David Copperfield

By

4.2
(3512)

Language: Español | Number of Pages: | Format: Others | In other languages: (other languages) English , Chi traditional , Chi simplified , German , Italian , French , Swedish , Hungarian , Finnish , Japanese , Portuguese , Dutch , Polish

Isbn-10: 8430304762 | Isbn-13: 9788430304769 | Publish date: 

Also available as: Hardcover , Paperback , Mass Market Paperback , eBook

Category: Fiction & Literature , History , Teens

Do you like David Copperfield ?
Join aNobii to see if your friends read it, and discover similar books!

Sign up for free
Book Description
Sorting by
  • 3

    Il David di Dickens, ovvero: Il convitato di pietra che non manca mai.

    Anni che mi dico: con Dickens devo rimediare. Di romanzi di Dickens, ebbene, ne ho letti due, però è che di Dickens non ho mai letto nulla che mi facesse dire “Voglio leggerne altro: voglio leggerlo t ...continue

    Anni che mi dico: con Dickens devo rimediare. Di romanzi di Dickens, ebbene, ne ho letti due, però è che di Dickens non ho mai letto nulla che mi facesse dire “Voglio leggerne altro: voglio leggerlo tutto!”, come mi capita quando leggo, per dirne uno, Thomas Mann. Allora leggo il “David Copperfield” che ho sullo scaffale da non so quanti traslochi tra cantine e soppalchi, lo finosco, rimugino, rimugino, rimugino, mappoi la sintesi la trovo nell’introduzione di tal Pagetti presente nella mia edizione del romanzo: “realismo didattico vittoriano”; una definizione, per intenderci, che se fosse rivolta a me provocherebbe una colluttazione con traduzione in cella per una notte poi domani si vedrà annessa.

    “Dickens, se scrivi a puntate non stupirti seppoi mi fai tanto l’effetto dello sceneggiato televisivo che la donna che mi ha sposato segue verso le due del pomeriggio quando può, ripromettendosi di smetterla di seguirlo non appena i due amanti muoiono avvelenati, no, non appena si scopre che la padrona in realtà è la figlia della serva scampata dell’incendio, no, non appena arriveranno notizie definitive da Cabrahigo”, insomma, finirà di seguirla quando finiranno di scriverla bontà loro, aggiungendo personaggio a personaggio, situazione a situazione, in un meccanismo accumulatorio e ricombinatorio dal quale solo la linea del tempo ci potrà scampare: chi è appena nato a pagina 1, a pagina 100 dovrà essere almeno bambino, a 500 giovinotto e verso la millesima pagina uomo accasato con un passato da raccontare già racconato tutto, sempre che tu non sia Laurence Sterne, in quel caso a pagina 1500 potresti essere ancora un feto che gioca al salto della corda con il suo cordone non ancora tagliato ma con il quale hai già preso al lazo una miriade di altre storie.”

    E potrei continuare per righe e righe a fare il sarcastico con Dickens a cui non voglio bene perché Dickens è uno che vuole gli si voglia bene, che si voglia bene al suo personaggio come gliene vuole lui, dandogli due carezze per ogni scoppola che gli molla per dare pepe alla trama.

