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Davanti al dolore degli altri

Di

Editore: Mondadori

3.9
(212)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 112 | Formato: Altri

Isbn-10: 8804518049 | Isbn-13: 9788804518044 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: P. Dilonardo

Genere: Art, Architecture & Photography , Fiction & Literature , Social Science

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Descrizione del libro
Dalla metà dell'Ottocento ai giorni nostri i media, e soprattutto lafotografia, si sono intrecciati strettamente con le guerre. Il lavoro deifotoreporter ha contribuito a formare, spesso senza che ce ne accorgessimo, lanostra opinione sugli eventi, il nostro giudizio su vittime e carnefici, sucolpa e giustizia, su ragione e torto. Con questo saggio Susan Sontag cispiega come e perché la fotografia ha influito sui destini dei conflitti,sulla costruzione del senso collettivo, sulla propaganda a favore o contro laprosecuzione degli scontri negli ultimi anni della nostra tormentata storia.
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  • 4

    Un saggio che apre molte porte

    SS ritorna sul suo saggio "sulla fotografia" del 1977. Lo fa aprendo il discorso sull'eticità dell'immagine che "guarda" la violenza. Serve a qualcosa? Spinge ad agire? O è solo morbosa osservazione del fatto e compiaciuto apprezzamento del proprio essere altro? SS ancora una volta non da' rispo ...continua

    SS ritorna sul suo saggio "sulla fotografia" del 1977. Lo fa aprendo il discorso sull'eticità dell'immagine che "guarda" la violenza. Serve a qualcosa? Spinge ad agire? O è solo morbosa osservazione del fatto e compiaciuto apprezzamento del proprio essere altro? SS ancora una volta non da' risposte ma apre a molti interrogativi.

    ha scritto il 

  • 5

    La familiarità di certe fotografie plasma la nostra coscienza del presente e del passato più recente. Le fotografie tracciano percorsi di riferimento e possono servire da totem di una causa: un sentimento si cristallizza più facilmente attorno a un'immagine che a uno slogan verbale. Le fotografie ...continua

    La familiarità di certe fotografie plasma la nostra coscienza del presente e del passato più recente. Le fotografie tracciano percorsi di riferimento e possono servire da totem di una causa: un sentimento si cristallizza più facilmente attorno a un'immagine che a uno slogan verbale. Le fotografie contribuiscono a forgiare – e a sottoporre a revisione – il senso del passato più lontano, grazie allo shock postumo provocato dalla diffusione di immagini fino a quel momento sconosciute. Le fotografie che tutti sono in grado di riconoscere sono ormai parte costitutiva di ciò su cui una società decide, o dichiara di aver deciso, di riflettere. Tali idee vengono chiamate «memorie» ma, a lungo andare, questa è una finzione. A rigor di termini, infatti, la memoria collettiva – riconducibile alla stessa famiglia di false nozioni a cui appartiene la colpa collettiva – non esiste. Esiste invece l'istruzione collettiva.
    Ogni ricordo è individuale, irriproducibile, e muore insieme all'individuo. Quella che si definisce memoria collettiva non è affatto il risultato di un ricordo ma di un patto, per cui ci si accorda su ciò che è importante e su come sono andate le cose, utilizzando le fotografie per fissare gli eventi nella nostra mente. Le ideologie creano archivi di immagini probatorie e rappresentative che incapsulano idee condivise, innescano pensieri e sentimenti facilmente prevedibili. Le fotografie pronte a trasformarsi in manifesti – la nuvola a forma di fungo di un test atomico, Martin Luther King Jr. che parla davanti al monumento di Lincoln a Washington, l'astronauta che cammina sulla luna – sono gli equivalenti visivi delle tracce sonore. Servono a commemorare Importanti Eventi Storici con l'immediatezza dei francobolli; e infatti, le immagini trionfalistiche (a eccezione dell'immagine della bomba atomica) diventano francobolli. Fortunatamente, non c'è un'immagine simbolo dei campi di sterminio nazisti.

