Da un villaggio in memoria del futuro

Di

Editore: Theoria (Ritmi, 73)

3.9
(34)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 413 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8824105319 | Isbn-13: 9788824105316 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Maria Olsoufieva

Disponibile anche come: Altri

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Da un villaggio in memoria del futuro è il capolavoro febbrile e visionario, onirico e purissimo, di Andrej Platonov. Alla ricerca del paradiso in terra, del lontano villaggio della perfetta utopia, l'adolescente Saša si farà pellegrino del disordine e della desolazione della storia.
Come ha scritto Pier Paolo Pasolini: "Platonov è un pittore da studio, perché il segno della sua abilità suprema consiste in quel pulviscolo steso sopra le cose, quella velatura grigia e d'oro, di cui sono capaci solo i maestri più grandi e che è impossibile dire come sia ottenuta. Il villaggio descritto da Platonov è tutto, sempre immerso in questa polvere misteriosa, che scherma l'intera realtà visibile, case, cielo, fiume, steppa, persone".
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    Raccontare di "Čevengur" non è affatto semplice, basti pensare che anche il solo voler catalogare quest'opera risulterebbe piuttosto problematico. Che cos'è esattamente "Čevengur"? Un romanzo d'avvent ...continua

    Raccontare di "Čevengur" non è affatto semplice, basti pensare che anche il solo voler catalogare quest'opera risulterebbe piuttosto problematico. Che cos'è esattamente "Čevengur"? Un romanzo d'avventura? Un'opera utopica? O forse distopica? La rappresentazione di un estremismo, quello del comunismo in terra sovietica, prossimo a venire o temuto nel suo arrivo? Cinquecento pagine dall'inizio di "Čevengur" si ha solo la sensazione di avere fra le mani un piccolo capolavoro solitario della letteratura russa, uno di quelli non catalogabili, frutto di un secolo di splendida letteratura e anticipatore di un periodo ancora in divenire.

    Siamo intorno al 1926: Dostoevskij, Tolstoj e prima ancora Puškin, Lermontov e Gogol' hanno già posto le basi della grande letteratura russa. Dall'altra Charms, Dovlatov, Erofeev sono ancora al di là da venire con la loro carica ironica, a tratti dissacrante, ma sempre aderente alla difficile situazione sociale in terra sovietica. È in questo preciso momento storico che Platonov si presenta sulle scene: osteggiato in vita dalla censura ("Čevengur" stesso verrà pubblicato durante il disgelo, nel 1972, a vent'anni dalla scomparsa dell'autore), rappresenta il giusto anello di congiunzione fra la letteratura impegnata del periodo precedente e quella più "irriverente" del successivo. Echi di Dostoevskij e del grande realismo di Tolstoj sono vivi in Platonov, ma lo è anche il Gogol' allegorico dell'ultimo periodo (quello de "Le anime morte" per intenderci). Eppure, in questo realismo e in questa voglia di raccontare un determinato periodo storico, si annida già il voler mostrare una società complessa come quella russa sotto forma di caricatura, esagerandone i tratti ed esasperandone le conseguenze, esattamente ciò che a partire da metà '900 sempre più autori sovietici inizieranno a fare.

    Dunque, che cos'è "Čevengur"? "Čevengur" è un grande "what if..." che parte dalla situazione sociale e politica del periodo e cerca di immaginarsi cosa sarebbe potuto essere (o cosa ancora potrebbe avvenire) se. Il grande "se" di Platonov è uno, semplicissimo: cosa succederebbe se il comunismo più rigoroso venisse non solo applicato, ma perseguito da tutti gli abitanti di una cittadina? Da qui parte la nuova fondazione di Čevengur, località immaginaria in mezzo alla steppa in cui il comunismo viene da un giorno all'altro imposto a tutti i suoi abitanti. Gli stessi abitanti che, tacciati immediatamente di far parte della borghesia, vengono in blocco trascinati fuori dalla cittadina, lasciandola di colpo priva di qualsiasi cittadino, comitato esecutore escluso. Come rimediare dunque? Ma andando a cercare i proletari dei dintorni, gli ultimi come Platonov ama definirli, e portarli a Čevengur, "dove il comunismo è un fatto compiuto". Qui una società composta da gente che non ha mai avuto un tetto sopra la testa cerca lentamente di ricomporsi, con il chiaro intento di perseguire gli ideali di un comunismo estremizzato in cui nessuno lavora ("basta il calore del sole per procurarci il necessario per vivere: le piante cresceranno da sé e noi ci nutriremo con esse") e nessuno possiede alcunché, in cui le giornate sono passate completamente a poltrire o a girovagare per il villaggio spoglio, in cui solo nei "sabati socialisti" è permesso metter mano agli strumenti da lavoro, in cui ogni viaggiatore proveniente dalla steppa viene visto come un possibile nemico del comunismo e quindi attentamente vagliato.