    Mi piace molto come inizia, il titolo del primo capitolo è: “Nasco.” È del 1850, ma un incipit così coraggioso, che osa così tanto, oggi lo tenterebbe soltanto Antonio Moresco. Segue incipit: “Se diventerò l’eroe della mia vita, o se questa condizione spetterà a qualcun altro, lo diranno queste pagine.” Purtroppo, per Dickens più che per David Copperfield, è proprio questo che accadrà: Copperfield è esattamente il centro del romanzo, e io me ne sono stufato presto, quando sbaracca da Salem House per me poteva finire lì. Posso sopportare qualcuno che dice di parlare di sé per poter parlare di tutt’altro, ma quando uno parla di sé proprio per parlare di sé, e il tutt’altro ci finisce dentro come contorno, io non ne voglio sapere nulla, anche solo leggere tra le righe, ovvero farmi una idea mia del personaggio attraverso le righe che scrive lui perché io mi faccia di lui l’idea che vuole lui, mi sembra troppa generosità. Sai chi sei, David Copperfield? Una burba, un traumatizzato a arte, un portatore di flaggelli che addebita alla sua ingenuità colposa il male che fa agli altri. Quanto pirla bisogna essere per portare un seduttore nato come James Steerforth alla casa-barca di Emily Peggotty? Già che c’eri, perché non hai cosparso la casa-barca di nafta dimenticandoti, sbadato, uno zolfanello accesso fuori dalla porta d’ingresso appena nei sei uscito tu? Il buon cugino Ham è a te che avrebbe dovuto voler rompere la testa, altro che suicidarsi in mare alla prima occasione di naufragio in corso altrui. E in cosa saresti migliore tu di Edward Murdstone considerando la fine che hai fatto fare tu a tua moglie Dora? Non si discosta più di tanto da quella che il tuo patrigno impartì a tua madre Clara, bambina lei come bambina è stata tua moglie, David, tutte è due morte poco dopo o poco prima un parto, sebbene tu abbia fatto in modo che le apparenze fossero diversissime. Edward continua a avere il vizietto delle mogli giovani da circuire, ma tu non martirizzi forse la povera Agnes donna-modello ovvero donna-agnello da macellare in continuazione secondo la borghese tradizione della donna tutta infinita pazienza, consiglio e remissione? Mille Agnes non faranno una Rosa Dartle, ma a te, David, non piacciono le lupe che sanno tirare fuori le zanne o le tette come fossero peggio delle zanne, innanzitutto contro di te e le tue arie da buon cane pastore, ti piacciono le caprettine da allevamento, perché il vero sadico sei tu. Sei un represso cronico, David, un poltergeist da brivido. Ci credo che Freud andasse pazzo per questo romanzo: il non-detto è detto eccome, se si sa decifrare quello che viene detto e il come viene detto.

    “Le oche fuori dal cancello laterale che mi seguono con la loro andatura ondeggiante e i loro lunghi colli tesi quando vado in quella direzione, me le sogno la notte: come un uomo circondato da belve selvagge può sognarsi i leoni.”

    Questo è il David bambino che mi stava simpatico, quello con le sue paure infantili legittimamente tremende quali che siano, quello che si fa fregare dai camerieri di taverna con un candore che per contrasto fulmina sul loro posto svelandoli crudamente gli adulti che se ne fanno beffe, che buono è buono ma al momento buono sa anche mordere il patrigno che lo picchia in nome della sua ‘fermezza’ da educatore (“La fermezza, vorrei far notare, era la grande qualità su cui si basavano, il signore e la signorina Murdstone. Se mi avessero interpellato in quel momento io avrei potuto esprimere ciò che ne pensavo, perché comprendevo chiaramente, a modo mio, che era un altro nome per la tirannia; e per un certo umore cupo, arrogante e demoniaco che apparteneva a entrambi.”), e questa è la scena meglio scritta e dunque più bella, asciutta, senza addolcimenti retorici: “Allora mi picchiò, come se avesse dovuto ammazzarmi. Sopra a tutto il rumore che facemmo, sentii correre su per le scale, e piangere – sentii mia madre – e Peggotty. Poi lui andò via; e la porta venne chiusa dall’esterno; e io rimasi steso sul pavimento, febbricitante, lacero, dolorante e furioso nella mia maniera infantile. Come ricordo bene, quando mi calmai, il silenzio innaturale che sembrava regnare in tutta la casa! Come ricordo bene, quando il mio dolore acuto e la furia si freddarono, come iniziai a sentirmi cattivo!”. È qui che il romanzo si spezza, ovvero che non ha il coraggio di seguire una sua forma inedita, innervandola sullo sforzo di David di non diventare cattivo come lo era diventato il suo patrigno, picchiato a sua volta dai suoi e su, su, chissà se su fino al primo primate picchiato da qualche dio.

