Dalla parte di Swann

Di

Editore: Mondadori

4.2
(2001)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 640 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Spagnolo , Tedesco , Polacco , Portoghese , Galego

Isbn-10: 8804426578 | Isbn-13: 9788804426578 | Data di pubblicazione:  | Edizione 7

Disponibile anche come: Cofanetto , Tascabile economico , Paperback , Copertina rigida , Rilegato in pelle , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Filosofia

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Descrizione del libro
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  • 4

    E' questo un libro impegnativo...

    E' questo un libro impegnativo, non solo perché è il primo di una lunga serie (Alla ricerca del tempo perduto è composto infatti da 7 volumi), non solo per la costruzione delle frasi (piuttosto lunghe ...continua

    E' questo un libro impegnativo, non solo perché è il primo di una lunga serie (Alla ricerca del tempo perduto è composto infatti da 7 volumi), non solo per la costruzione delle frasi (piuttosto lunghe e complesse), non solo per la volatilità della trama (si va avanti indietro nel tempo e nello spazio, con salti improvvisi) ma perché quello che Proust racconta è appunto una roba impegnativa: il tempo senza tempo dell'infanzia, fatto di assolute gioie ed assolute tragedie; il tempo senza futuro dell'amore, fatto esclusivamente del qui ed ora tutto il resto è solo attesa. E' un racconto di memorie sulla propria infanzia che ha al suo interno un romanzo sulla passione che un uomo ricco - Swann appunto - e ben introdotto prova per una cocotte alla fine della carriera. L'amore di Swann per Odette è a tratti incomprensibile, sembra che sia più importante per il protagonista amare e provare una passione a tratti dolorosa, che la persona a cui questo amore è votato. Come incomprensibile, o meglio estranea, risulta la società francese del tempo, con la rigida divisione in classe e il gran numero di persone oziose che vivevano di rendita: non sono in molti a lavorare nel mondo di Swann e di Proust e forse è proprio la noia a far sì che Swann si perda in un amore tutto sommato poco memorabile.

    ha scritto il 

  • 5

    Da diversi anni la la Recherche mi aspettava , con tutti e sette i suoi volumi belli in fila, ma non mi decidevo mai ad affrontarla. Perché di impresa, di un vero e proprio viaggio si tratta, e io l’ ...continua

    Da diversi anni la la Recherche mi aspettava , con tutti e sette i suoi volumi belli in fila, ma non mi decidevo mai ad affrontarla. Perché di impresa, di un vero e proprio viaggio si tratta, e io l’ho adesso solo appena iniziato.
    La prima e naturale reazione, dopo pagine e pagine che ci parlano delle sofferenze del narratore Marcel per l’agognato bacio della buna notte della mamma, o quelle interminabili di descrizione di un bel biancospino, o del profumo delle madeleinette, è stata quella (credo comune a molti) di abbandonare tutto e chiedersi il perché volersi fracassare a tutti i costi i cabbasisi.
    Ma superato questo primo e superficiale impatto, piano piano il libro prende una sua strana forma, e ci si accorge che non stiamo leggendo una storia lineare, ma le memorie di una storia (o di più storie), che tale forma è dettata dalla memoria stessa, una memoria che può essere vera o falsata, che spesso non tiene conto di tempi diversi in cui i ricordi compaiono (perché appaiono non necessariamente all’interno di una logica sequenza temporale e a volte l’uno tira l’altro, come le ciliegie), ma che alla fine si intuisce seguono un’architettura ben precisa, di cui questo primo tomo comprende i primi tre tasselli che la compongono: i ricordi del narratore, bambino che trascorre le belle stagioni in campagna (Combray), la storia (che precede quelli) di quello strano vicino di campagna (ma poi vedremo anche a Parigi) che risponde al nome di Charles Swann (e che era fugacemente già comparso a Combray), e della sua sofferta passione per una cocotte(oggi diremmo una “escort”) Odette de Crecy, e che(come si sa) forma una sorta di romanzo nel romanzo (“Un amore di Swann”, a volte pubblicato avulso), e poi, nel terzo tassello, la passione del piccolo Marcel per la giovanissima Gilberte, un amore carico quasi della stessa tensione di quello di Swann, e parimenti tormentoso perché non altrettanto ricambiato.
    E ci si accorge che questi tasselli andranno a comporre una immensa cattedrale, perché altro non può essere che la Recherche nel suo insieme, e lo si intuisce man mano che si procede, superando ora l’immensa fatica provata all’inizio e incominciando a trovare il piacere enorme della sua lettura, fino a volere immediatamente attaccare il secondo volume, appena terminato questo, desiderosi di potere vedere la cattedrale bell’e finita, e tentare di comprendere tutte le intenzioni del suo architetto.
    Ed è sicuramente una cattedrale gotica, con alte mura, pilastri e contrafforti, vetrate policrome e rosoni, basso- e alto- rilievi, statue e gargoil, affreschi e quadri, pietre , volute, colonne e marmi, dove ogni elemento, per quanto piccolo, è fondamentale per reggere e comprendere tutto l’insieme. Una cattedrale eretta al tempo, ai ricordi e allo spazio in cui il tempo abita e abiterà sempre, finchè memoria sarà possibile.
    E si capisce allora anche perché questo libro abbia un’importanza così fondamentale in tutta la letteratura che ne è seguita; perché non è un romanzo, è qualcosa che supera il romanzo, o almeno così sicuramente era e doveva apparire ai lettori all’epoca in cui fu scritta e poi pubblicata. E così leggendolo prendono nuova luce anche libri di altri giganti già letti in passato, moderni e contemporanei, pur tanto distanti tra loro e da Proust, come Faulkner, Grossman, Sebald, Bolano, ... e perfino Albinati con la sua mastodontica e a tratti irritante “Scuola Cattolica” da me recentemente affrontato e tornatomi così subito alla mente.
    Il guaio è che Albinati non è Proust .

