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Dall'albero al labirinto

Studi storici sul segno e l’interpretazione

Di

Editore: Bompiani

3.7
(51)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 640 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8022264768 | Isbn-13: 9788022264761 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico

Genere: Philosophy , Social Science

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Descrizione del libro
Dall’antichità classica ai giorni nostri si sono susseguite molteplici filosofie del segno e dell’interpretazione, talvolta alternative, talvolta complementari, sensibili per lo più a questioni tra loro molto differenti, specchio dei tempi.
L’autore ne ha scritto negli ultimi decenni e qui ne presenta una silloge, aggiornando e riadattando per questa raccolta i testi scritti in occasioni precedenti. Si va da un’ampia ricerca (che parte da Aristotele e arriva all’odierna intelligenza artificiale) su due rappresentazioni della nostra conoscenza, esemplificate nei due modelli dell’albero e del labirinto, a due studi che seguono la vicenda della metafora da Aristotele al Medioevo. Da uno studio che verte su come i medievali classificavano il latrato canino
e gli altri suoni animali, alla rilettura del caotico commento di Beato di Liebana all’Apocalisse. Dagli studi sulle tecniche medievali di falsificazione, a un excursus sulla storia dell’ars combinatoria da Lullo a Pico della Mirandola. Dalla ricerca secolare di una lingua perfetta alla semiotica implicita nei Promessi sposi, fino ad arrivare a una serie di studi su Kant, Peirce, Croce, le teorie semantiche di Bréal e un confronto polemico col “pensiero debole”.
Quello che l’autore ci propone è dunque, certamente, un libro per studiosi, che però può anche invitare il lettore colto ad alcune esplorazioni nei meandri periferici della storia della filosofia e della semiotica.
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  • 4

    Di difficile lettura, estremamente erudito richiede una elevata cultura per la comprensione.
    Apparentemente dispersivo ti perdi tra i più svariati argomenti e ti chiedi cosa c'entrino l'un con l'altro, poi pensi al titolo: labirinto... e allora procedi col tuo filo d'Arianna, l'albero della ...continua

    Di difficile lettura, estremamente erudito richiede una elevata cultura per la comprensione.
    Apparentemente dispersivo ti perdi tra i più svariati argomenti e ti chiedi cosa c'entrino l'un con l'altro, poi pensi al titolo: labirinto... e allora procedi col tuo filo d'Arianna, l'albero della conoscenza è molto vasto e i rami e le fronde sono molte.

    ha scritto il 

  • 1

    Un po' di obiettività non farebbe male

    Probabilmente avrà fatto i milioni (di euro) nella sua carriera.
    E proprio per questo sarebbe da invocare un po' di obiettività da parte sua. Umberto Eco, i tuoi ultimi libri falli per l'Università, non per il mercato. Il libro infatti viene comperato dai più perchè scritto da Umberto Eco. ...continua

    Probabilmente avrà fatto i milioni (di euro) nella sua carriera.
    E proprio per questo sarebbe da invocare un po' di obiettività da parte sua. Umberto Eco, i tuoi ultimi libri falli per l'Università, non per il mercato. Il libro infatti viene comperato dai più perchè scritto da Umberto Eco. I più lo iniziano a leggere e poi, impossibilitati a proseguire, lo ripongono in eterno nella libreria. Un lavoro che dovrebbe circolare esclusivamente nelle università come testo di studio viene propinato come best seller. Illeggibile. Sono ancora fermo a "Il nome della Rosa"

    ha scritto il 

  • 4

    La lettura di un libro di Eco è sempre un'esperienza: seguire le sue argomentazioni è un piacere dello spirito. Il libro in alcune parti è molto tecnico, ma merita la fatica che richiede.

    ha scritto il 

  • 4

    Raccolta di studi ciascuno dei quali si situa all’interno di un preciso contesto e dibattito culturale (talvolta con una terminologia “tecnica” specifica): filosofia del linguaggio, storia della filosofia, semiotica, critica letteraria ecc.
    Quasi sempre, però, la lettura dei saggi è stimolan ...continua

    Raccolta di studi ciascuno dei quali si situa all’interno di un preciso contesto e dibattito culturale (talvolta con una terminologia “tecnica” specifica): filosofia del linguaggio, storia della filosofia, semiotica, critica letteraria ecc.
    Quasi sempre, però, la lettura dei saggi è stimolante anche per il lettore non specialista e permette l’approfondimento di vari aspetti della cultura europea, dei meccanismi della comunicazione e del pensiero ecc.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Metafora, lingua madre, poesia