    Per avere la storia dell’autoeducazione di un bambino che ha vinto la sua cattiveria indotta, pronunciandosela, si dovrà aspettare il 1984 con “Seminario sulla gioventù” di Aldo Busi, qui siamo nel 1850 e un bambino picchiato non fa notizia, non fa romanzo, come nel 1984 e nel 2017 ecco, e l’episodio del bambino picchiato ne è uno dei tanti di una vita che poi è solo successione cronologica e mai rielaborazione di sé stessa, e infatti cosa succede al piccolo David dopo l’evento che lo separa da sé stesso e che gli provoca come una insensibilità intelllettuale perenne? Che diventa David il giovanotto, poi David il giovane uomo, il David stenogafo, il David scrittore, il David sposato la prima e la seconda volta, insomma due palle di storia che accade perché questo accade, se non muori prima: qualcosa succede e se hai la giusta dose di abnegazione lo riporti per iscritto, tra un tracollo finanziario con seguente demistificazione del furfante imbroglione e riparazione del danno e l’altro.

    Il “David Copperfield” è zeppo di personaggi che non sono riuscito a farmi piacere perché troppo smaccato il modo con cui Dickens prova a farmeli piacere o a farmeli piacere il doppio rendendomeli spiacevoli. Tutti con il loro tic fisico o linguistico che li rende riconoscibili al primo richiamo, non hanno nessuna necessità. David li trova lungo la strada, pazienza, non fossero stati loro sarebbero stati qualcun altro, David non sceglie niente, si fa pilotare dai suoi protettori, dai suoi angeli per sua sfortuna veramente angelici, e in definitiva io il “David Copperfield”, dopo la prima stesura, lo avrei riscritto interamente chiamandolo o “Dora Spenlow” (il mio capitolo preferito è il XLIV, “la nostra vita domestica”: come ci si potrebbe mai stufare di leggere i litigi tra David e Dora? Io, previdente, da una che nella sua vita è anche una Dora – come io un David? Per questo lo detesto tanto questo Copperfield? – mi sono fatto sposare!) o “Uriah Heep”: che interessante, una storia del mondo dai punti di vista di questi due personaggi meno dimenticabili degli altri: Dora perché ha alcuni tratti esilaranti della donna che mi ha sposato (Dickens è da odiare fosse solo per come si libera dei personaggi che non gli sono più utili infliggendogli una malattia con morte sicura in una decina di pagine), e Uriah Heep perché non è uno con la zia Betsey Trotwood che sistema tutto rovinando il romanzo, appianando le grane economiche immediate.

    Uriah Heep è scopertamente quello che David non è diventato non perché David l’abbia combattuto e debellato dentro di sé ma perché non l’ha mai affrontato. L’umiltà che diventa strategia di potere, il miserabile irredento, il bambino cattivo e vendicatorio che non ha mai avuto i romanzi in soffitta dai quali mediare una moralità né la bella mammina bimba come ce l’ha avuta David, ecco chi è Uriah: un David senza l’aiutino della provvidenza. Infine se David ottiene quello che anche Uriah voleva per sé è stato tramite la sconfitta di Uriah, e chi sarebbe stato più semplice da abbattere di Uriah(“ – Quando ero ragazzo, - proseguì Uriah, - dovetti conoscere l’utilità dell’umiltà e la praticai. Me ne nutrii, e con gusto. Mi sono fermato a un punto umile del mio apprendimento, e mi sono detto, ‘Tieni duro!’ Qaundo voi mi avete proposto di insegnarmi il latino, non ci sono cascato. ‘Alle persone piace essere sopra di te,’ mi diceva mio padre. ‘Tieniti basso.’ Sono molto umile in questo momento, signorino Copperfield, ma ho un po’ di potere!”)?