    ha scritto il 

  • 4

    L'ossessione della memoria

    Credo che la nostalgia, il rimpianto, il desiderio di tornare indietro, anche il dolore per la velocità con cui tutto passa e la brevità della vita, siano esperienze e sentimenti tra i più condivi ...continua

    Credo che la nostalgia, il rimpianto, il desiderio di tornare indietro, anche il dolore per la velocità con cui tutto passa e la brevità della vita, siano esperienze e sentimenti tra i più condivisi dal genere umano, e chissà probabilmente anche da altri esseri senzienti. La nostra identità stessa si è costruita sullo scorrere del tempo e sulla consapevolezza che ce ne rimane. Ho vissuto a lungo, da ragazzina, con una persona che aveva perso la memoria, e conosco sulla mia pelle la sofferenza, la rabbia di chi è costretto ad interrogarsi ogni momento su quali siano le ore e i giorni che sta vivendo; so quanto il mondo appaia nemico e ostile se hai perso il significato che gli altri hanno per te, perché è il tempo passato con gli altri che forma l’ossatura dei sentimenti e delle relazioni, e se ne perdi il ricordo i sentimenti buoni muoiono e resta solo il sospetto, la paura, la solitudine invalicabile. Ci ho vissuto tanto da restare anch’io attaccata alla memoria e alla sua preziosità come la cosa di me che vorrei preservare prima di tutte: noi siamo la memoria di noi stessi, e senza il ricordo non sappiamo più situarci nel mondo. Perciò ho seguito con emozione, leggendo, lo sforzo di ricreare illusoriamente il tempo perduto che ha portato Proust ad affrontare un’opera così ampia e di un fascino non immediato, recuperare schegge del passato dal pozzo in cui giace, sommerso dalle ore e dai giorni che lo hanno scalzato. Ce lo restituisce, il suo tempo, così dilatato da apparire quasi immobile, e dilatato è pure lo spazio. Gli oggetti, le case, gli alberi, le persone stesse sono come sotto una gigantesca lente d’ingrandimento, le descrizioni tanto minuziose quanto le immagini allargate sullo smartphone, sgranate. Questa grande lentezza e l’attenzione ossessiva ai particolari caratterizzano soprattutto la prima e l’ultima parte delle tre che compongono il libro: la terza, centrale, la più estesa, è quella che mi ha conquistata: la storia d’amore di Swann. Qui prevale la narrazione, il tempo scorre più fluido, i frammenti si uniscono e la storia si ricompone creando l’incanto misterioso della nascita e della morte di un rapporto d’amore. Swann, il viveur navigato, si perderà dietro ad una donna di cui alla fine dirà che non era neanche il suo tipo… Dalla parte di Swann , Du coté de chez Swann è il titolo originale, e non si può non stare dalla parte di Swann quando si legge la storia del suo amore per Odette.
    Certo la ricercatezza del linguaggio ostacola molto il piacere della lettura che incontra di continuo inciampi: i periodi sono anguille attorcigliate che bisogna sbrogliare e pettinare, le innumerevoli subordinate si aggrovigliano anche lungo mezza pagina. Non conosceva la semplicità, il parigino Proust, e lesinava sulla punteggiatura, e questo è un peccato, secondo me. Quindi indecisa sulla quinta stella

    ha scritto il 

  • 0

    [Se non mi fossi ripromesso di scrivere una recensione per ogni nuovo libro concluso, eviterei. Come si recensisce la Recherche? Non ne hanno scritto in troppi, e specialmente tanti anni fa, quando la ...continua

    [Se non mi fossi ripromesso di scrivere una recensione per ogni nuovo libro concluso, eviterei. Come si recensisce la Recherche? Non ne hanno scritto in troppi, e specialmente tanti anni fa, quando la Recerche la leggevano (almeno così pretendevano) tutti? Che cosa resta da dire che non sia scontato o copiato? Non saprei. Il fatto certo è che mi sono ripromesso di scrivere una recensione per ogni nuovo libro concluso.]

