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Cronache Marziane

Oscar 181 - Oscar Fantascienza 20

Di

Editore: Mondadori

4.2
(3583)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 332 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Catalano , Chi tradizionale , Tedesco , Francese , Giapponese , Portoghese , Galego , Polacco , Svedese , Russo , Ceco

Isbn-10: A000032996 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature , Science Fiction & Fantasy , Travel

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Descrizione del libro
Questo libro di Ray Bradbury raccoglie una serie di "cronache" fantastiche che favoleggiano della conquista e della successiva colonizzazione di Marte da parte di un'umanità prevalentemente americana, tra il 1999 e il 2026: anno in cui lo scoppio di una guerra atomica richiama i terrestri sul proprio pianeta. L'antichissimo Marte resta allora nuovamente abbandonato e deserto, con le ampie e impetuose correnti dei suoi misteriosi canali millenari, coi suoi immensi mari privi di vita, sulle cui sabbie passano i grandi velieri degli ultimi marziani - creature simili a fantasmi, ombre e larve di una civiltà che i terrestri non hanno saputo né vedere né intendere. Con Cronache marziane è nato un nuovo originalissimo scrittore, per il quale la fantascienza non è che pretesto per dare sfogo all'estrosa fantasia, e, in questo caso, per una protesta contro la vita di oggi che tende, con il troppo facile materialismo e commercialismo, a distruggere l'elemento poetico e fiabesco, ideale dell'uomo e della sua storia.In copertinaillustrazione di Karel Thole
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  • 3

    Mars is a State of Mind

    un classico dell'età d'oro della fantascienza, quella dove si prendono mondi lontani per riflettere sul proprio.

    La conquista di Marte da parte dei terrestri avviene in decine di anni ed è raccontata ...continua

    un classico dell'età d'oro della fantascienza, quella dove si prendono mondi lontani per riflettere sul proprio.

    La conquista di Marte da parte dei terrestri avviene in decine di anni ed è raccontata da piccoli eventi, spesso legati gli uni agli altri, spesso paralleli e finisce nel peggiori dei modi cioè ripetendo gli stessi errori che l'uomo fa sulla terra.

    Ma Marte non è solo un luogo ma è anche una sensazione, un pianeta vivente che per difendersi rende vive e reali i sogni, le paure e i ricordi degli umani che tentano la conquista.

    Gli episodi sono tanti e spesso ricordano le puntate di Twilight Zone, classica serie tv a cui anche Bradbury collaborò.

    Affascinante ma decisamente datato.

    ha scritto il 

  • 3

    Allegoria (poco) fantascientifica in pessima traduzione

    L'idea è davvero geniale: la colonizzazione umana su Marte, vista da tanti punti di vista diversi, anche quelli più impensabili e inconsueti. Tuttavia la resa, ahinoi, pare aver sofferto moltissimo il ...continua

    L'idea è davvero geniale: la colonizzazione umana su Marte, vista da tanti punti di vista diversi, anche quelli più impensabili e inconsueti. Tuttavia la resa, ahinoi, pare aver sofferto moltissimo il trascorrere del tempo e il romanzo sembra uno di quei prodotti validi (validissimi) per l'epoca, ma che oggi si fanno leggere a scuola tanto per vedere l'effetto che fa.

    Da chiarire subito: qua di fantascienza ce n'è meno di zero. Se paragoniamo le Cronache al classico - praticamente contemporaneo - di Orwell "1984" c'è davvero un abisso, sia in termini di visionarietà, che di fruibilità contenutistica. Ma basta poi paragonare Bradbury allo stesso Bradbury di tre anni dopo, quando con Fahrenheit 451 toccherà vette di ben altro spessore e levatura. Nelle Cronache, invece, la fantascienza sembra solo il pretesto per parlare sempre delle stesse cose ma di farlo con l'aggiunta di un punto di vista privilegiato ed estraneo (come ci vedono i marziani? E noi, come vediamo loro?).
    Non ci sono sforzi a immaginare futuri possibili, né c'è la volontà di dipingere scenari alternativi al nostro: i marziani fanno più o meno quello che facciamo noi (vanno ai concerti, mangiano, bevono, chiamano il dottore, vanno a caccia, litigano tra di loro) e noi ci limitiamo a colonizzarli con le pistole (quelle coi proiettili), le bombe a mano e i razzi (sempre e solo razzi, mai un'astronave), per continuare a fare là quello che facciamo di solito qua.