    È una situazione che appare assurda fin dalle prime battute, ed è proprio su questa assurdità che il romanzo di Platonov si dileggia per tutto il tempo: "Čevengur" è una grande rappresentazione dell'assurdo, la caricatura di una società di cui anche gli abitanti della cittadina immaginaria vedono gli enormi limiti, ma che perseguono tenacemente anche a costo della propria vita. Le azioni di questi ultimi sono sconclusionate, apparentemente prive di ogni logica: case e giardini vengono immediatamente trascinati a braccia al centro della città in modo che tutti gli abitanti vivano giornalmente a stretto contatto, gli animali vengono tolti dai più ricchi per darli ai più poveri (nonostante il fatto che nessuno fra quei poveri avrà di che accudire le povere bestie), il lavoro viene accuratamente evitato (ma accettato e consigliato se si tratta di farlo per un compagno in difficoltà, con il risultato che dopo alcune settimane tutti saranno impegnati a lavorare), la morte viene ufficialmente debellata (e nel momento in cui qualcuno, incredibilmente, muore viene data la colpa al poco comunismo nell'aria), la solitudine amorosa viene curata andando a cercare le mogli fra le proletarie più povere delle città vicine (ma una volta portate a Čevengur si preferisce tenerle come madri e sorelle, perché nessuno di quei poveri proletari di Čevengur ha mai avuto in vita sua una donna da chiamare madre o sorella, e come tali le preferiscono). Il "comunismo", quasi fosse una persona reale, viene più volte atteso a Čevengur e più volte viene dimostrata la sua incontestabile presenza, una presenza confermata dal fatto che "l'autunno è un autunno decisamente più caldo dei precedenti", o che la popolazione riesce a vivere anche senza arare un campo (ma sfruttando le scorte della borghesia cacciata, quello sì): ogni buon avvenimento è merito del comunismo, ogni cattivo è dovuto a un comunismo ancora non del tutto giunto a Čevengur.

    Ma Platonov non si ferma qui: il suo romanzo è costellato, come ogni buon romanzo russo, da personaggi caratteristici e tanto umani da rimanere facilmente nella memoria del lettore, e mai come in questo libro vediamo l'alternarsi di figure tanto differenti e, naturalmente, strambe come la vicenda raccontata. Basterebbe parlare di Kopenkin, comandante bolscevico che vive in sella a un cavallo di nome Forza Proletaria e che passa la sua vita nel ricordo della compagna Rosa Luxemburg, amandola di un amore che si divide fra quello fraterno del comunismo, quello di devozione verso la sua figura politica e quello romantico verso una donna così bella strappata alla vita ancora giovane. Ma ognuno dei protagonisti (sono tanti, almeno sette o otto quelli principali) risulta unico e pieno di sfaccettature, e anche lo stesso credo verso il comunismo è differente: c'è chi in Čevengur vede il vero compiersi del comunismo e chi invece ne dubita, chi ne vede solo una fase iniziale e chi invece un progetto oramai in via di conclusione (e cerca dunque di imporsi come proprietario di tutto, mandando in fumo proprio quel comunismo che ha perseguito in vita).

    "Čevengur" è un romanzo a tratti satirico e irriverente, che suscita quel riso sottile che è un riso non di divertimento ma quasi di compatimento verso le vicende raccontate, lo stesso che autori come Erofeev, Dovlatov e in parte Charms esalteranno alcuni decenni dopo. Ma è anche un libro con tante immagini poetiche — si parla molto di amicizia e di amore fra le pagine di "Čevengur", sentimenti che vengono visti in tutte le loro varianti, da quelle più aride e imposte a quelle tanto delicate in cui c'è solo il pensiero dell'altro —, immagini che rendono malinconica una storia che ai suoi protagonisti risulta dai toni completamente differenti rispetto a quelli a cui il lettore è indotto. È una grande allegoria, sì, ma non c'è niente di più potente di un'allegoria non vuota come questa di Platonov, un'allegoria che, non si stenta a credere, sarebbe potuta essere la rappresentazione di una vicenda reale e solo un po' incredibile, piuttosto che la fantasia di uno scrittore.