    Per molto tempo, mi son coricato presto la sera.
    In “1913 – L’anno prima della tempesta” Florian Illies spiega uno dei più noti incipit della letteratura: mi sono tenuto alla larga dalle nottate a base di alcool dove affondavano gli artisti della mia generazione. Ripenso alla celebre immagine: Proust con gli amici, inginocchiato, finge che la racchetta che ha in mano sia una chitarra. Posa che diventerà tipica decenni dopo, con le chitarre vere. Posa da rockstar. Erano rockstar gli artisti di quell’epoca, pittori, romanzieri, poeti, musicisti, che hanno, senza buttare via il passato (anche quando proclamavano il contrario), rivoluzionato l’arte, dando il via al Novecento, introducendo grandi idee e inquietudini, genialità e tragedia. Era una rockstar Proust dopo il quale, perfino i suoi detrattori concordano, il romanzo è un’altra cosa: dopo Proust si è autorizzati a qualunque licenza; non è più obbligatorio appoggiarsi alla cronologia perché il tempo interiore, agostiniano, è altra cosa ed è il più importante; è lecito divagare intarsiando passaggi di saggio in una trama completamente inventata; non è più lecito, di contro, separare fiction e realtà, narrativa e autobiografia, siamo autorizzati come lettori a indovinare che cosa sia invenzione e che cosa memoria. Sapendo, del resto, che Proust non ha scritto un’autobiografia. Che cos’ha fatto allora? Seduto alla scrivania, con quel presunto blocco dello scrittore da cui scaturiranno tremila pagine di romanzo, mi viene da pensare che Proust abbia scritto la recensione della sua vita. Non la storia asettica, non la memoria patetica. Ha letto la sua vita, e quella della Francia che ci stava attorno, l’ha commentata, chiosata, sezionata, ricomposta. A cominciare dall’inizio, dall’incipit, di cui sono in tanti a dire che è una palla bella e buona: Proust non si sognava di andare a letto presto, per la disperazione della madre. Ma la vita di Marcel Proust protagonista di un romanzo di tremila pagine necessitava che quel Marcel Proust si coricasse presto la sera. Dobbiamo crederci? Sì, perché questa è letteratura e, in una delle divagazioni, ci è spiegato che è il mondo reale. In cui il protagonista può smettere ex abrupto di parlare di sé per aprire una parentesi di qualche centinaia di pagine sul signor Swann, senza prendersi nemmeno la briga di spiegarci come sia passato dalla volontà di lasciare Odette al matrimonio con la stessa. Per poi tornare all’archetipo dell’egocentrismo, il bambino malaticcio, che sogna di sottomettere la sua Gilberte mentre si stende al suo passaggio come il più frusto degli zerbini. Mondo reale dove comanda l’autore che può subissarci di particolari, descrizioni minuziose e perfino pedanti di persone, luoghi, oggetti. Mondo liofilizzato che basta immergere in una tazza di tè per farlo rinascere e dilatare e occupare tutto attorno a sé. Facciamo spazio, allora.

