica, filosofica ed evoluzionistica. In parole misere, la teoria è la seguente.

    Non esiste un “teatro cartesiano” in cui, nella nostra testa, viene mostrato “il film” dell’esperienza: la nostra “narrazione” interna è frutto di una serie di mini-processi paralleli inconsci (le “molteplici versioni“, distribuite nello spazio tempo del cervello senza alcun ordine preciso) che saltuariamente fissano il proprio contenuto in memoria. Non c’è un Autore Cosciente che racconta una storia o un “sé” che assiste allo spettacolo dell’esperienza, semplicemente perché non esiste il “palcoscenico della coscienza”: molti (spiazzanti) esperimenti dimostrano che in certe circostanze è davvero arduo tracciare una linea di demarcazione netta tra esperienze coscienti e non. Il “teatro della coscienza” sarebbe dunque illogico e anti-economico: chi “dentro di noi” osserva lo “spettacolo” ha a sua volta un universo interno in cui si rappresenta lo spettacolo dello spettacolo? E cosa, poi, succede all’interno di quest’ultimo? Questo tipo di ragionamenti, ricorda Dennett, non spiega nulla. Rimanda semplicemente il problema.

    Per dimostrare la suddetta teoria Dennett utilizza una multiforme serie di strumenti e spazia senza timori reverenziali attraverso molteplici discipline. Tra le tante cose interessanti che racconta vorrei citare la teoria secondo cui la (illusione della) coscienza nasce parallelamente all’evoluzione del linguaggio, con i nostri lontani antenati che passano dal parlare con gli altri al narrare a se stessi, l’effetto Baldwin, e la fantastica critica al concetto di qualia (2), convincente come poche altre che ho letto. Notevole anche la maniera in cui viene smentita la nota (e un po’ stupida, a mio avviso) provocazione della Stanza Cinese di Searle.

    Vi è poi una marea di roba in più che può interessare chi non ha paura di confrontarsi con un testo che – spesso – dà per scontato che il lettore abbia qualche conoscenza pregressa in materia. Se dovessi descrivere Coscienza con una frase direi che è “un mescolarsi piuttosto caotico di sorprendenti informazioni dal quale emerge una teoria tutt’altro che facile da afferrare”. E i vari passaggi, a volte, sono anche più interessanti dell’insieme.

    ha scritto il 

  • 3

    Il problema della coscienza è l'ultimo vero grattacapo filosofico e da anni è la causa di continui battibecchi tra due schieramenti completamente opposti.
    Da una parte Searle, Nagel e altri scettici, convinti che la coscienza sia un fenomeno irriducibile a un mero insieme di fenomeni fisici ...continua

    Il problema della coscienza è l'ultimo vero grattacapo filosofico e da anni è la causa di continui battibecchi tra due schieramenti completamente opposti.
    Da una parte Searle, Nagel e altri scettici, convinti che la coscienza sia un fenomeno irriducibile a un mero insieme di fenomeni fisici e neurali.
    Dall'altra i riduzionisti, guidati da Dennett e dalla sua mole paciosa.

    Capire cosa sia veramente la coscienza è abbastanza complicato e aperto a mille fraintendimenti, ma è fondamentale per capire chi siamo.

    La coscienza è essenzialmente un punto di vista -il nostro.
    Spesso ce la immaginiamo come un 'film'.
    I nostri sensi registrano dei dati sul mondo esterno e il nastro viene proiettato per il nostro io cosciente.
    Questa versione miniaturizzata di noi stessi, dalla sua sala di controllo da qualche parte nella nostra testa, analizza i dati e decide.
    Quest'idea, anche se ci sembra intuitivamente corretta, è falsa.

