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Crimen Y Castigo / Crime and Punishment

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Publisher: Longseller

4.5
(6031)

Language:Español | Number of Pages: 592 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) English , Russian , Portuguese , Chi traditional , French , German , Italian , Galego , Swedish , Catalan , Japanese , Dutch , Polish , Slovenian , Norwegian

Isbn-10: 9875504378 | Isbn-13: 9789875504370 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Audio Cassette , Audio CD , Mass Market Paperback , Others

Category: Crime , Fiction & Literature , Philosophy

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Book Description
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  • 5

    Pier Paolo Pasolini su Delitto e Castigo :

    "Un giovane uomo di ventitré anni - un bel ragazzo anche se così pallido e magro - è «traumatizzato» dall’amore della madre (e per ampliazione, della sorella). La situazione è, per noi, classica: si tratta di una passione infantile edipica. Egli è rimasto impietrito da quell’amore con tanta viole ...continue

    "Un giovane uomo di ventitré anni - un bel ragazzo anche se così pallido e magro - è «traumatizzato» dall’amore della madre (e per ampliazione, della sorella). La situazione è, per noi, classica: si tratta di una passione infantile edipica. Egli è rimasto impietrito da quell’amore con tanta violenza provato e ricambiato, quasi come in una prova di laboratorio. Infatti le conseguenze sono quelle ben note: la sessuofobia, la freddezza sessuale e il sadismo. Egli sembra innamorarsi di una ragazza bruna, infelice, intelligente e malata. Che muore presto di tifo (si direbbe, come egli ha voluto). In questo amore non trova posto la sensualità. Egli prova altre attrazioni - che non divengono però mai sessuali - per due altre ragazze giovanissime: una adolescente ubriaca o drogata che se ne va per la strada (ed egli la protegge da un «pappagallo», chiedendo l’aiuto - il che è sintomatico - di un poliziotto) e poi, per un attimo, verso un’altra giovinetta mendicante (che perciò fa pena: e la pena è umiliante, può essere umiliante fino al sadismo). A questa situazione sessuale inconscia (il rapporto edipico con la madre, esteso alla sorella) si aggiungono altri elementi «oggettivi» e in gran parte consci. Il nostro ragazzo, infatti, orfano di padre, studia nella capitale: è mantenuto agli studi per mezzo della misera pensione di sua madre, e sua sorella è costretta a impiegarsi come istitutrice. Ciò ha creato degli obblighi al ragazzo verso la famiglia. Terribili obblighi di gratitudine e di amore, che vengono ad aggiungersi, appunto, alla violenza amorosa infantile e alla inconsapevole repressione della madre su di lui. Una madre buona, sì, buona, anzi angelica; borghese, ma dotata di tutte le qualità migliori della borghesia provinciale: di quello speciale idealismo, cioè, che non può fare del proprio figlio che un essere adorato e unico. Il nostro eroe è così guidato dal suo inconscio, e si appresta, come in un incubo kafkiano, a giocare il ruolo che gil è assegnato; ad esso non può sottrarsi, come un automa, ma può, su esso, cercare tuttavia delle giustificazioni pretestuali, dei (aberranti, come vedremo) fondamenti moralistici e teorici. Un giorno gli «viene un’idea» - proprio come se gli venisse dal di fuori, dall’alto - ed egli come in un incubo, appunto, si chiede come mai gli sia venuta una simile idea «non sua»: non può sapere infatti che gli viene dal basso. E così si appresta a elaborarla, a impossessarsene (attraverso la teorizzazione). Tale idea è di uccidere una vecchia usuraia, a cui ha dato in pegno degli oggetti (di famiglia). Resiste a lungo a tale «invito», ma alla fine, dopo un lungo cerimoniale, cede. Egli ammazza così la madre. La madre che lo ossessiona con gli obblighi, che gli crea degli impegni, che lo umilia con la sua ansiosa comprensione, che lo mette di fronte alla propria impotenza: e che comunque, ancora prima, aveva suscitato in lui un amore che, per essere