    Nello stesso modo, quando leggeva la prosa di George Sand, da cui spira sempre quella bontà, quella signorilità morale che la mamma aveva imparato dalla nonna a considerare come superiori a tutto nella vita, e che io non le dovevo insegnare che ben più tardi a non stimare egualmente superiori a tutto nei libri
    §
    Grave incertezza, ogni qualvolta l’animo nostro si sente sorpassato da se medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare.
    §
    una cosa ch’era avvenuta non era avvenuta per me
    §
    Noi siamo assai lenti a riconoscere nella fisionomia particolare d’uno scrittore nuovo il modello che nel nostro museo d’idee generali porta il nome di «grande talento». Proprio perché quella fisionomia è nuova, e non vi troviamo grande somiglianza con quel che chiamiamo «talento».
    §
    quella vita che, tra tutte le vite diverse che conduciamo parallelamente, è più folta di peripezie, più ricca d’episodi: voglio dire la vita intellettuale. Senza dubbio, questa progredisce insensibilmente in noi, e le verità che ne hanno mutato per noi l’aspetto e il senso, che ci hanno aperto nuove strade, ci prepariamo per lungo tempo a scoprirle, ma non lo sappiamo; ed esse non datano per noi che dal giorno, dal minuto in cui ci sono diventate visibili.
    §
    Ora, l’assenza d’una cosa non significa soltanto questo, non è un semplice difetto parziale: è uno sconvolgimento di tutto il resto, è uno stato nuovo impossibile a prevedersi durante l’antico.
    §
    Sapeva che il ricordo stesso del pianoforte falsava ancora di più il piano in cui vedeva le cose della musica; che il campo aperto al musicista non è una meschina tastiera di sette note, ma una tastiere incommensurabile, ignota ancora quasi per intero, dove solo qua e là, divisi da folte tenebre inesplorate, alcuni fra i milioni di tasti che la compongono, esprimenti tenerezza, passione, coraggio, serenità, dissimili gli uni dagli altri come un universo da un altro universo, sono stati scoperti da qualche grande artista, che, risvegliando in noi il corrispondente del tema trovato, ci presta il servigio di mostrarci qual ricchezza, qual varietà nasconda, a nostra insaputa, la vasta notte impenetrata e scoraggiante della nostra anima, da noi scambiata per vuoto e nulla.
    §
    o, meglio, non c’erano per me begli spettacoli fuorché quelli che sapevo non eran stati artificialmente combinati per il mio piacere, ma erano invece necessari, immutabili: le bellezze dei paesaggi o della grande arte.
    §
    Per percorrere i giorni, le nature un poco nervose, com’era la mia, dispongono, come le automobili, di «marce» diverse.
    §
    e consacrò loro quei giorni particolari che sono il certificato d’autenticità degli oggetti per i quali vengono usati, poiché quei giorni unici si logorano per l’uso, non tornano, non si possono vivere qui quando si son vissuti là
    §
    Tutte le sere godevo nell’immaginare quella lettera, mi pareva di leggerla, ne recitavo ogni frase tra me. Di colpo, mi fermavo spaventato. Capivo che, se dovevo ricevere una lettera da Gilberte, in ogni caso non poteva esser quella perché l’avevo composta io stesso. E allora mi sforzavo di allontanare il pensiero dalle parole che avrei amato ch’ella mi scrivesse, per timore di escludere, nell’esprimerle, proprio quelle, – le più care, le più desiderate, – dal campo delle realizzazioni possibili. Se pure, per una coincidenza inverosimile, Gilberte dal canto suo m’avesse mandato proprio la lettera da me inventata, riconoscendovi l’opera mia, non avrei avuto l’impressione di ricevere qualcosa che non venisse da me, qualcosa di reale, di nuovo, una gioia esteriore all’animo mio, indipendente dalla mia volontà, veramente data dall’amore.

    ha scritto il 

  • 4

    Chez Proust

    Se, immaginando di indossare una maschera virtuale, entri in Combray nelle scarpe di Marcel, allora il gioco è fatto; in un viaggio 3D ce li hai tutti intorno, dalla zia Léonie, a Françoise, a Swann, ...continua

    Se, immaginando di indossare una maschera virtuale, entri in Combray nelle scarpe di Marcel, allora il gioco è fatto; in un viaggio 3D ce li hai tutti intorno, dalla zia Léonie, a Françoise, a Swann, Odette e a tutto il resto della compagnia.
    Non li potresti toccare, ma sarebbe l'unica sensazione che non ti sarebbe possibile vivere, perché, tale è la forza di questa scrittura, che tutto il resto ti attraverserebbe.

    "Con il solo ausilio della scrittura, esibita con una capacità tecnica mostruosa, possiamo stringere il cuore del mondo.
    Il cuore del mondo, se vogliamo dire un parolone, è la verità di ciò che ci accade; non è roba da poco." - A. Baricco, Palladium Lectures: Proust - Sulla scrittura.
    https://youtu.be/zxcdwbmjp-M

    ha scritto il 

  • 0

    Lascio a pagina 334 della traduzione della Ginzburg. Chè a Combray alla fine ci ero riuscita, ma le decine di pagine a casa dei Verdurin no, quelle non ce l'ho fatta. Mea culpa che non l'ho capito, me ...continua

    Lascio a pagina 334 della traduzione della Ginzburg. Chè a Combray alla fine ci ero riuscita, ma le decine di pagine a casa dei Verdurin no, quelle non ce l'ho fatta. Mea culpa che non l'ho capito, mea culpa che non sono all'altezza ma l'alternativa a lasciare è di finirlo in tre mesi -senza comunque leggere altro- e non apprezzarlo comunque.