    Nonostante tutto, c'è molto lirismo tra le pagine, quasi un divertissment poetico per giocare a guardare l'animale uomo da diverse angolazioni e a descriverlo da lontano, come un qualcosa di alieno (e, alla fine, alieno lo diventerà davvero). I primi racconti sono gocce dolcissime e finanche malinconiche, che preparano la strada alla pragmaticità tutta umana della conquista del territorio e dell'autoaffermazione.

    Gustose le descrizioni delle prime quattro spedizioni sul pianeta rosso, dove ci sono anche momenti scanzonati al punto che ti chiedi se Guzzanti non ne abbia tratto ispirazione per i suoi "Fascisti su Marte". Da lì in avanti, però, l'anima fondamentalmente americana e americanista dell'autore viene a galla. E ci rimane. Tutta la parte centrale è una noiosissima allegoria della società di quegli anni (a cavallo tra i '40 e i '50), con tutti i suoi vizi e le sue fobie: ci sono "negri", ovviamente vessati, che si preparano razzi da soli per fuggire verso Marte, coppiette desiderose di farsi una casetta lassù, ragazzini in calzoncini corti che sognano guardando le stelle, maneschi duri da rodhouse che si inteneriscono di fronte a un incontro inaspettato.
    Ci si ritrova a metà strada con l'impressione che l'autore non sappia più dove andare a parare e che approfitti del mezzo letterario per lasciar uscire qualche critica semi-politica o qualche parola al veleno mezza rimangiata. Il finale contribuisce a risollevare il morale e a dare un senso compiuto a tutti i frammenti sparsi, ma la frittata ormai era caduta per terra e l'acquolina in bocca era passata.

    Lo stile di scrittura, inoltre, sebbene raffinatissimo, diventa sovente pomposo e ridondante, senza più guizzi o fuoriuscite inaspettate (complice, c'è da dire, una traduzione in italiano di infimo livello, che pare uscire direttamente dai tempi di Garibaldi e Mazzini). Rimane in bocca il sapore di un appiattimento generale, persino condito da qualche ingenuità e da personaggi mediamente insipidi. Non un capolavoro, decisamente. Forse uno sguardo malinconico su noi stessi e sulla nostra inevitabile ciclicità. Uno sguardo che ad anni di distanza non sembra più così tanto convincente, né tanto meno attuale.

    ha scritto il 

  • 4

    chissà perché pensavo a Never Ending Story

    Ray Bradbury era un genio, fantasioso e meticoloso. ce ne sono pochi alla sua altezza.

    con la sua delicatezza, è stato capace di discorrere di amarezza per un mondo che cambia, senza dirlo. esplorand ...continua

    Ray Bradbury era un genio, fantasioso e meticoloso. ce ne sono pochi alla sua altezza.

    con la sua delicatezza, è stato capace di discorrere di amarezza per un mondo che cambia, senza dirlo. esplorandone i sentimenti senza rabbia, senza angoscia, ma con un sottile velo di malinconia. a differenza di George Orwell, che faceva appello al nostro sgomento per urlare denuncia, Ray Bradbury non ci ha imposto niente; come se avesse voluto dire: questa è la mia angolazione, è solo una mia storia; fanne ciò che credi, caro lettore. anche se non va a parare da nessuna parte, è un libro che lascia il segno.

    ha scritto il 

  • 5

    La colonizzazione di Marte da parte dei terrestri, raccontata a zig-zag.
    Per me è un capolavoro.
    La fantascienza applicata alle nostre reali situazioni è sempre ben accetta.
    Malinconico. ...continua