    Molti, e soggettivi, i percorsi possibili all'interno di una mole stratificata di pagine (575) e di sollecitazioni culturali, che vanno dalla classicità alla contemporaneità, ma che, come sempre in Eco, hanno il loro nucleo fondamentale nel Medioevo.
    La metafora come conoscenza: un'idea aris ...continua

    Molti, e soggettivi, i percorsi possibili all'interno di una mole stratificata di pagine (575) e di sollecitazioni culturali, che vanno dalla classicità alla contemporaneità, ma che, come sempre in Eco, hanno il loro nucleo fondamentale nel Medioevo.
    La metafora come conoscenza: un'idea aristotelica non praticata dai medievali, che preferirono praticare l'arte della metafora nell'interpretazione dei testi (e del mondo) ritenendo che quest'ultimo fosse già stato interamente concepito e scritto da Dio in chiave simbolica.
    Il Medioevo crede che Dio abbia già creato il mondo come metafora, e che all'uomo rimanga l'incessante lavoro di interpretazione. In questo esso si distacca dal valore cognitivo della metafora aristotelica, così come emerge dalla "Poetica". La metafora ha valore ornamentale, non conoscitivo. Dio ha dato col mondo le sue metafore reali (in rebus) e all'uomo non resta che scoprire il linguaggio metaforico della creazione. Parlando di Dio, poi, nessuna metafora può dire la sua insondabile natura.
    E delle metafore, la prima, la più intimamente connessa col tema della conoscenza è l'albero. L'albero della conoscenza , appunto, che ha un valore sia ontologico che poetico. Il Medioevo, procedendo nella divisione dell'essere per genere prossimo e differenza specifica, secondo l' "arbor porphirana", ramifica all'infinito fino al labirinto, che dell'albero è completamento e negazione estrema.
    La metafora è parola e linguaggio, e su di essi il Medioevo non ha mancato di interrogarsi. Dante, che col "De vulgari eloquentia" scrisse il primo trattato sulla lingua, si chiede che cosa siano e da dove vengano la parola e il linguaggio. Dio per primo pronunciò il "fiat lux", ma se, come dice Platone nel Timeo, ripreso da San Tommaso, parlare è manifestare ad altri un contenuto della nostra mente, la parola che crea il mondo non è un atto comunicativo ma performativo, magico, per cui non si può certo dire che Dio parla.
    Parlare è proprio solo dell'uomo (non degli angeli, nè degli animali, nè dei demoni) e sarebbe oltremodo sconveniente per un Dio.
    A dire il vero, sempre nel Genesi, Dio dice ad Adamo di non mangiare del frutto dell'albero, stavolta con un inequivocabile atto comunicativo, ma Dante si salva in corner, dicendo che probabilmente non l'ha fatto verbalmente ma, come nel Salmo 148, con fenomeni atmosferici, colpi di tuono e lampi.
    Dunque, il primo a parlare fu l'uomo, anzi la donna. E anche questo fu assai sconveniente. Non vale, infatti, che Adamo abbia dato il nome alle bestie: il primo colloquio fu quello tra Eva e il serpente. Ma sicuramente senza intenzione, il Genesi si dimentica di dire ciò che è implicito nella creazione di Adamo: che come un bimbo, quando nasce, emette un primo vagito di dolore, così il primo uomo quando fu plasmato non potè che chiamare per nome il proprio creatore, con chiara intenzione di omaggio e di giubilo. Fu così che la prima parola pronunciata dall'uomo, maschio e non femmina, fu "El", il nome di Dio nell'ebraico della creazione parlato da Adamo.
    Ma che cos'era questo ebraico della creazione? Era la prima realizzazione di una lingua parlata prossima a quella lingua unica, quella Ur-lingua, che è all'origine di ogni idioma concreto. Babele l'ha dispersa, ma la sua essenza può essere recuperata nella distillazione di quel "volgare illustre" che mira a ricostituire, per virtù poetica, quella lingua perfetta. Dante (il poeta) nuovoAdamo, dunque.
    In Paradiso XXVI è proprio Adamo a parlare: "Pria ch'io scendessi all'infernale ambascia / I s'appellava in terra il Sommo Bene, / onde vien la letizia che mi fascia: / e EL si chiamò poi ...". C'era l'ebraico adamitico del Paradiso terrestre, nel quale Dio si chiamava I, e quello dopo la cacciata (e prima di Babele) in cui si chiamava EL. Come si spiega questa affermazione di Dante? Si spiega (e vi risparmio la ridda delle ipotesi e delle interpretazioni) ipotizzando, secondo Eco, una reciproca influenza di Dante e della tradizione cabbalistica ebraica medievale.

    ha scritto il