orrendamente colpevole, si era - come vuole il meccanismo - trasformato in odio. Ma non avevamo detto che alla figura della madre egli aveva annesso anche la figura della soreila? Sì, e infatti ecco che, appena uccisa la vecchia usuraia, entra in casa la buona e mite sorella di questa. La porta era stata lasciata aperta (quasi apposta, perché lei potesse entrare). Inoltre, il nostro assassino sapeva che egli avrebbe potuto uccidere la usuraia fra le sette e le sette e mezza circa, appunto perché la sorella era fuori. Egli giunge invece sui luogo dell’assassinio in ritardo (per colpa - siamo sempre alla diagnosi da manuale! - di un assopimento protrattosi più a lungo del previsto). Egli insomma è andato in casa dell’usuraia in ritardo apposta per dar tempo alla sorda di ritornare. E così ammazza anche lei. Non solo dunque egli sopprime nelle due vecchie, la propria madre e la propria sorella, ma sopprime in esse quella «realtà doppia» che l’amore per la donna è per lui: da una parte la realtà repressiva, feroce, angosciosa (l’usuraia) e dall’altra la realtà tenera, affettuosa, mite (la sorella dell’usuraia). Nella sua teoria - di carattere nietzschiano - il nostro ragazzo considera il delitto un «delitto gratuito», fatto per dimostrare a se stesso, da una parte, di essere un uomo superiore (che non esita a delinquere pur di raggiungere il proprio scopo: arricchire per studiare, diventare uno scienziato, un filosofo, un benefattore dell’umanità), dall’altra, di essere addirittura un «superuomo», al di là di ogni valore morale istituito. Insomma egli ondeggia fra il cinismo della Realpolitik e la grandezza dell’azione pura. In tutti i casi è chiaro che siamo ancora nel laboratorio: egli ha infatti bisogno semplicemente di superare il proprio «complesso di inferiorità» derivante da tutte le circostanze che abbiamo visto. Senonché - com’era fatale - dopo la sua spaventosa impresa, egli sarà costretto a parlare di «fallimento»: e si ritroverà di fronte alla propria «inferiorità» (che però a lui si manifesta solo come incapacità a nascondere le tracce del delitto, e soprattutto, come incapacità a resistere agli impulsi della morale comune che richiede il rimorso e la confessione della colpa). In realtà il «fallimento» consiste in qualcos’altro. Consiste nel fatto che la liberazione dalla propria madre attraverso l’assassinio dell’usuraia «doppia» (buona e cattiva), è una liberazione simbolica. Nella realtà, eccola, la madre (con la sorella) che arriva in treno dalla profonda provincia. È una vera e propria resurrezione, la riapparizione di un fantasma. Il delitto è stato davvero «inutile»! La madre e la sorella portano innocenti con sé, non solo tutto l’orrendo fardello di amore infantile, ma, per di più, tutte le esigenze e gli obblighi di una vita da vivere, coi suoi problemi pratici e il suo spietato idealismo da non tradire. La sorte del nostro assassino è dunque ancora interamente da decidere e da vivere. Tutto è da ricominciare da capo. Ma, ormai, il nostro eroe non può più farlo. La sua è ormai una vita che scorre per inerzia, ed egli percorre dunque tutte le tappe obbligate che usa percorrere - quasi secondo delle perfette norme fissate una volta per sempre - un colpevole che finirà per costituirsi, confessare ed espiare. Ormai, quelle che contano sono le vite degli altri, che si sviluppano intorno alla sua. Durante la sua via crucis (non evangelica, perché egli, naturalmente, è ostacolato continuamente e fino in fondo dall’interpretazione «conscia» che egli dà ai fatti: la sua sfida moralistica al mondo e il suo fallito tentativo d’essere un uomo superiore) egli tuttavia su una vita, più che sulle altre, continua a influire, prima di diventare un «morto civile». Si tratta della vita di una ragazza - un’adolescente come quelle intraviste e «rimosse» per la strada - in tutto e per tutto símile alia sorella dell’usuraia, e quindi alla madre «buona, mite, idealistica». L’identificazione di questa ragazza con la sorella dell’usuraia e con la madre dell’infanzia è perfetta: anche letteralmente. Il sentimento