    La colonizzazione di Marte da parte dei terrestri, raccontata a zig-zag.
    Per me è un capolavoro.
    La fantascienza applicata alle nostre reali situazioni è sempre ben accetta.
    Malinconico.

    ha scritto il 

  • 2

    « Si sono fermati dove avremmo dovuto fermarci noi cento anni fa »

    A me Bradbury non piacerà proprio mai: di certo la lunghezza della sua voce (in inglese) sulla Wikipedia, o ch’egli sia ritenuto autore non di semplice fantascienza, ma di letteratura: aspetto che –tu ...continua

    A me Bradbury non piacerà proprio mai: di certo la lunghezza della sua voce (in inglese) sulla Wikipedia, o ch’egli sia ritenuto autore non di semplice fantascienza, ma di letteratura: aspetto che –tutt’affatto noiosamente– è ripetuto come preghiera; magari la sua posizione sugli e-book, e in generale sulla tecnologia (questo, per chiamare le cose col loro nome, lo qualifica di reazionario) – forse l’aver scritto Fahrenheit 451, una distopia che ho trovato (come il genere stesso per lo piú) sempre abbastanza sterile, una critica sballata – come se l’obbiettivo fosse accontentarsi del presente; non voler troppo, al massimo una « buona » democrazia &c. &c.– – tutto ciò ha un suo peso, ma non sono stato smentito da questo volume.
    —Sono arrivato perfino a pensare: « Sembra che il lirismo crepuscolare sia sempre rovinato da una sorta d’ironia sarcastica – allora dovrebbe piacermi! » Ma non è cosí, non mi piace: trovo l’uno noioso, l’altra triviale – la stessa nostalgia ch’evoca è quella nient’affatto dolorosa del buon tempo andato: quello che non è mai esistito, non piú dei malridotti sogni fantascientifici… Le stesse qualità che s’attribuiscono a questi racconti io non li ho trovati – ovvero sono deboli deboli.
    —Non mi piace abbandonare una lettura, ma vicino sono andato: quando mi tocca leggere la frase usata per titolo, ho i brividi per il filisteismo che è sotteso a una tale frase – però andando avanti si può scoprire come finisce: appunto alla filistea…

    P.S. Naturalmente, a legger la Wikipedia – non posso non pensare d’aver qualche problema di comprendonio… pazienza, n’ero digià consapevole!

    ha scritto il 

  • 5

    Come spesso accade, i libri che non ti aspetteresti mai di leggere entrano nell’elenco dei tuoi preferiti. Come spesso accade, i libri si leggono per caso o perché il titolo ci ispira. Oppure, perché ...continua

    Come spesso accade, i libri che non ti aspetteresti mai di leggere entrano nell’elenco dei tuoi preferiti. Come spesso accade, i libri si leggono per caso o perché il titolo ci ispira. Oppure, perché l’autore è talmente noto, talmente famoso, che non leggere nulla di suo ci lascia lettori incompleti. Tra i filoni narrativi che conosco poco c’è la fantascienza; di fantascientifico ho letto pochissimo, anzi, quasi nulla, limitandomi a “Farhrenheit 451” – sempre di Bradbury – e “Guida galattica per autostoppisti” – di Douglas Adams. Così, trovando nella mia libreria “Cronache marziane” mi son detta: perché no? E l’ho letto per la rubrica “Un classico al mese“. E mi è piaciuto così tanto che non posso che parlarvene positivamente.

    Cronache marziane è una raccolta di episodi più o meno brevi che raccontano della colonizzazione del pianeta Marte da parte degli abitanti della Terra. A partire dal gennaio del 1999 fino all’aprile del 2026, Bradbury immagina una serie di eventi e situazioni che potrebbero verificarsi al momento dello sbarco su Marte da parte dei terrestri. Pubblicato nel 1950 negli Stati Uniti, Cronache marziane è una pietra miliare della fantascienza degli anni ’50, inaugurando un filone molto fortunato.