    ha scritto il 

  • 5

    Il primo passo

    Alla fine, dopo averci provato tantissime volte dal 1994 e aver imparato a memoria l'incipit del "sono andato a letto presto" per poi arenarmi dopo 50 pagine, complice l'estate e l'ombrellone, sono ar ...continua

    Alla fine, dopo averci provato tantissime volte dal 1994 e aver imparato a memoria l'incipit del "sono andato a letto presto" per poi arenarmi dopo 50 pagine, complice l'estate e l'ombrellone, sono arrivato alla fine del primo dei 7 passi di cui è composta la Recherche. Dargli 5 stelle è d'obbligo: di fatto è un'opera eccezionale. Non so cosa ne dirò alla fine: per ora spazio tra un senso di ammirazione per la capacità affabulatoria e un senso di rigetto per la serie "guarda te se devo leggere la pruderie di ricchi fancazzisti che passano il tempo a farsi visita persi nei loro giochini di parole e nelle loro estenuanti e alla fine esilaranti passioni tardo adolescenziali"... Poi rientro nel senso globale di un'opera e della vita del suo autore, inscindibili l'una dall'altra. Il percorso che per ora intuisco nella Recherche è quello della ricerca di un senso, del voler giungere a capire qual è il proprio posto nel mondo, di trovare il nome, un vocabolario al grande guazzabuglio dell'esistenza. Alla prossima tappa.

    ha scritto il 

  • 5

    Le leggi della notte e del miele

    Non ci provo neanche, a commentare Proust. E non per un facile sentimento d'inadeguatezza nei confronti di un capolavoro dell'arte, ma perché per il momento mi trovo all'inizio del viaggio e pur avend ...continua

    Non ci provo neanche, a commentare Proust. E non per un facile sentimento d'inadeguatezza nei confronti di un capolavoro dell'arte, ma perché per il momento mi trovo all'inizio del viaggio e pur avendo tante cose da dire - talmente tante che non posso leggere la Recherche la notte perché mi si intasa il cervello e rimango sveglio alla ricerca del mio tempo perduto - esse sarebbero terribilmente parziali, peccherei di ingenuità nel voler trovare una chiave, un senso complessivo in questa «gigantesca miniatura, piena di miraggi, di giardini sovrapposti, di giochi tra spazio e tempo», come disse Cocteau.
    L'unica cosa che ora mi appare chiara come il sole è che le mie letture future, nei prossimi mesi e anni, saranno enormemente influenzate da Proust; la sua opera è talmente totalizzante da farmi scivolare nell'ossessione. Riprendo il viaggio, trepidante.

    ha scritto il 

  • 1

    In tutta onestà non me ne può fregar di meno di rivivere le sensazioni e i fremiti virginali di un tizio francese vissuto cento anni fa, per quanto egli possa essere abile e virtuoso nel descriverli. ...continua

    In tutta onestà non me ne può fregar di meno di rivivere le sensazioni e i fremiti virginali di un tizio francese vissuto cento anni fa, per quanto egli possa essere abile e virtuoso nel descriverli. Manco avesse il talento impressionistico di Conrad. Un autore dovrebbe andare alla ricerca della verità, non del tempo perduto. Mentre Proust si trastullava con la madeleine, Kafka scriveva trattati di metafisica condensati in una sola pagina e Musil cantava la morte dell'Impero e dell'uomo inattuale.

    ha scritto il 

  • 5

    Come altri prima di me sono stata sorpresa dalla bellezza di questo primo volume che avevo a lungo rimandato per paura. Ho avuto la fortuna di leggerlo con l'aiuto e gli approfondimenti del gruppo di ...continua

    Come altri prima di me sono stata sorpresa dalla bellezza di questo primo volume che avevo a lungo rimandato per paura. Ho avuto la fortuna di leggerlo con l'aiuto e gli approfondimenti del gruppo di lettura che assieme al passo lento mi hanno permesso di gustarlo appieno (http://www.anobii.com/groups/01adc69a01e8c9f1c3/).
    Al di là della trama (che pure mi ha piacevolmente sorpreso), l'aspetto più affascinante è la capacità di Proust di analizzare e risintetizzare.
    Avete presente le battute riguardo al numero di sfumature e di colori visti da uomini e donne? http://attivissimo.blogspot.it/2011/04/i-colori-secondo-uomini-e-donne.html Beh, la visione di Proust ha una capacità di dettaglio di una potenza inumana, da entomologo si è detto, ma ancora non rende l'idea.
    E poi riesce a rendere fasci immensi di sfumature con poche righe di poesia.

    ha scritto il 

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