    Fin dal primo istante era evidente che minaccia fosse Uriah per la casa di Mr. Wickfield, ma David mica l’ha affrontato: l’ha lasciato fare, fortificare, prendersi per un po’ la scena, per sottrargliela poi con un telefonatissimo colpo di scena. Uriah è il Giuda perfetto, cresciuto apposta per esserlo, ma David non è Gesù, ne è la diabolica imitazione, o meglio: David si atteggia ‘inconsciamente’ da Gesù Cristo per poter operare indisturbato da quel demonietto distruttore che è, e ne inganna più lui che Uriah, considerato che infine David riesce a ingannare, oltre che sé stesso, ma questo se lo merita, anche la povera Agnes, alla quale certo non avrei augurato di finire con Uriah, ma neanche con David, che è un Uriah ma non a colpo d’occhio. Pare, poi, secondo una indiscrezione su Wikipedia, che Dickens avrebbe ricavato Uriah da Hans Christian Andersen, al quale forse non perdonava di aver avuto una vita più dickensiana della sua, e a me piacciono più certe favole geniali di Andersen, di poche pagine, di tutto il malloppone di Dickens.

    Formalmente il romanzo di Dickens non m’appassiona perché è stravaccatamente lineare. Una costruzione di una pigrizia mentale che sarà pure paradossale, considerando gli sforzi che doveva fare Dickens per assicurare le pagine da mandare a stampa mese dopo mese, ma proprio per questo Dickens più che colorare non poteva, un romanzo è una massa che va tenuta bollente tutta assieme per continuare a mallearla, ma neanche questo lo giustifica: Dostoevskij ha scritto a puntate come Dickens, ma i suoi romanzi sanno tornare a avvitarsi su se stessi, i suoi personaggi sanno essere incandescenti dall’inzio alla fine, mentre David è spento, è spento pure quando scrive dei suoi grandi amori ai quali non crede nessuno.

    David è un bambino spezzato di cui Dickens non ha avuto il tempo o il coraggio o la capacità di raccontare quello che sarebbe stato necessario raccontare. Altro che: Però l’Inghilterra nella sua fase industriale e la società ritratta in tutte le sue sfumature sociali e blablabla: quando si perderà questo viziaccio di fare della letteratura un sussidiario delle scienze umanistiche a alto rischio di deperibilità?

    Lo stile è discontinuo, alcuni capitoli sono scritti meglio di altri, poi ci mancherebbe: Dickens quando è in vena ha uno stile da gatto mammone che fa scorpacciata di topolini dandogli l’aria di starli svezzandoli, ma il romanzo, la forza accerchiante e accentrante propria dell’opera-romanzo, non si sente, non c’è.
    Il piacere di leggere Dickens ormai deve essere più epidermico e meno esigente, perché tutte le sue innovazioni sono state prese e sviluppate ulteriormente. Il migliore dei maestri è quello che lascia un margine perché i suoi allievi possano superarlo, Dickens lo è stato, ha mostrato quanta materia raccontabile esista, e a Dickens soprattutto riconosco il suo saper riconoscere pari diritto di cittadinanza nei suoi romanzi al bene quanto al male.

    Non mi riferisco al suo modo abbastanza tartufesco di far finire le storie secondo il suo senso di lieto-fine (morte e infelicità ai cattivi, esistenza purgatoriale ai pentiti, prole e un camino caldo ai buoni, e persino Manzoni è più moderno di Dickens, sul finale: anche i suoi Promessi Sposi si chiudono con questo benedetto matrimonio maledetto da tutti gli studenti d’Italia, ma in Manzoni si intuisce meglio che il matrimonio con figli è l’inizio di un nuovo romanzo, certo non la sua fine, come se non ci fosse più nulla da dire o da fare, nella vita come nella letteratura, dopo un matrimonio, se non ci pensa un adulterio flaubertiano a smuovere l’ispirazione borghesamente imbolsitasi, come se il motore della narrazione fossero si trovasse sempre nei genitali in amore qualora non regolarmente svuotati coniugalmente). Di Dickens mi piace il suo non farsi irretire da quella che a me pare la moda moderna: tutta la scena riservata al male, e unico bene garantito ai buoni quello di non diventare malvagi al pari degli altri.