    Bradbury viene considerato uno dei maggiori autori americani di fantascienza e grazie al suo stile evocativo nel narrare i fatti, ne fa uno degli autori più amati dal pubblico; Bradbury cita altri libri (i racconti di Edgar Allan Poe nell’episodio Usher II) e crea delle immagini così poetiche e folgoranti, evocative e sorprendenti, che si imprimono nella mente del lettore come piccole gemme.

    Le stelle brillavano fulgide e le azzurre navi marziane scivolavano tra le sabbie fruscianti. Prima, la nave di Sam non volle muoversi, ma poi lui si ricordò dell’ancora da sabbia e la strappò su, a bordo. [...] Il vento spinse la chiglia sul fondo del mare estinto, su cristalli sepolti da tempi remoti, presso pilastri ancora eretti, oltre moli deserti di marmo e di bronzo, tra morte scacchiere di città e rosse pendici montuose, sempre più lontanando.

    Non è poetica, la descrizione del mare estinto? Non è visionaria l’immagine della nave che anziché fendere le onde del mare, fende la sabbia dei crateri marziani? Io la trovo un’immagine splendida. Ma Ray Bradbury mi ha conquistata anche per i colpi di scena nei vari episodi: un vero narratore, a mio avviso, stupisce il lettore con il colpo di scena all’ultima riga.

    Cronache marziane è anche un romanzo di denuncia: Bradbury infatti condanna gli uomini che nei secoli passati hanno colonizzato nuove terre, distruggendo le culture già presenti. In particolare, Bradbury condanna gli americani, perché sono proprio loro i primi a sbarcare su Marte. Spender, uno dei personaggi dell’episodio “… And the moon be still as bright“, impazzisce su Marte perché non vuole essere complice della distruzione del pianeta per impiantare le Colonie. Infatti, Spender dice:

    Tutte le montagne hanno avuto un nome. E noi non potremo mai usarle senza patire una sensazione di disagio. E in certo qual modo queste montagne non ci sembreranno mai del tutto a posto; perché avremo dato loro nomi nuovi, mentre i veccchi rimangono, sussistono in qualche regione del tempo, e le montagne furono foggiate e viste sotto quel nome. I nomi che noi daremo ai canali, alle montagne, alle città cadranno come acqua sulla schiena di un’anitra. Per quanto profondamente noi si possa toccare Marte, non riusciremo mai a toccarlo veramente.

    Ma oltre alla denuncia verso la colonizzazione, Bradbury è anche molto profetico:

    La vita sulla Terra non s’è mai composta in qualcosa di veramente onesto e nobile. La scienza è corsa troppo innanzi agli uomini, e troppo presto, e gli uomini si sono smarriti in un deserto meccanizzato, come bambini che si passino di mano in mano congegni preziosi, che si balocchino con elicotteri e astronavi a razzo; dando rilievo agli aspetti meno degni, dando valore alle macchine anzi che al modo di servirsi delle macchine. Le guerre, sempre più gigantesche, hanno finito per assassinare la Terra. Ecco che cosa significa il silenzio della radio. Ecco perché noi siamo fuggiti.

    Non vi sembra di leggere la nostra società di oggi, in queste righe precedenti? Siamo più preoccupati se non abbiamo batteria sul cellulare, anziché essere preoccupati di aver offeso un amico; le guerre oggigiorno devastano porzioni sempre più grandi di territori, gettando nella fame e nella disperazione sempre più esseri umani. Così, gli uomini dopo alcune spedizioni finite male, riescono ad arrivare su Marte. Riescono a confinare i marziani nelle loro roccheforti, fino a farli estinguere e a deturpare il pianeta, a dissanguarlo, a spremerlo fino all’ultima goccia. Proprio come hanno sempre fatto, gli uomini colonizzano, prendono, devastano, distruggono e poi se ne vanno.