    Il nostro cervello non è altro che il più sofisticato computer esistente.
    Questa sofisticatissima macchina è in grado di elaborare in parallelo una quantità enorme di dati, monitorare e dirigere le risposte del nostro corpo, richiamare delle esperienze passate, simulare un probabile scenario futuro, calcolare possibili risposte: tutto ciò contemporaneamente.
    La coscienza è una parte fondamentale di questo vortice di neuroni fiammeggianti contemporaneamente.
    La coscienza è quella che ci dà la sensazione del 'qui e ora', una prospettiva: è la melodia che dà un senso all'orchestra dei nostri sensi, l'alveo nel quale scorre il flusso incessante di informazioni sul mondo circostante.
    Non c'è un homunculus a dirigerla: si tratta di un processo acefalo, e per di più con parecchie lacune (ad esempio, la nostra vista ha un punto morto ma non ce ne rendiamo conto, oppure, la nostra visuale ci sembra così ricca solo perché i nostri occhi rimbalzano continuamente da una parte all'altra, mentre la porzione di spazio che possiamo vedere ad 'alta definizione' è di pochi centrimetri, etc).

    Questa ricostruzione ci terrorizza profondamente.
    Se non c'è nessuno in cima al processo, dove siamo noi?
    E' qui che sbagliamo.
    Dobbiamo ribaltare completamente prospettiva: non dobbiamo cercare noi stessi in mezzo al fuoco incessante dei nostri neuroni.
    Quel processo è DENTRO di noi.

    Noi non siamo solo la nostra coscienza: non ha senso identificarsi con essa più di quanto lo sia dire 'io sono il mio cuore' o 'io sono i miei polmoni'.
    Se infatti la coscienza può essere di per sé un meccanismo semplice (e comune in gran parte del regno animale), il tratto che ci rende degli esseri umani, il 'sé' autobiografico, è molto più complesso.
    Grazie al linguaggio, la nostra identità si estende a una rete immensa di relazioni, ricordi, memorie.
    E' nel libro che stiamo leggendo, nella foto che abbiamo scattato, nella memoria di chi riconosce la nostra voce, nella faccia che vediamo tutti i giorni allo specchio.
    La coscienza è la 'cinghia di trasmissione' che rende possibile questo microcosmo, ma da sola non sarebbe sufficiente, il mondo ci apparirebbe anonimo come può apparire ad un animale.

    E' quasi impossibile descrivere a parole l'universo di esperienze e sensazioni che forma una persona: spesso solo i migliori romanzieri ci riescono.
    Nella vita di tutti i giorni siamo costretti a semplificare e nascondiamo questa tremenda complessità dietro un nome e un cognome (Dennett lo chiama 'centro di gravità narrativa').
    Siamo talmente abituati a questo modo di fare che ne dimentichiamo l'arbitrarietà.
    Gli scettici fanno lo stesso errore: si impuntano su chimere come il carattere 'soggettivo' di un'esperienza o i qualia per cercare di salvare il carattere 'unico' che forma la nostra personalità.
    Ma ciò che rende speciale un'esperienza non è qualche caratteristica misteriosa o ineffabile della coscienza.
    E' unica perché è mia e di nessun altro, perché è avvenuta sullo sfondo della mia storia personale, della mia vita.
    E' solo questo che le attribuisce senso e significato.

    La nostra identità non è confinata unicamente al cervello, si estende oltre il nostro corpo, proiettata nel tempo come un'onda nel mare.
    Se non fosse un termine così fuorviante, la si potrebbe chiamare 'Anima'.
    Infatti non c'entra nessun dualismo, nessuna 'trascendenza' o altre cazzate da catechismo: è tutta fisica e chimica, pezzi di carta e scariche elettriche.

    Non è ironico che questa immagine dell'uomo sia proprio il risultato di un rigoroso riduzionismo, contrario a qualsiasi cosa che non sia spiegabile in termini di leggi naturali, e per definizione freddo e insensibile?

    °

    Dennett non scrive in maniera eccelsa: sarà la sua indole di filosofo, ma la sua brutta abitudine di perdersi in mille esempi e non tirare le fila del discorso può risultare tremendamente irritante.
    Inoltre, anche se questo libro rimane un testo fondamentale per la materia, inizia a mostrare i suoi anni (è del '91) ed ha il difetto di essere al limite dell'incomprensibile.
    La pecca più grande è che si parla pochissimo della natura del fenomeno nudo e crudo, la coscienza, mentre ci sono pagine su pagine di dibattiti filosofici, contenuti coscienti e qualia.
    Ad ogni modo, un bel tentativo.

    ha scritto il