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Cristo si è fermato a Eboli

By Carlo Levi

(79)

| Hardcover

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Book Description

303 Reviews

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  • 3 people find this helpful

    ovvero i confini del mondo conosciuto

    Racconto dell'esilio in Lucania di Carlo Levi a causa della sua attività antifascista.
    Un uomo di cultura dalle profonde convinzioni politiche e sociali mandato in una terra lunare, ai confini del mondo immaginabile (se li mandavano in esilio lì, un ...(continue)

    Racconto dell'esilio in Lucania di Carlo Levi a causa della sua attività antifascista.
    Un uomo di cultura dalle profonde convinzioni politiche e sociali mandato in una terra lunare, ai confini del mondo immaginabile (se li mandavano in esilio lì, un motivo ci sarà stato).
    Essì, perché spostarsi da una grande città nell'entroterra di qualunque paese è già un'avventura; se l'entroterra poi è povero, culturalmente arretrato, distaccato dal resto del mondo terreno, diventa un vero viaggio fantastico, in terre aride e desolate.
    E' un altro mondo quello in cui viene catapultato Levi, un mondo arcaico, in cui la vita e il suo linguaggio, insieme ai suoi abitanti, vanno decifrati giorno per giorno.

    "Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall'altra parte."

    "I contadini risalivano le strade con i loro animali e rifluivano alle loro case, come ogni sera, con la monotonia di una eterna marea, in un loro oscuro, misterioso mondo senza speranza. Gli altri, i signori, li avevo ormai fin troppo conosciuti, e sentivo con ribrezzo il contatto attaccaticcio della assurda tela di ragno della loro vita quotidiana; polveroso nodo senza mistero, di interessi, di passioni miserabili, di noia, di avida impotenza, e di miseria."

    Mi viene da paragonare la lettura a quell'altra meraviglia (triste, angosciante, straniante, ma bella) di Bulgakov "Appunti di un giovane medico", spedito nell'entroterra russo (e non so' bruscolini) agli inizi del novecento nei primi anni della sua carriera di medico.

    "La ragione soltanto ha un senso univoco, e, come lei, la religione e la storia. Ma il senso dell'esistenza, come quello dell'arte e del linguaggio e dell'amore, è molteplice, all'infinito. Nel mondo dei contadini non c'è posto per la ragione, per la religione e per la storia. Non c'è posto per la religione, appunto perché tutto partecipa della divinità, perché tutto è, realmente e non simbolicamente, divino, il cielo come gli animali, Cristo come la capra. Tutto è magia naturale. Anche le cerimonie della chiesa diventano dei riti pagani, celebratori della indifferenziata esistenza delle cose, degli infiniti terrestri dèi del villaggio."

    Visto anche il film di Francesco Rosi del '79 con Gian Maria Volonté e Irene Papas (bello, che ve lo dico affà).

    P.S. comprendo perfettamente l'alto valore letterario di un libro così, ma 'sta cosa di farla leggere ai ragazzi a scuola mi pare abbastanza sadico e infruttuoso. Magari la storia contemporanea andrebbe discussa insieme a loro, prima di chiedergli un giudizio su qualcosa di sconnesso e incomprensibile. Queste le mie impressioni di allora riviste col senno di poi.

    "Certo, l'esperienza intera che quel giovane (che forse ero io) andava facendo, gli rivelava nella realtà non soltanto un paese ignoto, ignoti linguaggi, lavori, fatiche, dolori, miserie e costumi, non soltanto animali e magia, e problemi antichi non risolti, e una potenza contro il potere, ma l'alterità presente, la infinita contemporaneità, l'esistenza come coesistenza, l'individuo come luogo di tutti i rapporti, e un mondo immobile di chiuse possibilità infinite, la nera adolescenza dei secoli pronti ad uscire e muoversi, farfalle dal bozzolo; e l'eternità individuale di questa vicenda, la Lucania che è in ciascuno di noi, forza vitale pronta a diventare forma, vita, istituzioni, in lotta con le istituzioni paterne e padrone, e, nella loro pretesa di realtà esclusiva, passate e morte."

    Conosco molto bene i paesini dell'entroterra del sud, oh se li conosco! Posso affermare con assoluta cognizione di causa che non molto è cambiato, da allora. Ci torno ogni tanto, per mia spontanea volontà, con un piedino sempre pronto alla partenza rapida e veloce; non so cosa accadrebbe di me se, per oscure ragioni imperscrutabili della vita, non potessi più fuggirne...

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    TapiocaMuffin said on Sep 8, 2014 | 4 feedbacks

  • 3 people find this helpful

    Il dipinto in parole di Carlo Levi: quando Cristo dovette fermarsi.