    ha scritto il 

  • 3

    In questo piccolo libro, fin dal titolo, Susan Sontag definisce la situazione in cui si trova la minoranza privilegiata del pianeta: davanti al dolore degli altri.
    Davanti significa a distanza di sicurezza, garantita, ad esempio, da un telecomando che, in caso di bisogno, le v ...continua

    In questo piccolo libro, fin dal titolo, Susan Sontag definisce la situazione in cui si trova la minoranza privilegiata del pianeta: davanti al dolore degli altri.
    Davanti significa a distanza di sicurezza, garantita, ad esempio, da un telecomando che, in caso di bisogno, le viene in soccorso, liberandola da uno spettacolo che può farsi sgradevole.
    La metafora dello spettacolo è abusata (la stessa Sontag scrive di non apprezzarla) ma offre uno spunto di riflessione.
    Quando qualcosa, come il dolore, diventa spettacolo, acquisisce un'intangibilità di principio.
    Tra i tanti confini che l'uomo può tracciare, nessuno è più definitivo di quello che separa la scena dalla platea.
    Il suo prototipo è la cornice con la quale un pezzo di mondo è separato arbitrariamente dal resto del mondo per diventare luogo di raffigurazione: ogni immagine, per essere immagine di qualcosa per qualcuno, implica questa soluzione di continuità. Deve, per emergere, staccarsi da ciò che la circonda.
    Da questo momento in poi, quello che appare sulla scena, sullo schermo oppure dentro la cornice, potrà commuoverci, inquietarci, farci indignare o cambiare canale, in ogni caso non sarà più parte del nostro mondo, essendosi generato proprio grazie a questa separazione iniziale.
    Nessuno spettacolo può pertanto occupare la totalità della nostra esistenza, senza che questa non ne sia irrimediabilmente minata nella sua salute...

    ha scritto il 

  • 4

    Davanti al dolore degli altri

    Ho letto questo libro per la tesi, ma rimane comunque un saggio interessante che "apre gli occhi" sul ruolo della fotografia, in questo caso della fotografia di guerra.
    Lettura interessante e consigliata a tutti.

    ha scritto il 

  • 4

    davanti al dolore degli altri

    Il bombardamento di immagini al quale veniamo quotidianamente sottoposti ogni giorno ci rende più insensibili al dolore degli altri.Il voierismo,la curiosità morbosa e fine a se stessa hanno preso il posto di un sincero e umano interessamento al dramma del prossimo.

    ha scritto il 

  • 5

    Testo che nasce anche dall’esperienza del conflitto che la scrittrice fece in prima persona dal 1993 al 1995 in una Sarajevo assediata dalla ferocia dei Serbi.
    Corteggiare la morte è un atteggiamento che ha sempre affascinato i fotografi perché scattare un’immagine significa partecipare all ...continua

    Testo che nasce anche dall’esperienza del conflitto che la scrittrice fece in prima persona dal 1993 al 1995 in una Sarajevo assediata dalla ferocia dei Serbi.
    Corteggiare la morte è un atteggiamento che ha sempre affascinato i fotografi perché scattare un’immagine significa partecipare alla vulnerabilità e alla mutabilità di una persona (o di una cosa). Congelare l’attimo, è anche un’impresa che attesta l’inesorabile azione dissolvente del tempo.Per Sontag, fotografare significa appropriarsi di qualcosa, significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza e quindi di potere.Le fotografie sono un modo per imprigionare la realtà, intesa come recalcitrante e inaccessibile o per immobilizzarla .Oppure ingrandiscono una realtà che si percepisce come rattrappita, svuotata o remota. Non si può possedere la realtà, ma si possono possedere le immagini come, secondo Proust, non si può possedere il presente ma solo il passato. La fotografia, contrariamente ad un resoconto scritto (che, a seconda del pensiero e del lessico, ha una determinata cerchia di lettori), possiede una sola lingua ed è potenzialmente destinata a tutti. Le immagini attraverso una loro leggibilità universale, sono capaci di superare le barriere idiomatiche e culturali. Tuttavia, le fotografie non sono solo la miniaturizzazione o una registrazione della realtà, ma contengono un’impronta, l’interpretazione di un occhio attento e di un cervello che elabora, quello che Sontag definisce la “visione fotografica”. Dunque scattare una foto (o filmare un avvenimento), significa inquadrare e inquadrare vuol dire escludere. E fotocamere e videocamere, non attestano solo ciò che c’è, ma ciò che l’individuo ci vede, sfumando talvolta il confine tra testimonianza e mistificazione. Si tratta non soltanto di documenti, ma di una valutazione del mondo