    Per ogni personaggio tenebroso, e pur sempre comicamente tenebroso, nel romanzo di Dickens ce ne trovi uno ridicolmente luminoso, e questo non per ragioni di bieco equilibrismo, di cinico cerchiobottismo autoriale, o così non sembra a me: Dickens sa tenere gli occhi aperti tanto su ogni cattiveria gratuita quanto su ogni bontà inspiegabile. Dickens abbraccia tutto, e in questo, almeno in questo!, il suo David Copperfield è molto più moderno dei tanti eroici antieroi dell’ultima ora, tutti che si vogliono sentire Cristo sulla Croce e mai Gesù al calduccio nella mangiatoia, prontissimi a subire il male o a fare il bene come se il farlo equivalesse a farsi del male lo stesso, poi degli impacciatoni, dei veri coglioni persi, se c’è da ricevere il bene o da riconoscere che al mondo continua a essercene, anche se non è a te che è toccato.

    Di recente, con uno sconosciuto che ha voluto regalarmi a tutti i costi un mio primo libro di Landolfi, autore mai letto, parlavo proprio di questo mio sentirmi in difetto per aver letto pochissimo di Dickens. È un argomento di cui riesco a parlare solo con gli sconosciuti. Se io capitassi su un lettino di psicanalista inizierei a confessare quello che non ho mai detto sulla lettura da Salgari a Vollmann, senza fermarmi più, e appena disceso dal lettino chiacchiererei con chiunque, come già faccio, della mia incomprensione a vita con mio padre, del dolore che mi fa la vulnerabilità di mia madre, del dispiacere di non aver ancora concepito un figlio con la donna che mi ha sposato, o, se mi sentissi più discreto quella tal volta, del pedicello inestetico che mi è spuntato sul pube, coperto ma non chissà quanto dal pelo che ormai ingrigisce un pochetto anche lì. E questo sconosciuto mi ha detto: “Dickens! Dickens! Devi leggerlo tutto, sì tutto. In particolare Dombey e figlio e Casa desolata.”

    E dopo una sfuriata come questa mia sul David Copperfield, romanzo preferito di Dickens stesso, possibile io vada a leggermi qualche altra opera sua? Probabilissimo, siccome il romanzo che più piace al suo autore raramente è quello che piace altrettanto ai suoi lettori, o che possa piacere a me. I libri migliori sono quelli che non puoi smettere di odiare per quello che ti hanno costretto a buttar fuori, amandoli di un odio inesauribile, un po’ come i migliori amici, i James Steerforth che ti mostrano l’esistenza della tempesta e ai quali non sapremo mai essere grati e ai quali, anzi, non sapremo che augurare di cadere in quella stessa tempesta, se non avremo mai avuto il coraggio di provare a domarla a modo nostro.

    Come dice la donna più sexy del romanzo a Emily, la rivale che a differenza sua avrà avuto il coraggio di perdersi, perdendo cioè il salvacondotto dell’ipocrita onore vittoriano e che Dickens manderà in Austriala assieme a quelli a cui non saprebbe cosa altro far fare in Inghilterra, Rosa Dartle (se la donna che mi ha sposato per qualche verso è Dora, per molti più versi è Rosa): “Andrei persino sulla sua tomba, sì, lo farei. Se ci fosse una parola di conforto che potrebbe consolarla nell’ora della sua morte, e la possedessi solo io, non me ne separerei nemmeno per salvarmi la vita.” È il livore di chi ama e di chi non perdonerà mai non chi l’ha tradita ma chi l’ha spinta a amare così e fin lì, da dove non si torna più indietro mai.

    said on 

  • 3

    ...

    Quel cattivello di H. James definiva Dickens "il più grande fra i romanzieri superficiali"..io (ovviamente) non saprei dirlo meglio. Il grande pregio di Sir Charles è quello di creare atmosfere tangi ...continue

    Quel cattivello di H. James definiva Dickens "il più grande fra i romanzieri superficiali"..io (ovviamente) non saprei dirlo meglio. Il grande pregio di Sir Charles è quello di creare atmosfere tangibilissime..leggi un suo libro e ti sembra strano non trovare sotto casa un cocchio parcheggiato al posto di una station wagon. Da questo punto di vista è impareggiabile..ed è meraviglioso da leggere nei pomeriggi autunnali con una buona tazza di the. Il punto debole di Dickens è, invece, la mancanza di sfumature nei personaggi, in David Copperfield ci sono i buoni e ci sono i cattivi..è tutto bianco o nero..la psicologia dei personaggi è netta e sai perfettamente cosa aspettarti dall'uno o dall'altra..ecco perchè un gran pittore della psiche umana come James lo snobbava. Io non mi permetto di snobbarlo, ma resta uno scrittore che mi piace a intermittenza.