del nostro eroe verso questa ragazza dovrebbe essere d’amore (e infatti lo è): ma si tratta di un amore privo di un elemento essenziale, cioè il sesso. Il quale si manifesta (ancora e irrimediabilmente!) attraverso il sadismo. Il giovane infatti confessa a lei, per sadismo, la propria colpa: e continua del resto a tormentarla in tutti i modi. Essa oltre tutto è costretta dalla miseria, benché quasi una bambina, a fare la puttana. E ciò scatena ancor più la sessuofobia e il puritanesimo del nostro eroe che ignora perfettamente di avere un sesso. Naturalmente, non appena egli si accorge di provare un sentimento di amore verso di lei, lo sente subito come odio. E per contro, l’amore ingenuo, immenso e incondizionato di lei per lui, ricomincia a creargli quel sentimento quasi cosmico di insopportazione che gli aveva creato l’amore della madre. È inutile dire che egli, seviziando questa ragazzina, sevizia se stesso. Come già, ammazzando le due vecchie donne, aveva infierito su se stesso. Anche questo è da manuale. Non per niente poco prima di spaccare con la scure la povera, indifesa, teneta nuca della malvagia vecchia (la madre, invecchiando, diviene infantile), il nostro eroe aveva fatto un orribile sogno: dei giovinastri, nella sua cittadina di provincia, per dove egli carnminava tenendo per mano il padre (!) ammazzano, seviziandola in modo atroce, una povera, magra cavallina (che egli alla fine, quando sarà finalmente morta, andrà a baciare disperatamente nel muso): ma il fatto rilevante è che, benché si tratti di una «cavallina», egli, parlandone col padre e con gli astanti, appunto perché infante, la chiama «cavallino». Dunque chi è stato torturato, seviziato, massacrato, ucciso: una cavallina o un cavallíno? Dopo la confessione del suo delitto e la sua condanna ai lavori forzati, il nostro eroe è seguito, come da una cagna fedele, dalla puttana che egli non ammette di amare, oppure manifesta il suo amore verso di lei attraverso la crudeltà. Niente di nuovo è successo nel profondo della sua personalità. Egli è rimasto la stessa creatura cristallizzata, mostruosa, automatica - e, nel tempo stesso, il ragazzo buono e intelligente - che era prima del delitto. Niente si è sciolto in lui. I suoi compagni di pena odiano in lui questa fedeltà inderogabile al proprio essere, questo ascetismo della diversità ignota a se stessa. Finché la madre vera muore; muore di innocente dolore, tra deliri di bontà materna, che pur intuendo la verità non vuol ammetterla, ecc., ecc. Tale morte in principio non significa nulla. È una morte anagrafica. Eppure essa era indispensabilie perché finalmente qualcosa si sciogliesse dentro il suo ostinato figlio. Ciò avviene di colpo e senza nessuna ragione. Assomiglia un po’ a queila che i cristiani chiamano «conversione» o i filosofi Zen «illuminazione»: cioè un mutamento radicale che si verifica in un momento qualunque o addirittura banale. Un dopopranzo, in una pausa di lavoro, sopra uno sterro, davanti a una grande pianura illuminata da un pallido e tiepido sole, dove, lontano, sono accampati dei nomadi, il nostro eroe sente di colpo di amare la ragazza che l’ha seguito: di amarla in modo completo, assoluto, così come non aveva potuto amare la madre da bambino. Era tanto semplice! Non solo Dostoevskij ha prefigurato Nietzsche e tutta la cultura nietzschiana, non solo ha prefigurato Kafka, cioè almeno metà della letteratura del Novecento (basta infatti togliere la descrizione del delitto iniziale, e lasciare tutto il resto così com’è: e Delitto e castigo diventa un enorme e convulso Processo) , ma addirittura ha prefigurato, precorso, preteso Freud. A meno che egli non sapesse già tutto ciò che Freud avrebbe scoperto. Questa mia non è che un’umile chiacchierata e un’analisi psicanalitica a braccio; ma potrei però dimostrare, in un saggio documentato, come in Delitto e castigo ci sia un numero impressionante di espressioni «esplicitamente» psicanalitiche. Ciò mi riempie di una sconfinata ammirazione, pari almeno a quella che sento per la impareggiabile «sceneggiatura» del romanzo. "