    ha scritto il 

  • 4

    In realtà, si possono fare molti usi delle innumerevole opportunità che la vita moderna fornisce per guardare - a distanza, attraverso il mezzo fotografico - il dolore degli altri. Le fotografie di un'atrocità possono suscitare reazioni opposte. Appelli per la pace. Proclami di vendetta. O sempli ...continua

    In realtà, si possono fare molti usi delle innumerevole opportunità che la vita moderna fornisce per guardare - a distanza, attraverso il mezzo fotografico - il dolore degli altri. Le fotografie di un'atrocità possono suscitare reazioni opposte. Appelli per la pace. Proclami di vendetta. O semplicemente la vaga consapevolezza, continuamente alimentata da informazioni fotografiche, che accadono cose terribili.

    [..] E' un'immagine scioccante, il punto è proprio quello. Reclutate dal giornalismo, le immagini devono fermare l'attenzione, sorprendere, sbigottire. Come diceva il vecchio slogan pubblicitario della rivista Paris Match, fondata nel 1949:"Il peso delle parole, lo shock delle foto". L'attività fotografica è governata da una caccia alle immagini più drammatiche (così spesso le si definisce) che è del tutto normale in una cultura in cui lo shock è divenuto uno dei più importanti criteri di valore e incentivi al consumo. "La bellezza sarà convulsa, o non sarà" proclamava André Breton, definendo surrealista questo ideale estetico. Ma in una cultura radicalmente riorganizzata dai valori del mercato, la pretesa che le immagini siano stridenti, clamorose e rivelatrici appare più che altro un segno di elementare realismo e di fiuto per gli affari. Come richiamare altrimenti l'attenzione sul proprio prodotto, o sulla propria arte.

    La già molto ammirata fotografia di Capa, scattata (a detta del fotografo) il 5 settembre 1936, venne pubblicata per la prima volta su "Vu" il 23 settembre 1936, al di sopra di un'altra fotografia, scattata dalla stessa angolazione e con la stessa luce, che ritraeva un altro miliziano nell'atto di cadere, mentre il fucile gli sfuggiva dalla mano destra, sullo stesso punto della collina; questa fotografia non fu mai ristampata. La prima fotografia venne pubblicata poco dopo anche da un quotidiano il Paris Soire.

    La famigliarità di certe fotografie plasma la nostra conoscenza del presente e del passato più recente. Le fotografie tracciano percorsi di riferimento e possono servire da totem di una causa: un sentimento si cristallizza più facilmente attorno ad un'immagine che a uno slogan verbale. Le fotografie contribuiscono a forgiare - e a sottoporre a revisione - il senso del passato più lontano, grazie allo shock postumo provocato dalla diffusione di immagini fino a quel momento sconosciute. Le fotografie che tutti sono in grado di conoscere sono ormai parte costitutiva di ciò su cui una società decide, o dichiara di aver deciso, di riflettere. Tali idee vengono chiamate "memorie" ma, a lungo andare, questa è una finzione. A rigor di termini, infatti, la memoria collettiva - riconducibile alla stessa famiglia di false nozioni a cui appartiene la colpa collettiva - non esiste. Esiste invece l'istruzione collettiva.
    Ogni ricordo è individuale, irriproducibile, e muore insieme all'individuo. Quello che si riferisce memoria collettiva non è affatto il risultato di un ricordo, ma di un patto per cui ci si accorda su ciò che è importante e su come sono andate le cose, utilizzando le fotografie per fissare gli eventi nella nostra mente. Le ideologie creano archivi di immagini probatorie e rappresentative che incapsulano idee condivise, innescano pensieri e sentimenti facilmente prevedibili.