    said on 

  • 3

    Un po' lungo per questo tipo di storia, ho trovato i personaggi abbastanza caratteristici ma non in grado di trasmetterti qualcosa che duri per sempre (sono abituato ai vari Ivàn Karamazov, Jean Valje ...continue

    Un po' lungo per questo tipo di storia, ho trovato i personaggi abbastanza caratteristici ma non in grado di trasmetterti qualcosa che duri per sempre (sono abituato ai vari Ivàn Karamazov, Jean Valjean ecc...).
    Ottima la prosa di Dickens, veramente leggera e scorrevole.

    said on 

  • 4

    Ho trovato un amico

    Sono solita scrivere le mie recensioni basandomi sulle emozioni provate durante la lettura di un libro. A volte mi viene difficile trovare le parole giuste per descrivere il mio stato d'animo, altre v ...continue

    Sono solita scrivere le mie recensioni basandomi sulle emozioni provate durante la lettura di un libro. A volte mi viene difficile trovare le parole giuste per descrivere il mio stato d'animo, altre volte mi risulta più semplice. E questo è uno dei secondi casi. Io e David Copperfield non ci siamo piaciuti da subito, anzi, caro Trot, per la prima metà del romanzo non mi sei stato molto simpatico, eri un pò noioso e in alcuni punti pesante con le tue descrizioni. A metà della tua storia però, qualcosa è cambiato...siamo diventati amici. Sì, è questa la sensazione che ho provato, quella di ascoltare le confidenze di un mio conoscente intimo. Mi hai portato nel tuo mondo, ti sei messo a nudo aprendomi il tuo cuore e grazie a te ho conosciuto personaggi diversi, tutti caratterizzati perfettamente nella loro descrizione sia fisica che soprattutto morale. Ho apprezzato molto la tua crescita interiore, le emozioni del tuo "cuore in disordine" che finalmente alla fine trova l'ordine dei sentimenti che avevo sperato fin dall'inizio! Mi hai fatto commuovere e sorridere e alla fine, grazie a te, ho guardato meglio in me stessa. Trovo questo romanzo un bel libro di formazione che avrei voluto leggere prima dei 40 anni attuali, ma non si è mai troppo grandi per crescere e trovare interessanti spunti di riflessione. Ora, signorino Davy, non sei più sul mio comodino ad aspettarmi tutte le sere...e un pò mi manchi.

    said on 

  • 4

    un bel viaggio.

    Un classico, non avvincente per colpi di scena, ma coinvolgente per la poesia che accompagna la vita di Dave e che ti fa rivivere nella propria.

    said on 

  • 5

    Dickens è fichissimo, E in audiolibro, poi...!

    Non l'ho letto, ma ascoltato leggere. Audiolibrato.
    E mi è piaciuto un sacco.
    Lasciamo da parte le cadute moraleggianti, e certi discorsi che, insomma...vanno contestualizzati, Dickens mica scrive nel ...continue

    Non l'ho letto, ma ascoltato leggere. Audiolibrato.
    E mi è piaciuto un sacco.
    Lasciamo da parte le cadute moraleggianti, e certi discorsi che, insomma...vanno contestualizzati, Dickens mica scrive nel 2016, d'altronde.
    E' un romanzo piacevolissimo, con certi sprazzi di ironia che non ti aspetti, deliziosi!

    said on 

  • 4

    Capisco molto bene di essere banale nel proclamare questo romanzo bellissimo, ma quando c’è la bellezza nessuna parola o frase è mai all’altezza di descriverla. Devo dire che sono arrivata persino a v ...continue