    _______

    Bonus track (per chi ha ancora la pazienza di leggere queste righe)

    Questa che riporto è una delle tantissime pagine in cui l'ironia di Platonov viene completamente allo scoperto. Siamo all'inizio della fondazione di Čevengur: Cepurnyj, appartenente al comitato costituente, sogna ad occhi aperti che Lenin venga a conoscenza di questa città costituita interamente sul comunismo. Da queste righe traspare una malinconica incredibile, in cui sogno e realtà si fondono insieme, mostrandoci proprio ciò a cui nel finale della mia recensione ho accennato:

    "Probabilmente già tutto il mondo, tutta la forza elementare borghese sapeva che a Čevengur era apparso il comunismo, e ora più che mai il pericolo circostante era vicino. [...] Una sola cosa tranquillizzava ed eccitava Cepurnyj: c'era un lontano luogo segreto, nelle vicinanze di Mosca o sul rialto del Valdaj, chiamato Cremlino, dove Lenin, seduto sotto una lampada, pensava, non dormiva e scriveva. Che cosa stava scrivendo laggiù, in quell'istante? Eppure Čevengur c'era già, e per Lenin era giunta l'ora di smettere di scrivere, di unirsi nuovamente al proletariato e vivere. [...] [Cepurnyj] sapeva che in quel momento Lenin stava pensando a Čevengur e ai suoi bolscevichi, anche se non conosceva i cognomi di quei compagni. Lenin, probabilmente, stava scrivendo una lettera a Cepurnyj, affinché non dormisse, salvaguardasse il comunismo a Čevengur e attirasse a sé il sentimento e la vita di tutta la base popolare senza nome; affinché Cepurnyj non avesse paura di nulla, poiché il lungo tempo della storia era finito, e la povertà e il dolore si erano a tal punto moltiplicati che, oltre a loro, non era rimasto nulla; affinché Cepurnyj con tutti i compagni attendesse lui, Lenin, ospite nel suo comunismo, per abbracciare a Čevengur tutti i martiri della terra e porre fine al movimento dell'infelicità nella vita. E quindi Lenin avrebbe mandato un saluto e ordinato al comunismo di consolidarsi a Čevengur per sempre."

    [Andrej Platonov, Čevengur, Einaudi, 2015, pp.322-323]

    ha scritto il 

  • 2

    Leggo da molte parti giudizi positivi su questo autore ed in particolare su questo libro, inserito addirittura fra i grandi della letteratura russa del '900: pur non volendo fare il Bastian contrario ...continua

    Leggo da molte parti giudizi positivi su questo autore ed in particolare su questo libro, inserito addirittura fra i grandi della letteratura russa del '900: pur non volendo fare il Bastian contrario a tutti i costi, ho molte difficoltà nel far raggiungere la sufficienza a questa opera. Se la vogliamo classificare come un romanzo, risulterebbe prolisso fino allo sfinimento; se cercassimo introspezioni ed analisi psicoanalitiche dei personaggi, come nella migliore tradizione letteraria russa, possiamo trovarne alcuni, ma flebili stralci; se volessimo esaminare i concetti espressi, nello scorrere delle azioni, nei discorsi fra i protagonisti del libro, come Dostoevskij insegna, anche qui, troveremmo poca roba. Se il fine dell'autore fosse la denuncia del divario fra teoria socio-politica e la sua applicazione sul territorio e nella vita quotidiana dei cittadini sovietici, allora, tanto di cappello all'autore che ha centrato in pieno l'obiettivo. Inoltre, altro piccolo pregio, la preveggenza della fine di questa esperienza politica, che nel libro ha una fine tragica, ma nella realtà è implosa e si è dissolta, non essendo stata in grado di rigenerarsi: la rivoluzione non è una affermazione della volontà popolare statica, bensì dinamica, deve fare sempre i conti col proprio passato per essere al passo coi tempi; questo non è successo e la storia l'ha condannata ad una sconfitta senza appello.

    ha scritto il 

  • 3

    Io soffro e tu pensi, cos'è peggio? (p. 198)

    "Per quanto leggesse e pensasse, dentro si trovava sempre un vuoto, quel vuoto attraverso il quale passa il mondo non descritto, non narrato, come un vento inquieto." (p. 62)

    ha scritto il 

  • 4

    Assolutamente inatteso - nonostante i saggi di Brodskij. Un'operazione geniale che non capisco come mai lui non riesca a inserire perfettamente nella tradizione russa. Un romanzo così non sarebbe potu ...continua