    Da questo mio commento, scritto d’impeto appena terminata la lettura, spero sia trasparso tutta la mia ammirazione per questa raccolta di episodi. Pensavo che la fantascienza non facesse per me, ma in Bradbury ho trovato descrizioni poetiche, colpi di scena all’ultima riga e molti temi su cui riflettere.

    Non so se l’uomo andrà mai su Marte, ma certamente se ci andrà si porterà dietro i propri errori, quelli che fanno parte del nostro D.N.A.; forse fuggirà da una Terra morta, prosciugata, e viaggerà milioni di chilometri per approdare un altro mondo, per devastare anche quello. Non so se io metterò mai piede sulle colonie umane di Marte, ma una cosa la so: Ray Bradbury su Marte mi ci ha portata, con la fantasia certo, ma mi ci ha portata.

    Certe notti quando il vento viene dalle lontananze dell’antico fondo marino e passa sul cimitero esagonale, tra le quattro croci e un’altra, più recente, c’è una luce che arde nella capanna di pietra, e in quella capanna, mentre il vento soffia ululando, la polvere si solleva vorticosa e le stelle ardono fredde, ci sono quattro figure, una donna, due figlie, un figlio: accudiscono un focherello inutile e discorrono e ridono. Notte dopo notte, anno dopo anno, senza una ragione al mondo, la donna esce dalla capanna a scrutare il cielo, le mani in alto, per un lungo istante, a guardare la verde fiammella della Terra, senza sapere perché guardi, e infine rientra, a gettare uno sterpo nel fuoco, e il vento passa e il mare morto continua a morire.

    http://girodelmondoattraversoilibri.wordpress.com/2014/10/04/ray-bradbury-cronache-marziane-10-un-classico-al-mese/

    ha scritto il 

  • 5

    Miss you

    Si può dare cinque stelle a un libro appena iniziato, dopo solo il secondo racconto?

    Si può, si può, se il secondo racconto è spaziale come Ylla.

    (to be continued)

    ************************************ ...continua

    Si può dare cinque stelle a un libro appena iniziato, dopo solo il secondo racconto?

    Si può, si può, se il secondo racconto è spaziale come Ylla.

    (to be continued)

    *******************************************************

    Sono ancora sotto l'effetto dell'incanto di Marte. Questo pianeta già mi manca.

    *****************************************************************

    Non ho voglia di dire grandi cose. A volte le grandi parole sono pesanti, tolgono bellezza. E poi, ci sono commenti magnifici su questo libro. Basta cercarli.

    Leggere "Cronache marziane" è stato uno di quegli eventi memorabili che sempre si spera di vivere: è stato viaggiare in una vita parallela, perdersi in lande desolate, smarrite sotto un cielo d'azzurro cristallino; è stato annusare il deserto rosso, essiccato come un vaso preistorico d'argilla; è stato osservare il mare vuoto. Come si può osservare l'infinita distesa rossa del mare vuoto senza sentirsi vibrare dentro l'Universo?
    E' stato confondersi negli odori di strade metropolitane, entrare in un bar, bere, incrociare uno sguardo, essere lì, con quegli occhi, per quegli occhi.

    Essere due volte: mentre si legge e nell'altrove in cui ci porta la lettura. Meraviglia!
    Che cosa si può chiedere di più a un romanzo? Che cosa pretendere d'altro da un autore?

    Commossa.

    ***************************************************
    Alcuni racconti, soprattutto "Il marziano" mi hanno fatto venire in mente il capolavoro di Tarkovskij, "Solaris". Ho trovato solo questi due spezzoni che un po' lo rappresentano. L'atmosfera dei racconti non è sempre questa: ma intingeteci dentro un dito. Portatelo alle labbra.
    Il dolore dell'umanità è tutto lì.

    http://www.youtube.com/watch?v=ASesbJrKelQ

    http://www.youtube.com/watch?v=Jorf-2o5YfU

    ha scritto il 

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