    Capisco molto bene di essere banale nel proclamare questo romanzo bellissimo, ma quando c’è la bellezza nessuna parola o frase è mai all’altezza di descriverla. Devo dire che sono arrivata persino a versare delle lacrime in parecchi punti della storia, cosa che non mi aspettavo minimamente, per come sono fatta. Non so, è come se Dickens descrivesse un’umanità ormai persa, sfortunatamente solo nel bene, e invece ben presente ancora nel male…un’umanità capace di essere bella (Agnes) o di compiere errori in buona fede e per ingenuità (Micawber), di risplendere pur in tutti i suoi limiti (Dora), di essere tenace e genuina (Traddles), di espiare le proprie colpe elevando se stessa (Emily), di amare e onorare senza se e senza ma (Ham, Mr. Peggotty). E una capace di perdere la via e svilire le sue potenziali ottime qualità (Steerforth), una che trasforma l’amore e la passione in odio, finendo per consumare se stessa (Rosa Dartle), una che pecca per smisurato orgolio (Mrs. Steerforth), una che crede che gli svantaggi patiti nella vita l’autorizzino a complottare nell’ombra distruggendo la felicità altrui (Uriah Heep). E ancora molto altro. Nessuno di questi personaggi si può dimenticare facilmente…vivranno per sempre nella mia coscienza (e, spero, nella coscienza di quante più persone possibile fino alla fine dei tempi). E’ anche un libro che ha stimolato molte importanti riflessioni, ad esempio sul destino, sulle scelte, sui matrimoni, sull’amicizia…davvero imperdibile.
    Per voler tacere, poi, dello stile…pieno, corposo, elegante senza essere affatto pesante. E infine, la profonda ironia con la quale Dickens tratteggia i suoi personaggi (quasi tutti! Ma i più irresistibili sono i coniugi Micawber, Traddles coi suoi capelli ritti in testa, la zia Betsey Trotwood con il suo carattere brusco, Mr. Dick con Carlo I che gli entra sempre in testa, il cagnolino Jip…non si può proprio descrivere quale gioia provochi la lettura di questo romanzo, come scaldi il cuore seguire le vicende di questi meravigliosi personaggi, come l’animo soffra nel leggere dei lutti e frema nel condividere le gioie, quasi come se fossero nostre.

    said on 

  • 4

    Ci sono autori capaci di creazioni indimenticabili, che fanno soffrire, riflettere, ridere e che permettono di immedesimarsi nei loro personaggi come pochi altri hanno saputo fare nella storia della l ...continue

    Ci sono autori capaci di creazioni indimenticabili, che fanno soffrire, riflettere, ridere e che permettono di immedesimarsi nei loro personaggi come pochi altri hanno saputo fare nella storia della letteratura. Charles Dickens non può non essere inserito in questa cerchia ristretta, perché ogni suo romanzo è un concentrato di vitalità, un racconto di una vita straordinaria e al contempo profondamente umana. Il protagonista David si racconta retrospettivamente. Le sue sofferenze di orfano per via di una madre debole e vittima di un patrigno tirannico. La vita dura del collegio. La serenità accanto alla formidabile zia Betsey. Le peripezie della vita londinese. L'amore per una donna vanesia, e infine quello per una ragazza con cui era destinato a vivere fin dal principio, perché per Dickens è giusto che le anime affini debbano ritrovarsi. Certo vi sono anche delle pecche, un moralismo un po' troppo antico, la visione della donna ideale come "angelo del focolare" e talvolta dei colpi di scena così artificiosi da far irritare il lettore. Ma Dickens è anche questo, e noi non possiamo che scivolare nella storia, facendo il tifo per il piccolo David, e gioire infine per la sua serenità, conquistata con tanto dolore e dopo tanti sbagli. E non è questo profondamente umano? L'autore ci ha regalato un viaggio nella vita di un uomo, seppure lontano da noi nel tempo, e chi vuole sa ritrovare un po' di se stesso nelle pagine in cui c'è una cupa tristezza e in quelle dove la felicità tanto attesa arriva finalmente a riscaldarci.

    said on 

Sorting by
Sorting by