    Assolutamente inatteso - nonostante i saggi di Brodskij. Un'operazione geniale che non capisco come mai lui non riesca a inserire perfettamente nella tradizione russa. Un romanzo così non sarebbe potuto nascere altrove e non perché le vicende narrate sono ovviamente inapplicabili a un altro Paese, bensì per l'atteggiamento complessivo. Da una parte l'essere un romanzo d'idee avverso alle idee, dall'altra l'uso di un realismo portato alle più estreme conseguenze sono qualcosa di profondamente russo, che va da Gogol' a Belyj. Certo, Platonov alla fine del proprio spingere il realismo oltre il punto di non ritorno non trova né la disperazione messianica del primo né il simbolismo apocalittico del secondo, ma una specie di condizione generale che cancella ogni pretesa utopistica e collettivistica e allo stesso tempo la canta come, almeno per un attimo, nostaligcamente possibile. Sì, ricorda un Beckett ante litteram - ma ricorda ancora più da vicino Daniil Charms. Non credo per voglia di evadere (dopotutto erano "solo" gli anni Venti) ma forse perché questo realismo che rivela l'assurdità folle del reale era perfettamente aderente a quel che li circondava: una realtà insensata, quest'utopia realizzata che però era in tutto e per tutto assurda follia, esattamente come a Cevengur.
    La lingua naturalmente in italiano perde molta della sua forza, eppure quel che resta rende viva l'idea di un linguaggio talmente autoanalitico da risultare assurdo: concetti che si autodivorano, periodi perfettamente corretti in totale cortocircuito semantico e un continuo procedere per cul-de-sacs. Questo ovviamente fa la trama e il fulcro della narrazione e non è un surplus formale: la trama da sola sarebbe forse solo una geniale satira, è la lingua a darle la forza bruciante che ha. Anzi, la lingua potrebbe benissimo lavorare da sola senza il supporto di una trama che la rispecchi, che la segua: è perfettamente e più di ogni altra cosa mimetica e rivelatrice e cosustanziale alla realtà abortita di logica esagerata che si andava formando.
    La domanda che sorge spontanea (Ci credeva? Non ci credeva? Era comunista?) è del tutto irrilevante, come sempre: il romanzo risponde benissimo da sé. Solo credendoci poteva sviluppare quella lingua - ma quella lingua non poteva che dimostrargli l'assurdità di ciò in cui credeva: lo strumento con cui costruire il socialismo sovietico era quello che ne dimostrava l'impossibilità. E se questo non è qualcosa che fa riflettere su cos'è la letteratura, com'è fatta e come funziona, non saprei proprio cosa potrebbe esserlo.
    Detto questo, non è in alcun modo un romanzo dell'assurdo, nella misura in cui non lo sono i romanzi di Faulkner, per esempio. Reali, realistici, e perciostesso metafisici.

    ha scritto il 

  • 2

    "In Russia ci sono o menti eccelse oppure grandi abissi di ignoranza" si dice. Questo libro sembra confermarlo: Platonov, una delle scoperte di Gorkij, denuncia un comunismo approssimativo, ignorante, ...continua

    "In Russia ci sono o menti eccelse oppure grandi abissi di ignoranza" si dice. Questo libro sembra confermarlo: Platonov, una delle scoperte di Gorkij, denuncia un comunismo approssimativo, ignorante, fatto da accattoni e dai cosiddetti "eccetera", esseri fatti di sofferenza e senza anima. I peculiari e strambi personaggi Dvanov, Gopner, Kopënkin (il Don Chisciotte russo, come viene spesso definito), Prokofij, Čepurnyj popolano questa Čevengùr, località isolata e sperduta nel cuore della steppa, alla ricerca del vero comunismo. C'è il comunismo a Čevengùr? La domanda assillante del romanzo è proprio questa. Inutile dire che quest'opera fu in netto contrasto con la censura stanilista e finchè ci fu l'U.R.R.S. non venne mai pubblicato. Stalin stesso definì Platonov podonok (feccia, miserabile) e Gorkij disse che era stato rovinato dall'amicizia con un altro scrittore maledetto dell'età staliniana, Piln'jak. Nessun giornale volle più pubblicare i suoi scritti e non potè dunque mai difendersi pubblicamente. A differenza di Piln'jak non finì in un gulag ma morì di tubercolosi nel 1951, curando suo figlio afflitto dalla stessa malattia. Il romanzo è però a mio giudizio poco avvincente, si perde via man mano che si legge, risulta a tratti anche monotono. Le prime cento pagine promettono bene, il finale non è male, ma la parte centrale è secondo me un po' debole. Buone le premesse, poca la sostanza.

    ha scritto il 

  • 4

    "Se non fosse per gli sterpi o le fraterne pazienti erbe simili a uomini infelici, la steppa sarebbe intollerabile; ma il vento vi porta il seme della moltiplicazione e l'uomo procede con il cuore pes ...continua

    "Se non fosse per gli sterpi o le fraterne pazienti erbe simili a uomini infelici, la steppa sarebbe intollerabile; ma il vento vi porta il seme della moltiplicazione e l'uomo procede con il cuore pesante verso il comunismo."