    Uno dei romanzi più sconvolgenti che io abbia mai letto.

    said on 

  • 3

    Più castigo che delitto

    Non mi capacito di quanto possa non essermi piaciuto questo libro. Bisogna che legga altro di Dostoevskij perché non mi sembra possibile che possa piacermi così poco. Le pagine che ho apprezzato di più sono quelle in cui Svidrigajlov cerca per l’ultima volta di sedurre la sorella di Raskol'nikov ...continue

    Non mi capacito di quanto possa non essermi piaciuto questo libro. Bisogna che legga altro di Dostoevskij perché non mi sembra possibile che possa piacermi così poco. Le pagine che ho apprezzato di più sono quelle in cui Svidrigajlov cerca per l’ultima volta di sedurre la sorella di Raskol'nikov. E quelle in cui sempre Svidrigajlov si uccide.

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  • 5

    Sciapò

    Dopo ore e giorni di intensa e sofferta lettura, dopo sconvolgimenti emotivi e profonde scosse intellettuali, dopo faticosi slalom tra patronimici, diminutivi e soprannomi, dopo tutto questo, ecco la mia ispirata, ragionata, più volte riveduta e corretta recensione a quel capolavoro sempiterno ch ...continue

    Dopo ore e giorni di intensa e sofferta lettura, dopo sconvolgimenti emotivi e profonde scosse intellettuali, dopo faticosi slalom tra patronimici, diminutivi e soprannomi, dopo tutto questo, ecco la mia ispirata, ragionata, più volte riveduta e corretta recensione a quel capolavoro sempiterno che è Delitto e castigo:

    Ah Rasko', e fai pace col cervello!

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  • 4

    lettura a tratti scorrevole e a tratti pesante,devo confessare non vedevo l'ora di arrivare alla fine, magnifica pero' la descrizione dello stato psico-fisico del protagonista e dell'atmosfera della Russia dell'epoca

    said on 

  • 5

    Perchè leggere i classici? Vi risponderà Calvino, se non risuona in noi stessi la risposta.
    Un viaggio travagliato attraverso l'umana coscienza, dove non appare il Giudizio e il Giudice se non quello che noi applichiamo a noi stessi. La scrittura finisce dove finisce la dialettica e dove inizia ...continue

    Perchè leggere i classici? Vi risponderà Calvino, se non risuona in noi stessi la risposta. Un viaggio travagliato attraverso l'umana coscienza, dove non appare il Giudizio e il Giudice se non quello che noi applichiamo a noi stessi. La scrittura finisce dove finisce la dialettica e dove inizia la vita. Alla durezza del delitto e del castigo si può sopravvivere solo tramite l'unica verità, quella umana.

    said on 

  • 4

    Lettura GDL
    http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3263383#new_…

    Ecco il mio commento: Dosto è un gran scrittore, uno di quelli che anche se ti piazza un monologo di tre pagine sulle comuni russe, sa comunque tenerti attaccata alla pagina. E' un maestro nelle descrizioni psicologi ...continue

    Lettura GDL http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3263383#new_thread

    Ecco il mio commento: Dosto è un gran scrittore, uno di quelli che anche se ti piazza un monologo di tre pagine sulle comuni russe, sa comunque tenerti attaccata alla pagina. E' un maestro nelle descrizioni psicologiche e nel districarsi tra i sentimenti dei suoi personaggi, mai abbozzati, neppure quelli minori dei minori. E' un mito, anzi Mito, nella rappresentazioni di scene o luoghi, ti sembra di finirci dentro e vedere con i tuoi stessi occhi quella piazza, quella donna che si getta nel fiume. Quindi, cavoli! Delitto e Castigo non pensavo mi avrebbe appassionata così, non dico che sia stata una lettura facile, anzi. All'ultima pagina il mio è stato un sentimento di sollievo, oltre che di soddisfazione per aver finito uno dei romanzi considerati tra i migliori mai scritti. Ma forse non è di facile lettura proprio per i temi trattati, per la psicologia di cui sono piene le pagine. Tanto che ti ci perdi, nei ragionamenti dei personaggi, ti chiedi perchè prima Rodia pensa una cosa e poi ne pensa un'altra, perchè non si decide, perchè ha mille ripensamenti e non è coerente. Perchè è umano, ecco tutto. Il mio unico dispiacere è non conoscere meglio la storia russa, forse avrei capito meglio molte allusioni o dettagli. Ma nonostante ciò, il romanzo è comunque capibilissimo lo stesso. Quindi, il mio commento, oltre allo sproloquiare qui sopra, scritto di getto (e ora faccio copia e incolla perchè se Anobii parte perdo tutto), è decisamente positivo, con la piccola riserva del "bel romanzo, ma evviva l'ho finito!".