    Riprendendo “Cristo si è fermato a Eboli” la mia attenzione ai saggi introduttivi di Calvino e Sartre hanno non di poco condizionato la rilettura di questo romanzo. Ancor di più però è il primo saggio che Carlo Levi scrisse: “ Paura della libertà”, u ...(continue)

    Riprendendo “Cristo si è fermato a Eboli” la mia attenzione ai saggi introduttivi di Calvino e Sartre hanno non di poco condizionato la rilettura di questo romanzo. Ancor di più però è il primo saggio che Carlo Levi scrisse: “ Paura della libertà”, un'analisi sul distacco delle genti, sulla incomprensione tra intellettuali, “acculturati”, artisti da una parte e masse popolari dall'altra. Tema centrale dell'opera il rifiuto della società contemporanea, negatrice di troppe cose che secoli di esperienze e ricerche a contatto con la “selva”, con quel sapere popolano che andando a ritroso è frutto del mito, del simbolo, se non anche delle parole dei Padri. Tra poesia e riferimenti biblici le immagini ambivalenti e ataviche della storia dell'uomo, si scontrano con lo “Stato-idolo” e i suoi processi di distruzione...ma anche con la dialettica del singolo e delle masse, unico modo di riconoscersi uomini tra gli uomini anche ad Eboli, dove Cristo non s'è mai visto poiché da lì in poi non vi sono più “cristiani”, in quanto esseri umani...per Levi è solo la presa di coscienza d'ognuno, l'appartenenza e il suo significato più profondo, ed infine l'arte come strumento d'espressione, emancipazione dalle grandi disperazioni, di una campagna quasi lunare e sempre vestita a lutto, poiché la morte è cosa quotidiana, più della fantasia è proprio il morire la prassi di quelle campagne del sud, in cui chi non ha niente ha almeno qualcosa...La condizione dei contadini della Lucania è, per loro stessi e per Levi, un limbo dove tutto finisce, una sofferenza e una vergogna per quel confronto con coloro che stanno “al di là dell'orizzonte”: un confronto e un peso che da sempre si portano sulla testa, come le brocche di quella poca acqua, come le pungenti fascine di quel povero fuoco...perchè se il soggetto è Cristo, portatore di buona novella nel mondo, sembra egli non essere andato oltre Eboli...Carlo Levi con stile descrittivo ci narra quindi in terza persona dove lo sguardo dal balcone si apre al cortile e da lì nell'infinita pianura, nella campagna dai colori d'ogni stagione, poiché chi scrive lo fa con l'indole del pittore quale Levi era.: “trecce di fichi nere”, “pomodoro color sangue”...arte e simbolismo, nero e rosso...nella nostra cultura un intreccio di tenebre e vita di fuoco calore, carbone ,freddo e caldo, animi nella passività del capo chino, animi nel vortice furioso delle loro bandiere, del loro sangue scaldato se non dal vino che costa, dalla rabbia di sempre...colori e questioni che si dividono per reincontrarsi in quell'infinito paradosso del simbolo e del suo colore: morte e vita, sangue e vino, passione e rinuncia. E se l'opera si tinge del simbolismo arcaico, del ricordo legato alla cultura primitiva del sud, a cui l'autore vi si accosta con qualche compiacimento letterario di troppo (dati i tempi, i periodi visionari, le riflessioni “apocalittiche” o i confronti etico religiosi che vanno a formare un quadro, appunto, di confusa idealità, o non sempre lineare e chiaro...)ma parlando appunto di quadro possiamo dare all'artista Levi l'attenuante espressionista o impressionista, di colui che dipinge scrivendo; la conferma però che non tutto è artificio è il fatto che l'autore ha aggiunto al suo narrare la concretezza politica dei suoi maestri di GL. Quindi il riscatto tanto auspicato fino a sognarlo, Levi lo riporta a prassi, nelle lezioni di Gobetti e dei fratelli Rosselli; Cristo quindi, forse non è passato per Eboli, ma le sorti dei contadini lucani ritrovano un filo rosso e non solo nell'istinto pagano della selva. C'è qualcosa di più, c'è un rifiuto. Dall'isolamento, da un'alienazione parallela a quella industriale, da un continuo abbassare il capo o togliersi il cappello. E' qualcosa di più, che arriva sia da una millenaria coscienza collettiva sempre nella costrizione, sia da una coscienza individuale, miccia d'ogni idea diversa, di ogni potenziale per riprendersi la vita...dall'altra c'è il movimento della storia e i suoi fatti, i suoi contesti, gli accadimenti che creano il riconoscersi,: dove la miccia individuale finisce è l'esplosione di una moltitudine a riconoscersi, al di là del credo, cristiani in quanto uomini.Spesso le pagine di questo libro appaiono nature morte e come nella più rigorosa tradizione olandese di questi soggetti la bellezza del mondo circostante, i suoi colori, le sue sfumature, appaiono di certo più importanti del soggetto da raffigurare... Levi pennella le sue parole indipendentemente dal protagonista o dai protagonisti; da una parte come dall'altra è l'emozione percepita dall'artista a trasparire dal quadro d'insieme. Una sequenza travolta dalla “vampa del sole, di chiazze di sangue che seccavano al sole, dei piedi asciutti delle mosche e delle parti già solidificate del sangue...” esaltano il lavoro del narratore, di questo “paesaggio stanco e pesante” della campagna: nessun personaggio, dove il tempo sembra scorrere per nessuno come per nessuno sembra suonare la campana...ma i rimandi biblici di cui l'opera si rifà, in questa sequenza più numerosi hanno anche una doppia valenza, di metafora e di realtà. Ed è proprio qui che si scopre tutto il valore difficilmente definibile con un aggettivo, di Carlo Levi: se lo sciame di mosche è il popolo eletto di Mosè è la chiazza di pomodoro a cui vanno attingere fameliche, il Mar Rosso...e l'altro sciame di insetti il faraone egizio con il suo potente esercito. E' così che il riferimento biblico viene collocato nel racconto popolare di vita contadina, un modo di Levi per accennare ad un'ipotetica continuità, una conferma di come un tempo, la cultura contadina mescolava(e fu mescolata per opportunità) il “ silvestre”, il simbolo pagano, gli animali, con la Bibbia, al di là delle polemiche, uno dei libri dell'uomo. Ma “Cristo si è fermato ad Eboli” è anche molto altro e quasi ci si dimentica che è in special modo un libro politico, un libro di guerra e di memorie...scritto tra il 1943-44 è l'autobiografico confino subito dall'autore durante il Fascismo. Un libro che con i suoi temi agresti e universali è anche una risposta vera all'apparenza estetizzante del Futurismo. Si ripetono le atmosfere di un cristianesimo umanizzato, anche povero, pieno di fame e di paura ma protetto dalla saggezza proverbiale dell'uomo pastore, abitante del bosco o di un ipotetico star fermi, una staticità che ha avuto molte interpretazioni. Di sicuro c'è quel lento processo di uno Stato quasi invisibile e mai utile, mai vivo per gli interessi e l'armonia della gente del sud...uno stato portatore si di una novella, ma sterile, polverosa, incomprensibile; non più quindi “buona” ma estranea e mai lieta.
    Levi tratteggerà un quadro difficile e a volte inevitabilmente tragico, ma nel lento conoscere le sfumature di questi posti e uomini dimenticati, nella tonaniltà di quest'affresco umano e dimesso, ritornerà con il quadro a questo Cristo presente nel titolo e così colorato. Sta proprio nello stimolare i sensi, l'efficacia fuori del comune di questo romanzo, di questo quadro, di questa storia vera, di questa....