    Questo libro è un lunghissimo soggiorno nel villaggio di Cevengur, insieme allo sparuto, ingenuo e commovente gruppo di poveri bolscevichi che cercano di costruire il comunismo e attendono con pazienza che porti loro la felicità. La loro ingenuità e la loro fede li rende candidi e insieme irresistibilmente comici. Questo libro è un tributo al popolo russo e una indiretta denuncia senza appello per chi ha tradito le sue aspettative. E ogni pagina si illumina di accenti lirici ogni volta che la madre terra accoglie e consola questi poveri uomini confusi e profondamente consapevoli che nulla potrà riscattare il loro destino.

    ha scritto il 

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    Questo libro

    "(...) Seguirono anni di nera miseria, Platonov si era dato all'alcool. Gli amici lo aiutavano di nascosto, gli trovarono un posto di portiere presso l'Istituto di letteratura intitolato a Gor'kij(... ...continua

    "(...) Seguirono anni di nera miseria, Platonov si era dato all'alcool. Gli amici lo aiutavano di nascosto, gli trovarono un posto di portiere presso l'Istituto di letteratura intitolato a Gor'kij(...) Circolava in quegli anni la storiella seguente, di tipico humour russo. Di primo mattino un portiere esce da un cortile di Mosca e si mette ad annaffiare il marciapiede. Passa uno in bicicletta e il portiere pensa: "Potessi averla anch'io! Via dalla città, un riposino sull'erba, una boccata d'aria fresca, un cielo azzurro senza fumo!" Intanto un motociclista sorpassa l'uomo in bicicletta e questi pensa: "Avessi un motore! Me ne andrei a due, trecento chilometri da Mosca, magari riporterei un sacco di patate a buon mercato!" Poco dopo un'automobile sorpassa il motociclista ed è la volta di questo d'invidiare: "Ah bello viaggiare su quattro ruote e per di più sotto un tetto!" Al volante dell'automobile sta uno scrittore, ricco e famoso, totalmente privo di talento. E conscio d'esserlo. Tra sé e sé pensa: "Ho tutto, perfino l'automobile, ma il talento no, mi manca. Potessi scrivere come quell'americano, Hemingway!" Intanto Hemingway se ne sta alla sua scrivania a l'Avana e si tormenta: non gli riesce di acchiappare la frase che gli occorre e borbotta nella barba: "Ah, sapessi scrivere nella maniera espressiva di quel portinaio di Mosca, Platonov!"
    Maria Olsoufieva

    ha scritto il 

  • 4

    Per me Platonov è, con il Bulgakov de Il Maestro e Margherita, Pasternak, Erofeev (Venedikt) e Andreev, il più grande scrittore russo del Novecento. Più di tutti loro, Platonov ha il dono di una prosa ...continua

    Per me Platonov è, con il Bulgakov de Il Maestro e Margherita, Pasternak, Erofeev (Venedikt) e Andreev, il più grande scrittore russo del Novecento. Più di tutti loro, Platonov ha il dono di una prosa densissima e mitica - spesso al limite del simbolismo e tuttavia sempre intrisa di "metodo": tutte le sue prose sono un'indagine cruda e disperata del sovietismo come sogno e sonon una costante ricerca (condotta "scientificamente") sull'armonia e la felicità umane. Molti scrittori russi, dopo il disgelo, lo riconobbero come il più grande di tutti.
    Questo libro, il cui titolo italiano è orrendo, è in realtà "Cevengur", una delle sue prose più dure e satiriche. E' un libro debordante, sformato, che Platonov non fece in tempo a rivedere, ma che è in qualche modo la summa della sua poetica e della sua visione del mondo. Per molti è il suo capolavoro, anche se forse il punto più alto della sua carriera, per me, rimane "Dzann", con cui in realtà "Cevengur" condivide più di un motivo.
    Purtroppo in Italia i libri di Platonov non si trovano più: bisogna avere pazienza e andarseli a cercare nei banchetti, nelle librerie dell'usato o online.
    Peccato anche per la pessima cura editoriale: il libro è pienissimo di refusi, spesso al limite del tollerabile, e la traduzione avrebbe meritato una revisione. Ma non abbiate dubbi: ogni volta che vedete un Platonov sul banco di una libreria, compratelo e, tornando a casa, cominciate a leggerlo.

    ha scritto il 

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