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  • 0

    Capitano a volte incontri con persone a noi assolutamente estranee, per le quali proviamo interesse fin dal primo sguardo, all’improvviso, in maniera inaspettata, prima che una sola parola venga pronunciata.

    said on 

  • 5

    L'anima nera di D. si misura con le miserie umane , le colpe peggiori, l'inquietudine personificata e proiettata sulle figure del suo nero teatrino, per emergerne , paradigma moralistico, col pistolotto evangelico finale. Da dove emerga la forza narrativa che configura i suoi personaggi in modo i ...continue

    L'anima nera di D. si misura con le miserie umane , le colpe peggiori, l'inquietudine personificata e proiettata sulle figure del suo nero teatrino, per emergerne , paradigma moralistico, col pistolotto evangelico finale. Da dove emerga la forza narrativa che configura i suoi personaggi in modo indimenticabile e li rende attuali ad ogni rilettura, resta per me un mistero un mistero.

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  • 3

    Dopo tempo immemore ho colmato una grave lacuna dando seguito al consiglio del mio professore di italiano delle superiori. Era addirittura la fine del biennio quando fermandomi nel corridoio il suddetto professore mi consegnò un bigliettino sul quale c’erano scritti i suoi consigli di lettura ext ...continue

    Dopo tempo immemore ho colmato una grave lacuna dando seguito al consiglio del mio professore di italiano delle superiori. Era addirittura la fine del biennio quando fermandomi nel corridoio il suddetto professore mi consegnò un bigliettino sul quale c’erano scritti i suoi consigli di lettura extra, ovvero non prettamente inerenti l’attività scolastica. Ero talmente orgoglioso, di me stesso e di lui, nel constatare che nel biglietto c’era indicato Tondelli e che io Tondelli lo avevo già letto, che sorvolai del tutto un’altra riga nella quale il professore mi esortava a leggere i classici russi. Alla fine ho voluto rendere omaggio alla memoria di quel grand’uomo e in una insolita estate come quella attuale ho preso in mano uno dei libri meno estivi che potevano esserci nella mia libreria. Delitto e castigo non è propriamente un libro da ombrellone, già a partire dalla mole, ma soprattutto per i temi. Non si parla certo di sciocchezze distensive da prendere troppo alla leggera di cui poter parlare mentre si aspetta di andare a fare il bagno. Dostoevskij mette subito in chiaro che tipo di romanzo sia il suo e il delitto del titolo avviene poco dopo l’inizio e si completa in modo abbastanza rapido. Le restanti pagine offrono lo spazio al castigo e ai vari pentimenti, i turbamenti dell’omicida. Certo, era una cosa che mi aspettavo. Non credevo affatto che dentro quel volume si nascondesse chissà quale storia gialla alla Agatha Christie. La lettura è andata però a sbattere contro al risultato delle pagine post-delitto. Non vi è solo l’evoluzione psicologica del protagonista a impegnare la narrazione. Ci sono anche alcune sottotrame secondarie che vanno a intrecciarsi con la storia dell’omicida, che si snodano tra avvenimenti e circostanze amorose, matrimoni tentati matrimoni andati a male. Il tutto è stato condito con la mia innata avversione verso i nomi russi, secondo cui dopo tre nomi tutti quanti cominciano ad apparirmi uguali e inizio inevitabilmente a fare confusione. Questo non ha certo aiutato a distinguere i vari personaggi che si susseguivano nelle pagine, ma non credo abbia influito molto nel giudizio complessivo. È ovvio che bisogna pensare che il romanzo è stato scritto molto tempo fa, ma a dispetto di questo la prosa non appesantisce troppo la lettura. Ciò che mi ha stupito, in senso più vicino al negativo che al positivo, è stato il trattamento del castigo, o meglio del pentimento (come era nell’originale russo [il titolo più famoso che recita Delitto e castigo deriva da una traduzione in italiano fatta da una traduzione francese del testo originale, nella quale il secondo termine era stato tradotto con un vocabolo che poi a preso la connotazione di castigo nel trasportarlo in italiano]). La descrizione mi è parsa un po’ troppo repentina nel cambiamento, con il facile espediente della malattia del protagonista ad aiutare il susseguirsi dei fatti. Non metto in dubbio che sia comunque un testo importante e di valore, ma dopo aver aspettato così tanto tempo per leggerlo forse mi aspettavo una dimostrazione più eclatante della fantastica narrativa russa.

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  • 5

    Riletto dopo più di trent'anni, è ancora un libro straordinario. Dostoevskij riesce ad analizzare le più piccole sfumature della psicologia di Raskolnikov e di tutti gli straordinari personaggi che gli girano attorno. Si vorrebbe non arrivare mai alla fine del libro.

    said on 

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