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    LucBon71(de una Luna o una sangre o un beso al cabo) said on Aug 25, 2014 | Add your feedback

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    Con questo straordinario romanzo Carlo Levi ci fa compiere il viaggio di un marziano alla scoperta di un pianeta simile al suo ma retto da altre regole, altre leggi fisiche e dove le parole, uguali nel suono, hanno altri significati. Tale è la differ ...(continue)

    Con questo straordinario romanzo Carlo Levi ci fa compiere il viaggio di un marziano alla scoperta di un pianeta simile al suo ma retto da altre regole, altre leggi fisiche e dove le parole, uguali nel suono, hanno altri significati. Tale è la differenza tra il giovane colto, gentile e raffinato deportato ne 1935 in questo paesino sperduto sulle montagne della Lucania, così lontano dal resto del mondo da far pensare che persino Cristo se ne sia tenuto alla larga, e i suoi abitanti tutti, contadini poveri e borghesi rancorosi. Levi racconta benissimo con penna leggera e lucido paternalismo questo mondo insanabile fatto di miseria, ingiustizie, superstizioni, malattie, ignoranza, rassegnazione e noia destreggiandosi bene tra le meschinità dei vari poteri costituiti ed il dolore di una massa abbandonata a se stessa, senza mai pronunciare una parola di troppo contro il regime che pure l'ha condannato al confino ma esprimendo anzi alcune riflessioni lucide e profonde sulle ideologie che avrebbero potuto fornire la base ideologica di un nuovo Stato post-fascista e che ancora oggi, a settant'anni dalla loro elaborazione risultano attuali.

    Ne viene fuori un romanzo estremamente gradevole alla lettura, delicato nel linguaggio e nel passo ma allo stesso tempo profondo e intelligente, che racconta benissimo la Lucania dell'ante guerra, la profonda Italia mussoliniana ma anche l'anima degli italiani, da sempre divisi per il senso del lungo in vittime e carnefici.

    Gran libro.

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    Albertozeta said on Aug 7, 2014 | Add your feedback

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    Letto anni fa e mai dimenticato. Il libro sul meridione degli anni trenta IL LIBRO, non un libro qualsiasi. Un romanzo denso e struggente su come si possa amare una terra che si vorrebbe odiare.

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    Miriamglserrano said on Aug 7, 2014 | Add your feedback

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    Riletto dopo tanti anni a seguito di una visita a Matera. Per fortuna ora Matera è una spendida città da visitare (raccomandatissima e magica) ma non si stenta a credere le disumane condizioni delle genti di Lucania in quegli anni '30, mirabilmente d ...(continue)

    Riletto dopo tanti anni a seguito di una visita a Matera. Per fortuna ora Matera è una spendida città da visitare (raccomandatissima e magica) ma non si stenta a credere le disumane condizioni delle genti di Lucania in quegli anni '30, mirabilmente descritte.

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    mavi said on Jul 26, 2014 | Add your feedback

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