    Anche nell'era dei modelli cibernetici la mente continua ad apparirci come gli antichi la immaginavano uno spazio interiore - simile ad un teatro - in cui visualizziamo delle immagini che ci consentono di ricordare . Il problema non sta nel fatto che ricordiamo grazie alle fotografie, ma che ricordiamo solo quelle. Il ricordo attraverso le fotografie eclissa altre forme di comprensione, e di ricordo. I campi di concentramento - vale a dire le fotografie scattate nel 1945, quando i campi furono liberati - sono ciò che per lo più la gente associa al nazismo e alle miserie della seconda guerra mondiale. Dell'intera messe di ingiustizie e fallimenti nell'Africa post coloniale, ciò che la gente tiene a mente sono le orribili morti causate da genocidi, denutrizione ed epidemie.[..]Le foto strazianti non perdono necessariamente la loro forza e il loro impatto. ma non sono di grande aiuto, se il nostro compito è quello di capire. Una narrazione può farci capire. Le fotografie fanno qualcos'altro. Ci ossessionano.

    Se si diviene meno sensibili agli orrori di una guerra, qualunque guerra, è proprio perchè si ha l'impressione che non possa essere fermata. La compassione è un emozione instabile ha bisogno di essere tradotta in azione, altrimenti inaridisce. La questione è che cosa fare delle emozioni così suscitate, delle informazioni così trasmesse. Se pensiamo che "noi" non possiamo fare niente - ma chi sono poi questi "noi"? - è che neppure "loro" possono fare alcunchè - e chi sono "loro"? - allora cominciamo ad annoiarci a diventare cinici, apatici.
    Non è detto che lasciarsi commuovere sia meglio. il sentimentalismo, come è tristemente noto, è del tutto compatibile con la propensione alla brutalità o ad atti ben peggiori.[..]La gente non si assuefà a quel che le viene mostrato - se così si può descrivere ciò che accade - a causa della quantità di immagini da cui è sommersa. E' la passività che ottunde i sentimenti. Le condizioni a cui diamo il nome di apatia, o di anestesia morale ed emotiva, in realtà traboccano di sentimenti: ciò che si prova è rabbia e frustrazione. Ma se dovessimo stabilire quali emozioni siano auspicabili, sarebbe forse troppo semplice optare per la compassione. L'immaginaria partecipazione alle sofferenze degli altri promessaci dalle immagini suggerisce l'esistenza tra chi soffre in luoghi lontani - in primo piano sui nostri schermi televisivi - e gli spettatori privilegiati di un legame che non è affatto autentico, ma è un'ulteriore mistificazione del nostro rapporto con il potere. Fino a quando proviamo compassione, ci sembra di non essere complici di ciò che ha causato la sofferenza. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti. E può quindi essere(a dispetto delle nostre migliori intenzioni) una reazione sconveniente, se non del tutto inopportuna. Sarebbe meglio mettere da parte la compassione che accordiamo alle vittime della guerra e di politiche criminali per riflettere su come i nostri privilegi si collocano sulla carta geografica delle loro sofferenze e possono - in modi che preferiremmo non immaginare . essere connessi a tali sofferenze, dal momento che la ricchezza di alcuni può implicare l'indigenza di altri. Ma per un compito del genere le immagini dolorose e commoventi possono solo fornire una scintilla iniziale.

    L'idea che la vita moderna consiste in una dieta di orrori dal quale veniamo corrotti e a cui gradulamente ci abituiamo è un'idea fondante della critica della modernità - una critica che nasce con la modernità stessa- Nel 1800 Wordsworth, nella Prefazione alle Ballate liriche, denunciava la corruzione della sensibilità prodotta dai "grandi avvenimenti nazionali che giornalmente si verificano, e [dal] crescere a dismisura della popolazione nelle città, dove l'uniformità dei mestieri genera il desiderio di avvenimetni eccezionali che il rapido scambio delle informazione soddisfa di ora in ora". Tale processo di sovrastimolazione ha l'effetto "di smorzare la capacità di discernimento della mente", riducendola "a uno stato di torpore quasi ferino".
    Il poeta inglese si soffermava sul torpore della mente prodotto dagli eventi che si verificavano "ogni giorno" e dalle nozioni che "di ora in ora" raccontavano di "avvenimenti eccezionali" (nel 1800!). Ma lasciava discretamente al lettore il compito di immaginare di quali eventi ed avvenimenti si trattasse. Una sessantina di anni dopo, un altro grande poeta celebre per le sue diagnosi culturali - francese, e perciò autorizzato all'iperbole, quanto gli inglesi sono propensi all'understatement - offriva una più accalorata versone della stessa accusa. Ecco ciò che Baudelaire scrisse nel suo diaario nei primi ammi sessanta del XIX secolo: "E' impossibile scorrere un giornale qualsiasi, non importa di che giorno, o mese, o anno, senza trovarci ad ogni riga i segni della più spaventosa perversità umana...Ogni giornale, dalla prima all'ultima riga, è un tessuto di orrori. Guerre, crimini, stupri, impudicizia, torture, delitti dei principi, delitti delle nazioni, delitti dei singoli; un'ubriacatura universale di atrocità.
    Ed è con questo nauseante aperitivo che l'uomo civilizzato accompagna la sua colazione ogni mattina".

    ha scritto il 

  • 5

    le riflessioni di Susan Sontag sul rapporto tra fotografia, guerra e pubblico sono veramente preziose. Nello specifico, ho apprezzato moltissimo le varie definizioni di Memoria (storica) che la Sontag suggerisce nel suo saggio, dove la fotografia gioca un ruolo cruciale non tanto per la narrazion ...continua

    le riflessioni di Susan Sontag sul rapporto tra fotografia, guerra e pubblico sono veramente preziose. Nello specifico, ho apprezzato moltissimo le varie definizioni di Memoria (storica) che la Sontag suggerisce nel suo saggio, dove la fotografia gioca un ruolo cruciale non tanto per la narrazione di fatti, cioè di ricordi, quanto per essere una vera e propria ossessione della Memoria. L'immagine rimane, è indelebile, fino a diventare un rischio di generalizzazione degli eventi: ci si ricorda dei lager perché si vede i cadaveri accasciati a terra, ma non ci si ricordano le dinamiche che hanno permesso l'abominio, perché la fotografia non porta con sé un racconto ma solo un trauma.
    In queste pagine vive il ricordo delle teorie sulla banalità del male di Hannah Arendt, o almeno io ne ho percepito la presenza, soprattutto nel momento in cui la Sontag affronta l'impatto che una fotografia di guerra ha sull'osservatore: "a che cosa serve mostrarle? a Risvegliare l'indignazione? A farci sentire -male-; cioè ad atterrirci e ad affliggerci? Ad aiutarci a compiangere? Diventiamo persone migliori dopo averle viste? Ci insegnano davvero qualcosa? [...] Ma forse gli autori di quegli atti erano davvero barbari. Forse è proprio quello l'aspetto che di solito hanno i barbari. (Sono simili a tutti gli altri)."
    Interessanti anche le considerazioni sull'iconografia della sofferenza, che segnano il punto di passaggio da documentazione della realtà ad Arte (bello il discorso su Goya e sulla concezione del dolore -del sacrificio- nell'arte cristiana).

    "Sono convinto che proviamo un certo diletto, e non piccolo, nelle reali disgrazie e nei dolori degli altri" (Edmund Burke)

    ha scritto il